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Donna sciolta nell’acido, la figlia: «Con orgoglio contro mio padre»

Fonte: http://www.milano.corriere.it

La figlia 19enne di Lea Garofalo parte civile nel processo in Corte d’Assise: «Una scelta di libertà»

MILANO – «Orgogliosa testimone di giustizia». Così si sente Denise, 19 anni, la figlia di Lea Garofalo. Sua madre, collaboratrice di giustizia,scomparve tra il 24 e il 25 novembre 2009 a Milano. Nel 2006, per stare vicino alla figlia, aveva abbandonato il piano di protezione, lasciando la località segreta dove viveva. Quel pomeriggio di novembre Lea aveva appena partecipato a una riunione di famiglia per decidere dove la figlia avrebbe proseguito gli studi dopo le superiori. Era un pretesto: l’ex compagno e padre di Denise, Carlo Cosco, affiliato alla ‘ndrangheta, aveva incaricato i suoi complici di rapirla, torturarla, ucciderla e scioglierla in 50 chili di acido, per punirla per la sua collaborazione con la giustizia. Denise, inserita nel programma di protezione, non ha potuto essere presente in aula ma le sue parole sono state riportate dalla sua legale, Vincenza Rando. Davanti alla Prima Corte d’Assise di Milano ha chiesto di costituirsi parte civile nel processo che si è aperto a carico dei 6 imputati coinvolti, secondo l’accusa, nella vicenda. Tra questi c’è suo padre. La Corte ha ammesso come parti civili, oltre a Denise, anche la madre della Garofalo, Santina, e la sorella, Marisa, e il Comune di Milano. Non sono state ammesse, invece, la Provincia di Crotone e la Regione Calabria, perché i fatti al centro del processo sono avvenuti tra Milano e Monza.

SOTTO PROTEZIONE – La ragazza segue costantemente, a distanza, gli aggiornamenti del caso. «Dall’esito del processo riparte la sua nuova speranza» ha affermato la legale, ribadendo che la 19enne è orgogliosa della «scelta di libertà», anche «contro il padre. Con forza vuole giustizia», ha spiegato. L’avvocato inoltre ha chiarito che la ragazza «ha sempre percepito» che quelle persone che le stavano accanto, tra cui il padre Carlo Cosco, avevano ucciso la madre con un metodo da «lupara bianca». Denise è convinta del quadro accusatorio formulato dalla procura milanese, secondo cui anche il suo ex fidanzato avrebbe concorso nell’occultamento del cadavere della madre. «Aveva percepito – ha sottolineato il legale – che per un po’ era stata con persone che potevano essere coinvolte nella scomparsa della madre».

LA SCOMPARSA – Lea Garofalo, originaria di Petilia Policastro (Crotone), era diventata collaboratrice di giustizia dal 2002, quando aveva deciso di testimoniare sulle faide interne tra la sua famiglia e un’altra rivale ed era stata messa sotto protezione (rinunciò nel 2006). Già a maggio 2008 l’ex compagno Carlo Cosco cercò di farla rapire a Campobasso, ma l’agguato fallì. A novembre 2009, con il pretesto di mantenere i rapporti con la figlia Denise, legatissima alla madre, Cosco attirò la sua ex a Milano, in viale Montello 6, con la scusa di parlare dell’università della figlia. Nel pomeriggio alcune telecamere inquadrarono la ragazza e la madre nella zona del palazzo e lungo i viali che costeggiano il cimitero Monumentale. Ma al treno che avrebbe dovuto riaccompagnarla al Sud Lea non arrivò mai. Almeno quattro giorni prima del rapimento, Cosco aveva predisposto un piano contattando i complici: erano pronti il furgone (noleggiato da un cinese di via Paolo Sarpi) con a bordo 50 litri di acido, la pistola per ammazzarla «con un colpo», il magazzino dove interrogarla e l’appezzamento dove è stata sciolta nell’acido, per simulare la scomparsa volontaria. Sabatino e Venturino rapirono la donna in strada e la consegnarono a Vito e Giuseppe Cosco, che la torturarono per ore per farla parlare e poi la uccisero con un colpo di pistola. Il corpo venne portato in un terreno nel Comune di San Fruttuoso (Monza) e sciolto con l’acido.

