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La ‘ndrangheta lavora al Tribunale di Milano La storia clamorosa di due appalti pubblici

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

La vicenda riguarda alcuni uomini vicini alla cosca Barbaro-Papalia. Secondo le informative della Dia i cantieri andarono a una ditta pulita, ma i lavori furono effettuati da uomini vicini alle cosche che hanno lavorato oltre che al palazzo di giustizia anche alla ristrutturazione di una casa vacanza ad Andora

Imprenditori puliti che ci mettono faccia e società. Imprenditori mafiosi che stanno dietro le quinte dell’appalto e incassano le commesse. Il gioco non è complicato. Le ultime inchieste sulla ‘ndrangheta a Milano lo hanno dimostrato chiaramente. Alla sbarra così sono finiti imprenditori dal pedigree rigorosamente padano come Maurizio Luraghi e Ivano Perego. Il primo accusato e condannato per associazione mafiosa. Il secondo ancora in attesa di giudizio. Grazie a loro i boss alla milanese si sono aggiudicati speculazioni edilizie e appalti pubblici. La Perego strade, addirittura, ha lavorato allo scavo per la costruzione della nuova sede del palazzo di Giustizia di Milano.

Eppure c’è dell’altro. Un azzardo ulteriore che ha portato gli uomini della ‘ndrangheta a ottenere appalti per la manutenzione degli impianti elettrici anche all’interno dell’attuale Tribunale del capoluogo lombardo. Il dato, inedito, emerge dalle pieghe degli atti dell’inchiesta Parco sud che il 3 novembre 2009 ha chiuso i conti con la cosca Barbaro-Papalia, famiglia di ‘ndrangheta da anni residente a Buccinasco, comune a sud-ovest di Milano. Di più: sempre le stesse persone riconducibili al clan e che, come i loro capi, nel gennaio 2010 saranno condannate in primo grado, sono riuscite ad aggiudicarsi appalti del Comune di Milano.

La storia inizia nell’inverno del 2008. In quel periodo, i boss della cosca si trovano in carcere. I gregari, invece, sono liberi e operativi. Due di loro, Franco Michele Mazzone e Nicola Carbone,stanno svolgendo lavori per conto della C.e.b. Electric di Caludio Papani, imprenditore di Novate milanese che non verrà sfiorato dall’inchiesta. Ecco, allora, cosa annotano gli uomini della Dia in un’informativa del 21 novembre 2008: “I lavori per conto di Papani sono quelli di un immobile nel comune di Andora e presso il palazzo di Giustizia di Milano”. I cantieri in Liguria riguardano una delle Casa vacanza di proprietà del comune di Milano. Un dato confermato dal documento dall’Ufficio strutture scolastiche. Secondo il quale Papani si è aggiudicato un appalto “per montanti e dorsali elettrici” del valore di 70mila euro. Oggi sul sito del comune di Milano la residenza viene descritta come “una splendida costruzione completamente ristrutturata, racchiusa tra pini e piante mediterranee, con accesso diretto alla spiaggia privata e priva di barriere architettoniche. Nel grande parco, vasti spazi di gioco e attrezzature sportive. Età degli ospiti: 6/11 anni”. Dalle intercettazioni, depositate agli atti dell’indagine Parco sud, emerge come Mazzone da questo lavoro voglia ricavare fino a 300mila euro. Un bel tesoretto che non fa gola solo a lui. In pista, infatti, c’è anche Giuseppe Andronaco (non indagato), imprenditore calabrese molto vicino al giovane Domenico Papalia, boss in ascesa con i giusti quarti di nobiltà mafiosa.

Insomma, le cosche in Lombardia arrivano ovunque e guadagnano su tutto. Il metodo, come si diceva, è sempre lo stesso. “Papani ha assunto alcuni dipendenti di Mazzone, non potendo quest’ultimo ricevere il subappalto”. Il perché lo racconta la storia criminale dello stesso Mazzone scritta dal gip Giuseppe Gennari nella sua ordinanza del 2009. Il giudice lo descrive come persona di fiducia di Salvatore Barbaro, il piccolo principe delle cosche, che ha sposato Serafina Papalia, figlia di Rocco Papalia, per anni reggente degli affari mafiosi al nord. Mazzone, secondo gli investigatori, si è preso l’incarico di minacciare Luraghi e la sua famiglia dopo che l’imprenditore ha deciso di collaborare con la magistratura.

