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Nei teatri di Busto la lotta alla mafia spiegata ai giovani

Fonte: http://www.varesenews.it

Sono state nove le diverse assemblee che hanno animato la mattina di oltre 4.000 studenti bustocchi. Nove teatri gremiti di giovani per ascoltare le parole dei grandi protagonisti della lotta alla mafia che tutti i giorni lottano contro questo potere

9 teatri diversi per parlare di 9 tematiche diverse. “Legalitàlia in primavera” non è solo una grande manifestazione di piazza con gli oltre 6mila ragazzi che hanno partecipato al corteo ma è anche -e sopratutto- un momento di incontro e approfondimento culturale. L’incontro forse più atteso di tutti è andato in scena al teatro “Fratello Sole” dove Aldo Pecora, presidente di Ammazzateci Tutti, Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela e attuale vice presidente della commissione antimafia del parlamento europeo e l’assessore alla legalità della Calabria Eduardo Lamberti Castronuovo hanno discusso del rapporto tra politica e mafia. «Iniziamo a capire che i farabutti non sono solo da una parte e le persone oneste dall’altra» ha spiegato fin da subito Aldo Pecora, convinto anche del fatto che l’unica strada percorribile sia quella di «unire tutte le forze positive del Paese perchè dall’altra parte (quella mafiosa, ndr) sono molto compatti».

La preghiera che Pecora ha poi voluto rivolgere ai ragazzi è quella di non abbandonare l’Italia invitando tutti a «lavorare affinché quando sarete laureati voi questo Paese sia in grado di accogliervi e che non vi costringa a partire lasciando l’Italia nelle mani peggiori». E sul come la mafia sia arrivata al Nord, Rosario Crocetta spiega che «con le grandi migrazioni degli anni 60 con le brave persone sono arrivati anche i mafiosi» i quali, una volta approdati in terra padana, «non è che abbiano trovato grossi ostacoli ma anzi, spesso si è trattato di veri e propri comitati di benvenuto». Così, grazie al riciclaggio di denaro sporco, l’economia del Nord è ulteriormente prosperata a scapito di «un sud che è stato letteralmente saccheggiato». «Pensate -incalza Crocetta- che una ricerca del Censis certifica che senza le mafie il sud Italia avrebbe lo stesso sviluppo della Padania».

E chi, come Pino Masciari, è stato vittima di questo saccheggio parlava proprio negli stessi istanti a poche centinaia di metri di distanza davanti alla platea del teatro Sociale. Masciari era un imprenditore con grossi appalti in mezza Italia e «quando sono venuti nei miei cantieri a chiedermi il 3% del fatturato io ho subito detto “no” e ho denunciato tutti». Una scelta coraggiosa dettata dal fatto che «volevo rimanere un imprenditore libero» ma che è all’imprenditore è costata molto, sia economicamente che socialmente. «Quando io ho denunciato non ho trovato lo Stato pronto ad aiutarmi» e anche se il sostituto procuratore della DDA di Milano Mario Venditti (che si è occupato del celebre processo “Bad Boys”) sostiene che «la legislazione antimafia non è affatto arretrata» invitando quindi a superare il silenzio e denunciare, chi lo ha fatto non è poi così ottimista. «Oggi -spiega Masciari- lo Stato deve 90 miliardi agli imprenditori e molti di questi sono costretti a scendere a patti con la criminalità organizzata per sopravvivere».

E questa assenza dello Stato è evidente anche dal fatto che «a Palermo dal 2009 non ci sono più denunce per il pizzo». E’ Vincenzo Conticello, titolare dell’Antica Focacceria di Palermo e tra i primi a denunciare il racket delle estorsioni, a spiegare dal palco del teatro Manzoni come «molti preferiscano vivere pagando 300 euro al mese ma stando tranquilli» e che oggi la strada da percorrere per emanciparsi dal potere mafioso passa «sia attraverso una riforma burocratica sia, e sopratutto, della classe politica».

Alla base di tutto un ruolo di primo piano lo ricopre l’informazione con il suo dovere di ricostruire gli avvenimenti locali che odorano di criminalità organizzata. Orlando Mastrillo, giornalista di VareseNews, ha ripercorso con i ragazzi nell’auditorium del Museo del Tessile come l’indagine Bad Boys «sia partita da alcuni incendi che si credeva nascessero da screzi tra imprenditori» ma che poi hanno sollevato il velo sulla profonda infiltrazione mafiosa in queste zone.

