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Omertà in Lombardia, Boccassini: “Nessuno denuncia le minacce della ‘ndrangheta”

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Mario Portanova

La coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia di Milano parla di criminalità organizzata al nord all’Università statale: “Betoniere in fiamme, capannoni distrutti, colpi di pistola. Ma i danneggiati non vanno dalla polizia”

“In certi paesi vicino a Milano ci sono le vedette della ‘ndrangheta che vanno in allarme all’arrivo di ogni estraneo. E ci sono famiglie il cui solo nome incute timore reverenziale negli abitanti, senza neppure il bisogno di chiedere o minacciare. Certo che non è come a Locri, ma comunque è impressionante”. Ilda Boccassini, coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia di Milano, torna sul tema più urticante, l’omertà in salsa lombarda, un muro contro cui si scontrano spesso i suoi investigatori a caccia di boss e picciotti.

Lo fa in un’aula gremita da circa 400 persone, studenti ma non solo, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università statale, in uno dei seminari sulla mafia al Nord organizzato da tutti gli atenei milanesi insieme a Libera. Qualche settimana fa aveva preso la parola un altro personaggio autorevole e generalmente schivo, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi.

Prima di cominciare, Boccassini fa sgomberare le telecamere di televisioni e siti web, perché quello deve restare “un momento di riflessione con gli studenti”. Una riflessione che spesso scivola sui temi caldi dell’attualità, a cominciare dalla difesa appassionata dell’articolo 109 della Costituzione, che mette la polizia giudiziaria all’esclusiva dipendenza dei pm ed è nel mirino delle “riforme” del centrodestra. Ma ce n’è anche per i colleghi magistrati “che devono stare lontano dai riflettori e non andare alle manifestazioni”, o per la gestione della collaborazione di Massimo Ciancimino, “a cui io non avrei dato credito”.

Il magistrato – impegnato anche nel delicatissimo caso Ruby-Berlusconi – ricorda l’inizio dell’inchiesta Crimine-Infinito, che nel luglio dell’anno scorso ha portato in carcere circa 160 presunti ‘ndranghetisti lombardi: “Per un anno e mezzo ho chiesto di essere informata giorno per giorno su incendi e danneggiamenti. Betoniere che andavano a fuoco, capannoni distrutti, colpi di pistola contro assessori o messi comunali, episodi concentrati in zone ben precise. Nessuno dei danneggiati ha mai fornito alle forze dell’ordine il minimo indizio, nessuno ha mai ammesso di avere ricevuto minacce”.

Lo stesso vale per le vittime di usura – una delle principali attività della ‘ndrangheta in Lombardia, con risvolti tragici sulla vita di molte famiglie – alcune delle quali hanno sperimentato la linea dura della Dda finendo in carcere dopo testimonianze reticenti. “Ricordo la morte di Libero Grassi, non è facile dire no a Palermo e non è facile dire no neppure a Milano. Però a volte la comprensione per le vittime fa sì che non si faccia pulizia all’interno delle associazioni imprenditoriali. Invece ben vengano i codici etici e le espulsioni, come ha fatto Confindustria a Palermo e come stanno facendo i costruttori milanesi di Assimpredil. Piccoli passi, ma è un inizio”.

L’omertà è figlia della paura, ma non solo. Perché quando un imprenditore nordico doc fa smaltire rifiuti pericolosi a un prezzo nettamente inferiore a quello di mercato, sa benissimo che andranno a finire in un buco a bordo strada o, peggio, nelle viscere di qualche cantiere modello. “E’ come comprare una borsa di Gucci a 200 euro: è ovvio che o è falsa o c’è qualcosa sotto”, sintetizza Boccassini.

Così diversi colletti bianchi nati e cresciuti a Milano o in Brianza sono finiti in carcere con l’accusa di associazione mafiosa, tanto quanto i calabresi dell’Aspromonte o del crotonese con cui facevano affari. Ai futuri magistrati e avvocati che riempiono l’aula, la coordinatrice della Dda spiega che ormai anche in Lombardia ricorrono a pieno titolo certi commi dell’articolo 416 bis, “inventato” per la Sicilia di Cosa nostra nel 1982. “Se i mafiosi possono condizionare il voto o mettere fuori mercato le imprese che rispettano le regole, allora minacciano la tenuta della democrazia”.