Per conto della cosca Barbaro-Papalia, Mazzone ritira “somme di denaro nei cantieri dove l’organizzazione ha cointeressenze, fornendo la sua collaborazione per le esigenze quotidiane, quale gestore per conto della “ famiglia” degli affari illeciti, in particolare prendendo in affitto l’ appartamento di Assago via Caduti in cui si è nascosto il latitante Paolo Sergi“. Mazzone, inizialmente indagato anche per associazione mafiosa, alla fine verrà condannato a cinque anni e otto mesi per altri reati. Tra questi la detenzione “di armi comuni da sparo, alcune clandestine, armi e munizionamento da guerra, e una bomba a mano”. Dal suo curriculum spunta anche un bel po’ di droga, circa quattro chili di cocaina. Lo stesso spartito vale per Nicola Carbone condannato in primo grado a sei anni.

Il 29 ottobre 2008 Mazzone è al telefono con un tale Pasquale al quale conferma che si occuperà dei lavori elettrici all’interno del tribunale. Nello stesso giorno Claudio Papani chiama Mazzone per chiedergli i nomi delle persone che andranno a lavorare a palazzo di Giustizia. Due giorni dopo sono di nuovo al telefono. Papani comunica a Mazzone gli stipendi degli operai, dopodiché lo invita a mandare le carte d’identità degli operai. Quindi gli dice di “licenziare i ragazzi” per poi poterli assumere lui. Il 4 novembre successivo i lavori iniziano. Il giorno prima “Mazzone chiama Papani il quale gli dice che da domani i ragazzi possono iniziare a lavorare al Tribunale”.

A questo punto l’informativa della Dia conclude chiedendo all’autorità giudiziaria una proroga alle intercettazioni. Ad oggi l’inchiesta resta aperta. E Mazzone non è indagato per questa vicenda. Un fatto, però, è certo. Seguendo le tracce della ‘ndrangheta che fa affari in riva al Naviglio si rischia di imbattersi in storie come queste, che mettono in fila gli interessi mafiosi con appalti ad alto rischio come quello nel palazzo di Giustizia di Milano.

La ‘ndrangheta investe nella tav al Nord? Il giudice dice no e toglie l’associazione mafiosa

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Mario Portanova

Il Tribunale di Monza ha assolto il presunto clan Paparo dal reato di 416bis. Torna d’attualità la difficoltà al nord di dare condanne che riguardino la criminalità organizzata

Quando scattò l’operazione Isola, il 16 marzo 2009, per la Lombardia fu uno scossone. Secondo l’accusa, una cosca della ‘ndrangheta si era aggiudicata un subappalto nel cantiere di una grande opera pubblica, l’Alta velocità ferroviaria. Non in Calabria, ma alle porte di Milano, nella tratta fra Pioltello e Pozzuolo Martesana. La vicenda divenne subito un simbolo dell’assalto criminale all’economia del Nord. Due anni dopo, però, la sentenza di primo grado del Tribunale di Monza cancella per tutti gli imputati il reato di associazione mafiosa, contestato dal pm Mario Venditti della Direzione distrettuale antimafia. E riapre una questione di cui gli addetti ai lavori discutono da anni: come si prova un’accusa di mafia nel nord Italia?

Non è stato un colpo di spugna, dato che condanne rilevanti hanno colpito diversi imputati, per lo più appartenenti alla famiglia Paparo, originaria di Isola di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, trasferita tra Cologno Monzese e Brugherio negli anni Ottanta.

