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Il sole della legalità batte la pioggia

NO ALLA MAFIA

Migliaia di studenti al corteo che unisce Sud e Nord in nome di una sincera voglia di cambiamento

Magliette contro la mafia (Blitz)

Magliette contro la mafia (Blitz)

Fonte: www.laprealpina.it – 24 aprile 2012

Busto Arsizio – Sono 2.500. Forse tremila. Saltellano, tutti insieme, sul prato del Parco del Muso del Tessile, al ritmo di “Chi non salta un mafioso è”. Gridano il loro “vaffa” alla mafia, danno voce a fischietti e vuvuzelas. Sono “il sole della legalità” in una giornata uggiosa. Sono la primavera che ridona speranza a chi lotta da anni e ora vede potenziato il no a logiche finora imperanti. Gli studenti delle scuole di Busto e dintorni sono i protagonisti di “Legalitalia in primavera”. Hanno ascoltato dibattiti in nove auditorium, hanno sfilato con adesivi stampati su fronti e guance e sono riuniti davanti al palco. “Vi aspettavamo in 5mila, ma sarete 10mila”, esagera Massimo Brugnone, di “Ammazzateci Tutti”, contando anche chi si è perso lungo il corteo. Quella marea di 16-18enni infonde entusiasmo. E lui la sollecita: “Combattere la mafia vuol dire combattere i comportamenti mafiosi!”. E via, la parola da Aldo Pecora, giornalista e presidente di “Ammazzateci Tutti”, forte di uno striscione che gli dà la carica: “Siamo tutti Aldo Pecora”. “Fatevi un applauso – dice ai giovani – perché ci avete messo la faccia. Vi siete esposti. Quando ho fondato il movimento, non pensavo di incontrare gente con dialetti diversi dal mio. Invece siamo qui”. L’invito è chiaro: «Non legatevi ai carrozzoni dei politici. Se sei pulito, vieni con noi. Se no, stai a casa. Noi siamo persone per bene. Non siamo antimafia, è la mafia che è contro di noi. Vogliamo dare speranza al Paese». Pecora ricorda che il 23 aprile di 4 anni fa scattarono le operazioni di Busto e Lonate. I Bad Boys aspettano l’appello. “Oggi siamo noi a ridere – continua – A voi ragazzi è stato impedito di seguire le udienze, ma era vostro diritto vederli in faccia”. Di fatto, non è così: dopo la prima udienza si passò al rito abbreviato, quindi senza pubblico in aula. Ma Pecora è lanciato e passa al piano personale: “Cercano di delegittimarmi, rubano dignità alla mia famiglia. Io so da che parte sto e la mia forza siete voi: non avranno mai tanto piombo e inchiostro per ammazzarci tutti”. Brugnone saluta i rappresentanti delle scuole superiori, che hanno lavorato a questo evento. L’onorevole Rosario Crocetta ricorda ancora chi negava la presenza della mafia al nord: “Con il vostro coraggio, in questa mobilitazione straordinaria, unite nord e sud. Vigilate su turbative d’asta e appalti. La Lega accusata di riciclaggio del denaro della ’ndrangheta è una vergogna! Ha detto per anni che la mafia stava al Sud e ora è accusata di affari sporchi…”. Dopo il mezzo minuto di silenzio chiesto dall’assessore Mario Crespi, il sindaco Gigi Farioli proclama il suo «no all’indifferenza». Poi tocca a Giulio Cavalli, consigliere regionale: “Dobbiamo farci una promessa, questa piazza non deve sciogliersi. Tutto questo nel 2005 era impensabile. I nostri padri hanno sbagliato a non accorgersi che la mafia era qui in Lombardia. Anche qui ci sono stati i morti, sono i ragazzi stroncati una generazione fa dalle overdose di droga”. Cavalli cita il pm Ilda Boccassini: “Dice che siamo in piena emergenza. E’ obbligatorio decidere da che parte stare!”. Rosanna Scopelliti, figlia del giudice ucciso nel 1991, commuove tutti: “Durante il corteo, sentivo mio padre in mezzo a voi. E’ nelle vostre idee, nel vostro coraggio di dire no. Non permettete mai che i prepotenti vi condizionino. Siamo persone oneste. Siamo la parte migliore di Lombardia. Nessuno venga mai a dirci di abbassare la testa. La ’ndrangheta se ne deve andare, questa terra è nostra!”. L’ovazione scatta da una platea sempre più ridotta da pioggia e freddo. L’assessore alla legalità della Provincia di Reggio Calabria, Eduardo Lamberti, invita Brugnone nelle scuole del sud. E annuncia la rivincita che parte dalla musica, con Riccardo Muti pronto a dirigere mille ragazzini di 8-9 anni. Il preside Giovanni Laruffa, del liceo Richici di Polistena cita il gemellaggio con il liceo Tosi. Chiude Sandro Chiaravalloti, per le forze dell’ordine. Ricorda che, a Roma, Pino Maniaci sta difendendo il futuro di “Telejato”. “Dove non arriva la mafia arrivano le leggi”. Un messaggio pesante. Tutto da ascoltare.

