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Recupero crediti? A Lonate Pozzolo ci pensa la ‘ndrangheta

Fonte: www.massimobrugnone.it

Di nuovo arresti per ‘ndrangheta a Lonate Pozzolo (VA): questa volta a finire in manette un “semplice cittadino”, Giovanni Lazzati, proprietario di un autolavaggio e colpevole di aver chiesto alla mafia calabrese di fare recupero crediti per suo conto. Queste le accuse, per lo meno, risultanti dall’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in manette l’Assessore regionale Domenico Zambetti, e con lui altre 28 persone.

Giovanni Lazzati, 57 anni, nato a Legnano, è residente a Castano Primo (MI), ma lavora a Lonate Pozzolo. Ha un credito nei confronti di Gaetano Negri, proprietario del ristorante “Osteria Boffalora” di Varano Borghi (VA). Non vedendo saldato il suo debito, Lazzati decide di rivolgersi alla ‘ndrangheta, in particolare a Vincenzo Evolo, ‘ndranghetista di Mileto residente a Corbetta, “agendo nella piena consapevolezza della collocazione criminale di Evolo e delle modalità minacciose e violente con le quali sarebbe avvenuta l’operazione di recupero del suo credito, avendo esplicitamente richiesto l’operazione ad Evolo ed al suo gruppo”.

Vincenzo Evolo e Giovanni Lazzati entrano quindi entrambi d’ufficio nel capo 19 dell’ordinanza di custodia cautelareperché “mediante violenza e minacce, avvalendosi della forza e della capacità di intimidazione derivante dal vincolo associativo dell’articolazione mafiosa “Di Grillo – Mancuso“, costringevano Gaetano Negri ad emettere 5 assegni (con il beneficiario in bianco) da 20 mila euro ciascuno, per un importo complessivo di 100 mila euro, oltre ad una somma in contanti di 5 mila euro, trattenuta dallo stesso Evolo a titolo di rimborso spese”.

La novità, qui, sta nel fatto che Giovanni Lazzati non è membro della ‘ndrangheta, ma, pienamente consapevole dell’appartenenza a questa di Vincenzo Evolo, ne chiede la collaborazione. Ed ecco che ne rimane fregato: il 3 e il 23 agosto 2011 Evolo, insieme a Inco Hudorovich -detto “Sandro lo zingaro”- in due incontri svoltisi a Lonate Pozzolo costringono Lazzati a consegnargli una somma totale di 30 mila euro, esattamente pari al 30% di quanto gli doveva il Negri.
La novità è appunto che la DDA di Milano decide di arrestare anche l’imprenditore lombardo, non membro della ‘ndrangheta, che però consapevolmente si affida a questa, agevolandone l’estorsione e rimanendone vittima.

Quello che non è una novità è che i cittadini lombardi di certi settori lavorativi -Lazzati è nato a Legnano- sono totalmente consapevoli della presenza della mafia e ci vanno a braccetto con l’arroganza del “lumbard” che usa i terroni e poi ne rimane fregato perché questi terroni sono mafiosi.
Ciò che è sconcertante, invece, è la moltitudine di cittadini e politici che ancora negano l’esistenza del problema, per lo meno fino a quando poi li scopriamo arrestati, perché collusi, come l’Assessore Domenico Zambetti, o come il Sindaco di Sedriano, Alfredo Celeste.

Da Reggio Calabria alle porte di Milano per spartirsi i futuri affari. L’escalation criminale della cosca Valle

Fonte: http://www.milanomafia.com

La cosca Valle viene indicata nell’ultima mappa dei carabinieri di Reggio Calabria. Il clan, legato ai Condello, è attivo nell’usura e nel riciclaggio. Infilitrata nella politica locale sarebbe al centro dei grandi affari in Lombardia

Il report

Il documento è stato messo a punto dal Nucleo operativo dei carabinieri di Reggio Calabria dopo l’attentato alla Procura del 3 gennaio 2010
Secondo questa mappa in Lombardia oggi operano
19 clan che si spartiscono il territorio tra le province di Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Milano, Monza, Pavia
I nomi sono quelli degli
Arena, Barbaro, Critelli, Bellocco-De Stefano, Di Giovine, Facchineri, Gattini, Iamonte, Mancuso, Mazzaferro, Morabito, Nicoscia, Pangallo, Papalia, Paparo, Paviglianiti, Pesce, Trovato. Tutti operano nel settore del traffico di droga e armi, edilizia e locali notturni
A Pavia viene, poi, collocata la cosca Valle che ha in
Francesco Valle, detto don Ciccio, il suo capo, spalleggiato dai figli

Milano, 7 gennaio 2010 – Da Reggio Calabria a Vigevano e poco più in là verso Cisliano, Bareggio, Milano. Oltre mille chilometri. Una lunga linea rossa tratteggiata dagli uomini del Reparto operativo dei carabinieri del capoluogo calabrese per dare senso e sostanza all’evoluzione criminale di una delle cosche emergenti in Lombardia: i Valle, cognome, fino ad oggi sconosciuto alle cronache, comparso nell’ultimo report sugli assetti criminali delle ndrine in Calabria, in Italia e nel mondo. Un documento di importanza vitale perché stilato dopo la bomba che il 3 gennaio 2010 è scoppiata davanti alla Procura generale in via Cimino a Reggio. Centrale. Così viene definito dagli investigatori il ruolo della cosca Valle negli ultimi affari della ‘ndrangheta in Lombardia. Affari che comprenderebbero anche i futuri appalti per Expo 2015.