Marcello Paparo, il 46enne imprenditore indicato come il capo dell’organizzazione, si è preso sei anni di reclusione per possesso di armi, per aver ordinato il brutale pestaggio di un lavoratore di una sua cooperativa e per averne intimiditi altri. Sempre il possesso di armi è costato tre anni a suo fratello Romualdo, anche lui impegnato nella gestione delle aziende di famiglia, e in particolare della P&P che lavorava al movimento terra nel cantiere dell’Alta velocità. Pene fra i due anni e sei mesi e quattro anni e quattro mesi sono toccate ad altri tre imputati.

Saranno le motivazioni della sentenza a spiegare perché la corte, presieduta dal giudice Giuseppe Airò, abbia rigettato l’accusa di mafia, sia pure con la formula che ricalca l’insufficienza di prove. Dallo svolgimento del processo e da qualche indiscrezione è possibile però ricavare qualche indicazione. Sono emersi legami tra i Paparo e le cosche dominanti di Isola Capo Rizzuto, gli Arena e i Nicoscia. In alcune intercettazioni, Marcello Paparo e alcuni familiari si mostrano partecipi e preoccupati delle vicende di ‘ndrangheta nel loro paese d’origine. I giudici, però, non hanno individuato alcun elemento di “mafiosità” nel comportamento della famiglia su al Nord.

Per esempio è un’azienda lombarda, la Locatelli di Grumello Monte in provincia di Bergamo, a concedere i “subappalti”, in realtà noleggi di camion con autisti per il movimento terra, alla P&P dei Paparo, e dalle indagini non emergono violenze né intimidazioni. Anzi, i rapporti tra i padani e i calabresi appaiono improntati alla massima collaborazione, anche quando si tratta di truccare qualche carta per aggirare i controlli antimafia. Circostanza confermata dalla sentenza, ma sono fatti del 2004 e quindi prescritti.

Stessa situazione per l’altro grande business dei Paparo, le cooperative di facchinaggio del consorzio Ytaka. Il cliente più importante, la Sma, si è costituita parte civile al processo – prima azienda privata in Lombardia a compiere una scelta del genere – eppure i suoi manager hanno parlato di un rapporto economico nato in modo pulito e lecito.

Le ritorsioni dei Paparo sono cominciate solo dopo gli arresti del 2009, quando la catena della grande distribuzione ha rescisso immediatamente il contratto con le cooperative di Ytaka. Ne è seguita l’occupazione del piazzale del magazzino di Sma di Segrate da parte dei lavoratori, una protesta sindacale accompagnata però da minacce di ben altra natura. “Concorrenza sleale con violenza” è il reato per cui è stato condannato Salvatore Paparo, un altro fratello di Marcello.

Due accuse di tentato omicidio, sempre legate al settore delle cooperative di servizi, sono cadute durante il procedimento. Il tribunale ha invece riconosciuto la responsabilità di Marcello Paparo come mandante del pestaggio di Nicola Padulano, un carrellista impiegato alla Sma di Segrate che accampava rivendicazioni sulle condizioni di lavoro. Un dirigente dell’azienda aveva segnalato la necessità di intervenire sul rompiscatole che stava “creando problemi”. Paparo dapprima gli offre dei soldi per andarsene, senza successo. Il 15 settembre 2006 un paio di persone aspettano Padulano sotto casa, a Segrate, e lo pestano a sangue: «frattura cranica e fratture multiple al volto e alla gamba destra», è il referto del pronto soccorso. Come esecutore materiale dell’agguato è stato condannato Michele Ciulla, fidanzato di Luana Paparo, la figlia ventenne di Marcello, anche lei finita in carcere con l’accusa di associazione mafiosa e assolta dal tribunale di Monza.

In sintesi: i Paparo erano imprenditori in contatto con le cosche calabresi, giravano illegalmente armati e più volte hanno regolato le questioni d’affari con la violenza e la minaccia. Ma questo, secondo i giudici, non basta a definirli mafiosi. O meglio, anche se lo fossero, non avrebbero messo in campo la loro “mafiosità” nell’attività imprenditoriale esercitata al Nord. E dunque sono stati assolti dal 416 bis.