 Angela Grassi 

Terrore mafioso a Busto: incendi a chi non paga

Fonte: http://www.varesenews.it

Operazione “Fire off”. I cinque esponenti arrestati del clan madonia tenevano in pugno decine di imprese edili della zona, tutte gestite da imprenditori di originee gelese. Chi non pagava aveva incendi e angherie

Mafiosi che taglieggiano imprenditori. In Lombardia. Gli arrestati dell’operazione «Fire off» sono esponenti locali del clan Madonia Rinzivillo, radicato a Gela, ma da tempo residenti a Busto Arsizio e dintorni. Sceglievano vittime di origine gelese, per sfruttare la soggezione e l’intimidazione che viene dalla conoscenza delle pratiche mafiose. Il capo è considerato dagli inquirenti Rosario Vizzini, 51 anni, pregiudicato, processato tra l’altro per l’omicidio dell’avvocato Mirabile a Gallarate ma assolto in cassazione. E poi, Fabio Nicastro 39 anni, Dario Nicastro 37 anni, Emanuele Napolitano 43 anni, Rosario Bonvissuto 38 anni. Sono tutti indagati per associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsioni, attentati incendiari, e a loro è stata anche contestata l’aggravante di aver agito con metodi mafiosi. Ma hanno già precedenti per gli stessi reati.
La squadra mobile inizia a indagare subito dopo un attentato a Induno Olona il 30 dicembre del 2009. Gli affiliati, che hanno a loro volta alcune ditte edili, cercano un subfornitore da cui si ritengono truffati. Gli bruciano la macchina sotto casa della madre, fanno esplodere un’altra vettura per incenerirlo, ma rischiano di uccidere i vigili del fuoco.
La squadra mobile di Varese si fa sotto, passa tutto all’antimafia con i pm Ilda Bocassini e Nicola Piacente. Qualche giorno dopo un barista di Busto Arsizio che rifiuta di organizzare un appuntamento tra i boss e il subfornitore si ritrova con il bar bruciato. Qualcuno parla, e si capisce anche che gli incendi nei cantieri edili della zona hanno una matrice univoca. La squadra mobile e il commissariato di Busto Arsizio scoprono decine di episodi. Alcuni imprenditori parlano. Si scoprono episodi odiosi. A una ditta viene imposta la cessione di un ramo d’azienda. E 20mila euro di pizzo. Due imprenditori edili sono costretti a pagare 30mila euro per un’intermediazione mai effettuata. Un altro imprenditore edile riceve la richiesta di 100mila euro; non paga e gli bruciano una ruspa, a quel punto cede e corrisponde 10mila euro. A due fratelli viene bruciata la Mercedes. Un ristoratore viene derubato di tre auto con la scusa di un prestito. E poi nel suo ristorante i persecutori mangiano e bevono gratis e si fanno anche dare i buoni pasto. Ma perché gli imprenditori di origine gelese pagano, o perché accettano di entrare in finti affari? «Perché sanno che non si possono rifiutare» spiega uno degli inquirenti. «Sono tutti siciliani, di Gela, hanno parenti in città, hanno paura delle ritorsioni…come dire, è un ambiente dove tutti sanno tutto di tutti».

