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Operazione «Infinito», al via il maxi processo contro la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.milano.corriere.it

Una trentina gli imputati nelle gabbie. Il boss Pino Neri assente: «Ho la dialisi». Assente la Regione Lombardia

MILANO – E’ cominciato mercoledì mattina a Milano il processo alle cosche della ‘ndrangheta colpite nel luglio scorso alla maxi operazione «Infinito», che ha portato a oltre 170 arresti nella sola Lombardia. Tra i 39 imputati che hanno scelto il rito ordinario (altri 119 verranno giudicati con il rito abbreviato a partire dal prossimo 9 giugno), c’è anche l’ex direttore della Asl di Pavia, Carlo Chiriaco: secondo l’accusa, sarebbe stato un elemento di raccordo tra i boss della ‘ndrangheta e alcuni esponenti politici. Prima dell’inizio del processo le telecamere della Rai sono state allontanate: nessun operatore ha potuto riprendere quanto accaduto in aula. In tribunale sono arrivati, per assistere al processo, anche i giovani dell’associazione «Ammazzateci tutti». Assieme ai giovani esponenti dell’associazione, presieduta in Lombardia da Massimo Brugnone, in aula anche i ragazzi del liceo artistico milanese di Brera. I giovani hanno indossato le caratteristiche magliette con su scritto «E adesso ammazzateci tutti». Presenti anche i rappresentanti di alcune associazioni antimafia lombarde, come «Qui Lecco Libera».

IL BOSS MALATO – «Non posso sopportare lo stress del viaggio e dell’udienza, prima della seduta di dialisi a cui mi devo sottoporre», ha scritto il boss Pino Neri in una comunicazione ai giudici, giustificando così l’assenza alla prima udienza. In aula, dei 39 imputati, ce n’erano più di una trentina presenti nelle gabbie, tra cui l’ex direttore della Asl di Pavia Carlo Chiriaco, l’ex carabiniere Michele Berlingieri, Ivano Perego imprenditore milanese della Perego Strade e Vincenzo Novella, figlio del boss Carmelo Novella, ucciso nel 2008. Il legale di Pino Neri ha chiesto ai giudici di poter «regolare» il calendario delle udienze con la necessità del presunto boss, ora ai domiciliari per motivi di salute, di sottoporsi a sedute di dialisi e perciò ha anche chiesto che l’imputato possa fare la dialisi a Pavia e non a Voghera. I giudici hanno spiegato che decideranno dopo aver valutato le richieste di accusa e difesa sul punto. Il processo è stato aggiornato al prossimo 14 giugno nell’aula bunker di via Ucelli di Nemi. I giudici hanno fissato anche altre udienze per il 23 e il 30 giugno e per il 7, 12 e 19 luglio. Il presidente Balzarotti ha spiegato che deciderà nelle prossime udienze sulle «numerose richieste delle televisioni per le riprese del dibattimento».

REGIONE LOMBARDIA NO PARTE CIVILE – La Regione Calabria ha intenzione di costituirsi parte civile nel processo, come ha dichiarato l’avvocato della Calabria, Luigi Gullo, che si è stupito con i cronisti per l’assenza della Regione Lombardia nel dibattimento: «Ma come, la Lombardia non si costituisce? In Calabria è assolutamente routine nei processi di ’ndrangheta, è prassi da sempre e negli anni la Regione ha ricavato anche milioni di euro come risarcimento per i danni subiti». Si sono presentati come «persone offese» che intendono costituirsi parti civili gli avvocati di due soli Comuni lombardi, quello di Bollate, nel Milanese, e quello di Pavia. Tra le «persone offese» dai reati il procuratore aggiunto Ilda Bocassini e il pm Alessandra Dolci, che erano presenti in aula, hanno indicato anche la Banca d’Italia, ma la notifica del decreto che ha disposto il processo è arrivata all’Avvocatura dello Stato invece che all’ufficio legale di Banca d’Italia. Dunque, la notifica verrà effettuata nuovamente e nella prossima udienza i legali di Banca d’Italia potranno decidere di presentarsi per chiedere di essere parte civile nel processo.