23/04/2012
Marco Corso redazione@varesenews.it

La Mafia al Nord PARLIAMONE

Giovedì 29 marzo – ore 21 – Auditorium Comunale, Dairago

SERATA DI APPROFONDIMENTO CON OSPITI:

GIULIO CAVALLI
Consigliere Regionale SEL, Scrittore e Attore

MARIO VENDITTI
Sostituto Procuratore presso direzione distrettuale antimafia di Milano

MARTA CHIAVARI
Giornalista La7e Il Fatto Quotidiano autrice de “LA QUINTA MAFIA”

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Conduce la serata MASSIMO BRUGNONE, responsabile Lombardo Ammazzateci Tutti

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Serata organizzata con la collaborazione del Comune di Dairago

“Un importante riconoscimento a carabinieri e procura”

Fonte: http://www.varesenews.it

Così il pubblico ministero Giovanni Narbone dopo la lettura delle sentenze di condanna per associazione mafiosa. Ammazzateci Tutti: “Ora non sono più presunti mafiosi” e un parente li minaccia

Il pubblico ministero Giovanni Narbone (con la toga nella foto a sin.) può ritenersi soddisfatto delle sentenze emesse dal tribunale bustocco dopo un anno di processo. Le pene richieste dal suo collega Mario Venditti non sono state accolte nella loro intierezza ma è la sostanza che conta soprattutto mentre è in corso il maxi-processo Infinito a Milano nel quale sono imputati molti dei condannati di oggi, insieme ai vertici di tutte le locali di ‘ndrangheta sparse per la Lombardia e che sono state sgominate nell’operazione del luglio 2010: «E’ stata confermata l’esistenza delle due associazioni per tutti gli imputati – ha detto Narbone – questo è il riconoscimento dell’ottimo lavoro svolto dai carabinieri di Busto Arsizio e di Varese e dalla Procura della Repubblica. Sui singoli reati attendiamo di leggere le motivazioni del collegio. La riduzione della pena dovrà essere valutata.Questo processo è importante proprio perchè riconosce l’esistenza di queste locali di ‘ndrangheta, un punto a favore dell’accusa per il più ampio processo Infinito che è in corso a Milano».

Delusione e poche parole a margine della lettura delle sentenze da parte delle difese degli imputati che avevano sostenuto l’inesistenza dell’associazione mafiosa derubricando il tutto a semplice spavalderia da parte dei loro assistiti, al massimo avevano concesso l’esistenza di qualche truffa ma nulla di più parlando anche di processo alla calabresità e razzismo ideologico: «Attendiamo di leggere le motivazioni dei giudici» – ha detto il difensore di Emanuele De Castro, Federico Margheriti. Sorrisi e soddisfazione da parte dei giovani di Ammazzateci Tutti con in testa il coordinatore lombardo dell’associazione Massimo Brugnone: «Ora non sono più presunti mafiosi – ha detto Brugnone – abbiamo una certezza, la mafia c’è anche qui». I giovani anti-mafia sono stati anche aggrediti verbalmente all’uscita del tribunale da uno dei tanti parenti dei condannati presenti, si sono udite frasi tipo “Adesso siete contenti, pezzi di m…” ma anche “vi vengo a prendere uno a uno”. A parte questo non ci sono state altre parole da parte loro; la lettura del dispositivo di sentenza ha visto una reazione composta da parte di tutti.

In tribunale torna la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.varesenews.it

Torna in aula domani, martedì 19 aprile, il processo Bad Boys agli appartenenti alla locale di Legnano-Lonate Pozzolo nel quale parleranno le parti civili. Una vicenda che ha aperto un vaso di Pandora in Lombardia e ha scatenato molte reazioni

Toccherà alle parti civili domani, lunedì 19 aprile,  parlare al processo nei confronti di Carlo Avallone, Emanuele De Castro,Antonio Esposito, Nicodemo Filippelli, Stefano Giordano, Antonella Leto Russo, Luigi Mancuso, Pasquale Rienzi,Vincenzo Rispoli (foto a sin.), Ernestino Rocca, Fabio Zocchi e Rita L., tutti e dodici accusati di aver partecipato all’associazione a delinquere di stampo mafioso chiamato locale di Lonate-Legnanocome affiliati alla ‘ndrangheta. Il lungo percorso iniziato nel 2002 con le prime indagini dei Carabinieri di Varese, proseguito con l’intervento della Direzione distrettuale antimafia e della Dia, che ha portato al loro arresto, e conclusosi con il processo con rito abbreviato giunto, ormai, alle fasi finali con una serie di udienze calendarizzate fino a luglio prima di arrivare alla sentenza prevista per la fine dell’estate.