Vizzini e gli altri, secondo le accuse, non fanno mistero della loro appartenenza mafiosa: mostrano articoli di giornale che parlano di loro, oppure suggeriscono: «Vai su internet a vedere chi sono».
(nella foto, Giovanni Broggini commissariato di Busto Arsizio, il funzionario Artusi e Sebastiano Bartolotta capo della squadra mobile)
A un imprenditore di Lecco uno degli affiliati, Fabio Nicastro, chiede di prenotargli una casa a Pedaso, nelle Marche, dove egli stesso è in vacanza. Ci va con tutta la famiglia e lascia al taglieggiato il conto da pagare, ma non solo. Vuole anche pranzi, colazioni, cene e persino il biglietto di ingresso nello stabilimento balneare. Quando un ristoratore preso di mira fa sapere che rivorrebbe la sua macchina, spiega alla moglie quello che deve rispondere al poveretto: «Se si prende la macchina come esco lo scanno…lo ammazzo a lui e a quella p. di sua moglie…gli brucio la casa…gli dici guarda che mio marito ti fa passare le pene dell’inferno».
29/03/2011
Roberto Rotondo

Sgominato il caln Valle. Milano come Siderno. Manuale di impossessamento dell’Expo. Ma i lombardi non denunciano come i calabresi

Fonte: http://www.milanomafia.com

Operazione della Dda. In manette don Ciccio Valle e le famiglia di Cisliano. Tentavano di investire nell’Expo

Gli arrestati

In manette sono finiti:

VALLE Francesco nato a Reggio Calabria il 27.09.1937

VALLE Fortunato, nato a Reggio Calabria il 6.7.1962

VALLE Angela, nata a Reggio Calabria il 10.5.1964

VALLE Carmine nato a Reggio Calabria il 16.11.1979

LAMPADA Francesco, nato a Reggio Calabria il 27.03.1977

SPAGNUOLO Antonio Domenico, nato a Carbone (PZ) il 07.07.1957

CUSENZA Riccardo, nato a San Giovanni Rotondo (FG) l’1.04.1969

SARACENO Bruno Antonio, nato a Rho il 06.05.1958

FERRERI Maria Teresa, nata a Troia (FG) il 25.08.1956

PELLICANO’ Santo nato a Vigevano il 14.05.1986

VALLE Maria, nata a Vigevano il 16.01.1986.

RONCON Giuliano, nato a Vigevano il 09.01.1977

SPAGNUOLO Alessandro, Vigevano il 02.07.1977

MANDELLI Adolfo, nato a Vimercate 6.03.1961

TINO Giuseppe nato a Roma il 17.09.1960

Milano, 2 luglio 2010 – Una maxioperazione da 250 uomini e 2 anni di lavoro in stile Siderno, o Locri. Non sono iperboli giornalistiche queste, ma le parole precise del procuratore aggiunto di Milano Ilda Bocassini. “Bisogna mettersi in testa che un’operazione del genere poteva avvenire tranquillamente a San Luca.” Perché? “Abbiamo riscontrato il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”. La maxioperazione ha infatti visto gli arresti per 15 appartenenti al clan dei Valle, legati a doppio filo alla ‘ndrina dei De Stefano, protagonista della faida degli anni Settanta con la potente famiglia Condello. I capi di imputazione sono associazione mafiosa, usura, estorsione, intestazione fittizia di beni. Una fortuna costruita dunque sull’usura. Centinaia gli imprenditori taglieggiati, per tassi di interesse che arrivavano al 20%, e somme prestate fino ai 250mila euro. Il patriarca, Francesco Valle, di 72 anni e i due figli Angela e Fortunato, di 46 e 47 anni, erano i vertici dell’organizzazione e, stando all’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal Gip Gennari su richiesta del pm Boccassini, si occupavano di “erogare i prestiti in denaro alle vittime di usura, di concordare i tassi di interesse, di riscuotere gli interessi usurari attraverso attività di intimidazione, estorsive e violente; di effettuare gli investimenti in attività immobiliari, bar, ristoranti e di individuare i prestanome a cui intestare fittiziamente gli esercizi commerciali e le quote societarie”. Insieme ai tre vertici sono stati arrestati Carmine Valle, Maria Valle, Francesco Lampada, Antonio Domenico Spagnuolo, Alessandro Spagnuolo, Giuseppe Tino, Adolfo Mandelli, Riccardo Cosenza, Bruno Antonio Saraceno, Maria Teresa Ferreri, Santo Pellicano e Giuliano Roncon. E oltre agli arresti sono arrivati i sequestri di 138 immobili, conti correnti e società (i proventi delle estorsioni avevano consentito l’apertura di 15 società), beni per un valore di circa 8 milioni. Gli immobili sequestrati si trovano, oltre che a Milano, a Bareggio, a Cisliano, a Trezzano sul Naviglio, a Rho, a Settimo Milanese, a Como, a Cesano Boscone.

