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Ordinanza Fire Off: Dichiarazioni di MENDOLIA Carmelo

Come riportato nel verbale di interrogatorio del 23.06.2010, di cui si riporta un estratto e alla cui lettura integrale si rinvia, (in atti, fald. 2), il collaboratore MENDOLIA Carmelo richiesto di riferire sulla situazione del territorio di Busto Arsizio dichiarava: “… Faccio presente che fino a quando sono stato a Busto, i fratelli Dario e Fabio NICASTRO, unitamente a Rosario BONVISSUTO (che lavora come geometra nell’agenzia edile dei NICASTRO), ed Emanuele NAPOLITANO e Franco POMODORO, hanno trafficato cocaina, hanno chiesto il pizzo alle aziende edili ed hanno commesso truffe … OMISSIS … i NICASTRO costringevano le ditte di costruzioni a dare loro i lavori in subappalto, imponevano alla ditta appaltatrice la assunzione dei dipendenti da far lavorare in subappalto ed oltre a questo spillavano soldi alle ditte appaltatrici, il tutto attraverso minacce … OMISSIS … Emanuele NAPOLITANO è stato fatto venire apposta da Gela per aiutare i NICASTRO nelle estorsioni. Sono stati i due fratelli Fabio e Dario a chiamarlo … OMISSIS … MADONIA e RINZIVILLLO hanno rapporti anche per quanto riguarda attività da compiere a Busto Arsizio. Ogni attività dei RINZIVILLO e dei MADONIA a Busto viene svolta chiedendo prima l’appoggio di VIZZINI e con la collaborazione di questi. Sto parlando dei settori dell’edilizia e delle estorsioni nell’edilizia, Il settore edilizio viene ritenuto più sicuro rispetto alla droga.

Busto Arsizio è di Rosario VIZZINI. VIZZINI è lo stiddaro più importante sia a Gela che nella zona di Busto Arsizio. Tutti gli altri gelesi che stanno in Lombardia devono ubbidire a Rosario VIZZINI … OMISSIS … Le estorsioni vengono commesse, per quanto ne so, esclusivamente nell’edilizia ai danni delle imprese. Per quanto ne so lo schema è consolidato. I NICASTRO costringono gli imprenditori edili ad affidare loro i lavori di subappalto, ad assumere e retribuire i dipendenti della ditta dei NICASTRO, a chiedere il pizzo alle ditte che questi costringono a concedere i lavori in subappalto. Mi risulta che abbiano anche fatto collocare bombe carta ed altri ordigni per intimidire gli imprenditori. Salvatore D’ALEO era quello solitamente incaricato di compiere questi attentati, utilizzando anche la benzina.

Questa attività dura da più di dieci anni a questa parte, da quando Fabio NICASTRO si era legato a Rosario VIZZINI ed avevano cominciato insieme a taglieggiare le imprese edili di Busto Arsizio, avvalendosi sin da allora di Salvatore D’ALEO. Era VIZZINI a dare gli ordini a NICASTRO. Insieme hanno fatto terra bruciata nell’edilizia, colpendo tutti, dall’artigiano al grande imprenditore … OMISSIS … Dario NICASTRO è anche stato arrestato unitamente a BONVISSUTO Rosario e NAPOLITANO Emanuele per una estorsione ai danni di un imprenditore edile nella quale sono stati colti in flagranza1 … OMISSI … E’ VIZZINI che comanda il gruppo. I NICASTRO vengono dopo VIZZINI in termini di importanza. D’ALEO era comunque uomo di Fabio NICASTRO, non aveva molto a che vedere con VIZZINI…”.

1 Arrestati in data 25/03/2008 dai militari della Compagnia (N.O.R.M.) Carabinieri di Legnano […]

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Crocetta: “Vizzini ha ancora molto da raccontare”

Fonte: http://www.varesenews.it

L’ex-sindaco di Gela commenta positivamente il pentimento del boss Vizzini ma mette in guardia l’intera provincia di Varese: “Fino ad ora c’è stata troppa disattenzione da parte della politica locale”