Omertà in Lombardia, Boccassini: “Nessuno denuncia le minacce della ‘ndrangheta”

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Mario Portanova

La coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia di Milano parla di criminalità organizzata al nord all’Università statale: “Betoniere in fiamme, capannoni distrutti, colpi di pistola. Ma i danneggiati non vanno dalla polizia”

“In certi paesi vicino a Milano ci sono le vedette della ‘ndrangheta che vanno in allarme all’arrivo di ogni estraneo. E ci sono famiglie il cui solo nome incute timore reverenziale negli abitanti, senza neppure il bisogno di chiedere o minacciare. Certo che non è come a Locri, ma comunque è impressionante”. Ilda Boccassini, coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia di Milano, torna sul tema più urticante, l’omertà in salsa lombarda, un muro contro cui si scontrano spesso i suoi investigatori a caccia di boss e picciotti.

Lo fa in un’aula gremita da circa 400 persone, studenti ma non solo, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università statale, in uno dei seminari sulla mafia al Nord organizzato da tutti gli atenei milanesi insieme a Libera. Qualche settimana fa aveva preso la parola un altro personaggio autorevole e generalmente schivo, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi.

Prima di cominciare, Boccassini fa sgomberare le telecamere di televisioni e siti web, perché quello deve restare “un momento di riflessione con gli studenti”. Una riflessione che spesso scivola sui temi caldi dell’attualità, a cominciare dalla difesa appassionata dell’articolo 109 della Costituzione, che mette la polizia giudiziaria all’esclusiva dipendenza dei pm ed è nel mirino delle “riforme” del centrodestra. Ma ce n’è anche per i colleghi magistrati “che devono stare lontano dai riflettori e non andare alle manifestazioni”, o per la gestione della collaborazione di Massimo Ciancimino, “a cui io non avrei dato credito”.

Il magistrato – impegnato anche nel delicatissimo caso Ruby-Berlusconi – ricorda l’inizio dell’inchiesta Crimine-Infinito, che nel luglio dell’anno scorso ha portato in carcere circa 160 presunti ‘ndranghetisti lombardi: “Per un anno e mezzo ho chiesto di essere informata giorno per giorno su incendi e danneggiamenti. Betoniere che andavano a fuoco, capannoni distrutti, colpi di pistola contro assessori o messi comunali, episodi concentrati in zone ben precise. Nessuno dei danneggiati ha mai fornito alle forze dell’ordine il minimo indizio, nessuno ha mai ammesso di avere ricevuto minacce”.

Lo stesso vale per le vittime di usura – una delle principali attività della ‘ndrangheta in Lombardia, con risvolti tragici sulla vita di molte famiglie – alcune delle quali hanno sperimentato la linea dura della Dda finendo in carcere dopo testimonianze reticenti. “Ricordo la morte di Libero Grassi, non è facile dire no a Palermo e non è facile dire no neppure a Milano. Però a volte la comprensione per le vittime fa sì che non si faccia pulizia all’interno delle associazioni imprenditoriali. Invece ben vengano i codici etici e le espulsioni, come ha fatto Confindustria a Palermo e come stanno facendo i costruttori milanesi di Assimpredil. Piccoli passi, ma è un inizio”.

L’omertà è figlia della paura, ma non solo. Perché quando un imprenditore nordico doc fa smaltire rifiuti pericolosi a un prezzo nettamente inferiore a quello di mercato, sa benissimo che andranno a finire in un buco a bordo strada o, peggio, nelle viscere di qualche cantiere modello. “E’ come comprare una borsa di Gucci a 200 euro: è ovvio che o è falsa o c’è qualcosa sotto”, sintetizza Boccassini.

Così diversi colletti bianchi nati e cresciuti a Milano o in Brianza sono finiti in carcere con l’accusa di associazione mafiosa, tanto quanto i calabresi dell’Aspromonte o del crotonese con cui facevano affari. Ai futuri magistrati e avvocati che riempiono l’aula, la coordinatrice della Dda spiega che ormai anche in Lombardia ricorrono a pieno titolo certi commi dell’articolo 416 bis, “inventato” per la Sicilia di Cosa nostra nel 1982. “Se i mafiosi possono condizionare il voto o mettere fuori mercato le imprese che rispettano le regole, allora minacciano la tenuta della democrazia”.