La base operativa era la villa bunker nominata “La Masseria”, dal nome del lussuoso ristorante con tanto di sito web, piscina e palme, situata in via per Cusago al 2, a Cisliano, piccolo paese nelle vicinanze di Milano. Al di sopra del ristorante abitavano 6 membri del clan che sono stati arrestati. Luogo protetto da decine di telecamere, sensori e allarmi, oltre che cani da guardia, e una stanza di controllo monitorata 24 ore su 24 dai luogotenenti del boss Francesco Valle. Era nella “Masseria” che avvenivano i pestaggi agli imprenditori taglieggiati. “Punirne uno per educarne cento”, ha detto il pm Bocassini. Perché infatti gli uomini dei Valle convocavano molti estorti e ne pestavano uno, a dimostrazione. Questi alcuni stralci di intercettazioni contenuti nell’ordinanza, che con piacere pubblichiamo. “Come andiamo?” dice uno degli imprenditori al telefono con un altro. “Andiamo malissimo, Paolo! Come vuoi che andiamo?! Come vuoi che andiamo? C’ho ancora i segni addosso. Anzi, tra un po’ ci saranno altri grossi casini!” E poi prosegue “:Ho lasciato 250mila euro di debiti, pensa un po’ te! 250 mila euro di debiti!” E ancora “Guarda, io non sto esagerando! Perché qualcuno lo sa già quello che sto dicendo. Ma io non so neanche se mi fanno fare natale!! Perché adesso sai quant’è passato? Un anno e tre mesi che io devo i soldi!” […] “Mi prenderanno la casa, tutto!! Già c’hanno il compromesso in mano! Non lo stanno usando, perché sono intelligenti! Però, fino a quando saranno intelligenti? Capito? Tutto regolare, eh! Compromesso già firmato, eccetera, no? Quello lo fanno figurare come anticipo versato, hai capito?”

Altra abitazione bunker, la villa privata del patriarca, a Bareggio in via Aosta, protetta anch’essa da telecamere e cani rotweiler. Ma l’immobile che invece veniva considerato la “cassaforte” del clan, dove venivano versati i proventi di tutte le attività di videopoker in cui anche – oltre alla ristorazione, locali, edilizia – venivano ripuliti i denari derivanti dalle estorsioni e dalle usure, e questo è situato in una zona semicentrale di Milano, in via Carlo Dolci, zona in cui anche avvenivano i taglieggiamenti. Ma la cosa fondamentale la dice ancora il pm Bocassini, quando spiega che la ‘ndrina operava su base familiare, esattamente con le stesse metodologie della Casa madre calabra. “La cosa che deve fare riflettere” dice “è il completo controllo del territorio.” Anche la dottoressa Falcicchia della Squadra Mobile lo sottolinea, quando dice che nel territorio attorno al bunker c’era un vero e proprio appostamento di vedette che in un’occasione si sono spinte a inseguire l’auto del poliziotto in borghese fino al centro di Milano, per poi fermarlo e chiedergli il motivo per cui fosse passato più volte sotto “La Masseria”. Inoltre, in uno dei passaggi dell’ordinanza c’è scritta chiara e tonda la strategia di impossessamento dei lavori che verranno per l’Expo: “La totale condivisione di interessi tra Adolfo Mandelli (imprenditore del campo immobiliare, tra gli arrestati) e i Valle emerge anche in data 23 gennaio 2009, quando Valle ha contattato Mandelli per avvisarlo di aver ottenuto dal Comune di Pero le licenze per aprire un ‘mini casinò’, una discoteca ed anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il Comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l’area. Tutto ciò è avvenuto anche grazie all’amicizia con Davide Valia (assessore comunale a Pero)”. In un’intercettazione Mandelli dice: «Minchia, meglio di Davide che è a Pero… cosa dobbiamo avere?». Dalle intercettazioni, si legge ancora nell’ordinanza, «è emerso inequivocabilmente che la licenza per il mini casinò è stata ottenuta anche grazie all’interessamento del politico, il quale si adopera pure per altri favori». E in un’informativa della Mobile di Milano si afferma che Valia «si prodigò per far ottenere» a Fortunato Valle «le autorizzazioni per l’avvio di esercizi pubblici e a metterlo in contatto con altri amministratori locali di altri Comuni da lui conosciuti per favorirlo nei suoi affari».

