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‘Ndrangheta, uccisa e sciolta nell’acido “Punita perché aveva collaborato”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Lea Garofalo era sparita nel febbraio 2010. Ordinanza di custodia cautelare in carcere per sei persone, tra cui l’ex convivente e padre di sua figlia. La donna, 35 anni, aveva fatto dichiarazioni sulle cosche di Crotone e, da tempo, aveva rinunciato alla protezione

MILANO – Uccisa perché aveva deciso di rompere il muro di omertà. Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia scomparsa a Milano circa un anno fa 1, è stata assassinata e sciolta in 50 chilogrammi di acido in un terreno a San Fruttuoso, vicino a Monza. Un’esecuzione legata alla dichiarazioni fatte ai magistrati sull’omicidio di Antonio Combierati elemento di spicco della criminalità calabrese. E’ quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip milanese Giuseppe Gennari e notificata dai carabinieri del nucleo investigativo di Milano a sei persone, tra cui l’ex convivente della donna Carlo Cosco e Massimo Sabatino (entrambi già in carcere).

I colpevoli.
Cosco e Sabatino erano già stati arrestati a febbraio dopo aver tentato, lo scorso maggio a Campobasso, di uccidere la donna. Gli altri quattro destinatari del provvedimento del giudice Gennari sono i fratelli di Carlo Cosco, Giuseppe detto “Smith” (gli e’ stato contestato anche lo spaccio di stupefacenti) e Vito detto “Sergio”, e altre due persone, una delle quali accusata solo di distruzione di cadavere.

Il primo tentativo fallito. Lea Garofalo aveva già subito un primo tentativo di sequestro nel maggio 2009, ma era riuscita a mettere in fuga il sequestratore.  “Io dormivo nella mia stanza – ha raccontato la figlia Denise -.Mia madre mi ha raccontato dopo che questo tecnico le è subito sembrato anomalo perché sembrava non sapesse dove mettere le mani. Lei allora si è insospettita e dopo un po’ gli ha detto che se era venuto per ucciderla poteva farlo subito. Mia madre mi ha allora detto che l’uomo le si è scagliato contro tentando di strangolarla. Mia madre, che nel frattempo aveva preso un coltello dalla cucina ed inoltre è pratica di qualche mossa di arti marziali, ha reagito colpendolo. Ho aiutato mia madre picchiando l’uomo con forza fino a quando questo è riuscito a divincolarsi fuggendo. L’uomo però aveva abbandonato la cassetta degli attrezzi dentro la quale i carabinieri del posto hanno rinvenuto una pallina di gomma, dello spago, del nastro adesivo, delle forbici, un apparato per provocare delle scosse elettriche e dei cacciaviti”.

L’esecuzione. Secondo l’indagine, Carlo Cosco ha organizzato l’agguato mentre Lea Garofalo si trovava a Milano con la figlia. Almeno quattro giorni prima del rapimento, Cosco ha predisposto un piano, contattando i complici, assicurandosi sia il furgone dove è stata caricata a forza, sia la pistola per ammazzarla “con un colpo”, sia il posto dove interrogarla, e infine l’appezzamento dove si ritiene sia stata sciolta nell’acido.  La distruzione del cadavere, per inquirenti e investigatori, ha avuto lo scopo di “simulare la scomparsa volontaria” della collaboratrice e assicurare l’impunità degli autori materiali dell’esecuzione. ‘Quello che si verifica a Milano, in una tranquilla ed elegante zona centrale, e’ un caso di lupara bianca che ci riporta a situazioni e contesti sovente (ed erroneamente) creduti ben lontani dalla realtà cittadina” si legge in uno dei passaggi dell’ordinanza. Quel giorno, scrive il giudice, a Milano “sotto gli occhi di ignari passanti, si scorge una donna minuta, ripresa negli ultimi istanti della sua vita dalle telecamere di sicurezza poste ai margini della strada, salire fiduciosa sul veicolo dell’ex convivente, padre di sua figlia e pregiudicato Cosco Carlo. Questa è la ultima volta in cui si sente parlare di Lea Garofalo ancora in vita”.

Le reazioni. “Una barbara esecuzione che è la drammatica conferma che la criminalità è più forte che mai e sia ben lontana dall’essere sconfitta. La realtà è che in Italia ‘ndrangheta, mafia e camorra sono ancora in grado di controllare il territorio e di imporre con violenza la propria legge” dichiara il democratico Walter Veltroni.

