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Ianomi parte civile al processo contro la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.varesenews.it

La Infrastrutture Acque Nord Milano era finita nell’ordinanza Infinito per la presenza di un affiliato alla ‘ndrangheta lombarda tra i suoi dipendenti. Il presidente: “abbiamo espresso questa volontà per tutelare l’immagine della società”

Ianomi Spa è stata ammessa come parte civile nel processo “Infinito” contro le cosche della ‘ndrangheta in Lombardia. A deciderlo i giudici dell’ottava sezione penale di Milano nell’udienza del 15 luglio. «Esprimo soddisfazione per l’accoglimento della nostra richiesta -dichiara il presidente Roberto Colombo-. È esattamente da un anno, da quando l’inchiesta sulle infiltrazioni della malavita ha portato a decine di arresti, fra i quali quello di un dipendente di Ianomi, che abbiamo espresso questa volontà per tutelare l’immagine della società e conseguire il risarcimento dei danni derivanti dalla lesione del suo ” buon nome”. È un obbligo morale, questo, che Ianomi ha sentito nei confronti dei propri soci e delle comunità per le quali opera realizzando interventi a tutela dell’ambiente».

Infrastrutture Acque Nord Milano
 (I.A.NO.MI S.p.A.) è una società a capitale pubblico, costituita dalle Province di Milano, Monza e Brianza e da 40 comuni inclusi nei bacini idrici del fiume Olona e del torrente Seveso. Concentra le proprie attività nella progettazione, l’appalto e la realizzazione degli impianti di trattamento delle acque; è inoltre titolare del patrimonio costituito dalle opere di collettamento intercomunale e dagli impianti di depurazione. Cinque gli impianti di depurazione di proprietà: Pero, Bresso, Canegrate, Varedo e Parabiago.

Comuni soci: Arese, Baranzate, Barlassina, Bollate, Bovisio Masciago, Bresso, Cabiate, Canegrate, Castellanza, Ceriano Laghetto, Cerro Maggiore, Cesano Maderno, Cesate, Cinisello Balsamo, Cogliate, Cormano, Cusano Milanino, Garbagnate Milanese, Lainate, Lazzate, Legnano, Lentate sul Seveso, Limbiate, Meda, Misinto, Nerviano, Novate Milanese, Paderno Dugnano, Parabiago, Pero, Pogliano Milanese, Pregnana Milanese, Rho, San Giorgio su Legnano, San Vittore Olona, Senago, Seveso, Solaro, Vanzago, Varedo.

La direzione antimafia: “Lombardia colonizzata dalla ‘ndrangheta”

Fonte: http://www.varesenews.it

Ora lo dice anche la relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia: la Lombardia, dopo la Calabria, è la regione più infiltrata dalla ‘ndrangheta che, anche qui, è riuscita ad imporre il suo modello di colonizzazione (nella foto a sinistra la riunione dei vari capi lombardi in un circolo di Paderno Dugnano intitolato a Falcone e Borsellino). Nelle 1100 pagine di relazione la regione più popolosa e ricca d’Italia ha ottenuto un ampio spazio da parte della procura nazionale grazie alla maxioperazione lombardo-calabrese che ha portato all’arresto di oltre 300 persone delle quali la metà residenti (o domiciliate) in Lombardia. L’hinterland milanese (Rho, Desio, Bollate, Legnano) e la città di Brescia sono al top della speciale classifica dei centri infiltrati dalle cosche calabresi ma anche la provincia di Varese con Lonate Pozzolo e Ferno,due paesi infiltrati da esponenti della locale di Legnano, non può essere esclusa dalla nuova relazione. Proprio in provincia di Varese, infatti, è partita la prima inchiesta (denominata Bad Boysgiunta ormai alle condanne) che ha fatto da apripista alla più grande operazione Infinito del luglio 2010.

Qui più che altrove la ‘ndrangheta ha trovato terreno fertile per imbastire relazioni con l’humus imprenditoriale locale, relazioni perverse che sono poi sfociate nell’estorsione e nell’usura, nell’imposizione dei propri camion e dei propri mezzi per il movimento terra, una delle attività più fiorenti tra le varie locali di ‘ndrangheta fiorite a partire dagli anni ’90 in tutto il territorio lombardo. L’operazione Bad Boys, del marzo 2009, aveva sgominato quella di Legnano-Lonate Pozzolo con 39 arresti effettuati nelle prime ore di una tiepida mattina di primavera. Quell’inchiesta ha svelato come, in un piccolo centro del Varesotto, sotto l’apparente tranquillità della vita quotidiana di provincia si nascondesse un verminaio di estorsioni, usura, prevaricazioni e coperture di personaggi che non si nascondevano nemmeno più di tanto. Personaggi come Nicodemo Filippelli ed Emanuele De Castro, coadiuvati da collaboratori spregiudicati che facevano il lavoro sporco, imponevano le loro logiche tra le tante imprese edili (e non solo) della zona fino ad arrivare al condizionamento delle elezioni amministrative grazie alla forte componente di cittadini provenienti da Cirò Marina.