Un amaro risveglio, dopo anni di torpore in cui la mafia al nord non esisteva, era una favola, una speculazione politica. Come è accaduto? Ilda Boccassini non trattiene le critiche: “Certo, nel 1992-1993 ci sono state grandi indagini a Milano e in Lombardia, anche grazie ai collaboratori di giustizia, ma è mancata una visione unitaria e completa”. Furono smantellati i clan più potenti, come i Sergi-Papalia a Buccinasco e i Coco Trovato a Lecco, “ma non si colse il radicamento che già c’era, anche nelle istituzioni, anche nel movimento terra, tutte cose di cui discutiamo oggi ma che erano sotto gli occhi di tutti già allora. C’è stato un buco investigativo, invece si sarebbe dovuto applicare il metodo Falcone, aggredire l’organizzazione nel suo complesso”.

Ed ecco allora la fotografia aggiornata del nemico: non, come tanti ancora pensano, un insieme di ‘ndrine separate, ma un’entità unica, divisa in locali e radicata al nord. “Sul fronte delle indagini, oggi le Procure di Reggio Calabria non possono fare a meno l’una dell’altra”. L’esempio eclatante è proprio l’operazione Crimine-Infinito dell’anno scorso, quando la Boccassini si sentì precipitata “in un film d’altri tempi” ascoltando in diretta l’ormai celebre summit al circolo Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano. I giuramenti, le formule antiche, applicate a territori e business modernissimi.

Giovanni Falcone è un protagonista della lezione ai ragazzi di giurisprudenza. A lui si deve la legislazione antimafia che tutto il mondo ci invidia e ci copia, afferma Boccassini. Che ricorda un episodio. “Un giorno Falcone mi disse: ‘vediamo se hai capito che cos’è la mafia’. Mi portò a Monreale, vicino a Palermo, alla commemorazione del capitano Emanuele Basile, ucciso da Cosa nostra. Capii subito che cosa voleva dire. Fummo accolti da un silenzio colmo di disprezzo, non ci urlavano ‘bastardi’ o ‘toghe rosse’, solo un silenzio bestiale. Era un disprezzo ragionato delle istituzioni, era la rivendicazione di un altro credo, non quello dello Stato ma quello dell’onore”.

Mafia, allarme dei costruttori “Cresce il richio infiltrazioni”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

L’Assimprendil si dà un codice: chi non denuncia i reati sarà espulso dall’associazione
Il presidente De Albertis: “Dobbiamo fermare la corsa patologica ai ribassi, altera il mercato”

di ILARIA CARRA

«Sta saltando il banco, il rischio di infiltrazioni mafiose c´è ed è un problema ormai gravissimo». L’associazione dei costruttori milanesi, Assimpredil Ance, lancia un allarme pesante contro il rischio sempre più alto che le imprese, colpite dalla crisi economica e con problemi di liquidità, diventino sempre più terreno fertile per la criminalità organizzata. E alza così le barriere per difendersi: un piano di regole «per garantire legalità e trasparenza alle imprese». Un codice antimafia che tutti gli iscritti dovranno rispettare. Primo punto, il più importante: l´obbligo per gli imprenditori di denunciare i reati che «ne limitino la libertà economica a vantaggio di imprese o persone riconducibili a organizzazioni criminali», pena l´espulsione dall´associazione.

Così i costruttori milanesi, per alimentare un circuito economico sano, si allineano al modello già introdotto da Confindustria nel Mezzogiorno: via le imprese condannate per mafia, ma anche chi tace. Un provvedimento che risponde alla denuncia fatta nei mesi scorsi dal procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia milanese, Ilda Boccassini, sulla troppa omertà diffusa tra gli imprenditori. La paura, però, è tanta: anche per questo viene creato uno sportello all´associazione con legali pronti a fornire assistenza con la massima riservatezza.

Il rischio di infiltrazioni è più alto con le imprese in crisi: gli operai iscritti alla cassa edili di Milano, Lodi e Monza sono scesi a 58mila dai 70mila del 2008, e un problema è anche il calo delle gare bandite dal Comune, quasi dimezzate. Tra le nuove misure del regolamento c´è anche una stretta sui requisiti per iscriversi all´associazione: il certificato camerale antimafia dovrà essere presentato da tutti i soci di un´impresa e non più soltanto dal legale rappresentante come finora. Poi una maggior trasparenza richiesta alle “stazioni appaltanti” sui dati dei lavori assegnati, un fondo alimentato con i risparmi degli sconti nelle gare per intensificare la legalità e una rete d´impresa sul controllo di tutta la filiera.