La sentenza di Monza pare l’esatto opposto di quella milanese che l’anno scorso ha condannato per associazione mafiosa, sempre in primo grado, diversi esponenti della famiglia Barbaro-Papalia, calabresi di Platì trapiantati da decenni a Buccinasco, e persino un lombardissimo imprenditore del movimento terra, Maurizio Luraghi.

Ai Barbaro-Papalia non è stato possibile attribuire specifici episodi di violenza e intimidazione, ma secondo la sentenza ottenevano lavori edili con la forza dell’intimidazione insita in un cognome di grande tradizione ‘ndranghetista. Ai Paparo sono state attribuite singole condotte criminali, ma non la capacità di incutere un vero terrore mafioso nei loro interlocutori.

Il confine è labile e il tema è delicato, visto che fra non molto, l’11 maggio, prenderà il via a Milano il “maxiprocesso” agli imputati della grande operazione Infinito del 13 luglio scorso. Quella che nel ramo milanese portò in carcere circa 150 persone accusate di costituire il nerbo della ‘ndrangheta lombarda del nuovo millennio.

Rifiuti tossici e interi palazzi costruiti su discariche abusive, è Gomorra a Milano

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Secondo l’ultimo report di Legambiente sulle Ecomafie la Lombardia è diventato il crocevia per le cosche della ‘ndrangheta che fanno affari con i rifiuti tossici

Metodi e strumenti sono quelli di gomorra. Il silenzio, invece, è tutto lombardo. Situazione ideale per la mafia che sotto la Madonnina fa affari. Droga ed edilizia. E con l’edilizia arrivano i cantieri, i camion, gli escavatori. Ci sono montagne di terra da trasportare (dove?). Centinaia di buchi da riempire (con cosa?). E’ il nuovo business, quello vero, quello “indolore”, quello che non crea allarme sociale, ma avvelena i terreni e infiltra le falde con bombe chimiche. In tutto questo i mezzi della ‘ndrangheta navigano a gonfie vele. Le cosche riciclano denaro e tengono buoni rapporti con la politica. Succede così che i boss trasformino le fondamenta dei palazzi in discariche abusive.

Il fenomeno, dunque, è già un allarme. Inascoltato. Eppure i numeri fanno rumore. E non da oggi. Da almeno nove anni “quando è stato introdotto nel nostro ordinamento il delitto che punisce le attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”. Lo annota l’ultimo report di Legambiente sulle Ecomafie. Da allora “si sono svolte in Lombardia quasi l’11% sul totale delle inchieste italiane; mentre un altro 24% dei traffici ha interessato in qualche modo questa regione (perché luogo di transito, stoccaggio temporaneo, sede delle imprese o luogo di residenza dei trafficanti)”. Ecco di cosa stiamo parlando: “Scorie industriali, ma anche appalti per la gestione dei rifiuti solidi urbani”. Identificati anche i protagonisti: “Colletti bianchi” ovvero “coloro i quali favoriscono per ragioni economiche le attività illecite e soprattutto imprenditori senza scrupoli che agiscono direttamente a danno dell’ambiente o si rivolgono a improbabili intermediari per aumentare i profitti, lucrando sui costi di smaltimento”.

Il traffico illecito di rifiuti tossici, dunque, è sempre più in cima ai pensieri dei padrini che oggi comandano al nord. Il sistema è oliato e funziona alla perfezione. Ecco, allora, come lo descrive il gip di Milano Giuseppe Gennari nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere Ivano Perego, patron dell’omonima impresa a tutti gli effetti infiltrata dalla ‘ndrangheta. Si tratta di un’indagine corollario al maxiblitz del 13 luglio scorso. Ecco cosa scrive il giudice: “La soluzione che viene escogitata per rendere (più) fruttuoso il lavoro è quella di violare tutte le norme relative al recupero e allo smaltimento dei rifiuti”. Dopodiché “i materiali di demolizione, invece di essere selezionati e smaltiti secondo quanto previsto, vengono triturati alla rinfusa e abbandonati in luoghi abusivi”. Insomma “reati ambientali e controllo del movimento terra vanno sempre di pari passo”. Tanto per capirci alla sola Perego viene contestata “l’illecita gestione di ben 2.025.336 chili di rifiuti”.