PISAPIA: COMMISSIONE ANTIMAFIA IN COMUNE – In una nota il sindaco Pisapia sottolinea la sua «soddisfazione» perché per la prima volta che il Comune di Milano è stato ammesso come parte civile in un processo per reati legati alla presenza delle mafie. «È evidente che anche un’istituzione come l’Amministrazione comunale, la più vicina ai cittadini, sia coinvolta nella difesa della città dalle infiltrazioni mafiose e dagli attacchi della criminalità in generale», scrive Pisapia. «La decisione del Presidente della prima sezione della Corte d’Assise non solo è ineccepibile sotto il profilo giuridico, ma conferma il danno provocato a Milano dalle infiltrazioni mafiose. Si tratta di un’emergenza, non solo criminale ma anche sociale ed economica. Da questo punto di vista la prossima istituzione della Commissione consiliare Antimafia è un ulteriore segnale concreto dell’impegno dell’Amministrazione per contrastare il crimine organizzato», conclude il sindaco.

Redazione online
06 luglio 2011 15:22

Milano, le mani sulla città

Fonte: http://www.espresso.repubblica.it

di Paolo Biondani e Mario Portanova

Da Santa Giulia all’Expo, le cosche calabresi hanno messo piede in quasi tutti i cantieri. E mirano a condizionare la politica. Un assalto silenzioso, con fiumi di soldi e minacce

Santa Giulia dei veleni. Veleni di mafia. La città satellite celebrata dai politici, finanziata dai banchieri e venduta dai big del mattone come simbolo della Milano del futuro, ha le fondamenta inquinate da fiumi di scorie cancerogene: “bombe ecologiche e sanitarie”, come le definiscono i periti della Procura, sepolte per anni accanto agli uffici e alle case del super quartiere da un miliardo e 600 milioni di euro che avrebbe dovuto ridisegnare l’area sud-est della metropoli. Sotto i piedi della nuova città c’è un sistema di discariche abusive che contaminano le acque della prime due falde: tra meno sette e meno venticinque metri, la terra è morta. Uccisa da montagne di rifiuti tossici che le nuove indagini collegano ai clan più sanguinari della ‘ndrangheta. Nomi che scottano e che gli inquirenti rivelano a “L’espresso”: i Nirta-Strangio. Sì, proprio quelli della strage di Duisburg, la mattanza nel cuore della Germania.

Edilizia, superstrade, ferrovie, aeroporto, centri commerciali, ortofrutta, rifiuti, ospedali, bar, negozi di lusso, banche, prestiti a usura e, naturalmente, droga: la mafia calabrese ha conquistato l’economia del Nord. A partire dall’ex capitale morale. Le indagini dei pm di Milano e Reggio, culminate nello storico blitz di luglio (304 arresti, per metà in Lombardia), hanno smascherato 15 strutture mafiose, in gergo “locali”, attive in mezza regione: nella metropoli trafficano “da quarant’anni”. Uno dei boss, intercettato, svela al compare che gli affiliati sono molti di più: “Cecè, qua in Lombardia siamo in cinquecento”. Clan emigrati dalla Calabria, certo. Come i Cosco, trafficanti di droga arrivati a rapire nel pieno centro di Milano e a sciogliere nell’acido la pentita Lea Garofalo. Ma ci sono anche imprenditori padani al cento per cento, piegati con la violenza o sedotti col denaro. Soldi sporchi che comprano politici, professionisti, funzionari, manager, industriali, medici, avvocati, direttori di banca, perfino uomini in divisa. A Milano come nella Locride.

LA CITTA’ DEI VELENI
A Santa Giulia, in mezzo a due file di nuovi palazzi abitati da migliaia di cittadini onesti, c’è un geometrico pratone abbandonato: Parco Trapezio, l’avevano chiamato gli architetti-star dell’immobiliarista Luigi Zunino. In fondo c’è un asilo coloratissimo, con le giostre in cortile e i banchi di legno immacolati, pronto per un’inaugurazione mai avvenuta. Il recinto è costellato di cartelli: “sequestro giudiziario”. Loretta e Rosa, giovani mamme di Ettore, 6 mesi, ed Emma, 4, spingono le carrozzine nello stradone centrale: “Viale del Futurismo”. “Qui non c’è inquinamento, è solo un problema di detriti edilizi”, rispondono spensierate. Ma il Comune non vi ha detto niente? “No. Abbiamo sentito qualcosa solo su Sky tv. La nostra cooperativa ha nominato un perito. Speriamo che dissequestrino almeno il parco e l’asilo”.