E sarà utile anche il nuovo accordo quasi pronto con il Comune di Milano, che permetterà la tracciabilità dei mezzi in entrata e in uscita da un cantiere: un “telepass” che Palazzo Marino ha voluto più per motivi anti-inquinamento, ma con cui si risale a posizione e dati del proprietario e del mezzo. La battaglia va condotta, però, anche contro il sistema: «La corsa patologica ai ribassi nelle gare deve finire – denuncia Carlo De Albertis, presidente di Assimpredil- il mercato è troppo alterato alla base». Non solo, l´auspicio è che presto vengano formate le “white list” pensate dal ministro Maroni con l´elenco delle imprese “pulite”: «Ce n´è bisogno – ammette De Albertis – ma la prefettura dice che non c´è abbastanza personale per realizzarle».

Scacco alla ‘ndragheta in Lombardia 35 arresti, colpiti i business dei boss

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

L’operazione ha portato al sequestro di beni per due milioni. Spuntano i nomi di Lele Mora e di una suora. Le frequentazioni con i politici locali: “I voti dei calabresi ad Antonella Maiolo”

Trentacinque arresti nei confronti di altrettanti affiliati alla ‘ndrangheta in Lombardia sono in corso da parte del nucleo di Polizia tributaria della guardia di finanza di Milano e dei carabinieri del Ros, in collaborazione con la polizia locale, per l’operazione Redux-Caposaldo. Fra gli arrestati ci sono personaggi di primo piano delle cosche reggine e platiote, tra cui il 59enne boss Giuseppe ‘Pepè’ Flachi e suo figlio Davide, nonché diversi personaggi legati al clan Barbaro, tutti da anni residenti nel capoluogo lombardo. Sequestrati anche beni per due milioni di euro. In carcere anche Paolo Martino, considerato “diretta espressione” della famiglia reggina dei De Stefano, e Giuseppe Romeo e Francesco Gligora, considerati punti di riferimento delle cosche di Africo in Lombardia.

L’allarme del governatore Draghi Gratteri: I calabresi vogliono l’Expo” “Lombardia colonizzata dai boss”

I contatti con i politici. Le ordinanze di custodia cautelare sono state disposte dal gip Giuseppe Gennari su richiesta della Dda milanese. Gli arrestati sono indagati per associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, minacce, smaltimento illecito di rifiuti e spaccio di sostanze stupefacenti. L’operazione è coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini, assieme ai pm Alessandra Dolci, Paolo Storari e Galileo Proietto. Le indagini hanno permesso anche di ottenere il sequestro di beni per un valore di oltre due milioni di euro. L’inchiesta – ha commentato la Boccassini – ha confermato i contatti fra i boss e “il mondo politico” locale. Davide Flachi, fin particolare, ha partecipato a cocktail elettorali organizzati da Massimiliano Bonocore (Pdl) in occasione delle elezioni amministrative del 2009. Nell’inchiesta non ci sono prove di promesse di appoggi a candidati, comunque, e nessun politico è indagato per voto di scambio.

I voti dei calabresi alla Maiolo. Ad Antonella Maiolo, candidata pdl al consiglio regionale lombardo e consigliere uscente, sarebbero andati i voti dei calabresi. Maiolo incontra Davide Flachi e Francesco Piccolo. “Ora si avrà un bel dire ad affermare che nessuno conosceva la fama dei Flachi. Eppure basterebbe scorrere un motore di ricerca web per trovare centinaia di riferimenti. Davide Flachi non ha altro titolo, neppure apparente, per fare il collettore di voti se non il fatto di essere figlio del boss Giuseppe”, scrive il gip. Gli incontri di Maiolo con i boss furono mediati da Massimo Buonocore, anche lui del Pdl e figlio di Luciano, storico esponente della destra milanese.

C’è anche Lele Mora. Paolo Martino avrebbe avuto contatti con diversi personaggi del mondo dello spettacolo, fra cui l’ex tronista Costantino Vitagliano. “Martino risulta relazionarsi con alcuni personaggi del mondo dello spettacolo – spiega il gip – alcuni dei quali di fama nazionale: Lele Mora, Costantino Vitagliano e Luca Casadei“. Inoltre “è emerso che Martino risulta essere in contatto con imprenditori che operano nel mondo dei locali notturni, tra cui l’imprenditore Vito Cardinale, comproprietario della nota discoteca Hollywood”. Tornando alle relazioni fra il boss, Costantino e Casadei (anch’egli come Mora agente dello spettacolo) emerge l’interesse di Martino “a promuovere la rivista Macao, edita dalla società Alan Publishing Group. Pur apparentemente non figurando in alcuna carica sociale nella Alan Publishing Group, Martino si impegna attivamente nelle attività della predetta, organizzando anche interviste con noti giocatori di poker, tra i quali il campione Salvatore Bonavena“.