(18 ottobre 2010)

Faida di Petilia. Sabatino, il pusher da Quarto Oggiaro per uccidere la pentita Lea Garofalo

Fonte: http://www.milanomafia.com

Massimo Sabatino, 37 anni, il presunto killer finito in manette per aver cercato di uccidere la ex collaboratrice di giustizia Lea Garofalo, viveva in via Pascarella. E a dicembre era finito in manette con il clan Tatone

Operazione Smart

Quindici ordinanze di custodia cautelare in carcere a Quarto Oggiaro per associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga. Ecco l’elenco degli arrestati

Nicola Tatone nato a Casaluce (Ce) il 16 febbraio 1968;
Raffaele Tatone nato a Milano il 22 settembre 1987;
Palmieri Alessandro nato a Milano il 5 giugno 1974;
Thomas Pistillo nato a Milano il 4 ottobre 1986;
Oliver Belotti nato a Milano il 16 dicembre 1987;
Francesco Zaccaro nato a Milano il 6 febbraio 1976;
Roberto Forgione nato a Milano l’8 novembre 1971;
Jonathan Leonard Camassa nato a Milano il 19 settembre 1989;
Andrea Bressi nato a Milano il 29 novembre 1987;
Rosario Basso nato a Palermo il 14 giugno 1973;
Massimo Sabatino nato a Pagani (Sa) il 6 novembre 1973;
Ciro Turiello nato a Milano il 24 ottobre 1983;
Girolamo Mustazzu nato a Napoli il 23 settembre 1976;
Azzedine El Idrissi nato a Beni Amir Ovest (Marocco) il 28 luglio 1982

Milano, 8 febbraio 2010 – La sua residenza ufficiale era a Brescia, in contrada Pozzo dell’Olmo. Ma la sua vita da tempo era tra i palazzi dello spaccio di Quarto Oggiaro. Viveva in via Graf, ma quando gli sbirri del commissariato sono andati ad arrestarlo, lo scorso 18 dicembre, lo hanno trovato in via Pascarella, 20. La piazza di spaccio più redditizia di tutta Milano. Era un pusher, un uomo fidato di Nicola Tatone. Ma gli agenti non sapevano che quel ragazzo, Massimo Sabatino 37 anni (nella foto) con l’immancabile felpa con il cappuccio alzato sul capo e il volto stralunato, era invece un uomo al soldo di una guerra di mafia. Il suo nome, passato anonimo nell’elenco degli arrestati dell’operazione Smart, oggi è invece il protagonista delle cronache insieme a quello di Carlo Cosco, l’altro uomo finito in manette con l’accusa di aver cercato di uccidere la ex moglie, la collaboratrice di giustizia Lea Garofalo. Lei ancora non si trova, da quando è sparita proprio da Milano. Lui, cugino del giovane Vito Cosco reo confesso della strage di Rozzano (4 morti), è finito in carcere su mandato della Procura di Campobasso. Sabatino, invece, ha ricevuto la notifica a San Vittore dove appunto era detenuto da dicembre.

Secondo le accuse sarebbe stato il 37 enne nato a Pagani (Sa), a fingersi lo scorso maggio un tecnico addetto alle riparazioni delle lavatrici per entrare in casa di Lea Garofalo e tentare di rapirla e ucciderla. Accuse messe nero su bianco nell’ordinanza di custodia cautelare, che ora – dopo il clamore sollevato dal caso della scomparsa della donna – rischiano di trasformarsi nell’accusa di omicidio. La donna, che in passato aveva collaborato con la giustizia e poi rinunciato al programma di protezione, ufficialmente risulta ancora semplicemente scomparsa. Ma negli inquirenti l’ipotesi di un delitto di lupara bianca è sempre più concreta. E a colpire, almeno secondo quanto ipotizzato dagli investigatori dei carabinieri, sarebbe stato ancora Cosco magari con la complicità di Sabatino. Lui, con una fila di precedenti per droga e altri piccoli reati, a Quarto Oggiaro era descritto come un “semplice balordo”. Un termine spiccio per definire chi, pur facendo parte di un’organizzazione criminale, prediligeva un approccio “diversificato” nel mondo criminale: “Dove c’era un modo per fare soldi lui provava ad inserirsi”. Nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione Smart, firmata dal gip Fabrizio D’Arcangelo, vengono descritte le fredde serate del novembre 2007 trascorse in via Pascarella vendendo coca. Un business da capogiro per il clan Tatone che dopo l’arresto dei petilini Carvelli nel 2008 ha acquisito nuove piazze di spaccio.