Mariagrazia, 31 anni, segretaria d’azienda, sa ancora meno: “Ho comprato casa dieci giorni fa. Nessuno mi ha avvisato dell’inchiesta. Sono molto preoccupata”. Finora sui giornali si è parlato solo di mancata bonifica. Riassunto: nel marzo 2005 il Comune di Milano autorizza il gruppo Zunino a costruire su oltre un milione di metri quadrati di aree contaminate dell’ex acciaieria Radaelli e dell’ex Montedison. Un tecnico ciellino, Vittorio Tedesi, ora indagato, si accontenta di un “piano scavi”: ripulire tutto è inutile, basta e avanza cambiare terra solo nelle zone da ricostruire. Quindi Zunino appalta il disinquinameno a Giuseppe Grossi, il re degli inceneritori privati, che subappalta a due imprese collegate: Lucchini-Artoni ed Edilbianchi. Poi arrivano i magistrati: Grossi ha usato fatture offshore per rubare 23 milioni di fondi neri, nascosti all’estero grazie a riciclatori come Rosanna Gariboldi, moglie dell’onorevole Giancarlo Abelli, il ras della sanità lombarda oggi al ministero della Cultura. Arrestati tra le proteste dei big del Pdl, Grossi e Gariboldi risarciscono e patteggiano. Intanto un sindacalista della Cgil manda ai pm una mappa di Santa Giulia piena di zone nere: i veleni sono ancora lì, i misuratori di inquinanti “sono stati distrutti”, il “percolato” tossico delle discariche ha invaso le falde. Ddt, pesticidi e scorie che i tecnici classificano così: “Sostanze cancerogene, che mettono a rischio la fertilità e possono danneggiare i bambini non ancora nati”.

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Mafia nei cantieri, cacciate 39 imprese

Fonte: http://www.milano.corriere.it

I CAMION DEI KILLER DI LEA GAROFALO SCOPERTI DAI CARABINIERI NEI TUNNEL DELLA M5

La Prefettura: in mano alla ‘ndrangheta il 40% delle società ispezionate dalla Dia

MILANO – All’imbocco dei tunnel che portano nel ventre di Milano c’erano i camion della ‘ndrangheta: i mezzi di Sergio e Giuseppe Cosco, gli uomini arrestati dieci giorni fa dai carabinieri del nucleo investigativo di Milano per l’omicidio dell’ex collaboratrice di giustizia Lea Garofalo. L’impresa dei boss di viale Montello ha lavorato nel grande cantiere della Metropolitana 5. Un progetto finanziato con fondi pubblici, un tavolo al quale – sfruttando subappalti e nolo mezzi con conducenti – hanno mangiato anche gli uomini delle cosche. Nelle prossime settimane gli investigatori dei carabinieri e della Dia cercheranno di approfondire e comprendere i meccanismi in base ai quali una piccola ditta come quella dei Cosco sia potuta arrivare a lavorare in quell’impresa. Ma non c’è solo il cantiere di viale Zara, perché nonostante gli allarmi e i 158 arresti del 13 luglio scorso, i clan calabresi continuano a infiltrarsi negli appalti milanesi.

I numeri dell’Ufficio antimafia della Prefettura sono la fotografia – ufficiale – di quanto sia ormai estesa la metastasi (e allo stesso tempo serrata l’azione di contrasto delle forze dell’ordine). Negli ultimi dodici mesi gli uomini della Direzione investigativa antimafia di Milano hanno effettuato 99 «accessi» nei cantieri (24 in città e 75 in provincia). Dopo le ispezioni, sono state estromesse 39 aziende, il 40 per cento delle imprese controllate. Per gli uomini della Dia, quelle imprese erano legate a doppio filo agli interessi mafiosi. Non semplici contatti, ma «chiari ed evidenti» collegamenti con persone indagate, denunciate o arrestate per associazione mafiosa. A queste bisogna poi sommare altre 43 interdittive antimafia (stop alle aziende prima dell’inizio lavori). Atti che hanno visto coinvolte anche imprese «nate e cresciute a Milano». Come accaduto ormai due anni fa, sempre nei cantieri della M5, per il gruppo Lucchini Artoni, legato a 17 imprese di movimento terra calabresi in odore di mafia. Un caso che aveva rischiato di lasciare 200 persone senza lavoro e risolto solo quando la Lucchini ha dimostrato di aver «rescisso» ogni legame con le aziende dei clan.