Rosario Crocettaex-sindaco di Gela che la mafia voleva uccidere, non è affatto stupito: «Adesso c’è anche l’omicidio, direi che non manca nulla a Busto Arsizio». Per l’eurodeputato del Pd, Vizzini è un boss di primo piano (da lui dovevano arrivare le armi per uccidere Crocetta): «E’ importante che uno come lui cominci a collaborare – prosegue – ora a Busto e a Varese ne vedrete delle belle, mica penserete che finisce qui». La mafia a Busto c’è da molti anni e i clan, in particolare i Rinzivillo e i Madonia, hanno fatto a tempo ad importare prima gli affiliati, poi l’imprenditoria collusa e infine i capitali da riciclare: «Mi chiedo come sia stato possibile fare tutto questo senza che nessuno muovesse un dito – continua Crocetta – credo che ci sia stata molta disattenzione. All’inizio la si poteva capire ma adesso nessuno può dire che il territorio non sia sotto l’attacco di diverse organizzazioni criminali. C’è anche la ‘ndrangheta e c’è anche la camorra».

Ma per Crocetta Busto e tutta l’area intorno a Malpensa hanno la forza per reagire: «In questi 4 anni ho visto nascere una serie di movimenti di opposizione al fenomeno mafioso – prosegue – ad esempio con i ragazzi di Ammazzateci tutti e anche alcuni imprenditori, sia bustocchi che gelesi, hanno alzato la testa e hanno denunciato i tentativi di estorsione. Questi imprenditori hanno il merito di aver aiutato le forze dell’ordine e le procure a far arrestare il clan di Vizzini». A questo seme deve seguire, secondo Crocetta, l’impegno da parte delle istituzioni e delle associazioni di imprenditori e commercianti per creare un comitato antiracket: «Serve un’organizzazione sul modello di quelle che sono sorte in Sicilia – dice il politico siciliano – io mi rendo disponibile per dare una mano e mi piacerebbe già in autunno organizzare qualcosa a Busto Arsizio. La politica, gli imprenditori e la prefettura si devono organizzare per controllare le imprese in odore di mafia, quelle che possono aver aiutato le organizzazioni criminali a riciclare capitali». Gli arresti non bastano a deradicare il fenomeno? «Assolutamente no, la mafia ha ormai puntato da anni sui colletti bianchi, sugli imprenditori in difficoltà che hanno bisogno di soldi – conclude – non basta verificare il certificato antimafia della Camera di Commercio, serve una struttura che controlli più a fondo».

Mafia, il boss parla e indica il cadavere del picciotto punito

Fonte: http://www.varesenews.it

Il capo cosca dei Rinvizillo Rosario Vizzini sta collaborando con la polizia e come primo importante passo ha fatto ritrovare il corpo di Salvatore D’Aleo a Vizzola Ticino

Il ritrovamento del corpo di Salvatore D’Aleo, un affiliato alla cosca dei Rinzivillo Madonia di Busto Arsizio, segna una svolta nella lotta alla mafia gelese a Busto Arsizio. E’ stato Rosario Vizzini, il capo della banda, a indicare agli inquirenti il punto esatto dove era stato seppellito l’uomo. Vizzini sta collaborando, è ufficiale, e ha offerto alla squadra mobile di Varese e alla Dda di Milano, come prova, un asso nella manica. La soluzione di un cold case, l’omicidio di un picciotto che secondo le regole degli uomini d’onore stava sgarrando. Vizzini ha portato il 10 giugno gli uomini della squadra mobile a Vizzola Ticino, in un bosco sulla riva del canale Villoresi, a due passi dalla centrale Enel. Ha battuto il piede per terra e ha guardato l’ispettore: «Scava qui», ha detto, sicuro del fatto suo. In 24 ore di ricerche coordinate da un antropologo forense, Dominique Salsarola, gli inquirenti hanno trovato frammenti ossei che corrispondono, al 99,8% al dna dei genitori della vittima.

(nella foto Sebastiano Bartolotta capo della squadra mobile, era presente anche Giovanni Broggini, dirigente del commissariato di Busto Arsizio)
Dunque il cadavere è quello di D’Aleo, ma perché è stato ammazzato cosi? Vizzini lo ha spiegato ai pm Piacente e Narbone che hanno spiccato il fermo per indiziato di delitto nei confronti dell’esecutore materiale, Emanuele Italiano, gelese di 60 anni, domiciliato al quartiere Buon Gesù di Olgiate olona. Il boss ha raccontato che D’Aleo non gli era mai piaciuto.