Il pubblico ministero Mario Venditti ha chiesto pene che vanno dai 4 ai 17 anni per quelli che considera essere gli esponenti di spicco della locale che opera tra i due centri a cavallo tra le province di Varese e Milano. Grazie all’inchiesta “Bad Boys” prima e “Infinito” dopo la procura distrettuale antimafia è riuscita a ricostruire anni di estorsioni, minacce, usura, violenze che si sono susseguite ad un ritmo industriale in tutta la provincia di Varese dal capoluogo in giù. I dodici per i quali è stata richiesta la condanna appaiono nelle carte del pm come una vera e propria macchina organizzata e ben oliata che riusciva ad incutere timore sia nei confronti dei loro compaesani, quasi tutti di Cirò Marina, che nei confronti di molti imprenditori nativi della zona. Decine le imprese assoggettate, chi da qualche mese e chi da anni, al volere di Vincenzo Rispoli, considerato il capo della locale, Nicodemo Filippelli ed Emanuele De Castro (che reggevano la locale nella zona del Basso Varesotto).

Dai fascioli, grazie a strumenti di indagine classica e alle intercettazioni, sono emersi tantissimi episodi quali incendi, colpi di pistola sparati a finestre e serrande, pestaggi per chi non restituiva prestiti con tassi da usuraio, cessioni di aziende. Tutto questo è accaduto in un arco temporale che si presume vada dalla metà degli anni ’90 al 2009, anno in cui sono stati effettuati gli arresti. Le denunce all’autorità giudiziaria si sono potute contare sulle dita di una mano e anche questo ha reso difficile il lavoro degli investigatori che spesso si sono trovati davanti ad un clima omertoso. La ‘ndrangheta di Legnano-Lonate, inoltre, poteva contare anche su contatti indiretti con il mondo della politica (anche se nulla di concreto è emerso fino ad ora anche a causa di una legislazione fallace), con il mondo dei colletti bianchi (direttori di filiale o impiegati) e dell’imprenditoria in special modo edile, molti affidavano alle imprese a loro direttamente collegate il movimento terra. 

Una volta emerso tutto il sottobosco criminale che governava l’economia attorno a Malpensa fino a Legnano le indagini hanno potuto fare un grande balzo in avanti fino a scoperchiare l’intera organizzazione lombarda nel luglio del 2010 che contava su una ventina di locali come quella di Legnano-Lonate. Con l’indagine “Infinito – Il Crimine”, infatti, sono stati eseguiti ben 300 arresti divisi equamente tra la Lombardia e la Calabria, con la prima definita come la provincia dell’impero mafioso calabrese. Da qui è partita anche una grossa riflessione dal punto di vista culturale con i botta e risposta tra Roberto Saviano (che a Vieni via con me aveva puntato il dito sulla Lombardia mafiosa e omertosa) e il ministro dell’Interno Roberto Maroni (che, invece, negava la saldatura del tessuto criminale a quello sociale lombardo). Infine è arrivata la bella manifestazione di Legalitàlia, organizzata dalle scuole di Busto Arsizio e Ammazzateci tutti, con una giornata dedicata alla legalità e che ha visto coinvolti oltre 3000 studenti che hanno voluto manifestare il loro “no” a tutte le mafie.

Sindaci della Valle “a lezione di antimafia” dal procuratore

Fonte: http://www.varesenews.it

Il capo della Procura di Busto Arsizio Dettori ricorda il fenomeno ‘ndranghetista con il processo Bad Boys. Ai primi cittadini della Valle Olona un plauso per il coordinamento della videosorveglianza