Cesare Giuzzi
Gianni Santucci
27 ottobre 2010

‘Ndrangheta, uccisa e sciolta nell’acido “Punita perché aveva collaborato”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Lea Garofalo era sparita nel febbraio 2010. Ordinanza di custodia cautelare in carcere per sei persone, tra cui l’ex convivente e padre di sua figlia. La donna, 35 anni, aveva fatto dichiarazioni sulle cosche di Crotone e, da tempo, aveva rinunciato alla protezione

MILANO – Uccisa perché aveva deciso di rompere il muro di omertà. Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia scomparsa a Milano circa un anno fa 1, è stata assassinata e sciolta in 50 chilogrammi di acido in un terreno a San Fruttuoso, vicino a Monza. Un’esecuzione legata alla dichiarazioni fatte ai magistrati sull’omicidio di Antonio Combierati elemento di spicco della criminalità calabrese. E’ quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip milanese Giuseppe Gennari e notificata dai carabinieri del nucleo investigativo di Milano a sei persone, tra cui l’ex convivente della donna Carlo Cosco e Massimo Sabatino (entrambi già in carcere).

I colpevoli.
Cosco e Sabatino erano già stati arrestati a febbraio dopo aver tentato, lo scorso maggio a Campobasso, di uccidere la donna. Gli altri quattro destinatari del provvedimento del giudice Gennari sono i fratelli di Carlo Cosco, Giuseppe detto “Smith” (gli e’ stato contestato anche lo spaccio di stupefacenti) e Vito detto “Sergio”, e altre due persone, una delle quali accusata solo di distruzione di cadavere.

Il primo tentativo fallito. Lea Garofalo aveva già subito un primo tentativo di sequestro nel maggio 2009, ma era riuscita a mettere in fuga il sequestratore.  “Io dormivo nella mia stanza – ha raccontato la figlia Denise -.Mia madre mi ha raccontato dopo che questo tecnico le è subito sembrato anomalo perché sembrava non sapesse dove mettere le mani. Lei allora si è insospettita e dopo un po’ gli ha detto che se era venuto per ucciderla poteva farlo subito. Mia madre mi ha allora detto che l’uomo le si è scagliato contro tentando di strangolarla. Mia madre, che nel frattempo aveva preso un coltello dalla cucina ed inoltre è pratica di qualche mossa di arti marziali, ha reagito colpendolo. Ho aiutato mia madre picchiando l’uomo con forza fino a quando questo è riuscito a divincolarsi fuggendo. L’uomo però aveva abbandonato la cassetta degli attrezzi dentro la quale i carabinieri del posto hanno rinvenuto una pallina di gomma, dello spago, del nastro adesivo, delle forbici, un apparato per provocare delle scosse elettriche e dei cacciaviti”.

L’esecuzione. Secondo l’indagine, Carlo Cosco ha organizzato l’agguato mentre Lea Garofalo si trovava a Milano con la figlia. Almeno quattro giorni prima del rapimento, Cosco ha predisposto un piano, contattando i complici, assicurandosi sia il furgone dove è stata caricata a forza, sia la pistola per ammazzarla “con un colpo”, sia il posto dove interrogarla, e infine l’appezzamento dove si ritiene sia stata sciolta nell’acido.  La distruzione del cadavere, per inquirenti e investigatori, ha avuto lo scopo di “simulare la scomparsa volontaria” della collaboratrice e assicurare l’impunità degli autori materiali dell’esecuzione. ‘Quello che si verifica a Milano, in una tranquilla ed elegante zona centrale, e’ un caso di lupara bianca che ci riporta a situazioni e contesti sovente (ed erroneamente) creduti ben lontani dalla realtà cittadina” si legge in uno dei passaggi dell’ordinanza. Quel giorno, scrive il giudice, a Milano “sotto gli occhi di ignari passanti, si scorge una donna minuta, ripresa negli ultimi istanti della sua vita dalle telecamere di sicurezza poste ai margini della strada, salire fiduciosa sul veicolo dell’ex convivente, padre di sua figlia e pregiudicato Cosco Carlo. Questa è la ultima volta in cui si sente parlare di Lea Garofalo ancora in vita”.

Le reazioni. “Una barbara esecuzione che è la drammatica conferma che la criminalità è più forte che mai e sia ben lontana dall’essere sconfitta. La realtà è che in Italia ‘ndrangheta, mafia e camorra sono ancora in grado di controllare il territorio e di imporre con violenza la propria legge” dichiara il democratico Walter Veltroni.