Numeri impressionanti che si fanno cronaca quotidiana ascoltando le testimonianze dei vari camionisti che hanno lavorato per la Perego. Ecco il racconto di uno di loro: “Io ho sentito più volte dire agli autotrasportatori che dovevano indicare sui singoli rapportini codici diversi da quelli che in realtà avrebbero dovuto identificare i singoli rifiuti. Per cui poteva capitare che veniva indicato terra e invece si trattava di materiale di natura diversa. Ricordo in particolare la presenza di diverso materiale pericoloso, come bentonite, che veniva caricata sui camion e poi da me ricoperta con terra di scavo normale al fine di occultarne la qualità. Io personalmente mi occupavo di redigere anche i formulari, dove inserivo soltanto però il nome e cognome dell’autista e non mettevo nessun’altra indicazione in relazione al materiale trasportato e alla destinazione; queste indicazioni venivano inserite successivamente dall’autista stesso su indicazione di non so chi”.

Capita così che, ad esempio, questi rifiuti tossici finiscano dritti dritti nei lavori di ristrutturazioni dell’ospedale Sant’Anna di Como o ancora nell’asfalto delle autostrade. Capita che un intero quartiere residenziale venga costruito su una vera discarica abusiva come nel caso di Buccinasco. Qui, da ieri, buona parte dell’area di via Guido Rossa è sotto sequestro. Dentro, i tecnici dell’Arpa hanno trovato “derivati da demolizioni civili mescolati illecitamente a terra di scavo di ignota provenienza” con un “potenziale e attuale inquinamento delle matrici ambientali”. Tradotto: la falda acquifera che alimenta i rubinetti dei residenti. Un brutto pasticcio che, nota il pm di Milano Giovanna Pirrotta, “risale al 2005″. Esattamente il periodo in cui i camion della cosca Barbaro-Papalia iniziano a lavorare. In subappalto, ovviamente, e sotto l’ombrello “legale” dell’imprenditore lombardo Maurizio Luraghi, condannati a 4 anni per associazione mafiosa solo poche settimane fa.
Il corollario di episodi che traducono in fatti l’allarme è vastissimo. C’è l’hinterland, ma anche la città di Milano con il
caso Santa Giulia, area a nord della città, che nella testa del suo proprietario, Luigi Zunino, doveva rappresentare un progetto avvenieristico e che invece si è rivelata una “bomba biologica” stando all’ordinanza dei giudici milanesi che hanno disposto l’arresto del re delle bonifiche Giuseppe Grossi. Bene, anche qui resta fondata l’ombra della ‘ndrangheta. Tra gli indagati dell’inchiesta c’è infatti Vincenzo Bianchi legale rappresentante della Lucchini e Artoni, azienda leader nel campo dell’edilizia. Nel luglio 2009, la Prefettura emise un’interdittiva antimafia nei confronti dell’azienda che in quel periodo stava lavorando nei cantieri di Porta Nuova. All’epoca 17 su 22 imprese che lavoravano in subappalto avevano origini crotonesi e pesanti sospetti di legami con la ‘ndrangheta. Poche settimane dopo, però, la Lucchini Artoni riottenne la revoca dell’interdittiva perché dimostrò di aver tagliato ogni rapporto con quelle imprese sospette.

Ma la connection tra mafia e rifiuti alimenta anche buona parte delle cave del Milanese. C’è ad esempio quella di Bollate, regno del boss latitante Vincenzo Mandalari. Qui la ‘ndrangheta avrebbe trattato rifiuti tossici, come l’amianto, occultandoli dentro profonde buche. Non solo. Il luogo è ritenuto anche punto di incontro tra i boss. Qui è stato visto il narcotrafficante Pasquale Cicala assieme a Rocco Ascone, ras del movimento terra e luogotenenete di Mandalari.