Intervendo all’incontro con i sindaci della Valle Olona, il procuratore di Busto Arsizio Francesco Dettori (a destra nella foto) si è dilungato su alcuni aspetti di immediato interesse per l’ufficio cui è preposto. Non solo specificamente relativi al territorio, al quale è comunque assicurato l’impegno dei magistrati, ma più in generale alle attività del palazzo di giustizia e alla zona entro la quale la Valle si viene a trovare, una immensa periferia urbana con tutti i problemi delle megalopoli. Relativamente alla proposta della rete di videosorveglianza coordinata tra tutti i Comuni della Valle Olona Dettori era più che positivo: «È importantissimo, la devianza va prevenuta. Due anni fa si ebbe l’episodio dell’incendio dell’auto del sindaco di Busto Arsizio, per le indagini la telecamera è stata fondamentale. Non posso che approvare la vostra proposta» ha detto con convinzione ai sindaci.
«Una necessità è raccordarsi con le istituzioni che rappresentano lo Stato, sono qui come procuratore a dire che fortunatamente dovremmo avercela fatta, avevamo rischiato di ridurci a due sostituti su otto in organico, poi Csm e ministero della giustizia sono intervenuti e presto entreranno in servizio altri quattro sostituti. Il Csm ha pubblicato poi due posti vacanti di cui uno sarà coperto, insomma c’è stata una ricostituzione» dà atto, finalmente sollevato, il procuratore capo. Ricordando fra l’altro che in Italia vige il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, a differenza che in altri paesi. E quindi servono risorse, umane e tecniche, importanti.
I temi del territorio, lungo l’Olona e non, sono vari. La droga: «Malpensa porta degli stupefacenti, la più importante d’Italia, per traffici dal Sudamerica (cocaina ndr) e dal Nordeuropa (acidi, ecstasy ecc ndr). Sul territorio i carabinieri sono attenti, alla grossa criminalità come al piccolo spaccio: al di là di ogni valutazione l’immigrazione, più o meno clandestina, è un fattore moltiplicativo, abbiamo verificato che lo spaccio al dettaglio è in mano a nordafricani (si veda Saronno ndr)». I consumatori, in compenso, sono in gran parte italiani.
Ci sono però italiani e italiani: questa terra conosce un fenomeno solo apparentemente alieno come la‘ndrangheta: «avrei voluto avere qui al mio fianco Mario Venditti», il pm della dda milanese ora applicato per sei mesi a Reggio Calabria, che ha retto l’accusa al processo nato dall’operazione Bad Boys (di poche settimane fa è la requisitoria), intervento congiunto di forze dell’ordine e magistratura che, con altri e più vasti (“Il Crimine“) ha “inquadrato” il fenomeno sul territorio. «Sappiatelo», avverte Dettori rivolto agli amministratori e ai cittadini tutti, «’ndrangheta e mafia sono qui, e spetta a voi contrastarle. Non bastano carabinieri e magistrati, perchè queste organizzazioni cercano di inserirsi anche nel potere politico, laddove si prendono le decisioni sul territorio: ma oramai si conoscono nomi e cognomi di queste persone, e non ci sono alibi. Abbiamo preso provvedimenti sul Lonatese per la ‘ndrangheta, ma a Busto c’è la mafia, di origine gelese. Io vengo dalla Sardegna e dal centro Italia, non ho mai vissuto in realtà permeate da questa criminalità organizzata, che ho conosciuto invece qui, alla Procura di Busto Arsizio, dove ne ho appreso metodi, regole, linguaggio. Il processo in corso si sta per concludere, sono state chieste pene pesanti. Chiudo sollecitando questo sforzo comune per creare una barriera nei confronti di coloro che si ostinano a vivere di attività criminose».
8/03/2011

La ‘ndrangheta investe nella tav al Nord? Il giudice dice no e toglie l’associazione mafiosa

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Mario Portanova

Il Tribunale di Monza ha assolto il presunto clan Paparo dal reato di 416bis. Torna d’attualità la difficoltà al nord di dare condanne che riguardino la criminalità organizzata

Quando scattò l’operazione Isola, il 16 marzo 2009, per la Lombardia fu uno scossone. Secondo l’accusa, una cosca della ‘ndrangheta si era aggiudicata un subappalto nel cantiere di una grande opera pubblica, l’Alta velocità ferroviaria. Non in Calabria, ma alle porte di Milano, nella tratta fra Pioltello e Pozzuolo Martesana. La vicenda divenne subito un simbolo dell’assalto criminale all’economia del Nord. Due anni dopo, però, la sentenza di primo grado del Tribunale di Monza cancella per tutti gli imputati il reato di associazione mafiosa, contestato dal pm Mario Venditti della Direzione distrettuale antimafia. E riapre una questione di cui gli addetti ai lavori discutono da anni: come si prova un’accusa di mafia nel nord Italia?