(18 ottobre 2010)

Faida di Petilia. Sabatino, il pusher da Quarto Oggiaro per uccidere la pentita Lea Garofalo

Fonte: http://www.milanomafia.com

Massimo Sabatino, 37 anni, il presunto killer finito in manette per aver cercato di uccidere la ex collaboratrice di giustizia Lea Garofalo, viveva in via Pascarella. E a dicembre era finito in manette con il clan Tatone

Operazione Smart

Quindici ordinanze di custodia cautelare in carcere a Quarto Oggiaro per associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga. Ecco l’elenco degli arrestati

Nicola Tatone nato a Casaluce (Ce) il 16 febbraio 1968;
Raffaele Tatone nato a Milano il 22 settembre 1987;
Palmieri Alessandro nato a Milano il 5 giugno 1974;
Thomas Pistillo nato a Milano il 4 ottobre 1986;
Oliver Belotti nato a Milano il 16 dicembre 1987;
Francesco Zaccaro nato a Milano il 6 febbraio 1976;
Roberto Forgione nato a Milano l’8 novembre 1971;
Jonathan Leonard Camassa nato a Milano il 19 settembre 1989;
Andrea Bressi nato a Milano il 29 novembre 1987;
Rosario Basso nato a Palermo il 14 giugno 1973;
Massimo Sabatino nato a Pagani (Sa) il 6 novembre 1973;
Ciro Turiello nato a Milano il 24 ottobre 1983;
Girolamo Mustazzu nato a Napoli il 23 settembre 1976;
Azzedine El Idrissi nato a Beni Amir Ovest (Marocco) il 28 luglio 1982

Milano, 8 febbraio 2010 – La sua residenza ufficiale era a Brescia, in contrada Pozzo dell’Olmo. Ma la sua vita da tempo era tra i palazzi dello spaccio di Quarto Oggiaro. Viveva in via Graf, ma quando gli sbirri del commissariato sono andati ad arrestarlo, lo scorso 18 dicembre, lo hanno trovato in via Pascarella, 20. La piazza di spaccio più redditizia di tutta Milano. Era un pusher, un uomo fidato di Nicola Tatone. Ma gli agenti non sapevano che quel ragazzo, Massimo Sabatino 37 anni (nella foto) con l’immancabile felpa con il cappuccio alzato sul capo e il volto stralunato, era invece un uomo al soldo di una guerra di mafia. Il suo nome, passato anonimo nell’elenco degli arrestati dell’operazione Smart, oggi è invece il protagonista delle cronache insieme a quello di Carlo Cosco, l’altro uomo finito in manette con l’accusa di aver cercato di uccidere la ex moglie, la collaboratrice di giustizia Lea Garofalo. Lei ancora non si trova, da quando è sparita proprio da Milano. Lui, cugino del giovane Vito Cosco reo confesso della strage di Rozzano (4 morti), è finito in carcere su mandato della Procura di Campobasso. Sabatino, invece, ha ricevuto la notifica a San Vittore dove appunto era detenuto da dicembre.

Secondo le accuse sarebbe stato il 37 enne nato a Pagani (Sa), a fingersi lo scorso maggio un tecnico addetto alle riparazioni delle lavatrici per entrare in casa di Lea Garofalo e tentare di rapirla e ucciderla. Accuse messe nero su bianco nell’ordinanza di custodia cautelare, che ora – dopo il clamore sollevato dal caso della scomparsa della donna – rischiano di trasformarsi nell’accusa di omicidio. La donna, che in passato aveva collaborato con la giustizia e poi rinunciato al programma di protezione, ufficialmente risulta ancora semplicemente scomparsa. Ma negli inquirenti l’ipotesi di un delitto di lupara bianca è sempre più concreta. E a colpire, almeno secondo quanto ipotizzato dagli investigatori dei carabinieri, sarebbe stato ancora Cosco magari con la complicità di Sabatino. Lui, con una fila di precedenti per droga e altri piccoli reati, a Quarto Oggiaro era descritto come un “semplice balordo”. Un termine spiccio per definire chi, pur facendo parte di un’organizzazione criminale, prediligeva un approccio “diversificato” nel mondo criminale: “Dove c’era un modo per fare soldi lui provava ad inserirsi”. Nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione Smart, firmata dal gip Fabrizio D’Arcangelo, vengono descritte le fredde serate del novembre 2007 trascorse in via Pascarella vendendo coca. Un business da capogiro per il clan Tatone che dopo l’arresto dei petilini Carvelli nel 2008 ha acquisito nuove piazze di spaccio.

E forse per soldi, il 37 enne, avrebbe accettato l’incarico per “rapire e uccidere” Lea Garofalo. Con quell’incarico su commissione da Milano a Campobasso per eliminare il testimone scomodo. Quanto alla donna, le cui rivelazioni avrebbero dovuto far luce anche sull’omicidio di Antonio Comberiati, ucciso nello stabile regno dei Cosco-Carvelli di viale Montello, 6 a Milano, ancora nessuna traccia. Due le ipotesi: quella di un allontanamento volontario, compatibile con la dinamica della scomparsa, e l’omicidio. Il mistero per ora resta fitto. (cg)

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