E la politica? Quando non agisce, collabora con i padrini. Emblematica la vicenda di una cava della città brianzola di Desio. Qui a reggere le fila del traffico di rifiuti fino all’estate 2008 è Fortunato Stellitano, uomo vicino alla cosca Iamonte-Moscato di Melito Porto Salvo. E’ lui che dopo essersi ritrovata la cava sotto sequestro, racconta a un compare che per avere il dissequestro “vado a trovare Massimo, non preoccuparti, mi faccio fare lo svincolo da Massimo che è l’assessore all’ambiente ed è a posto, ok?”. All’epoca Massimo Ponzoni, delfino del governatore Roberto Formigoni, è assessore regionale all’Ambiente e come tale si occupa delle bonifiche.

Mafia e disinformazione, il capolavoro di Annozero. Da imputato di ‘ndrangheta a vittima delle cosche

Fonte: http://www.milanomafia.com

Si è parlato di mafia nell’ultima puntata di Annozero. Di Cosa nostra, delle stragi del ’92 e ’93, di depistaggi, trattative e strane entità politiche che avrebbero manovrato e progettato il terrore di quegli anni. In fondo nulla di nuovo. E invece no. Perché quasi all’esordio del programma, uno dei giornalisti di Michele Santoro (foto) ha intervistato un imprenditore lombardo. Un tipo robusto, vestito di nero, con i capelli ben impomatati. Maurizio Luraghi, il nome e il cognome. Professione: ras dell’edilizia, nello specifico del movimento terra, campo che da tempo ingolosisce la ‘ndrangheta. Ma non si doveva parlare di trattative, servizi segreti, seguendo l’esternazioni di Ciancimino junior? Sì, ma questo di Luraghi è solo un intermezzo. Per dire cosa? Che la mafia a Milano esiste. E ci mancherebbe. Che la mafia nella ex capitale morale d’Italia fa affari e ricicla denaro. In fondo, non una notizia. Che la ‘ndrangheta oggi qui al nord, nella futura casa di Expo 2015, chiede il pizzo agli imprenditori. E chi lo dice? Il buon Luraghi che usa il microfono come una clava. Lui fa nomi e cognomi. Dice dei Papalia, famiglia mafiosa, approfondisce, chiarisce. Racconta di Rocco Papalia e Salvatore Barbaro, mafiosi che lo hanno sfruttato, vessato, minacciato, ieri e oggi. E oggi ci sono telefonate anonime, mezzi bruciati, a lui, alla moglie, alla figlia. Una vittima. Luraghi sembra una vittima. Anzi lo è. E tutto grazie ad Annozero che concede telecamere, inquadrature e microfoni. E allora via contro il sindaco Moratti che non fa nulla e al sottosegretario Mantovano pure lui inerte. E’ grande giornalismo. Forse. Anzi no. Per niente. Perché il giornalista di Annozero prima o dopo aver lasciato la scena a Luraghi avrebbe dovuto doverosamente annotare che questo imprenditore oggi è imputato di mafia, accusato di aver fatto affari con la ‘ndrangheta. Per lui il pm Alessandra Dolci, magistrato tosto e tenace della Dda di Milano, ha chiesto sette anni di carcere. Di più: Michele Santoro o il suo giornalista dovevano dare un’altra informazione. Ad esempio che Luraghi oggi è anche imputato per bancarotta fraudolenta assieme, guarda caso, ai giovani padrini della ‘ndrangheta. E poi magari sarebbe stato corretto riportare una delle centinaia di intercettazioni che inchioderebbero Luraghi alle sue responsabilità mafiose. Questa ad esempio. Quando Luraghi, in auto, con Mario Miceli, cognato di Salvatore Barbaro, dice: “Ma tu Mario non hai visto quello che abbiamo costruito qui, io e Domenico Barbaro assieme a Rocco Papalia”. Già perché “io collaboro con Domenico e ancora prima con Rocco Papalia da 25 anni”. (dm)

L’accusa chiede condanne pesanti: 15 anni per Salvatore Barbaro e 8 per l’imprenditore lombardo Maurizio Luraghi