Lo stesso modello di infiltrazione, giunta fino ai limiti del potere politico, era stato ripetuto a Bollate, Desio (dove è caduta una giunta intera), Rho, Pavia, Cormano, Milano, Corsico, Bresso, Limbiate, Solaro, Mariano Comense, Pioltello, Erba e Canzo, Seregno. In ognuno di questi comuni e nel loro circondario c’erano uomini pronti a tutto per arricchire la cosiddetta “bacinella”, ovvero la cassa comune nella quale andavano tutti i proventi delle varie locali lombarde. Dei denari a disposizione di questa cassa comune tutto sapevano in Calabria, il centro nevralgico dell’impero economico delle ‘ndrine. Chiunque si fosse messe di traverso, magari pensando di emulare le gesta di Bossi e della Lega Nord nelle loro terre con un federalismo della malavita, sarebbe stato ucciso. Il corpo di Carmelo Novella, crivellato di colpi in un bar di San Vittore Olona, ne è stata la dimostrazione lampante.

 

 

Milano, le mani sulla città

Fonte: http://www.espresso.repubblica.it

di Paolo Biondani e Mario Portanova

Da Santa Giulia all’Expo, le cosche calabresi hanno messo piede in quasi tutti i cantieri. E mirano a condizionare la politica. Un assalto silenzioso, con fiumi di soldi e minacce

Santa Giulia dei veleni. Veleni di mafia. La città satellite celebrata dai politici, finanziata dai banchieri e venduta dai big del mattone come simbolo della Milano del futuro, ha le fondamenta inquinate da fiumi di scorie cancerogene: “bombe ecologiche e sanitarie”, come le definiscono i periti della Procura, sepolte per anni accanto agli uffici e alle case del super quartiere da un miliardo e 600 milioni di euro che avrebbe dovuto ridisegnare l’area sud-est della metropoli. Sotto i piedi della nuova città c’è un sistema di discariche abusive che contaminano le acque della prime due falde: tra meno sette e meno venticinque metri, la terra è morta. Uccisa da montagne di rifiuti tossici che le nuove indagini collegano ai clan più sanguinari della ‘ndrangheta. Nomi che scottano e che gli inquirenti rivelano a “L’espresso”: i Nirta-Strangio. Sì, proprio quelli della strage di Duisburg, la mattanza nel cuore della Germania.

Edilizia, superstrade, ferrovie, aeroporto, centri commerciali, ortofrutta, rifiuti, ospedali, bar, negozi di lusso, banche, prestiti a usura e, naturalmente, droga: la mafia calabrese ha conquistato l’economia del Nord. A partire dall’ex capitale morale. Le indagini dei pm di Milano e Reggio, culminate nello storico blitz di luglio (304 arresti, per metà in Lombardia), hanno smascherato 15 strutture mafiose, in gergo “locali”, attive in mezza regione: nella metropoli trafficano “da quarant’anni”. Uno dei boss, intercettato, svela al compare che gli affiliati sono molti di più: “Cecè, qua in Lombardia siamo in cinquecento”. Clan emigrati dalla Calabria, certo. Come i Cosco, trafficanti di droga arrivati a rapire nel pieno centro di Milano e a sciogliere nell’acido la pentita Lea Garofalo. Ma ci sono anche imprenditori padani al cento per cento, piegati con la violenza o sedotti col denaro. Soldi sporchi che comprano politici, professionisti, funzionari, manager, industriali, medici, avvocati, direttori di banca, perfino uomini in divisa. A Milano come nella Locride.

LA CITTA’ DEI VELENI
A Santa Giulia, in mezzo a due file di nuovi palazzi abitati da migliaia di cittadini onesti, c’è un geometrico pratone abbandonato: Parco Trapezio, l’avevano chiamato gli architetti-star dell’immobiliarista Luigi Zunino. In fondo c’è un asilo coloratissimo, con le giostre in cortile e i banchi di legno immacolati, pronto per un’inaugurazione mai avvenuta. Il recinto è costellato di cartelli: “sequestro giudiziario”. Loretta e Rosa, giovani mamme di Ettore, 6 mesi, ed Emma, 4, spingono le carrozzine nello stradone centrale: “Viale del Futurismo”. “Qui non c’è inquinamento, è solo un problema di detriti edilizi”, rispondono spensierate. Ma il Comune non vi ha detto niente? “No. Abbiamo sentito qualcosa solo su Sky tv. La nostra cooperativa ha nominato un perito. Speriamo che dissequestrino almeno il parco e l’asilo”.