“E’ preoccupante” conclude la Boccassini. “O si sta con lo Stato, o contro lo Stato. La procura sarà durissima. Nei casi borderline, dove non si capisce bene il ruolo delle vittime, la magistratura sarà molto rigida. Quando c’è connivenza la linea della Procura sarà durissima. Non si possono avere alibi.” Delle centinaia di imprenditori lombardi esorti, infatti, neppure uno ha denunciato qualcosa. Le indagini sono state quindi ancora più difficili, potendosi basare esclusivamente sulle intercettazioni ambientali e telefoniche. (g.cat.)

Parco Sud, scarcerato il perito del Tribunale: “Mai agevolato la ‘ndrangheta”

Fonte: http://www.milanomafia.com

Il riesame mette in libertà Achille Frontini, il geometra finito nei guai per una perizia immobiliare nell’inchiesta sul clan Barbaro-Papalia. Cadute le aggravanti al reato di falso. “La corruzione? Ho chiarito tutto”.

I fatti

Achille Frontini, 67 anni, geometra, viene arrestato il 3 novembre del 2009 nell’ambito dell’inchiesta Parco Sud della Dda di Milano sul clan Barbaro-Papalia di Buccinasco

Il 4 dicembre scorso il Tribunale del Riesame annulla l’aggravante di aver favorito con le sue azioni gli interessi del clan Barbaro-Papalia

Lo scorso 2 febbraio Frontini è stato scarcerato ed è ora indagato a piede libero

Milano, 15 febbraio 2010 –“Non ha agevolato la ‘ndrangheta, non ha favorito con la sua perizia immobiliare il clan Barbaro-Papalia”. Achille Frontini, il geometra 67enne, arrestato il 3 novembre 2009 nell’ambito dell’inchiesta Parco Sud, si difende dalle accuse dopo la scarcerazione avvenuta il 2 febbraio. Per Frontini, accusato di aver “facilitato” la cosca Barbaro-Papalia nell’acquisizione di un terreno in via Curiel a Buccinasco, per il quale era stato incaricato dal Tribunale di Milano di redigere una perizia, lo scorso 4 dicembre sono cadute le aggravanti al reato di falso, ossia l’aver servito nella sua funzione di pubblico ufficiale gli interessi della cosca. Inoltre è stata esclusa anche l’aggravante di aver commesso falso su atto facente fede fino a querela di falso. Il geometra, ora indagato a piede libero, ribadisce la sua innocenza dalle accuse formulate dai pm Ilda Boccassini, Mario Venditti, Alessandra Dolci e Paolo Storari: “Per quanto riguarda il reato di corruzione, ho contabilmente dimostrato , al riesame, di non aver mai ricevuto denaro e ribadisco la mia completa innocenza in tutta la questione”.

La vicenda che aveva portato all’arresto di Frontini sulla base delle accuse di falso e corruzione, riguarda la vendita all’asta giudiziaria di un terreno a Buccinasco, in via Curiel accanto a un palazzo in costruzione per conto dell’immobiliare Buccinasco srl della coppia Alfredo Iorio-Andrea Modaffari. Secondo le accuse contenute nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giuseppe Gennari, durante i ripetuti contatti telefonici tra Iorio e Frontini, i due si sarebbero accordati per una perizia sottostimata in maniera tale da favorire gli interessi della immobiliare (i cui soci occulti sarebbero i Barbaro-Papalia) di acquistare il terreno per aumentare l’area edificabile di un progetto già in corso. In cambio, sempre secondo le ricostruzioni dei magistrati, Achille Frontini avrebbe ricevuto la somma di 32 mila euro. Accuse oggi in parte cadute in attesa di un pronunciamento definitivo del Tribunale. (rd)

Matranga arrestato al Corvetto da latitante. Con Luigi Bonanno aveva organizzato l’importanza di due tonnellate di cocaina dalla Colombia

Fonte: http://www.milanomafia.com

Gioacchino Matranga, detto il Gianni, è stato arrestato la sera di San Silvestro in piazzale Ferrara al Corvetto. Addosso aveva documenti falsi. Con lui in macchina, un uomo di origini colombiane.