Non è stato un colpo di spugna, dato che condanne rilevanti hanno colpito diversi imputati, per lo più appartenenti alla famiglia Paparo, originaria di Isola di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, trasferita tra Cologno Monzese e Brugherio negli anni Ottanta.

Marcello Paparo, il 46enne imprenditore indicato come il capo dell’organizzazione, si è preso sei anni di reclusione per possesso di armi, per aver ordinato il brutale pestaggio di un lavoratore di una sua cooperativa e per averne intimiditi altri. Sempre il possesso di armi è costato tre anni a suo fratello Romualdo, anche lui impegnato nella gestione delle aziende di famiglia, e in particolare della P&P che lavorava al movimento terra nel cantiere dell’Alta velocità. Pene fra i due anni e sei mesi e quattro anni e quattro mesi sono toccate ad altri tre imputati.

Saranno le motivazioni della sentenza a spiegare perché la corte, presieduta dal giudice Giuseppe Airò, abbia rigettato l’accusa di mafia, sia pure con la formula che ricalca l’insufficienza di prove. Dallo svolgimento del processo e da qualche indiscrezione è possibile però ricavare qualche indicazione. Sono emersi legami tra i Paparo e le cosche dominanti di Isola Capo Rizzuto, gli Arena e i Nicoscia. In alcune intercettazioni, Marcello Paparo e alcuni familiari si mostrano partecipi e preoccupati delle vicende di ‘ndrangheta nel loro paese d’origine. I giudici, però, non hanno individuato alcun elemento di “mafiosità” nel comportamento della famiglia su al Nord.

Per esempio è un’azienda lombarda, la Locatelli di Grumello Monte in provincia di Bergamo, a concedere i “subappalti”, in realtà noleggi di camion con autisti per il movimento terra, alla P&P dei Paparo, e dalle indagini non emergono violenze né intimidazioni. Anzi, i rapporti tra i padani e i calabresi appaiono improntati alla massima collaborazione, anche quando si tratta di truccare qualche carta per aggirare i controlli antimafia. Circostanza confermata dalla sentenza, ma sono fatti del 2004 e quindi prescritti.

Stessa situazione per l’altro grande business dei Paparo, le cooperative di facchinaggio del consorzio Ytaka. Il cliente più importante, la Sma, si è costituita parte civile al processo – prima azienda privata in Lombardia a compiere una scelta del genere – eppure i suoi manager hanno parlato di un rapporto economico nato in modo pulito e lecito.

Le ritorsioni dei Paparo sono cominciate solo dopo gli arresti del 2009, quando la catena della grande distribuzione ha rescisso immediatamente il contratto con le cooperative di Ytaka. Ne è seguita l’occupazione del piazzale del magazzino di Sma di Segrate da parte dei lavoratori, una protesta sindacale accompagnata però da minacce di ben altra natura. “Concorrenza sleale con violenza” è il reato per cui è stato condannato Salvatore Paparo, un altro fratello di Marcello.

Due accuse di tentato omicidio, sempre legate al settore delle cooperative di servizi, sono cadute durante il procedimento. Il tribunale ha invece riconosciuto la responsabilità di Marcello Paparo come mandante del pestaggio di Nicola Padulano, un carrellista impiegato alla Sma di Segrate che accampava rivendicazioni sulle condizioni di lavoro. Un dirigente dell’azienda aveva segnalato la necessità di intervenire sul rompiscatole che stava “creando problemi”. Paparo dapprima gli offre dei soldi per andarsene, senza successo. Il 15 settembre 2006 un paio di persone aspettano Padulano sotto casa, a Segrate, e lo pestano a sangue: «frattura cranica e fratture multiple al volto e alla gamba destra», è il referto del pronto soccorso. Come esecutore materiale dell’agguato è stato condannato Michele Ciulla, fidanzato di Luana Paparo, la figlia ventenne di Marcello, anche lei finita in carcere con l’accusa di associazione mafiosa e assolta dal tribunale di Monza.

In sintesi: i Paparo erano imprenditori in contatto con le cosche calabresi, giravano illegalmente armati e più volte hanno regolato le questioni d’affari con la violenza e la minaccia. Ma questo, secondo i giudici, non basta a definirli mafiosi. O meglio, anche se lo fossero, non avrebbero messo in campo la loro “mafiosità” nell’attività imprenditoriale esercitata al Nord. E dunque sono stati assolti dal 416 bis.