La ‘soffiata’ della sorella suora. Una suora che informa il fratello boss sull’attività di indagine avviata nei suoi confronti dalla magistratura. A mettere in guardia Martino è Rosa Alba Maria Martino, suora dell’ordine paolino e vicedirettore sanitario dell’ospedale Regina apostolorum di Albano Laziale. E’ lei, si legge nell’ordinanza. a “sfruttare le proprie conoscenze per acquisire informazioni riguardanti eventuali procedimenti penali in corso nei confronti del fratello”. E ad avvisare il fratello che “probabilmente un collaboratore di giustizia sta rendendo dichiarazioni nei suoi confronti”.

L’ex avvocato di Ruby. Nel provvedimento ci sono anche alcune telefonate tra l’avvocato Luca Giuliante, legale di Lele Mora ed ex avvocato di Ruby, in relazione a una gara d’appalto nel settore edilizio in cui è coinvolta la famiglia Mucciola. “Parlai con Paolo Martino fa sapere l’avvocato Giuliante – Facevo parte della commissione aggiudicatrice di un appalto del Pio Albergo Trivulzio, ma solo per la valutazione dei titoli. A Martino dissi che io non potevo fare nulla per la gara”.

Il business dei boss. Fra le attività dei boss non c’è solo la diffusissima infiltrazione nel settore del movimento terra nei cantieri edili di Milano, ma anche la gestione della security in molti, notissimi, locali notturni, l’estorsione agli esercizi pubblici che sorgono nelle stazioni della metropolitana, l’attività di pizzo ai chioschi dei ‘porchettari’, il controllo dei posteggi fuori dalle discoteche più celebri, gestione di cooperative appaltatrici dei servizi di trasporto in Tnt e perfino una ‘tassa’ imposta a chi intendeva spacciare in alcune piazze della città. A dimostrazione della capacità di penetrazione economica del clan, spiegano gli inquirenti, c’è “la scoperta dell’acquisizione, attraverso intermediari fittizi, della discoteca De Sade in via Valtellina a Milano”.

Lele e il socio della ‘ndrangheta, gli interessi dell’impresario dei vip sul lago di Garda

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Fabio Abati

Le inchieste sulla criminalità organizzata al nord fanno emergere personaggi vicini ai clan calabresi che hanno avuto interessi in una discoteca gestita dal pigmalione di di starlette e tronisti, attualmente indagato nel Rubygate per favoreggiamento alla prostituzione

Picchiatori, piromani e personaggi vicini alla ‘ndrangheta. Ecco quali sono le amicizie pericolose di Lele Mora. Lui, l’impresario dei vip, coinvolto nello scandalo Ruby, da tempo è legato a interessi sul lago di Garda. Ed è qui che l’amico del premier, quello, che secondo Ilda Boccassini, portava le ragazze ad Arcore, incrocia uomini vicini alla criminalità da tempo insediata nella zona del basso bresciano. Si tratta di rapporti in cui, Mora, incappa inconsapevolmente. Insomma lui, probabilmente, non sa chi sono i suoi interlocutori. Ma andiamo con ordine.

Un anno fa Lele Mora entra in affari con Carmelo Anastasi, 48 anni, milanese. Nel marzo del 2009 l’agente dei vip, incalzato dalla Guardia di finanza, che sta indagando sul suo impero imprenditoriale, mette in liquidazione tutte le società del gruppo LM. Un’inchiesta del Corriere della Sera rivela che la Fonema edizioni musicali, controllata sulla carta dal figlio Mirko, finisce a una finanziaria svizzera e allo stesso Anastasi.

