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Mafia: le mani di Cosa Nostra sui rifiuti in Nord Italia

Fonte: http://www.ansa.it

Sequestrata societa’ con appalti in 40 comuni,tra Lodi e Cremona

(ANSA) – PALERMO, 29 APR – La gestione dei rifiuti in diversi comuni del Nord Italia sarebbe stata nelle mani di Cosa Nostra. Questo secondo gli investigatori che hanno sequestrato ‘Italia 90‘, una srl con sede legale a Palermo ed operativa a Ospedaletto Lodigiano, riconducibile a Luigi Abbate, detto ”Gino ‘u mitra”, della cosca di Porta Nuova a Palermo. La Srl, che gestisce la raccolta, trasformazione e smaltimento di rifiuti solidi urbani, speciali, scarti industriali, spazzamento e rifiuti cimiteriali, si era aggiudicata oltre 40 gare d’appalto al Nord, soprattutto nel Lodigiano e nel Cremonese.

Lodigiano in fiamme, incendi a impianti per i rifiuti. Si segue la pista di Cosa nostra

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Fabio Abati

Quindici roghi dal 2003 con l’escalation dall’ottobre scorso. Sui casi indaga la Dda di Milano. Dopo le denunce di Giulio Cavalli, adesso gli investigatori seguono le tracce dei clan gelesi rappresentati dalla potente cosca Rinzivillo

A Lonate Pozzolo, nel varesotto, tipico centro della provincia lombarda ci sono voluti circa nove anni per capire che una serie di fatti criminosi, tra cui anche degli incendi a esercizi commerciali e a cantieri edili, erano da ricollegare all’attività di una potentissima cosca della ‘ndrangheta.

Oggi la storia si ripete nel Lodigiano, altra fetta operosa della Lombardia. Qui si conta un inquietante stillicidio di incendi dolosi, in impianti per il trattamento dei rifiuti e in siti per lo stoccaggio della spazzatura raccolta sul territorio. Ce ne sono stati 15 a partire dal 2003. Ma la vera escalation prende il via dall’ottobre scorso: da allora i vigili del fuoco intervengono in 8 impianti lodigiani. In sei di questi c’è natura dolosa, per cui dal gennaio scorso ad indagare è l’antimafia di Milano.

L’ultimo episodio è accaduto un paio di settimane fa, quando un’altra azienda della provincia di Lodi – la Lodigiana Maceri di Marudo – che si occupa di raccolta della carta, è stata teatro di un rogo spettacolare, con colonne di fumo che si sono alzate nel cielo ben visibili a decine di chilometri di distanza. Nessun dubbio che anche in questo caso ci sia dolo. I vigili del fuoco parlano di almeno tre focolai quali punti di inizio dell’incendio, col primo che si trovava non distante dall’ingresso principale. Un manager dell’azienda ha seguito le operazioni di spegnimento sin dai primi istanti. “Sono stati i carabinieri ad avvertirci che siamo l’ottava azienda che va a fuoco in pochi mesi, ma non ne sapevamo nulla” dice, dietro una mascherina usata per proteggersi da un fumo acre e tossico. “Non abbiamo avuto alcuna richiesta. Proprio da nessuno”, aggiunge.

Il titolare delle indagini è Nicola Piacente, procuratore della distrettuale antimafia titolare delle indagini. A condurle ci sono gli uomini della Direzione investigativa antimafia di Milano. Tutti restano scrupolosamente abbottonati, ma è da quattro mesi che lavorano a testa bassa. Secondo gli inquirenti, se le indagini stanno procedendo a rilento è, in qualche modo, colpa dell’omertà incontrata.