E forse per soldi, il 37 enne, avrebbe accettato l’incarico per “rapire e uccidere” Lea Garofalo. Con quell’incarico su commissione da Milano a Campobasso per eliminare il testimone scomodo. Quanto alla donna, le cui rivelazioni avrebbero dovuto far luce anche sull’omicidio di Antonio Comberiati, ucciso nello stabile regno dei Cosco-Carvelli di viale Montello, 6 a Milano, ancora nessuna traccia. Due le ipotesi: quella di un allontanamento volontario, compatibile con la dinamica della scomparsa, e l’omicidio. Il mistero per ora resta fitto. (cg)

Quarto Oggiaro, la mamma pentita che incastra i Tatone: “Ero in difficoltà economiche, mi diedero 1.500 euro per tenere la coca”

Fonte: http://www.milanomafia.com

Quindici arresti nel quartiere. In manette Lele Tatone, 22 anni, e guai anche per lo zio Nicola già in cella per l’operazione Pavone. A svelare la rete dello spaccio una collaboratrice di giustizia, madre di due bambine

Operazione Smart

Quindici ordinanze di custodia cautelare in carcere a Quarto Oggiaro per associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga. Ecco l’elenco degli arrestati

Nicola Tatone nato a Casaluce (Ce) il 16 febbraio 1968; Raffaele Tatone nato a Milano il 22 settembre 1987; Palmieri Alessandro nato a Milano il 5 giugno 1974; Thomas Pistillo nato a Milano il 4 ottobre 1986; Oliver Belotti nato a Milano il 16 dicembre 1987; Francesco Zaccaro nato a Milano il 6 febbraio 1976; Roberto Forgione nato a Milano l’8 novembre 1971; Jonathan Leonard Camassa nato a Milano il 19 settembre 1989; Andrea Bressi nato a Milano il 29 novembre 1987; Rosario Basso nato a Palermo il 14 giugno 1973; Massimo Sabatino nato a Pagani (Sa) il 6 novembre 1963; Ciro Turiello nato a Milano il 24 ottobre 1983; Girolamo Mustazzu nato a Napoli il 23 settembre 1976; Azzedine El Idrissi nato a Beni Amir Ovest (Marocco) il 28 luglio 1982

Milano, 18 dicembre 2009 – “Da qualche tempo, mi trovo in difficoltà economiche, in quanto ho due figlie di 9 e 12 anni e sono separata. Nel quartiere dove abito e precisamente in via Pascarella, tanta gente conosce la mia situazione familiare, cioè le mie difficoltà economiche, pertanto più volte mi sono stati proposti affari illeciti, da persone che conosco, ma ho sempre rifiutato. Ultimamente la mia situazione economica si è ulteriormente aggravata e nei primi mesi del 2007, ho accettato uno di questi incarichi illeciti”. Inizia così il racconto di Sonia, 38 anni, dipendente comunale, separata, madre di due bambine, la mamma pentita che con il suo racconto ha incastrato gli uomini del clan Tatone. Un racconto lucido e a tratti drammatico, nel quale la giovane mamma racconta delle minacce subite, delle intimidazioni e le giornate dei soldati del clan Tatone. I poliziotti del commissariato di Quarto Oggiaro la arrestano nel maggio del 2007 dopo una segnalazione anonima. In casa aveva due chili di cocaina. La donna di fronte alla possibilità di perdere l’affidamento delle figlie decide di collaborare. Ecco le sue parole riportate nell’ordinanza firmata dal gip Fabrizio D’Arcangelo.

Quando è stata contattata e per quale motivo?
Dopo le feste natalizie, e precisamente verso la metà del mese di gennaio 2007, sono stata contattata da uno dei fratelli Tatone, Emanuele ed in particolare Nicola, il quale venne a casa mia in compagnia di un ragazzo, nell’occasione, facendo leva sulle mie precarie condizioni economiche, mi propose di tenergli della roba e in cambio di denaro. Dopo le festività natalizie si è presentato presso il mio appartamento un uomo che conosco come Tatone Emanuele, non so altri dati di costui, ma posso dire che ha circa 45 anni ed abita nel quartiere Quarto Oggiaro, tutti lo consideriamo una persona pericolosa e dedita allo smercio di sostanze stupefacenti.

Da quando conosce Tatone Emanuele?
Conosco Tatone Emanuele da quando ero bambina, ho sempre saputo che lui ed i suoi fratelli sono considerati persone pericolose e spacciatori di droga. Ricordo che Tatone venne a trovarmi nel mio appartamento in via Pascarella, in quell’occasione mi ha proposto di tenergli a casa mia un grosso quantitativo di droga, in cambio mi ha promesso un compenso mensile di 1.500 euro. Mi disse che gli avrei dovuto custodire la droga e poi ci saremmo accordati meglio. Verso la fine del mese di gennaio sempre Tatone venne a casa mia con una borsa e mi disse ‘tieni questa borsa che all’interno c‘è la droga’. In quell ‘occasione ho ritirato la borsa e l’ho nascosta nella cameretta dei bambini”

Quali istruzioni le sono state impartite?
Quando mi ha consegnato la borsa, mi disse: ‘Da ora in poi, verranno i miei ragazzi a ritirare la droga’
Come e quando è stata ritirata quella partita di droga?
Quel chilogrammo è stato ritirato in più occasioni da ragazzi del quartiere che io conosco solo di vista. Ricordo che i ragazzi venivano a casa, entravano dentro la cameretta, si chiudevano all’interno per uscire dopo qualche minuto. Non so chi erano i ragazzi che venivano nel primo periodo, posso solo riferire che si presentavano alla porta e dopo aver suonato il campanello dicevano che dovevano ritirare dello stupefacente.