Ma chi è Anastasi? Un ex poliziotto, già da tempo inserito nel giro della security di Mora e suo malgrado salito all’onore della cronaca locale per essere stato condannato pochi mesi fa e in primo grado a due anni e tre mesi dal Tribunale di Brescia. L’accusa è di concorso in sequestro di persona, porto d’armi abusivo e lesioni. Assieme ad altri e a Leo Peschiera, 54 anni ex autista di Umberto Bossi, rapì il parcheggiatore di una discoteca, sostengono i giudici, per fargli confessare d’essere il colpevole dell’incendio del Lele Mora House. Il locale è situato a Desenzano del Garda. L’agente dei vip lo ha acquistato nel 2008. L’idea era rilanciarlo. Il risultato fu quello di finire dritto dritto nel mondo a tinte fosche della vita notturna gardesana.

La Lele Mora House, prima di essere acquistata dall’impresario dei vip, si chiamava Backstage, anche conosciuto come ex Biblò. Nel luglio del 2007, un’informativa del Gico di Brescia segnalò come un ramo della società che controllava il locale di via Colli storici a Desenzano, era in realtà nelle disponibilità di un’organizzazione criminale che legava esponenti della camorra (clan Laezza-Moccia di Afragola, Napoli) ad altri della ‘ndrangheta (clan Piromalli di Gioia Tauro, Reggio Calabria). Quel documento servì alla Direzione distrettuale antimafia di Brescia per confiscare il locale stesso, rilevato, nel 2009, da Lele Mora e trasformato nel Lm House.

Il provvedimento, istruito dalla Dda e dal Gico, arrivò a sequestrare oltre trenta milioni di euro in beni ai clan calabresi e campani del nord, in un’operazione ribattezzata “Mafia sul lago”. Tra i protagonisti c’è tale Francesco Carmelo Pisano di 57 anni, originario di Gioia Tauro ma residente a Lonato sul Garda.

Scrive il Gico: “Come confermato anche dalle dichiarazioni del pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti, questi [Pisano ndr.] viene indicato come gravitante attorno alla cosca ‘Piromalli’ di Gioia Tauro”; fatto confermato da varie sentenze di diversi tribunali italiani, nei quali Pisano è stato giudicato per associazione mafiosa, a cominciare da quello di Palmi nel lontano 1997. I finanzieri poi si soffermano a valutare la situazione economico-patrimoniale del pregiudicato. Egli risulta tra i soci fondatori dell’Area Building Srl, della quale possiede il 25 per cento del capitale: un’impresa di costruzioni con sede operativa a Pozzolengo in provincia di Mantova, ma non distante dal basso Garda.

E Pozzolengo è anche il paese in cui risiede Carmelo Anastasi. In una visura, datata 2009 ed effettuata presso la Camera di commercio di Verona, città ove ha sede legale la Area Building, negli assetti societari assieme al Pisano è presente pure l’Anastasi. Egli è il proprietario del 50% delle quote.

Nell’inchiesta sui clan in riva al Garda si ricorda inoltre che il Pisano “Fin dai primi anni ’90 era apparso in stretto rapporto coi fratelli Fortugno”, ovvero con altri esponenti della ‘ndrina dei Piromalli – sempre secondo il Gico di Brescia – a loro volta attivi nel basso Garda e proprio in questi giorni a processo assieme per lo sfruttamento della prostituzione. Nei loro summit, i compari calabresi, in contatto con quelli campani, ribadivano che non “era il caso di farsi la guerra, perché le ragazze e la droga potevano essere gestite assieme!” Teatro di questa laison, il solito mondo notturno in riva al lago. Una realtà che Mora e il suo entourage, loro malgrado, hanno imparato a conoscere molto bene.

‘Ndrangheta, maxiprocesso per 174 “Le vittime del racket non denunciano”

Annunciata per domani la richiesta di giudizio immediato. Il pm Boccassini: “Gli imprenditori non dicono di essere vittime di episodi di estorsione e usura. Adesso dobbiamo capire perché”

Sono 174 le richieste di giudizio immediato che la Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Milano inoltrerà domani nei confronti di altrettante persone arrestate lo scorso luglio nel corso della maxi operazione che ha decapitato i vertici della ‘ndrangheta in Lombardia. Lo ha annunciato il procuratore Ilda Boccassini durante un incontro con i giornalisti, al quale hanno partecipato anche i procuratori della Repubblica di Milano e Reggio Calabria, Edmondo Bruti Liberati e Giuseppe Pignatone, i procuratori aggiunti reggini Michele Prestipino e Nicola Gratteri e due esponenti della Direzione nazionale antimafia.