Mariagrazia, 31 anni, segretaria d’azienda, sa ancora meno: “Ho comprato casa dieci giorni fa. Nessuno mi ha avvisato dell’inchiesta. Sono molto preoccupata”. Finora sui giornali si è parlato solo di mancata bonifica. Riassunto: nel marzo 2005 il Comune di Milano autorizza il gruppo Zunino a costruire su oltre un milione di metri quadrati di aree contaminate dell’ex acciaieria Radaelli e dell’ex Montedison. Un tecnico ciellino, Vittorio Tedesi, ora indagato, si accontenta di un “piano scavi”: ripulire tutto è inutile, basta e avanza cambiare terra solo nelle zone da ricostruire. Quindi Zunino appalta il disinquinameno a Giuseppe Grossi, il re degli inceneritori privati, che subappalta a due imprese collegate: Lucchini-Artoni ed Edilbianchi. Poi arrivano i magistrati: Grossi ha usato fatture offshore per rubare 23 milioni di fondi neri, nascosti all’estero grazie a riciclatori come Rosanna Gariboldi, moglie dell’onorevole Giancarlo Abelli, il ras della sanità lombarda oggi al ministero della Cultura. Arrestati tra le proteste dei big del Pdl, Grossi e Gariboldi risarciscono e patteggiano. Intanto un sindacalista della Cgil manda ai pm una mappa di Santa Giulia piena di zone nere: i veleni sono ancora lì, i misuratori di inquinanti “sono stati distrutti”, il “percolato” tossico delle discariche ha invaso le falde. Ddt, pesticidi e scorie che i tecnici classificano così: “Sostanze cancerogene, che mettono a rischio la fertilità e possono danneggiare i bambini non ancora nati”.

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Cantieri, appalti e rifiuti: gli affari del clan Iamonte in Brianza. Così Desio è diventata la Melito del Nord

Fonte: http://www.milanomafia.com

Appalti e terreni edificabili, collusioni con gli ambienti della politica e un impero immobiliare. Il clan di Melito Porto Salvo controlla il triangolo tra Desio, Bovisio Masciago e Cesano Maderno. La terra del giudice Di Maggio

Il personaggio

Natale Iamonte è nato a Melito Porto Salvo il 7 maggio 1927. Ha precedenti per omicidio, associazione mafiosa e associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga

Iamonte è stato arrestato a Milano il 22 novembre del 1993 in un appartamento di via Ruccellai al confine tra il capoluogo lombardo e Sesto San Giovanni e sottoposto al carcere duro

Dopo l’arresto secondo i rapporti dell’Antimafia Natale lasciò il controllo della cosca ai figli Vincenzo e Giuseppe. Proprio Giuseppe è stato arrestato dai carabinieri dopo 12 anni di latitanza nel 2005 a Santo Stefano d’Aspromonte

Milano, 7 febbraio 2010 – Se Buccinasco è passata alla storia criminale come la Platì del Nord, questa terra di industrie e centri commerciali, con i terreni un tempo agricoli diventati oro per i palazzinari, è ormai la replica lombarda di un altro avamposto della ‘ndrangheta calabrese: Desio, frazione di Melito Porto Salvo. Qui, ripercorrendo i passaggi di un report sulla criminalità organizzata al Nord stilato dai carabinieri, ‘ndrangheta significa soprattutto una cosa: clan Iamonte-Moscato. Scrivono i carabinieri: “Per quanto attiene il territorio di Desio può dirsi che negli anni si sono succedute una serie di famiglie malavitose che hanno concentrato la loro azione criminale al fine di ottenere un pregnante controllo dell’intero territorio. In tale quadro un primo cenno va fatto alla famiglia Iamonte-Moscato, originaria di Melito Porto Salvo (Reggio Calabria) con area d’influenza in Desio, Bovisio Masciago e Cesano Maderno“. Il rapporto degli investigatori dell’Arma chiarisce anche gli interessi della cosca in Brianza: “Insistente sul territorio sin dai primi anni ’70, ha visto aumentare i propri interessi nel campo politico, commerciale ed immobiliare, fino a giungere all’apice nel lasso temporale compreso tra il settembre 1988 ed il marzo 1991, allorquando il capocosca Natale Iamonte ebbe a scontare gli obblighi impostigli dalla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza proprio nel territorio desiano. Allo stato attuale, pur mantenendo l’affiliazione ad una ‘cosca perdente’, la famiglia Moscato continua a costituire un elemento di riferimento puntuale per gli interessi illeciti in Brianza”.