Fonte: http://www.milanomafia.com

Il pm Alessandra Dolci ha concluso la sua requisitoria chiedendo 15 anni per Salvatore Barbaro, 10 per il padre Domenico e 7 per il fratello Rosario. Richiesta pesante anche per Maurizio Luraghi, l’imprenditore lombardo accusato di aver fatto da schermo agli affari illeciti della ‘ndrangheta di Buccinasco. Per lui, l’accusa ha chiesto 8 anni e una multa di 1.000 euro. Sette anni anche per Mario Miceli, marito della sorella di Salvatore Barbaro. Assolta, invece, Giuliana Persegoni, moglie di Luraghi. L’accusa ha definito Barbaro “il capo dell’organizzazione e colui che chiedeva il pizzo agli imprenditori e distribuiva i camion dei padroncini calabresi nei vari cantieri del Milanese. La requisitoria è iniziata con un clamoroso attacco agli imprenditori lombardi che ormai “sono giunti a patti con le cosche” perché “è meglio averli amici”. Dopodiché sono stati citati diversi imprenditori, alcuni anche molti noti, che per anni e pur sapendo chi fossero i Barbaro, hanno fatto lavorare le imprese dei calabresi. Concedendo appalti enormi a società (come quelle di Salvatore e Rosario Barbaro) che non erano oggettivamente in grado di portare avanti i lavori. Quindi, l’accusa si è soffermata sullo stoccaggio illecito di rifiuti tossici, rivelando come sotto al complesso residenziale di Buccinasco Più in via Guido Rossa, la ‘ndrangheta abbia scaricato di tutto: da idrocarburi pesanti e eternit. Attualmente il complesso residenziale è abitato e quasi tutti gli appartamenti sono stati venduti.

Processo Cerberus. Smemorati, reticenti, mai colpevoli. Sono gli imprenditori lombardi che vengono a patti con la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.milanomafia.com

L’accusa è stata lanciata oggi dal pm Alessandra Dolci durante la sua requisitoria. L’accusa contro la cosca barbaro-Papalia di Buccinasco ha puntato il dito contro gli imprenditori lombardi che scendono a patti con la ‘ndrangheta

Estorsione-tangente

Il nuovo termine coniato dal pm Alessandro Dolci per definire l’imprenditore colluso è quello di chi paga l’estorsione-tangente, termine a metà strada tra il pizzo e la mazzetta pagata volontariamente, senza che il boss la chieda.
Si tratta, secondo l’accusa, della situazione di
Maurizio Luraghi che oggi risulta vittima del clan ma che in passato ha tratto vantaggi da questo legame. In passato, infatti, Luraghi avrebbe pagato volentieri (“Ti do i soldi perché siamo amici”) la mazzetta alla ‘ndrangheta.
Oggi, l’imprenditore si trova con una richiesta di condanna a otto anni per
associazione mafiosa. Inoltre, la sua impresa, la Lavori stradali, risulta fallita. La società, aggiudicataria del mega appalto in via Guido Rossa a Buccinasco, ha sborsato, a titolo gratuito, oltre un milione di euro ai Barbaro. Dopodiché è fallita. Il fatto che dimostra la “cannibalizzazione delle imprese amiche da parte della ‘ndrangheta” sarà oggetto di un nuovo processo dove Luraghi è imputato per bancarotta fraudolenta.

Milano, 30 marzo 2010 – Se non sono collusi poco ci manca. Certo appaiono distratti, superficiali a dir poco, molto probabilmente consapevoli che lavorare con la ‘ndrangheta è molto meglio, più vantaggioso, paradossalmente, meno pericoloso. Questo il disarmante affresco degli imprenditori lombardi oggi, dipinto nella requisitoria del pm Alessandra Dolci, uno dei magistrati più esperti e competenti della Dda di Milano. Perché questa mattina alla Settima sezione del Tribunale di Milano c’erano le carte che inchiodano la cosca Barbaro-Papalia.