Il fratello

Pietro Matranga, fratello di Gioacchino, è latitante da ottobre. Pure lui, evaso dagli arresti domiciliari
Attualmente, Pietro Matranga, starebbe passando la latitanza in Spagna. Su di lui una condanna per
traffico internazionale di droga
Nel 2000 viene arrestato dai carabinieri di Ventimiglia ad
Assago. In macchina ha sei chili di cocaina.
Nel 2005 viene coinvolto in un inchiesta della Dia sul riciclaggio. Il suo nome compare assieme a quello del calabrese
Stefano Polito, boss della ‘ndrangheta legato al clan Mancuso-Pesce. Nel 1991 viene arrestato a Miami, pochi giorni prima di inviare in Italia un carico di 400 chili di cocaina

Milano, 1 gennaio 2010 – Una volta, anni fa, comparve nel corridoio del Tribunale di Milano in giacca verde, capelli biondo ossigenati e scarpe di pelle a punta. Il suo arrivo creò scompiglio, tanto che un altro processo venne sospeso. Lui, imputato per traffico internazionale di droga, ebbe la precedenza. Perché in quel campo Gioacchino Matranga (nella foto), per tutti il Gianni, un maestro lo è da sempre.

Originiario di Piana degli Albanesi, sessantacinque anni da compiere il prossimo 23 settembre, Matranga è stato arrestato la sera dell’ultimo dell’anno in piazzale Ferrara al Corvetto. Era a bordo di una Panda con lui, alla guida, un uomo di origini colombiane. Il Gianni è stato bloccato da latitante, dopo che il 26 ottobre aveva lasciato gli arresti domiciliari della sua casa di via Repubblica 17/B a San Giuliano Milanese. Ancora uccel di bosco, invece, suo fratello Pietro, scomaparso anche lui, alla fine dello scorso ottobre.

La vicenda di Matranga porta di nuovo al centro dell’attenzione il quartiere del Corvetto, luogo d’elezione per Cosa nostra. Da sempre regno dell’ex superlatitante Gaetano Fidanzati (arrestato il 5 dicembre 2009), in passato ospitò la latitanza di un corleonese doc come Giuseppe Piddu Madonia. Qui era di casa lo stesso Gianni. Quando ci arrivava da San Giuliano Milanese, aveva sempre un indirizzo fisso, il bar La rosa blu di via San Dionigi, a due passi da piazzale Ferrara. Il locale è di proprietà del palermitano Pietro D’Amico, arrestato l’aprile scorso in un’inchiesta di droga coordinata dall’allora pm Ilda Boccassini. Da sempre questo locale viene ritenuto dagli investigatori “il centro operativo del gruppo delinquenziale e punto di riferimento del gruppo malavitoso dei fratelli Matranga”. Non a caso, con Matranga costretto ai domiciliari, a quell’indirizzio si è fatta vedere quasi quotidianamente la moglie.

Gioacchno Matranga arriva a Milano sul finire degli anni Settanta. Quasi subito viene coinvolto in diversi processi. Non è solo ma in compagnia del gotha mafiosa da Michele Greco, detto il Papa, fino a Tommaso Buscetta. Sarà proprio don Masino a fare il suo nome durante il maxiprocesso. In una vecchia nota della Squadra mobile si legge: “Gioacchino Matranga personaggio di elevato spessore criminale, inserito sin dagli anni ’80 negli ambienti mafiosi di cosa nostra”. Gioacchino Matranga, qui a Milano, è molto legato a Giuseppe Porto, detto il cinese, personaggio palermitano di cui Milanomafia.com ha già ampiamente parlato soprattutto per i suoi legami con le figlie di Vittorio Mangano. Secondo un pentito “Matranga è il padrino di Pino Porto”. Gli ultimi incontri risalgono al 2006. Porto assieme a Luigi Bonanno va a trovarlo nella sua casa di San Giuliano Milanese. In quell’ocasione, i tre parlano di un carico di 2000 chili di cocaina da importare dalla Colombia attraverso un container di 12 metri.