E’ mai stata ricontattata da Tatone?
Verso la fine del mese di gennaio, Tatone è venuto a casa e mi ha consegnato la somma di euro 1.500 come pattuito e cioè il compenso di tenere la droga. In quell’occasione mi disse “fra qualche giorno ti porto dell’altro stupefacente da tenere”.

Quando è avvenuta la successiva consegna?Dopo qualche giorno dall’avvenuta riconsegna della borsa effettivamente si è presentato con la stessa borsa di colore blue e me l’ha consegnata all‘ingresso di casa mia. Io ritiravo la borsa e la nascondevo sempre nell’armadio della cameretta dei bambini. In questa occasione, erano i primi giorni del mese di febbraio 2007 e la borsa poteva contenere circa due o tre chilogrammi di droga, dico questo in quanto dopo aver ritirato la borsa la aprivo e notavo che all’interno c‘erano delle confezioni da circa 50 e cento grammi confezionati con del cellophane.

Chi e come ha ritirato questa partita di stupefacente?
Per lo smercio di quella partita di droga, ci hanno pensato sempre gli stessi giovani erano in tre, r questi li conosco solo di vista, che in diverse occasioni si presentavano alla porta e mi dicevano ci venivano a nome di Emanuele, quindi li facevo entrare in cameretta, penso prelevassero per il fabbisogno e uscivano. Questa partita di droga ricordo che è durata circa venti giorni, dopodiché è passato qualche tempo ed alla fine del mese di febbraio, sempre Emanuele si è presentato e mi ha pagato la somma di 1.500 euro. (…)

Quando avvenne la successiva consegna?
Dopo qualche giorno, sempre lo stesso giovane trafficante mi ha portato un altro quantitativo sempre con lo stesso borsone. In questa occasioni dopo che il giovane mi ha consegnato la borsa ed è uscito, l’ho aperta ed ho notato che all’interno della borsa c’erano due panetti che presumo contenessero cocaina da un chilogrammo cadauno ed alcuni pacchetti in cellophane contenenti 50 o 100 g. Voglio ora riferire che qualche volta i giovani sono venuti a casa e si sono chiusi in cameretta ed hanno utilizzato un frullatore che gli stessi mi hanno chiesto, suppongo che in quelle occasioni hanno tagliato e confezionato lo stupefacente anche per il tempo che si sono trattenuti circa un’ora.
(…) Verso la metà di febbraio venne a casa mia Pasquale Tatone lo stesso venne da me all’incirca alle 18.00 del pomeriggio. Pasquale Tatone mi chiese se era tutto a posto ed alla mia risposta affermativa mi chiese dove stava lo stupefacente. Io gli indicai la cameretta dei bambini dove avevo occultato lo stupefacente e lo stesso vi si recò a controllare. Prima di uscire mi disse ‘mi raccomando di non dir niente a nessuno’ ricordo che me lo disse in tono minaccioso. Preciso che i fratelli Tatone venivano sempre all‘improvviso a casa mia per effettuare il loro controllo, non mi hanno mai anticipato la loro visita. Anche gli spacciatori che venivano a ritirare le singole dosi da spacciare sono sempre venuti senza anticipo, ero io che mi premuravo di avvisarli il giorno prima se il successivo avevo qualche ritardo e non potevo essere a casa alla solita ora. Quando mi si presentavano alla porta i fratelli Tatone io ero molto spaventata, loro si presentavano con atteggiamenti duri e spadroneggianti ed io so che nel quartiere hanno fama di essere persone potenti e cattive. Anche Nicola Tatone, il quarto fratello, è venuto una volta a casa mia a controllare lo stupefacente che io detenevo, era circa la fine di marzo, in quella occasione Nicola mi disse ‘ricordati che non ci hai mai visto’. Io ho sempre avuto paura dei fratelli Tatone e ne ho tutt‘ora, ma quando sono stata arrestata ho deciso di collaborare con la giustizia perché ho paura di perdere le mie figlie e non vederle per molti anni. (cg)

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