La sentenza di Monza pare l’esatto opposto di quella milanese che l’anno scorso ha condannato per associazione mafiosa, sempre in primo grado, diversi esponenti della famiglia Barbaro-Papalia, calabresi di Platì trapiantati da decenni a Buccinasco, e persino un lombardissimo imprenditore del movimento terra, Maurizio Luraghi.

Ai Barbaro-Papalia non è stato possibile attribuire specifici episodi di violenza e intimidazione, ma secondo la sentenza ottenevano lavori edili con la forza dell’intimidazione insita in un cognome di grande tradizione ‘ndranghetista. Ai Paparo sono state attribuite singole condotte criminali, ma non la capacità di incutere un vero terrore mafioso nei loro interlocutori.

Il confine è labile e il tema è delicato, visto che fra non molto, l’11 maggio, prenderà il via a Milano il “maxiprocesso” agli imputati della grande operazione Infinito del 13 luglio scorso. Quella che nel ramo milanese portò in carcere circa 150 persone accusate di costituire il nerbo della ‘ndrangheta lombarda del nuovo millennio.

Nomi e fatti citati dal pm che accusa la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.varesenews.it

Mario Venditti della DDA milanese ripercorre tra intercettazioni, estorsioni e sparatorie, l’ascesa del clan guidato da Vincenzo Rispoli, “una potenza in Lombardia, che può muovere duemila uomini

Una requisitoria senza acuti retorici, ma con la forza di indizi e contestazioni che si accumulano inesorabili, quella del pm Mario Venditti della Direzione distrettuale antimafia milanese al processo “Bad Boys” in corso davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Busto Arsizio. Sotto accusa quella che per la DDA milanese si configura come una vera cosca, il “locale” di Lonate-Legnano, nato come costola operativa dei clan di Cirò Marina, legato al clan Farao-Marincola, ma capace di strutturarsi sul territorio in modo forte, indipendente, e violento. Fin troppo: fino al punto di attirare l’attenzione e la repressione, delle forze dell’ordine. Numerose immobiliari e imprese edili, di volta in volta intestate a prestanome, a persone indotte o costrette a collaborare o direttamente ad affiliati facevano da sfondo ad una duplice attività che affiancava estorsioni e usura a più tradizionali attività criminali, quali le rapine. Senza dimenticare, per chi pensasse che questo processo in fondo non riguarda la città in cui si svolge, l’episodio gravissimo del ferimento alle gambe, in pieno centro a Busto Arsizio, di Barbara Viadana, sorella della titolare di un’agenzia immobiliare incorsa nelle ire di uno degli imputati.
Una requistoria dalla quale emerge anche una ‘ndrangheta che a modo suo “fa proseliti” al Nord coinvolgendo anche soggetti non calabresi di origine, come ad esempio Fabio Zocchi, uno degli elementi più citati della requisitoria.

A capo di tutto, ribadisce Venditti davanti alla corte, mentre gli imputati presenti dietro le sbarre seguono attentamente senza reazioni, c’era il legnanese Vincenzo Rispoli. È lui ad essere citato in innumerevoli intercettazioni come il punto di riferimento attorno al quale ruotava l’attività del gruppo. C’era anche in una nota riunione ad alto livello, a Cardano al Campo, il 3 maggio 2008. Lo chiamavano sempre “Enzo”, o “Cenzo”, ma le circostanze di varie delle intercettazioni lo fanno nominare per nome e cognome, chiaramente. Come ad esempio quella del 18 aprile 2006 in cui Nicodemo Filippelli («i carabinieri di Varese gli dovrebbe un monumento» dice il pm, « perchè con le sue esternazioni», colto ovunque da microfoni ambientali o intercettate, «è stato più efficace di mille collaboratori di giustizia») con tono didattico illustra a Fabio Zocchi, «non calabrese, settentrionale, e dunque bisognoso di ‘istruzione’» nota il pm, la struttura dell’associazione, i doveri e i relativi vantaggi dell’associazione, e fa preciso riferimento a Rispoli Vincenzo. Ancora pochi mesi dopo, a settembre, è sempre Filippelli, intecettato, a riferire testualmente che« il sodalizio agiva su disposizione di Rispoli». In una delle intercettazioni citate si dirà che «Enzo è una potenza in Lombardia, può far muovere duemila persone, e quelle di colpo si girano e corrono». È Rispoli l’uomo cui ci si rimette per una decisione, lui che partecipa alla spartizione dei proventi dell’associazione di cui è a capo, che non dimentica, ovviamente, di “stipendiare” anche i carcerati, anche questo nelle intercettazioni c’è; nè di proseguire le estorsioni ai danni di imprenditori locali. Citato in aula il caso di F. L., imprenditore cui i malavitosi arriveranno a far mangiare delle cambiali prima di colpirlo col calcio di una pistola: anche qui secondo il pm non mancherebbe un interessamento diretto del Rispoli, testimoniato da scambi telefonici col Filippelli Nicodemo. «Vari collaboratori hanno detto che i Rispoli sono famiglia mafiosa residente in Legnano, con appoggi a Cirò, ancora oggi risulta che ‘non si muove foglia che Rispoli non voglia’. A Legnano come a Guardavalle, zona di origine, erano consosciuti come famiglia mafiosa di alto livello» ribadisce il pm carte alla mano.