Era in realtà il factotum di un altro dei capicosca, Fabio Nicastro, e in suo nome aveva fatto diverse richieste estorsive nella zona a imprenditori edili come risulta dall’inchiesta “Fire off”.  Era stato ammonito, una prima volta, perché aveva chiesto soldi spendendo, senza autorizzazione, il nome di Piddu Madonia e dello stesso Vizzini, quando questi era in carcere. Il gruppo lo aveva emarginato, ma lui l’aveva presa male: si sentiva vittima di un’ingiustizia e si era lasciato scappare, in un momenti di rabbia, che per vendetta avrebbe bruciato la casa a Vizzini e Nicastro.

E’ a quel punto che la cosca comincia a pensare che si tratti di una scheggia impazzita e che vada eliminato. Vizzini si assume personalmente la responsabilità di aver ordinato l’omicidio, che doveva essere compiuto da lui stesso con Nicastro e Italiano, conosciuto nell’ambiente come killer freddo e dal grilletto facile e che aveva un conto aperto con la vittima (diceva che gli avrebbe sparato in faccia perché non gli aveva saldato un debito di droga).

Vizzini racconta: «Una sera vennero da me Nicastro e Italiano. Mi dissero che l’avevano già ammazzato e gli avevano tolto i vestiti, e mi chiesero un aiuto per seppellire il cadavere». I due aveva sfruttato forse un’occasione propizia. Pare abbiano caricato a Busto Arsizio D’Aleo, poi lo hanno portato a Oleggio, hanno svoltato nei campi verso il canale Villoresi e giunti nei pressi di una discarica sono scesi tutti dalla vettura; infine gli hanno sparto in testa, forse due volte.

Questo è il resoconto che viene fatto al boss. I tre si recano poi a Vizzola dove scavano la buca e nascondono il corpo. Il fermo della Dda di Milano accusa di omicidio Vizzini (che si assume la responsabilità di aver ordinato o autorizzato il delitto) e Italiano, ma il collaborante parla anche di Nicastro (che è già in carcere e dunque non può essere raggiunto da un fermo giustificato dal pericolo di fuga; potrebbe essere invece oggetto di una ordinanza di custodia spiccata dal gip di Busto Arsizio nei prossimi giorni).

In realtà, la squadra mobile di Varese diretta da Sebastiano Bartolotta stava indagando dal gennaio 2010 sulla vicenda, considerato anche le precedenti operazioni “Fire off” e “Tetragona” che hanno smantellato la presa mafiosa su Busto Arsizio.La filiale dei gelesi era dediti a incendi e angherie nei confronti di imprenditori edili, specie quelli siciliani. Durante quelle indagini, un piccolo artigiano vittima di attentato aveva detto di aver sentito parlare del caso D’Aleo e gli risultava fosse stato vittima di lupara bianca. Aveva anche detto di aver sentito Nicastro al telefono dire a qualcuno di lavare bene la macchina. Sapevano che D’Aleo si era incontrato la mattina della sparizione in un bar di Busto Arsizio in via Mazzini. Era scomparso a bordo di una lancia Lybra grigia, rintracciata qualche mese fa dalla polizia a Busto Arsizio, sequestrata, e dove è stato rinvenuto il bigliettino di un autolavaggio, risalente a un mese dopo il delitto. Il killer, Emanuele Italiano e Vizzini sono accusati di omicidio, occultamento di cadavere, porto abusivo di armi e di associazione mafiosa. Una donna marocchina arrestata ieri sera con lui era gravata da una precedente richiesta di arresto per droga.

6/07/2011
Roberto Rotondo

Busto Arsizio, finisce in manette il killer del gelese Salvatore D’Aleo

Fonte: http://www.siciliainformazioni.com

Gli uomini della squadra mobile di Varese, in collaborazione con gli agenti del commissariato di Busto Arsizio e con i colleghi di Caltanissetta, hanno arrestato il cinquantanovenne Emanuele Italiano: l’uomo è accusato di aver fatto parte del gruppo di fuoco che uccise, nell’ottobre del 2008, Salvatore D’Aleo.

Sia l’arrestato che la vittima, originari di Gela, si erano trasferiti, oramai da diversi anni, nella provincia di Varese.