Un amaro risveglio, dopo anni di torpore in cui la mafia al nord non esisteva, era una favola, una speculazione politica. Come è accaduto? Ilda Boccassini non trattiene le critiche: “Certo, nel 1992-1993 ci sono state grandi indagini a Milano e in Lombardia, anche grazie ai collaboratori di giustizia, ma è mancata una visione unitaria e completa”. Furono smantellati i clan più potenti, come i Sergi-Papalia a Buccinasco e i Coco Trovato a Lecco, “ma non si colse il radicamento che già c’era, anche nelle istituzioni, anche nel movimento terra, tutte cose di cui discutiamo oggi ma che erano sotto gli occhi di tutti già allora. C’è stato un buco investigativo, invece si sarebbe dovuto applicare il metodo Falcone, aggredire l’organizzazione nel suo complesso”.

Ed ecco allora la fotografia aggiornata del nemico: non, come tanti ancora pensano, un insieme di ‘ndrine separate, ma un’entità unica, divisa in locali e radicata al nord. “Sul fronte delle indagini, oggi le Procure di Reggio Calabria non possono fare a meno l’una dell’altra”. L’esempio eclatante è proprio l’operazione Crimine-Infinito dell’anno scorso, quando la Boccassini si sentì precipitata “in un film d’altri tempi” ascoltando in diretta l’ormai celebre summit al circolo Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano. I giuramenti, le formule antiche, applicate a territori e business modernissimi.

Giovanni Falcone è un protagonista della lezione ai ragazzi di giurisprudenza. A lui si deve la legislazione antimafia che tutto il mondo ci invidia e ci copia, afferma Boccassini. Che ricorda un episodio. “Un giorno Falcone mi disse: ‘vediamo se hai capito che cos’è la mafia’. Mi portò a Monreale, vicino a Palermo, alla commemorazione del capitano Emanuele Basile, ucciso da Cosa nostra. Capii subito che cosa voleva dire. Fummo accolti da un silenzio colmo di disprezzo, non ci urlavano ‘bastardi’ o ‘toghe rosse’, solo un silenzio bestiale. Era un disprezzo ragionato delle istituzioni, era la rivendicazione di un altro credo, non quello dello Stato ma quello dell’onore”.

Video-poker e proiettili in busta A Lecco la ‘ndrangheta rialza la testa

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Fabio Abati

Un sindaco della Lega oggetto di minacce: prima una molotov poi un bososlo. Un consigliere d’opposizione sotto scacco. Da Oggiono a Calolziocorte, gli affari del potente clan di Franco Coco Trovato corrono tra sale giochi e macchinette

Il gioco ai lecchesi può far male. Tra minacce ad amministratori pubblici e vecchi fantasmi legati alla criminalità organizzata, continuano i problemi della comunità lariana con macchinette video-poker e slot machine. In riva a “quel del ramo del lago di Como” le ultime statistiche dicono che sono 150 mila i giocatori abituali, dei quali almeno 4 mila “compulsivi”. Questi ultimi affrontano un’abitudine del genere in maniera patologica, dedicandovi un tempo al di là del lecito ma soprattutto sperperando veri e propri patrimoni. Se a tutto questo si aggiunge il fatto che in provincia di Lecco il numero delle sale giochi aumenta di anno in anno, è facile intuire di che giro d’affari milionario stiamo parlando e quindi degli appetiti che può stimolare.

Nel 2009 un’operazione della Polizia di Lecco, ribattezzata “Oversize”, mise in luce nel settore pure gli interessi della ‘ndrangheta. Emiliano Trovato, figlio trentenne del boss di Marcedusa (Catanzaro) Franco Coco – che in zona spadroneggiò almeno sino agli inizi degli anni novanta – aveva finito per investire i proventi del suo traffico proprio nel mondo delle sale giochi. Secondo i giudici, che in primo grado gli hanno comminato una condanna a più di vent’anni, per traffico di droga, armi, riciclaggio, usura ed estorsione, il suo gruppo ben articolato era arrivato a esercitare un vero e proprio monopolio nel mondo delle slot e dei videopoker, non risparmiandosi neppure dell’utilizzare, scrivono i magistrati: “Strumenti d’intimidazione per ottenere il benestare all’installazione di macchinette”.