La posizione di Emanuele De Castro è quella di «“amministratore della bacinella”», ossia del fondo comune della ‘ndrina. (…) «Quando Zocchi Fabio ha necessità di simulare un suo status di lavoratore dipendente, è al De Castro che si rivolge, vero titolare della società di cui figurerà a libro paga». De Castro è presente in tutta una serie di riunioni ad alto livello cui partecipa il Rispoli, inclusi i funerali di Pasquale Barbaro a Platì nel novembre 2007, a varie altre riunioni; «è titolare di varie attività economiche, utilizza macchine e auto anche di gran pregio, inclusa una Porsche Cayenne, benchè non dichiari redditi, segno che i suoi non erano certo quelli delle attività apparentemente lecite gestite attraverso prestanome, ma quelle illeciti, i “recuperi”».
Di Nicodemo Filippelli già abbiamo detto quale “merito”, suo malgrado, gli si attribuisca da parte di pm e forze dell’ordine: dalla sua viva voce registrata che si apprende moltissimo. «Filippelli è ovunque, è onnipresente, è sempre in mezzo in tutte le vicende comprese le riunioni più importanti, incluso il 3 maggio 2008 a Cardano, dove non aspetta fuori, ma entra ed è invitato al pranzo e alla discussione». Questo suo attivismo a parecchi dà fastidio, peraltro. Nelle varie estorsioni, «nei taglieggiamenti sistematici cui è sottoposta l’imprenditoria locale, lui c’è sempre. Oltretutto Filippelli Nicodemo con Mancuso Luigi è colui che si fa carico del riciclaggio dei danari provento dei recuperi, «utilizzando anche persone a lui legate affettivamente». Come Leto Russo Antonella, al centro di una «triangolazione» monetaria con Mancuso e Filippelli Nicodemo per «portare a Cirò i soldi, monetizzare i titoli provento di “recuperi” in modo da renderli non rintracciabili: la Leto Russo con conti correnti propri, di familiari e di terzi, “monetizza” con castelletti bancari e poi indirizza il denaro. Lei ha reso ampia confessione, forse nemmeno rendendosi conto dell’attività illecita di riciclaggio compiuta». Il pm Venditti cita un’operazione immobiliare “capolavoro”, ovviamente di illegalità: quella relativa alla Ebe immobiliare, su cui elenca una serie di complessi passaggi attraverso “schermi” e prestanomi più o meno costretti o complici, tra cui in particolare Avallone Carlo, al termine dei quali la società finisce nelle mani di Fabio Zocchi e di Nicodemo Filippelli. «Il mutuo immobiliare di un milione e 400mila euro alla Deutsche Bank nessuno l’ha mai pagato; tutti ci hanno guadagnato a eccezione del primo proprietario che subisce la perdita secca del patrimonio della società, di due milioni e mezzo. Avallone fa quello che fa sotto minaccia di Zocchi e Filippelli. Questi ultimi due ci guadagnano puliti un milione di euro, anche nell’ipotesi che il mutuo fosse pagato»
Avallone era stato sentito in mattinata: «finalmente ha riferito le cose come stavano» constatava il pm Venditti. «Ha spiegato le ragioni del suo coinvolgimento in queste vicende. Mi ha fatto venire i brividi, una realtà di intimidazione, di terrore per sé e per la famiglia, anche in detenzione. È accusato di essere riciclatore e di aver partecipato a vari operazioni camuffandone i veri termini». Altri subiscono imposizioni forzose, uno di questi imprenditori è letteralmente costretto a rinunciare a una mansarda in Legnano sempre a favore di Filippelli e Zocchi, con tutti gli “schermi” possibili in mezzo per la rintracciabilità dei passaggi di mano.