L’elezione del capo al Nord L’incontro nella struttura della Regione Lombardia La Moratti ad Annozero: la mafia a Milano non esiste

“Nonostante l’operazione di luglio contro la ‘ndrangheta – ha dichiarato la Boccassini – che ha dimostrato la presenza nel Nord della criminalità mafiosa, gli imprenditori non denunciano estorsioni e usura. A noi continua a non arrivare nulla”. Neppure le associazioni di categoria sembrano essere di aiuto alla magistratura sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Diversamente da quanto avvenuto a Palermo, dove Confindustria ha fornito un apporto decisivo per far emergere il fenomeno del racket, “né a Milano né a Reggio Calabria – ha detto il pm – ci sono esperienze simili”. Boccassini ha rimarcato che “in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, è molto più facile per la criminalità agganciare chi è in difficoltà”. Dalla notifica del decreto che viene disposto dal giudice per le indagini preliminari, gli imputati hanno 15 giorni di tempo per accedere a riti alternativi.

La richiesta di giudizio immediato, con cui si salta la fase dell’udienza preliminare, riguarda fra gli altri il presunto boss della ‘ndrangheta in Lombardia, Giuseppe ‘Pinò Neri, e Pasquale Zappia, che avrebbero diretto la cupola lombarda dopo la morte del boss Carmelo Novella. Fra gli arrestati per cui è stato chiesto il rito immediato ci sono i numerosi boss delle 15 ‘locali’ sparse tra Milano, la Brianza, il Comasco e Pavia, che sono state individuate dagli inquirenti con l’operazione Infinito-Crimine. Tra gli imputati c’è anche l’ex direttore sanitario della Asl di Pavia, Carlo Chiriaco, ritenuto dagli investigatori una “figura emblematica” della infiltrazione delle cosche nel mondo istituzionale.

Invece, come ha spiegato Boccassini, le posizioni degli indagati per l’omicidio del boss Novella, avvenuto nel 2008, sono state stralciate e per loro si procederà con la chiusura delle indagini e la richiesta di rinvio a giudizio. Come ha spiegato il procuratore della Repubblica Pignatone, invece, la parte dell’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio verrà probabilmente chiusa a gennaio con il deposito degli atti e la richiesta di rinvio a giudizio. “Il ramo reggino è più indietro – ha spiegato Pignatone – anche per problemi di organizzazione delle risorse”. Gli esponenti delle due procure antimafia hanno voluto rimarcare l’unità del lavoro tra inquirenti e investigatori milanesi e calabresi e la collaborazione che c’è stata e che sta proseguendo.

‘ndrangheta, maxi sequestro di beni appartamenti e box per 15 milioni

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

L’operazione condotta dalla guardia di finanza tra Milano e Reggio per l’inchiesta Infinito
A breve i pm chiederanno il processo con rito immediato per 180 affiliati arrestati a luglio

E’ di circa 15 milioni di euro il valore dei beni immobili sequestrati dalla guardia di finanza di Milano in diverse province della Lombardia e a Reggio Calabria. Si tratta in particolare di appartamenti, box e cantine. Il sequestro preventivo è finalizzato alla confisca ed è stato disposto dal gip Andrea Ghinetti nell’ambito dell’ inchiesta Infinito coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dai pm Paolo Storari e Alessandra Dolci e condotta dai carabinieri di Monza e dal Ros di Milano.

Alcuni dei beni sequestrati dalle Fiamme Gialle ai boss della ‘ndrangheta o ai loro familiari nell’ambito dell’operazione Infinito stavano per essere venduti. Per questo nei giorni scorsi i pm della Dda di Milano hanno disposto un intervento preventivo urgente per tutti i beni individuati dalle indagini patrimoniali svolte : si tratta di 39 abitazioni, tra cui una villa, 37 box, 14 locali commerciali e magazzini e sei aree edificabili in provincia di Milano, Varese, Pavia, Bergamo, Como, Lecco, Catanzaro, Crotone, Vibo Valenzia e Reggio Calabria. Il sequestro preventivo è stato convalidato dal gip milanese Andrea Ghinetti.

I tre pm a breve dovrebbero chiedere di processare con rito immediato le circa 180 persone arrestate in Lombardia quasi tutte lo scorso luglio.

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