Ma dopo gli arresti è tornata serenità nel settore? Non si direbbe, visto le minacce che continua a subire chiunque si metta di traverso al cammino di questa gallina dalle uova d’oro. Neppure un sindaco può considerarsi pienamente al sicuro. Roberto Ferrari, 36 anni, è il primo cittadino di Oggiono. È un militante della Lega Nord e ci tiene a sottolinearlo, ma se qualcuno della sua stessa area politica stenta a credere che una certa criminalità organizzata abbia preso piede nella ricca e “celtica” Lombardia, la sua esperienza è lì a smentirlo.

Il 14 marzo di quest’anno l’amministrazione di Oggiono approva un regolamento che introduce forti limitazioni alla nascita di sale gioco nel territorio comunale. La notte dell’8 aprile una molotov esplode fuori dalla porta di casa del sindaco Ferrari. Il mattino successivo viene rinvenuta, sempre nella cassetta delle lettere del primo cittadino, una busta con l’intestazione scritta a mano “al sindaco” e con all’interno un proiettile. Un altro bossolo viene rinvenuto nelle vicinanze del palazzo comunale la sera del 13 aprile, mentre è in corso un consiglio al quale stava assistendo pure il sottosegretario Roberto Castelli, che portava la sua solidarietà al sindaco per le minacce ricevute.

Per il momento le indagini sono affidate alla magistratura ordinaria di Lecco, che sta raccogliendo nuovi elementi e che valuterà poi se trasferire il tutto all’antimafia di Milano. Ferrari, però, sembra aver pochi dubbi sulla matrice dei fatti che lo hanno riguardato. Del resto un invito a non sottovalutarli gli è arrivato dallo stesso ministro dell’Interno Roberto Maroni, che in una visita in zona non ha mancato di passare da Oggiono a portare la sua personale solidarietà.

“L’attività di installazione delle macchinette videopoker ha rappresentato un settore dell’economia in cui l’associazione si è inserita con evidenti mire egemoniche, perseguite anche con il ricorso alla forza dell’intimidazione”, scrivono i giudici del Tribunale di Lecco nella sentenza di appello che conferma le condanne di primo grado per il gruppo di Trovato. Stiamo parlando quindi di un settore dove la criminalità ha sempre sguazzato.

Rappresentano quindi un pericolo per l’economia dei clan, tutti questi regolamenti restrittivi che molte amministrazioni comunali vorrebbero approvare. Regolamenti che in realtà possono ben poco. Prima di tutto non è loro facoltà bloccare tout-court l’apertura di una nuova sala; possono solo limitarne le caratteristiche e l’operatività. Inserendo, per esempio, obblighi sulla proprietà e i soci: che devono essere liberi da ogni pendenza giudiziaria; oppure sulle caratteristiche costruttive, stabilendo una distanza minima da scuole, oratori, chiese o biblioteche.

Ma la battaglia delle amministrazioni lecchesi e le conseguenti minacce, sono bi-partisan. A Calolziocorte la vittima non è il sindaco o un rappresentante della maggioranza – sempre Lega Nord – ma un consigliere di opposizione: Corrado Conti, in quota Pd. Inoltre, in questo caso la vicenda è complicata da una sala giochi che in paese sta per sorgere proprio in questi giorni. Conti è il primo a dire che quanto è successo a lui non è necessariamente da legare a questa nuova apertura; fatto sta che dopo le proteste che ha sollevato in consiglio comunale a inizio gennaio, il 17 dello stesso mese s’è trovato nella cassetta della posta una lettera minatoria con scritto: “infame …sala giochi ….basta, lavatene le mani… lascia stare…basta infamie!”

A coadiuvare l’azione di Conti c’è Duccio Fiacchini, l’animatore di un blog antimafia e molto attivo sul terriotiro: quileccolibera. Lui ha il dubbio, senza generalizzare, che certi collegamenti siano duri a morire. Il socio di una nuova sala che sta per aprire, ha firmato con nome e cognome un messaggio postato sul blog di Fiacchini, dal tono inequivocabile: “merdosi ipocriti, siete e sarete sempre una città di merda con la mentalità contadina […] Franco è e sarà sempre il mio migliore amico!” Il riferimento è a Franco Poerio, un calabrese ucciso a Lecco nel 2008 e che aveva sposato la cugina di Emiliano Trovato. Un fantasma al carcere duro, ma che se si parla di macchinette, in un modo o nell’altro, ritorna.