Nel 1999 viene arrestato dai carabinieri per aver importato in Italia 400 chili di cocaina. In carcere assieme al Gianni finisce anche l’avvocato Natale Montanari. Poi, nel 2005 il Tribunale di Sorveglianza di Milano gli concede i domiciliari nella sua casa di San Giuliano Milanese. Poi nel 2006, l’ordinanza del Tribunale lo riporta in carcere. Prima a Lodi e poi a Opera. Un ulteriore aggravamento della sua situazione di saluta gli ridà i domiciliari. Da oggi, però, il Gianni ritorna in prigione. Per lui il fine pena è 2027. (dm)

Parco sud, stop a nove aziende legate alla famiglia Barbaro-Papalia. “Hanno dato soldi al clan per mantenere le famiglie dopo gli arresti”

Fonte: http://www.milanomafia.com

Nuova operazione della Dia e del Gico dopo l’inchiesta Parco sud. Congelate le amministrazioni delle imprese legate alla Kreiamo immobiliare di Cesano Boscone. Intanto i padrini Papalia e Perre restano latitanti

L’inchiesta

L’inchiesta Parco Sud ha preso le mosse dalla precedente indagine Cerberus che nel luglio del 2008 aveva portato in cella Mico l’australiano e i figli Rosario e Salvatore Barbaro

Scoperto un arsenale in un box di Assago e arrestato il latitante Paolo Sergi. Nel mirino gli interessi immobiliari del clan e Immobiliare Kreiamo di Cesano Boscone intestata a Madaffari Andrea e Alfredo Iorio, figlio dell’ex consigliere comunale di Forza Italia Achille Iorio

Milano, 22 dicembre 2009 – Un impero che si sgretola. Ma sempre un impero. Sono passati quasi due mesi dall’inchiesta Parco sud che ha portato in carcere i fiancheggiatori della cosca Barbaro-Papalia di Buccinasco. Un’operazione che aveva riguardato in particolare l’aspetto economico (ma anche quello militare) della cosca. E che ancora vede due pericolosi latitanti: Totò ‘u cainu Perre e Domenico Papalia. Oggi la Direzione investigativa antimafia e gli uomini del Gico della guardia di Finanza, sono tornati in azione con l’esecuzione di 9 decreti di sospensione dell’amministrazione a società satellite dell’universo Barbaro. In particolare si tratta delle imprese legate al gruppo Kreiamo immobiliare di Cesano Boscone, di Alfredo Iorio e Andrea Madaffari. Imprese di fatto gestite dal gruppo legato a Salvatore, Rosario e Mico Barbaro. I provvedimenti riguardano 9 aziende e sono stati emessi dalla “sezione autonoma misure di prevenzione” del Tribunale di milano sulla base dell’ex-art 3 quater della legge 575/65, che prevede la sospensione temporanea dall’amministrazione dei beni per un periodo di sei mesi.

Dopo gli arresti, le indagini coordinate dalla Dda di Milano e dai pm Ilda Boccassini, Alessandra Dolci, Mario Venditti e Paolo Storari, hanno evidenziato come le nove aziende “congelate” abbiano dato appoggio alla cosca “consentendo la partecipazione occulta e il perseguimento di interessi economici agli appartenenti del pericoloso sodalizio criminale, aiutato anche grazie a versamenti di somme di denaro ai familiari degli arrestati, per sostenerli dopo gli arresti dei capi clan”. In pratica le aziende hanno “girato” denaro alle famiglie Barbaro e Papalia per sostenerle economicamente dopo gli arresti di Salvatore, Rosario e Mico Barbaro. Si tratta della prima volta che una misura simile viene applicata dal Tribunale di Milano “tale misura di prevenzione patrimoniale tipica nel caso in cui l’autorita’ giudiziaria ritenga che il libero esercizio dell’attivita’ economica sia condizionato da intimidazioni mafiose o miri ad agevolare soggetti nei cui confronti sia stata proposta o applicata una misura di prevenzione personale o che siano indagate, ad esempio, per associazione mafiosa”. (cg)

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