Stando agli inquirenti, l’omicidio di Salvatore D’Aleo sarebbe da inserire all’interno di un conflitto esploso tra gli affiliati al gruppo di cosa nostra dei Rinzivillo, presente da decenni in Lombardia.
La vittima, infatti, scomparve proprio nell’ottobre di tre anni fa: anche la trasmissione “Chi l’ha visto”, sollecitata dai parenti, si è occupata per diverso tempo delle ricerche.
Solo il mese scorso, però, gli investigatori riuscirono a ritrovare alcuni resti umani all’interno dei boschi di Vizzola Ticino, in provincia di Varese: rafforzando l’ipotesi che fossero riconducibili a Salvatore D’Aleo.

Con l’arresto di Emanuele Italiano, pluripregiudicato e residente in via Boccaccio a Busto Arsizio, gli inquirenti sono sicuri di aver stretto il cerchio intorno al gruppo che decise di finire Salvatore D’Aleo. Anche la vittima, infatti, avrebbe fatto parte della cosca Rinzivillo, vicina alla famiglia Madonia, operante in Lombardia: la sua esecuzione, stando all’esito dell’indagine, sarebbe stata decisa dal leader del gruppo Rosario Vizzini, già in carcere dopo i blitz “Fire off” e “Tetragona”.

Salvatore D’Aleo sarebbe stato ucciso per contrasti legati alla gestione dei profitti generati dalle estorsioni e dal mercato della droga, Emanuele Italiano, invece, è stato bloccato proprio a Busto Arsizio mentre era in compagnia di una donna marocchina quarantaduenne Zouhaidi Khadija, priva del necessario permesso di soggiorno.

Il presunto killer è  stato trasferito all’interno del penitenziario della città. Come confermato dagli inquirenti, però, le indagini non si fermano: si cercherà di individuare gli altri componenti del gruppo che freddò Salvatore D’Aleo.

La svolta nelle indagini è giunta in concomitanza con l’avvio della collaborazione dell’ex leader di cosa nostra gelese al nord Rosario Vizzini.
Un uomo in grado di descrivere al meglio gli affari della mafia gelese in Lombardia.

Ritrovato un cadavere, forse è D’Aleo

Fonte: http://www.varesenews.it

Svolta nell’indagine sulla criminalità organizzata a Busto Arsizio: il corpo rinvenuto dagli inquirenti potrebbe appartenere al presunto mafioso, scomparso nel 2008

Le indagini sulla scomparsa di Salvatore D’Aleo, presunto componente dell’organizzazione mafiosa di Busto Arsizio che faceva capo a Rosario Vizzini, sarebbero vicine a una svolta. Gli inquirenti della squadra mobile di Caltanissetta, che sta indagando a Busto sulla vicenda, stanno attendendo infatti il responso della perizia odontoiatrica per identificare un cadavere ritrovato recentemente nella zona: l’ipotesi è che il corpo sia proprio quello di D’Aleo, misteriosamente scomparso nell’ottobre del 2008. Secondo le indagini, D’Aleo faceva parte del nucleo mafioso decimato dall’operazione “Fire Off” dello scorso aprile, in seguito alla quale sono arrestati Rosario Vizzini, Fabio Nicastro, Dario Nicastro, Emanuele Napolitano e Rosario Bonvissuto: il sesto componente del gruppo, emanazione locale del clan Madonia-Rinzivillo, sarebbe stato proprio il cittadino bustocco, 33 anni al momento della scomparsa. Fin dal principio dell’indagine gli inquirenti hanno ipotizzato che il suo potesse essere un caso di “lupara bianca” dovuto a dissapori interni al clan. Le ricerche dell’uomo sono state condotte per molto tempo anche attraverso la trasmissione Chi l’ha Visto? di Rai Tre.
22/06/2011

Vizzini e soci restano in carcere

Fonte: http://www.varesenews.it

Le richieste di scarcerazione avanzate dai legali di tre di loro sono state respinte dal tribunale del Riesame

Restano in carcere tutti e cinque gli arrestati dell’operazione “Fire Off” che ha fatto luce su un’organizzazione criminale di stampo mafioso operante nella città di Busto Arsizio come diretta emenazione delle cosche Madonia ed Emanuello-Rinzivillo di Gela. Dei cinque finiti in carcere, con l’accusa di aver messo a segno decine di estorsioni, tre (Rosario Vizzini, Dario Nicastro e Rosario Bonvissuto) avevano fatto richiesta di scarcerazione al tribunale del Riesame ma la richiesta dei rispettivi difensori è stata respinta dai giudici che hanno, invece, confermato la misura di custodia cautelare in carcere.