Luigi Mancuso «è al centro della vicenda dell’importantissima riunione del 3 maggio 2008. Ha strettissimo rapporto con Cataldo Marincola (il quale con Farao Silvio è a capo del locale di ndrangheta di Cirò), tanto che ve lo accompagna in quell’occasione. È lui che dopo il sequestro degli assegni di Trecate suggerisce al taglieggiato L., nell’intercettazione del 30 aprile 2007, di rispondere che erano stati emessi a copertua dell’acquisto di una BMW. Ed è al centro della triangolazione di danari fra Nicodemo Filippelli e la Leto Russo».
Ernestino Rocca è invece la figura dell’uomo d’azione e guardaspalle. Il suo ruolo è evidenziato da due episodi. Nel primo, dà fuoco all’auto del capo dell’ufficio tecnico del Comune di Lonate Pozzolo, architetto Orietta Liccati. In pieno giorno, nel parcheggio interno del Municipio, «e questa è la cosa più incredibile». Viene visto, qualcuno annota la targa della sua auto e riferisce: individuato, il Rocca andrà a processo per il gesto. «Rischia l’arresto in flagranza, ma non è pazzo. È che si ritengono padroni del territorio, fanno quello che gli pare, alla luce del sole, con arroganza. Ma è stato sfortunato: ha trovato persone che si sono assunte l’onere di fare una denuncia, che non hanno avuto paura». Rocca per Venditti è un tipico incaricato del controllo militare del territorio, e fa da guardaspalle al De Castro. L’arresto di Rocca il 21 luglio 2008 avviene ad opera dei carabinieri di Cuggiono: c’è un incontro cui partecipa De Castro, i carabinieri sono lì a monitorare, Rocca, che non è ammesso al summit, è armato di pistola. Trovatagliela addosso, i militari lo arrestano per il porto dell’arma

C’è poi la vicenda del ferimento in pieno centro a Busto Arsizio di Barbara Viadana. Venditti tratta insieme le posizioni di Esposito Antonio e Rienzi Pasquale: la confessione di Esposto dimostra il legame stretto fra i due. «Qui siamo al livello che si ammazza la gente per fare delle “cortesie”, come le chiamano loro. Sotto c’era la truffa immobiliare cui facevo riferimento in apertura della mia requisitoria, e la denuncia della sorella della Viadana a carico di Rienzi, che alla fine decide di colpire. Ed è quello che Esposito fa con Orazio Donato (un altro degli arrestati dell’operazione Bad Boys ndr)». Finisce gambizzata Barbara Viadana al posto della sorella. Per Venditti questo è un tentato omicidio, «hanno mirato al bersaglio grosso, hanno colpito le gambe» ma potevano benissimo uccidere; in ogni caso «è sintomatico dell’esistenza dell’associazione, tenuto conto di quanto ci dice Donato, cioè che Esposito si mette in accordo con Rispoli anche per le rapine per cui Esposito e Donato sono processati a parte». Tra le rapine, una non inclusa in quel processo è del 5 giugno 2006, a Lonate Pozzolo: il bandito trova appena dieci euro in casse e li lascia lì, con disprezzo. Per il pm ci sono elementi per accusarne Esposito.
Nelle ricostruzioni di Venditti entra poi anche il progetto di omicidio di un altro Filippelli, Mario, “salvato” dai carabinieri con l’arresto; poi scorrendo i capi di imputazione «varie gravissime estorsioni ai danni di imprenditori locali, e non si sottovalutino quelle per cifre minime che possono far sorridere, parliamo di gravi reati, usura, estorsione, ancora più gravi perchè Nicodemo Filippelli e i suoi accoliti dediti ai “recuperi” non solo fanno maxioperazioni come la Ebe, ma raccolgono anche gli spiccioli, le briciole, i mille euro, praticando interessi ed esigendo percentuali col meccanismo del cambio assegni, del cambio titoli, a chi non ha accesso a conti, in cambio di un tot, con interessi astronomici che configurano l’usura». E il potere dell’organizzaizone si perpetua, fino allo scattare delle manette.

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