Terrore mafioso a Busto: incendi a chi non paga

Fonte: http://www.varesenews.it

Operazione “Fire off”. I cinque esponenti arrestati del clan madonia tenevano in pugno decine di imprese edili della zona, tutte gestite da imprenditori di originee gelese. Chi non pagava aveva incendi e angherie

Mafiosi che taglieggiano imprenditori. In Lombardia. Gli arrestati dell’operazione «Fire off» sono esponenti locali del clan Madonia Rinzivillo, radicato a Gela, ma da tempo residenti a Busto Arsizio e dintorni. Sceglievano vittime di origine gelese, per sfruttare la soggezione e l’intimidazione che viene dalla conoscenza delle pratiche mafiose. Il capo è considerato dagli inquirenti Rosario Vizzini, 51 anni, pregiudicato, processato tra l’altro per l’omicidio dell’avvocato Mirabile a Gallarate ma assolto in cassazione. E poi, Fabio Nicastro 39 anni, Dario Nicastro 37 anni, Emanuele Napolitano 43 anni, Rosario Bonvissuto 38 anni. Sono tutti indagati per associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsioni, attentati incendiari, e a loro è stata anche contestata l’aggravante di aver agito con metodi mafiosi. Ma hanno già precedenti per gli stessi reati.
La squadra mobile inizia a indagare subito dopo un attentato a Induno Olona il 30 dicembre del 2009. Gli affiliati, che hanno a loro volta alcune ditte edili, cercano un subfornitore da cui si ritengono truffati. Gli bruciano la macchina sotto casa della madre, fanno esplodere un’altra vettura per incenerirlo, ma rischiano di uccidere i vigili del fuoco.
La squadra mobile di Varese si fa sotto, passa tutto all’antimafia con i pm Ilda Bocassini e Nicola Piacente. Qualche giorno dopo un barista di Busto Arsizio che rifiuta di organizzare un appuntamento tra i boss e il subfornitore si ritrova con il bar bruciato. Qualcuno parla, e si capisce anche che gli incendi nei cantieri edili della zona hanno una matrice univoca. La squadra mobile e il commissariato di Busto Arsizio scoprono decine di episodi. Alcuni imprenditori parlano. Si scoprono episodi odiosi. A una ditta viene imposta la cessione di un ramo d’azienda. E 20mila euro di pizzo. Due imprenditori edili sono costretti a pagare 30mila euro per un’intermediazione mai effettuata. Un altro imprenditore edile riceve la richiesta di 100mila euro; non paga e gli bruciano una ruspa, a quel punto cede e corrisponde 10mila euro. A due fratelli viene bruciata la Mercedes. Un ristoratore viene derubato di tre auto con la scusa di un prestito. E poi nel suo ristorante i persecutori mangiano e bevono gratis e si fanno anche dare i buoni pasto. Ma perché gli imprenditori di origine gelese pagano, o perché accettano di entrare in finti affari? «Perché sanno che non si possono rifiutare» spiega uno degli inquirenti. «Sono tutti siciliani, di Gela, hanno parenti in città, hanno paura delle ritorsioni…come dire, è un ambiente dove tutti sanno tutto di tutti».

Vizzini e gli altri, secondo le accuse, non fanno mistero della loro appartenenza mafiosa: mostrano articoli di giornale che parlano di loro, oppure suggeriscono: «Vai su internet a vedere chi sono».
(nella foto, Giovanni Broggini commissariato di Busto Arsizio, il funzionario Artusi e Sebastiano Bartolotta capo della squadra mobile)
A un imprenditore di Lecco uno degli affiliati, Fabio Nicastro, chiede di prenotargli una casa a Pedaso, nelle Marche, dove egli stesso è in vacanza. Ci va con tutta la famiglia e lascia al taglieggiato il conto da pagare, ma non solo. Vuole anche pranzi, colazioni, cene e persino il biglietto di ingresso nello stabilimento balneare. Quando un ristoratore preso di mira fa sapere che rivorrebbe la sua macchina, spiega alla moglie quello che deve rispondere al poveretto: «Se si prende la macchina come esco lo scanno…lo ammazzo a lui e a quella p. di sua moglie…gli brucio la casa…gli dici guarda che mio marito ti fa passare le pene dell’inferno».
29/03/2011
Roberto Rotondo