Troppa omertà, quindi, intralcia gli inquirenti. Una malattia che non ha certo l’attore Giulio Cavalli, lodigiano d’adozione e consigliere regionale dell’Idv, che tempo fa segnalò un particolare riguardante proprio l’azienda lodigiana andata a fuoco per ultima. Per questa società, sino a poche settimane prima, aveva lavorato una cooperativa di trasporto la cui intestataria era la moglie di un certo Giovanni Costa, 35 anni, originario di Gela ma residente nel Lodigiano. A parte il suo arresto nel maggio del 2010 nell’ambito di un’inchiesta della Dda di Napoli, che smantellò un’alleanza tra camorra e il clan di Cosa nostra dei Rinzivillo, Costa fu poi inserito in un programma di protezione testimoni, assieme alla moglie e a un figlio. Avendo suo malgrado lavorato nel settore dei trasporti tra Caserta, la Sicilia e il nord Italia, porta con sé un sacco di informazioni utili per chi s’è messo ad indagare oggi: ecco perché deve essere tutelato. Nel frattempo si è aperta una pista investigativa nel caldo autunno d’incendi Lodigiano. Piacente, del resto, ha condotto l’ultima operazione contro l’organizzazione mafiosa dei Rinzivillo al nord, arrivando il mese scorso ad arrestare cinque affiliati a Busto Arsizio, in provincia di Varese.

Mafia, allarme dei costruttori “Cresce il richio infiltrazioni”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

L’Assimprendil si dà un codice: chi non denuncia i reati sarà espulso dall’associazione
Il presidente De Albertis: “Dobbiamo fermare la corsa patologica ai ribassi, altera il mercato”

di ILARIA CARRA

«Sta saltando il banco, il rischio di infiltrazioni mafiose c´è ed è un problema ormai gravissimo». L’associazione dei costruttori milanesi, Assimpredil Ance, lancia un allarme pesante contro il rischio sempre più alto che le imprese, colpite dalla crisi economica e con problemi di liquidità, diventino sempre più terreno fertile per la criminalità organizzata. E alza così le barriere per difendersi: un piano di regole «per garantire legalità e trasparenza alle imprese». Un codice antimafia che tutti gli iscritti dovranno rispettare. Primo punto, il più importante: l´obbligo per gli imprenditori di denunciare i reati che «ne limitino la libertà economica a vantaggio di imprese o persone riconducibili a organizzazioni criminali», pena l´espulsione dall´associazione.

Così i costruttori milanesi, per alimentare un circuito economico sano, si allineano al modello già introdotto da Confindustria nel Mezzogiorno: via le imprese condannate per mafia, ma anche chi tace. Un provvedimento che risponde alla denuncia fatta nei mesi scorsi dal procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia milanese, Ilda Boccassini, sulla troppa omertà diffusa tra gli imprenditori. La paura, però, è tanta: anche per questo viene creato uno sportello all´associazione con legali pronti a fornire assistenza con la massima riservatezza.

Il rischio di infiltrazioni è più alto con le imprese in crisi: gli operai iscritti alla cassa edili di Milano, Lodi e Monza sono scesi a 58mila dai 70mila del 2008, e un problema è anche il calo delle gare bandite dal Comune, quasi dimezzate. Tra le nuove misure del regolamento c´è anche una stretta sui requisiti per iscriversi all´associazione: il certificato camerale antimafia dovrà essere presentato da tutti i soci di un´impresa e non più soltanto dal legale rappresentante come finora. Poi una maggior trasparenza richiesta alle “stazioni appaltanti” sui dati dei lavori assegnati, un fondo alimentato con i risparmi degli sconti nelle gare per intensificare la legalità e una rete d´impresa sul controllo di tutta la filiera.

E sarà utile anche il nuovo accordo quasi pronto con il Comune di Milano, che permetterà la tracciabilità dei mezzi in entrata e in uscita da un cantiere: un “telepass” che Palazzo Marino ha voluto più per motivi anti-inquinamento, ma con cui si risale a posizione e dati del proprietario e del mezzo. La battaglia va condotta, però, anche contro il sistema: «La corsa patologica ai ribassi nelle gare deve finire – denuncia Carlo De Albertis, presidente di Assimpredil- il mercato è troppo alterato alla base». Non solo, l´auspicio è che presto vengano formate le “white list” pensate dal ministro Maroni con l´elenco delle imprese “pulite”: «Ce n´è bisogno – ammette De Albertis – ma la prefettura dice che non c´è abbastanza personale per realizzarle».