Il riferimento è al capocosca strico dei Iamonte, Natale Iamonte (nella foto), nato a Melito Porto Salvo il 7 maggio 1927, con numerosi precedenti per omicidio, associazione mafiosa e associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Proprio Iamonte è stato arrestato a Milano il 22 novembre del 1993 in un appartamento di via Ruccellai al confine tra il capoluogo lombardo e Sesto San Giovanni e sottoposto al carcere duro. Dopo l’arresto secondo i rapporti dell’Antimafia Natale lasciò il controllo della cosca ai figli Vincenzo e Giuseppe. Proprio Giuseppe è stato arrestato dai carabinieri dopo 12 anni di latitanza nel 2005 a Santo Stefano d’Aspromonte. Ma c’è di più, perchè Natale Iamonte sarebbe legato da vincoli di parentela (zio materno) a Natale Moscato classe 1944, imprenditore edile proprio di Desio. Moscato finì nei guai nel 1994 per un’inchiesta della Dia sul gruppo Iamonte. Ex assessore all’Urbanistica del Comune di Desio (1988), Moscato è stato per molti anni consigliere comunale del Psi. Un uomo chiave, secondo l’inchiesta, per i rapporti e le infiltrazioni della cosca nel tessuto economico di Desio. Natale venne arrestato, ma pochi giorni dopo il Tribunale revocò l’ordinanza di custodia cautelare e da quel momento le accuse nei confronti di Moscato e dei fratelli Annunziato (nel 1990 eletto nel consiglio comunale di Cesano Maderno nelle liste del Psi), Saverio e Quinto iniziarono a vacillare. Nonostante questo fu disposto il sequestro di beni per un valore presunto di 50 miliardi delle vecchie lire. Ma i guai con la giustizia per i fratelli Moscato si chiusero poi con una pioggia di assoluzioni nell’udienza preliminare “per non aver commesso il fatto”, ossia l’accusa di associazione mafiosa. Tanto che il 23 aprile del 1997 il Tribunale per le misure di prevenzione di Reggio Calabria chiuse ogni pendenza disponendo il dissequestro dei beni. Una brutta storia dalla quale la famiglia Moscato uscì a testa alta dalle aule del Tribunale. Il nome dei fratelli Moscato rientra però in un recente rapporto dell’Antimafia che vedrebbe la famiglia “impegnata sul fronte immobiliare nei comuni di Desio, Cesano Maderno e Seveso”. Nel rapporto si fa riferimento anche a presunti contatti con Vincenzo Rispoli, sotto inchiesta per associazione mafiosa, e i fratelli Vincenzo e Nunziato Mandalari.

Desio, 40 mila abitanti, è però indicato come area di influenza di un’altra fondamentale cosca calabrese, quella dei Mazzaferro. “L’organizzazione guidata da Giuseppe Mazzaferro ha goduto negli anni di autonomie operative rilevanti poiché gestiva gli interessi del clan a livello regionale”. E per questo viene citata l’operazione “I fiori della notte si san Vito” della Dda di Milano che ha evidenziato “una struttura capeggiata dallo stesso Mazzaferro e che vedeva al suo interno personaggi come Domenico Fortugno referente per Cesano Maderno, Leonardo e Francesco Odonini referenti per Varedo, Domenico Romeo e Giovanni Lamarmora, rispettivamente capo e responsabile di Limbiate, Paolo Crea e Demetrio Macheda, mandatari della gestione degli affari nei comuni di Desio e Muggiò. Gli interessi di Tale clan spaziavano dagli stupefacenti alle rapine, alla detenzione di armi ed esplosivi”. A Desio non manca neppure la presenza di Cosa Nostra con uomini legati al clan Agresta-Allia.

La cittadina brianzola finì al centro delle cronache anche nel settembre del 2000, quando i Ros arrestarno nell’operazione Scilla il consigliere comunale di Forza Italia a Cesano Madreno Domenico Zema, originario di Melito Porto Salvo e residente proprio a Desio. Anche per lui l’accusa di essere un uomo della cosca Iamonte in Lombardia. A Desio, nel settembre 2008 si torna a parlare di rapporti tra ‘ndrangheta e politica con l’arresto del boss del traffico di rifiuti Fortunato Stellittano classe 1965, caduto nella rete della polizia provinciale nell’ambito dell’operazione Star Wars. Secondo le accuse intorno alla famiglia Stellittano gravitavano una serie di aziende impegnate in scavi e movimento terra, che in realtà nascondevano un sistema organizzato per seppellire rifiuti speciali nei terreni brianzoli. A Desio, il 9 ottobre del 1996 si celebrarono i funerali del magistrato Francesco Di Maggio, pubblico ministero per anni in prima fila nelle inchieste antimafia. Fu lui nel settembre del 1984 a raccogliere le dichiarazioni del boss Angiolino Epaminonda. Le dichiarazioni del Tebano fecero luce su 44 omicidi e consentirono di estirpare il clan dei catanesi a Milano. (cg)

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