‘ndrangheta, maxi sequestro di beni appartamenti e box per 15 milioni

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

L’operazione condotta dalla guardia di finanza tra Milano e Reggio per l’inchiesta Infinito
A breve i pm chiederanno il processo con rito immediato per 180 affiliati arrestati a luglio

E’ di circa 15 milioni di euro il valore dei beni immobili sequestrati dalla guardia di finanza di Milano in diverse province della Lombardia e a Reggio Calabria. Si tratta in particolare di appartamenti, box e cantine. Il sequestro preventivo è finalizzato alla confisca ed è stato disposto dal gip Andrea Ghinetti nell’ambito dell’ inchiesta Infinito coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dai pm Paolo Storari e Alessandra Dolci e condotta dai carabinieri di Monza e dal Ros di Milano.

Alcuni dei beni sequestrati dalle Fiamme Gialle ai boss della ‘ndrangheta o ai loro familiari nell’ambito dell’operazione Infinito stavano per essere venduti. Per questo nei giorni scorsi i pm della Dda di Milano hanno disposto un intervento preventivo urgente per tutti i beni individuati dalle indagini patrimoniali svolte : si tratta di 39 abitazioni, tra cui una villa, 37 box, 14 locali commerciali e magazzini e sei aree edificabili in provincia di Milano, Varese, Pavia, Bergamo, Como, Lecco, Catanzaro, Crotone, Vibo Valenzia e Reggio Calabria. Il sequestro preventivo è stato convalidato dal gip milanese Andrea Ghinetti.

I tre pm a breve dovrebbero chiedere di processare con rito immediato le circa 180 persone arrestate in Lombardia quasi tutte lo scorso luglio.

Arrestato maresciallo dei carabinieri forniva notizie riservate per estorsioni

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Il militare in manette a Lecco: fra le accuse c’è l’accesso abusivo a banche dati riservate
Il materiale era stato utilizzato per chiedere 500mila euro a un imprenditore del Lodigiano

I carabinieri del reparto operativo provinciale di Lodi hanno arrestato un maresciallo dell’Arma a Lecco, su istanza della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Milano. Tra le accuse c’è quella di accesso abusivo a  banche dati riservate alle forze dell’ordine.

Il maresciallo avrebbe fornito informazioni personali ad alcune delle persone che, nell’aprile scorso, erano state arrestate a Pieve Fissiraga (Lodi) con l’accusa di aver tentato un’estorsione da 500mila euro ai danni di un imprenditore lodigiano, di 58 anni, del quale dimostravano di conoscere molti particolari sulla vita personale sua e dei familiari. L’uomo aveva denunciato ai carabinieri di aver cominciato a ricevere minacce da quando gli era andato male un grosso affare con un imprenditore 42enne di Lecco.

Terrenti e tangenti, indagato Ponzoni “A lui una mazzetta da 220mila euro”

Fonte: http://www.repubblica.it

Il consigliere regionale del Pdl coinvolto nell’inchiesta della Dia sui rapporti fra clan e politica
Il denaro sarebbe stato versato per favorire gli interessi edilizi di un imprenditore a Desio

di DAVIDE CARLUCCI  e GABRIELE CEREDA

Sono due le inchieste che ruotano intorno alla figura di Massimo Ponzoni, l’ex assessore all’Ambiente della Regione Lombardia recordman di preferenze alle ultime elezioni. C’è la corruzione, reato per il quale è stato raggiunto da un avviso di garanzia, come anticipato dal Giornale. E c’è un’inchiesta più ampia, che riguarda i rapporti con i clan di alcuni esponenti politici dell’area di Desio, Seregno e Cesano Maderno — dove Ponzoni raccoglie gran parte dei suoi voti — su cui si sta concentrando la Direzione distrettuale antimafia di Milano.

L’inchiesta sulla corruzione è uno sviluppo dell’indagine del pm monzese  Walter Mapelli sulla bancarotta fraudolenta della Pellicano srl, società immobiliare con sede a Desio, dichiarata fallita dal tribunale dopo che era stato riscontrato un buco da 600mila euro. Nel corso degli accertamenti della Finanza è emersa poi la vicenda della tangente da 220mila euro che sarebbe stata versata a Ponzoni da un imprenditore del Bergamasco, Filippo Duzioni. Ponzoni si sarebbe speso non nella sua veste di assessore regionale ma per la sua influenza nei confronti di una serie di tecnici e politici — anch’essi indagati — da lui controllati in Brianza, riuscendo a procurare all’imprenditore un cambio di destinazione per una grande area in via Borghetto a Desio.