Giulio Cavalli: una scorta (in)utile

Partiamo da alcuni fatti: è il 23 dicembre 2010, mancano due giorni a Natale, ma la giunta lombarda non si riposa mai e così scioglie il riserbo sulle nomine dei direttori generali delle 15 Asl, delle 29 Aziende ospedaliere della Lombardia e dell’Areu, l’Azienda regionale emergenza e urgenza.
Passano poche ore affinché si concentri l’attenzione su uno di quei nomi, quello di Pietrogino Pezzano, nominato direttore dalla più grande Asl d’Italia, quella di Milano. Calabrese, Pezzano è noto, in realtà, per alcune fotografie inserite nei fascicoli dell’indagine “Infinito” che lo ritraggono in compagnia dei due capibastone della Brianza Saverio Moscato e Candeloro Polimeno e per un’accusa di corruzione dai carabinieri di Desio per i lavori affidati a Giuseppe Sgrò, arrestato insieme al fratello Eduardo per 416bis. Non basta, a detta di Pino Neri, boss della ‘ndrangheta della zona di Pavia, è lui uno di quelli “che fa favori a tutti”.

Una questione, come dicevo, che non passa inosservata e che, nonostante le vacanze di Natale, chiama a raccolta molti sindaci dell’hinterland milanese che, guidati dal sindaco di Vanzago Roberto Nava e dal presidente di “Sos racket e usura” Frediano Manzi, decidono di proporre una consultazione popolare per chiedere l’opinione dei cittadini sull’opportunità politica di condividere o meno la scelta della giunta Formigoni. Nel frattempo anche alcuni consiglieri regionali non stanno a guardare: Giulio Cavalli (IDV) presenta una mozione, firmata in calce dai gruppi PD, UDC, SEL e Pensionati, per chiedere la revoca della nomina del nuovo direttore generale.

18 gennaio 2011: giorno della verità. Il Consiglio regionale è chiamato a votare e decidere sulla scomoda nomina. La Lega, dopo le parole di imbarazzo del Presidente del consiglio regionale Davide Boni, sembra voler appoggiare la mozione Cavalli in quella che è una consultazione a scrutinio segreto. Qualcosa salta, i tre consiglieri UDC che nei giorni precedenti, guidati da Enrico Marcora, si erano prodigati in questa battaglia improvvisamente scompaiono. Si vota: 31 voti favorevoli; 32 contrari; 2 astenuti. Pezzano rimane al proprio posto.
Stessa data, squilla il telefono del consigliere regionale dell’IDV Giulio Cavalli, è il Prefetto di Lodi: la sua scorta è revocata, fra dieci giorni le verrà tolta qualsiasi forma di protezione.

Stava per accadere qualcosa in Lombardia. Per la prima volta qualcuno stava riuscendo a sovvertire una decisione presa dalla giunta regionale. Non una decisione qualsiasi, sia ben chiaro: in palio c’era il posto più prestigioso della sanità lombarda, la credibilità di una decisione politica di chi, da quindici anni, governa nella regione più ricca d’Italia. L’etica pubblica e il rigore morale stavano trionfando lasciando alla porta quelle che, anche solo a livello di possibilità, sembrano essere le infiltrazioni mafiose nel sistema sanitario lombardo. Si riesce ad evitarlo, ma non basta: bisogna dare un segnale più forte. Bisogna fare in modo che chi si sta facendo promotore di tanta voglia di legalità e trasparenza politica capisca che deve rallentare la sua sete di giustizia.

O forse no. Forse tutta questa vicenda non c’entra nulla con la revoca della scorta a Giulio Cavalli. Forse, semplicemente, quel documento della Commissione parlamentare antimafia, che accerta le minacce subite dall’attore, non basta all’Ufficio centrale scorte per tenere impegnati costantemente uomini delle forze dell’ordine che hanno l’obbligo di sorvegliarlo ovunque vada. Forse è uno spreco di soldi quello che lo Stato stava facendo ed è arrivato il momento che quest’attore da quattro soldi che, non si sa come, è riuscito a guadagnarsi i voti dei cittadini per rappresentarli in Consiglio regionale, sia isolato. Anzi, meglio, forse è il caso che qualcuno pensi a un piano anche per delegittimarlo, infangare il suo lavoro, fino a lanciare un segnale chiaro, univoco: vuoi tanto fare il martire? Fallo da solo. E tu, Vincenzo Mandalari, boss della ‘ndrangheta latitante, adesso hai piede libero per soddisfarlo.