In particolare Rosario Vizzini è considerato dalla Dda di Milano come il vertice di questo gruppo, insieme a Fabio Nicastro, responsabile di tutte le azioni criminose dell’organizzazione e considerato anche referente di tutti i gelesi in Lombardia. I cinque, il sesto (Salvatore D’Aleo) si presume sia vittima della lupara bianca, avrebbero terrorizzato per anni imprenditori loro compaesani e le rispettive famiglie, spesso riducendole sul lastrico, approfittando dei loro beni dei quali si impossessavano con minacce e anche violenze fisiche. L’inchiesta ha permesso di fare luce su personaggi che già precedentemente erano stati coinvolti in indagini per mafia.

Come ti catturo il latitante, parla IMD

Fonte: http://www.varesenews.it

Il suo è un nome in codice e ha fatto parte della squadra Catturandi che mise le manette ai polsi di Bernardo Provenzano, dopo 43 anni di latitanza

Giusto 5 anni fa, l’11 aprile 2006, Bernardo Provenzano finiva la sua latitanza durata ben 43 anni.Le manette che hanno cinto i polsi del boss di Corleone erano quelle della squadra Catturandi di Palermo. Per legalitàlia, uno degli esponenti più famosi di quella squadra parla al teatro di Sant’Edoardo. Si chiama IMD, o meglio, è il suo nome in codice. Per motivi di sicurezza, infatti, la sua identità non può essere divulgata e neanche le sue foto. Anche se avvolto da un alone di mistero, IMD racconta agli studenti come sia difficile catturare un latitante. «Per Provenzano -spiega- ci sono voluti ben 8 anni». Il boss di corleone, infatti, comunicava con i celebri pizzini che «impiegavano giorni o settimane per raggiungere il destinatario». 

Intercettarli era quindi estremamente difficile e «ce l’abbiamo fatta solo quando abbiamo scoperto che molti venivano cuciti negli orli dei pantaloni del suo contabile in carcere e che un funzionario corrotto del comune li ricopiava con il computer dell’ufficio». Intercettazioni, microcamere e microfoni hanno poi permesso di individuare il covo e far scattare le manette. IMD ha poi raccolto le esperienze di oltre vent’anni di professione in “100% sbirro” e “Catturandi” perchè «dalle stragi del 92 le persone hanno iniziato ad avvicinarsi alle forze dell’ordine» e scrivendo libri «si può far capire meglio come lavoriamo e spingere la gente a fidarsi sempre più di noi».

Accanto a lui erano seduti Sandro Chiaravallotti del sindacato della polizia SIULP e Sebastiano Bartolotta, capo della squadra mobile di Varese. Quest’ultimo in particolare ha raccontato ai ragazzi i dettagli di come opera la polizia in un territorio con «grossi centri economici e che per questo non sono immuni dalla presenza di criminalità organizzata». Oltre alle ormai celebri operazioni “Infinito” e “Bad boys” che hanno decapitato gran parte delle cosche presenti nella zona, Bartolotta si concentra sull’indagine che non più tardi di due settimane fa ha portato dietro le sbarre 5 esponenti di spicco del clan Madonia. La ricostruzione degli eventi ha fatto emergere nella provincia di Varese «non solo la presenza di famiglie mafiose ma anche il clima di paura, intimidazione e omertà tipico di altre zone del Paese» al punto che «la maggior parte degli imprenditori taglieggiati ha parlato solo dopo numerose insistenze». Alcuni di questi, inoltre, starebbero già ritrattando le versioni fornite agli inuquirenti mettendo in difficoltà l’indagine stessa.

Tuttavia, il grande problema che le forze dell’ordine hanno nella lotta a tutte le mafie è il tempo. «Quando una cosca decide qualcosa, è subito messa in atto. Lo Stato invece ha tempi molto più lunghi per agire». Avere più fondi a disposizione aiuterebbe molto questi agenti ma, si sa, i recenti tagli hanno colpito anche questo comparto strategico.

11/04/2011
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