Ma la storia delle mazzette è connessa con il fallimento della Pellicano, le cui uniche realizzazioni sono state le palazzine costruite a Cabiate, nel Comasco, da un’impresa edile in cui figuravano anche familiari di Ponzoni. Il quale ha smentito tutto: «Non ho mai percepito somme di denaro da alcuno per finalità illecite e ho subito chiesto alla Procura di Monza di essere sentito, per chiarire l’assoluta infondatezza della pur generica contestazione».

Altra cosa è l’indagine sugli intrecci tra politica e ‘ndrangheta nell’area di Desio su cui indaga un pool di magistrati della Dda, coordinati dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini. In questo caso gli accertamenti sono a più ampio spettro e riguardano gli interessi delle cosche nell’edilizia. Si va dal fallimento di una grossa società di demolizioni della provincia di Lecco, al cui interno operavano come procacciatori d’affari un esponente della famiglia Strangio e un uomo vicino al clan BarbaroPapalia, alle lobby imprenditoriali che hanno investito tra Desio, Cesano e Seregno.

Non è la prima volta che gli investigatori antimafia si occupano di quest’area, dove negli anni Settanta emigrò il boss Natale Iamonte. Suo nipote, Natale Moscato, uno degli immobiliaristi più attivi nel circondario, fu coinvolto in vecchie indagini ma poi ne uscì assolto e ora è vicino a una fazione del Pdl a Desio. Dopo le indiscrezioni che tiravano in ballo Ponzoni, è stata l’opposizione in consiglio regionale – da Chiara Cremonesi, di Sinistra ecologia e libertà, a Giulio Cavalli dell’Italia dei valori – a chiederne le immediate dimissioni.

Stessa richiesta da parte del Pd, i cui consiglieri Giuseppe Civati e Gigi Ponti aggiungono: «Solo una settimana fa, in Provincia di Monza, dopo l’audizione del pm Mapelli sulle infiltrazioni mafiose, abbiamo capito che la Brianza è sotto attacco». Un po’ debole la difesa di Paolo Valentini, capogruppo Pdl al Pirellone: «È una questione personale, solo Ponzoni deve scegliere».

Da Reggio Calabria alle porte di Milano per spartirsi i futuri affari. L’escalation criminale della cosca Valle

Fonte: http://www.milanomafia.com

La cosca Valle viene indicata nell’ultima mappa dei carabinieri di Reggio Calabria. Il clan, legato ai Condello, è attivo nell’usura e nel riciclaggio. Infilitrata nella politica locale sarebbe al centro dei grandi affari in Lombardia

Il report

Il documento è stato messo a punto dal Nucleo operativo dei carabinieri di Reggio Calabria dopo l’attentato alla Procura del 3 gennaio 2010
Secondo questa mappa in Lombardia oggi operano
19 clan che si spartiscono il territorio tra le province di Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Milano, Monza, Pavia
I nomi sono quelli degli
Arena, Barbaro, Critelli, Bellocco-De Stefano, Di Giovine, Facchineri, Gattini, Iamonte, Mancuso, Mazzaferro, Morabito, Nicoscia, Pangallo, Papalia, Paparo, Paviglianiti, Pesce, Trovato. Tutti operano nel settore del traffico di droga e armi, edilizia e locali notturni
A Pavia viene, poi, collocata la cosca Valle che ha in
Francesco Valle, detto don Ciccio, il suo capo, spalleggiato dai figli

Milano, 7 gennaio 2010 – Da Reggio Calabria a Vigevano e poco più in là verso Cisliano, Bareggio, Milano. Oltre mille chilometri. Una lunga linea rossa tratteggiata dagli uomini del Reparto operativo dei carabinieri del capoluogo calabrese per dare senso e sostanza all’evoluzione criminale di una delle cosche emergenti in Lombardia: i Valle, cognome, fino ad oggi sconosciuto alle cronache, comparso nell’ultimo report sugli assetti criminali delle ndrine in Calabria, in Italia e nel mondo. Un documento di importanza vitale perché stilato dopo la bomba che il 3 gennaio 2010 è scoppiata davanti alla Procura generale in via Cimino a Reggio. Centrale. Così viene definito dagli investigatori il ruolo della cosca Valle negli ultimi affari della ‘ndrangheta in Lombardia. Affari che comprenderebbero anche i futuri appalti per Expo 2015.