Massimo Brugnone
Coordinatore regione Lombardia “Ammazzateci Tutti”


Estorsione al vincitore del Superenalotto due mafiosi condannati a 12 e dieci anni

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

La vicenda nel 1998. Nel mirino un siciliano trasferito a Lodi che aveva vinto quasi sette miliardi di vecchie lire: dopo l’intervento di Cosa nostra fu costretto a versare la somma di 400 milioni

Con intimidazioni e minacce avevano estorto circa 400 milioni di lire a un siciliano, residente a Lodi, che nel 1998 aveva vinto quasi 7 miliardi di vecchie lire al Superenalotto. Per i due, appartenenti a famiglie mafiose di Cosa nostra, sono arrivate le condanne a pene fino a 12 anni di reclusione, emesse dalla terza sezione penale del tribunale di Milano. In particolare Alessandro Emmanuello, fratello del boss Daniele, è stato condannato a 12 anni di carcere dal collegio presieduto dal giudice Piero Gamacchio. L’altro imputato, Francesco Verderame, è stato invece condannato a dieci anni.

Per la stessa vicenda, lo scorso 8 giugno, era stato condannato con rito abbreviato a dieci anni di reclusione Carmelo Massimo Billizzi, mentre un anno e due mesi di carcere erano stati inflitti a Rosario Trubia e a Crocifisso Smorta, due pentiti che hanno collaborato alle indagini. Tutti e tre sono ritenuti vicini ai clan di Cosa nostra e Stidda. La vittima dell’estorsione, Salvatore Spampinato, nel ’98 aveva vinto al Superenalotto 7 miliardi di lire e subito dopo, stando alle indagini del pm della Dda milanese Marcello Musso, aveva subito minacce mafiose da parte di alcuni stiddari, che avevano avuto la soffiata sulla vincita da un suo stesso parente.

La sua abitazione era stata incendiata e aveva ricevuto anche numerose telefonate anonime, nelle quali gli veniva chiesto di pagare il pizzo sulla vincita. Era poi intervenuta anche Cosa nostra, stando al racconto del pentito Trubia, che era riuscita a farsi dare parte della vincita, 400 milioni di lire, spartita poi tra le due organizzazioni mafiose. Spampinato, che si è costituito parte civile, ha ottenuto un risarcimento a titolo di provvisionale.

Dalla Chiesa ai lonatesi: «Non esistono buoni rapporti con la ‘ndrangheta»

Fonte: http://www.varesenews.it

Pubblico nutrito e applausi per Nando Dalla Chiesa, ospite della serata organizzata dal gruppo di lavoro per la legalità insieme a Massimo Brugnone e Luigi Vecchione

Successo di pubblico per il primo incontro organizzato dal gruppo di lavoro per la legalità del Comune di Lonate Pozzolo nella sala conferenze del monastero di san Michele. La serata ha visto come protagonisti Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto e professore di sociologia della criminalità organizzata alla Statale di Milano e autore di moltissimi libri sul tema, Massimo Brugnone, coordinatore regionale di Ammazzateci tutti Lombardia e Luigi Vecchione, presidente del Centro cattolico liberale e dei circoli Tocqueville, che ha riportato l’esperienza della sua famiglia con la camorra. Il tema “Legalità=Libertà, come riconoscere e contrastare i comportamenti mafiosi” è stato seguito in pieno dai relatori moderati dal giornalista di Varesenews Orlando Mastrillo. Quasi tutto il consiglio comunale era presente con gli assessori in prima fila, il sindaco subito dietro.