La ragnatela di interessi, dunque, parte dal quartiere Archi di Reggio Calabria per arrivare ai tavoli di un lussuoso ristorante con piscina e statue di marmo nei pressi della Vigevanese. Luogo strategico dove da tempo si svolgerebbero veri e propri summit di mafia per dirimere questioni di territori e dividere la torta degli interessi mafiosi a Milano e nel suo hinterland. Attorno alla cosca Valle, dunque, ruoterebbe un vero e proprio comitato affaristico-mafioso che può contare su appoggi politici di rilievo all’interno delle istituzioni lombarde. E così a margine della mappa stilate dai carabinieri ecco una breve nota su questa famiglia: “In tema di criminalità organizzata calabrese nell’interland milanese sta emergendo la famiglia Valle, proveniente da Reggio Calabria e insediatasi nell’area lombarda a cavallo tra le province di Pavia e Milano”. Una presenza confermata da varie fonti, non ultima quella della Guardia di Finanza di Pavia per bocca del comandante Domenico Grimaldi per anni alla guida del Gico di Milano e in questa veste autore dell’ultima grande inchiesta, la Cerberus, sulle cosche Barbaro-Paplia di Platì. Il nome Valle compare anche un report dei carabinieri di Milano datato 2008. “Francesco Valle detto don Ciccio, risulta essere il capo del clan Valle”. Nato a Reggio Calabria il 29 settembre 1937, attualmente è libero e sottoposto solo all’obbligo della firma. “La sua residenza – si legge – è a Bareggio in via Piave 176”. Padre di quattro figli, tre maschi e una femmina, don Ciccio è legato alla famiglia mafiosa dei Cotroneo a loro volta federata con i Condello di Reggio Calabria. “A seguito – scrivono i carabinieri – della sanguinaria faida con la cosca Geria-Rodà agli inizi degli anni Ottanta è costretto a trasferirsi da Reggio Calabria a Vigevano”.

Nel 1973, la Questura di Reggio Calabria lo denuncia per tentato omicidio nei confronti di Carmelo Barbaro, il quale aveva sparato al fratello di don Ciccio, Demetrio Valle. “A suo carico – scrivono i carabinieri di Milano – figurano precedenti o pregiudizi penali per associazione mafiosa”. Quadro confermato da una perquisizione domiciliare effettuata dalla polizia di Pavia il 26 gennaio 1984, “quando – si legge in una nota dell’epoca – presso l’abitazione del Valle venivano sequestrati brani dei rituali di affiliazione alla ‘ndrangheta”. Nel 1992 la Questura di Pavia “segnala come la famiglia Valle a Vigevano conti circa 30 persone collegate allo stesso Francesco Valle”. Di più: “Viene indicato che il Valle è solito circolare con un’autovettura blindata intestata al suo autista”. Non meno gravi gli elementi che emergono a carico dei figli, tutti, a dire dei carabinieri, “con precedenti o pregiudizia penali” di vario genere. In particolare, il maggiore dei fratelli, Fortunato Valle viene indicato “come la mente del clan”. Nel 1992 parte del clan finisce in carcere con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’estorsione e all’usura.

Un anno dopo verranno condannati il padre e due fratelli (Fortunato e Angela), mentre verrà assolto Leonardo Valle, altro figlio di don Ciccio. Nel 1997, però, al clan vengono sequestrati diversi beni, tra cui cavalli e una lussuosa villa. Quattro anni dopo ci risiamo: l’intero clan finisce a San Vittore sempre con l’accusa di estorsione e usura. Un campo dove, secondo gli investigatori di Reggio Calabria, la cosca opererebbe ancora oggi. “Gli stessi nel tempo hanno acquisito un imponente patrimonio composto da immobili ed attività commerciali che gli garantisce una facciata lecita per giustificare il vorticoso giro di denaro che ruota intorno a loro”. Tra questi anche il ristorante lungo la Vigevanese. Il locale nonostante risulti intestato a un egiziano, sarebbe di fatto riconducibile alla cosca. E in effetti tra i vari passaggi di proprietà, prima di finire nelle mani dell’ultimo titolare, la maggioranza delle quote era di una società il cui procuratore legale risulta essere la moglie di Fortunato Valle. (dm)

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