La ragnatela di interessi, dunque, parte dal quartiere Archi di Reggio Calabria per arrivare ai tavoli di un lussuoso ristorante con piscina e statue di marmo nei pressi della Vigevanese. Luogo strategico dove da tempo si svolgerebbero veri e propri summit di mafia per dirimere questioni di territori e dividere la torta degli interessi mafiosi a Milano e nel suo hinterland. Attorno alla cosca Valle, dunque, ruoterebbe un vero e proprio comitato affaristico-mafioso che può contare su appoggi politici di rilievo all’interno delle istituzioni lombarde. E così a margine della mappa stilate dai carabinieri ecco una breve nota su questa famiglia: “In tema di criminalità organizzata calabrese nell’interland milanese sta emergendo la famiglia Valle, proveniente da Reggio Calabria e insediatasi nell’area lombarda a cavallo tra le province di Pavia e Milano”. Una presenza confermata da varie fonti, non ultima quella della Guardia di Finanza di Pavia per bocca del comandante Domenico Grimaldi per anni alla guida del Gico di Milano e in questa veste autore dell’ultima grande inchiesta, la Cerberus, sulle cosche Barbaro-Paplia di Platì. Il nome Valle compare anche un report dei carabinieri di Milano datato 2008. “Francesco Valle detto don Ciccio, risulta essere il capo del clan Valle”. Nato a Reggio Calabria il 29 settembre 1937, attualmente è libero e sottoposto solo all’obbligo della firma. “La sua residenza – si legge – è a Bareggio in via Piave 176”. Padre di quattro figli, tre maschi e una femmina, don Ciccio è legato alla famiglia mafiosa dei Cotroneo a loro volta federata con i Condello di Reggio Calabria. “A seguito – scrivono i carabinieri – della sanguinaria faida con la cosca Geria-Rodà agli inizi degli anni Ottanta è costretto a trasferirsi da Reggio Calabria a Vigevano”.

Nel 1973, la Questura di Reggio Calabria lo denuncia per tentato omicidio nei confronti di Carmelo Barbaro, il quale aveva sparato al fratello di don Ciccio, Demetrio Valle. “A suo carico – scrivono i carabinieri di Milano – figurano precedenti o pregiudizi penali per associazione mafiosa”. Quadro confermato da una perquisizione domiciliare effettuata dalla polizia di Pavia il 26 gennaio 1984, “quando – si legge in una nota dell’epoca – presso l’abitazione del Valle venivano sequestrati brani dei rituali di affiliazione alla ‘ndrangheta”. Nel 1992 la Questura di Pavia “segnala come la famiglia Valle a Vigevano conti circa 30 persone collegate allo stesso Francesco Valle”. Di più: “Viene indicato che il Valle è solito circolare con un’autovettura blindata intestata al suo autista”. Non meno gravi gli elementi che emergono a carico dei figli, tutti, a dire dei carabinieri, “con precedenti o pregiudizia penali” di vario genere. In particolare, il maggiore dei fratelli, Fortunato Valle viene indicato “come la mente del clan”. Nel 1992 parte del clan finisce in carcere con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’estorsione e all’usura.

Un anno dopo verranno condannati il padre e due fratelli (Fortunato e Angela), mentre verrà assolto Leonardo Valle, altro figlio di don Ciccio. Nel 1997, però, al clan vengono sequestrati diversi beni, tra cui cavalli e una lussuosa villa. Quattro anni dopo ci risiamo: l’intero clan finisce a San Vittore sempre con l’accusa di estorsione e usura. Un campo dove, secondo gli investigatori di Reggio Calabria, la cosca opererebbe ancora oggi. “Gli stessi nel tempo hanno acquisito un imponente patrimonio composto da immobili ed attività commerciali che gli garantisce una facciata lecita per giustificare il vorticoso giro di denaro che ruota intorno a loro”. Tra questi anche il ristorante lungo la Vigevanese. Il locale nonostante risulti intestato a un egiziano, sarebbe di fatto riconducibile alla cosca. E in effetti tra i vari passaggi di proprietà, prima di finire nelle mani dell’ultimo titolare, la maggioranza delle quote era di una società il cui procuratore legale risulta essere la moglie di Fortunato Valle. (dm)

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