«I nemici si trattano come i nemici, come in guerra – ha detto in prima battuta Nando Dall Chiesa – a volte i comportamenti della società assumono tratti di complicità a volte involontaria e a volte meno. Le buone relazioni che spesso politici e imprenditori mantengono con questi personaggi magari non hanno nulla di penalmente rilevante ma vanno condannate moralmente». Una staffilata che colpisce nel segno in un paese di 12 mila anime che si è ritrovata un’immigrazione fortissima da Cirò Marina negli anni scorsi e che negli ultimi anni ha subito una sorta di condizionamento continuo delle sue attività economiche, politiche e sociali. Riprendendo anche la polemica di questi giorni Dall Chiesa affonda anche contro chi ha osato dire che la mafia al nord non esiste: «Chi parla così stende a questi signori un tappeto rosso – ha detto dalla Chiesa – per combattere un nemico la prima cosa da fare è ammetterne l’esistenza e poi denunciare perchè lo Stato c’è. L’appello accorato che faccio è quello di mettere insieme tutte le forze pulite di questa terra, da destra a sinistra, e questo gruppo di lavoro è una bella risposta che produrrà risultati positivi. Bisogna avere il coraggio, però, di allontanare chi non è degno del ruolo che ricopre».

Massimo Brugnone, invece, ha parlato di come contrastare la mafia partendo dall’educazione dei ragazzi: «Oggi sono stato in una scuola di Lodi – ha detto Brugnone sventolando una cartella con una ricerca approfondita sulla mafia fatta dai ragazzi di prima superiore – sulla prima pagina di questa ricerca c’è scritto “Noi ci mettiamo la faccia e la testa”. Questi ragazzi hanno lavorato con i loro insegnanti per produrre questo documento che vale più di ogni altra cosa. Come Ammazzateci Tutti stiamo lavorando con le scuole per dedicare una parte del Piano di offerta formativa proprio alla legalità e al contrasto alle mafie». A Busto ci sono già riusciti al liceo Tosi e, dopo una lezione sul funzionamento della giustizia, sono andati in aula per seguire un’udienza del processo alla ‘ndrangheta di Lonate: «Alcuni di quei ragazzi sono qui stasera senza che nessuno li abbia costretti – spiega Brugnone – questo significa che questa iniziativa ha funzionato».

 

Toccante infine la testimonianza di Luigi Vecchione che non è riuscito a trattenere le lacrime durante il suo racconto: «Mio padre negli anni ’70 se l’è dovuta vedere con Carmine Alfieri che nel nolano, la zona dove vive e opera la mia famiglia – racconta Vecchione – lui stava cercando di ingrandire la sua impresa in maniera legale e aveva anche fondato la Confapi campana. Di fronte alle richieste di pagamenti “per garantirsi l’incolumità” ha sempre detto no e ha anche cercato di parlare con questi personaggi. Lentamente sono iniziate prima le minacce di morte, poi gli attentati ai mezzi, infine le pressioni sui nostri operai che uno ad uno se ne sono andati. Oggi lavoriamo ancora ma la nostra azienda si è dovuta ridimensionare. Giù dalle mie parti non c’è la libertà d’impresa di cui si parla nell’articolo 41 della Costituzione italiana».

La serata si è conclusa con gli interventi finali dell’assessore alla cultura e presidente del gruppo di lavoro Simontacchi che ha annunciato la prossima iniziativa contro il bullismo nelle scuole «che è il primo sintomo della prevaricazione e del disprezzo delle regole tipico della mafia» e con il saluto finale del sindaco Piergiulio Gelosa.

Arrestato maresciallo dei carabinieri forniva notizie riservate per estorsioni

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Il militare in manette a Lecco: fra le accuse c’è l’accesso abusivo a banche dati riservate
Il materiale era stato utilizzato per chiedere 500mila euro a un imprenditore del Lodigiano

I carabinieri del reparto operativo provinciale di Lodi hanno arrestato un maresciallo dell’Arma a Lecco, su istanza della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Milano. Tra le accuse c’è quella di accesso abusivo a  banche dati riservate alle forze dell’ordine.

Il maresciallo avrebbe fornito informazioni personali ad alcune delle persone che, nell’aprile scorso, erano state arrestate a Pieve Fissiraga (Lodi) con l’accusa di aver tentato un’estorsione da 500mila euro ai danni di un imprenditore lodigiano, di 58 anni, del quale dimostravano di conoscere molti particolari sulla vita personale sua e dei familiari. L’uomo aveva denunciato ai carabinieri di aver cominciato a ricevere minacce da quando gli era andato male un grosso affare con un imprenditore 42enne di Lecco.

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