In sostanza l’inchiesta Cerberus conclusa nel luglio 2008 con l’arresto, tra gli altri, di Domenico Barbaro, dei figli Salvatore e Rosario, e dell’imprenditore lombardo Maurizio Luraghi. Oggi, dunque, e in attesa delle arringhe difensive, è stato messo un tassello decisivo al processo di mafia più importante degli ultimi 15 anni. Mafia al nord, naturalmente. ‘Ndrangheta a Milano nello specifico. “Ndrangheta imprenditoriale”, sostiene l’accusa. “Silente”, rilancia e precisa: “Con marginalizzazione di attività criminali”. Questo il contesto che confonde i piani e mischia pericolosamente il ruolo dell’imprenditoria lombarda. Omertosa senza dubbio. Colpevole sulla carta, ma non sempre nelle carte (processuali). Eppure, il pm, nei primi minuti della requisitoria, non abbassa il tiro, e quando può lo alza indicando almeno quattro categorie di imprenditori per così dire nebulosi.

La prima è quella di Maurizio Luraghi (per lui chiesta una condanna a 8 anni). Sintetizza il pm: “Sono quelli che dicono bene questi ci sono e allora veniamo a patti”. Patti che per l’accusa, Luraghi ha travalicato diventando “imprenditore colluso”. La seconda è quella rappresentata “da uno come Mario Pecchia”, immobiliarista di grido, titolare della Finman srl con uffici in via Durini. “Lui – dice Alessandra Dolci – è uno di quelli che è rimasto esterefatto di essere vittima di compaesani che considero amici”. La terza categoria sono quelli che dicono “avete scoperto l’acqua calda”. Qui rientra Ernesto Giacomel patron, ad Assago, di uno dei rivenditori Audi più grandi d’Europa. La sua teoria viene così riassunta dal pm: “Quelli è meglio averli amici”. Oggi come ieri. Spiega il magistrato: “Giacomel ha lavorato con Rocco Papalia e ha fatto lavorare sui suoi terreni le imprese dei Barbaro”. E poi ci sono quelli che davanti al giudice perdono la memoria. Sentito dal pm un imprenditore dice: “Meno male che siete venuti voi. Ora si respira aria nuova”. Parole che si volatilizzano in aula con gli imputati nel gabbione.

La trafila degli imprenditori prosegue e s’ingrossa con la vicenda di subappalti da 700.000 euro affidati a imprese individuali (quelle di Rosario e Salvatore Barbaro) che possono offrire, se va bene, due camion e un escavatore arrugginito. O altri, come Massimiliano Guerra che firmano il contratto di subappalto ai Barbaro ancora prima di aver vinto l’appalto. Dopodiché pagano 40.000 euro a Barbaro su un totale di 60.000 euro.Altri ancora, come Sergio Domenico Coraglia, titolare dell’immobiliare I Girasoli, che sponsorizzano le imprese degli stessi calabresi. (dm)

I rifiuti tossici della ‘ndrangheta a Buccinasco più. Il Pm: “Il terreno è inquinato. E i poveretti che hanno comprato casa?”

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Il pm Alessandra Dolci durante la requisitoria per il processo Cerberus ricostruisce la vicenda di via Guido Rossa: Hanno lavorato le imprese dei Barbaro. In quel terreno eternit, rifiuti e tracce di idrocarburi”

Il progetto

L’insediamento Buccinasco più era stato previsto fin dagli anni Ottanta con l’approvazione del piano regolatore generale. Inizialmente erano previsti edifici commerciali

In seguito la giunta Lanati scelse la strada dell’edilizia privata residenziale. Decisione che – tra le altre questioni – portò alla caduta della giunta stessa

Il commissario prefettizio presentò poi il piano integrato d’intervento che venne ereditato dalla successiva giunta Carbonera che aumentò di poco le volumetrie residenziali a 142 mila metri cubi.

I lavori iniziarono a fine 2004. E nel 2005 la polizia locale denunciò la presenza di materiali sospetti e partirono le segnalazioni alla magistratura

Nel 2007 la questione passò alla giunta Cereda. Fino agli arresti dei Barbaro nel luglio del 2008

Milano, 30 marzo 2010 – Per chi ha inquinato il terreno di Buccinasco Più sono state richieste pesanti condanne. Imprenditori e uomini della cosca Barbaro-Papalia. Ma alla fine di questa vicenda durata quasi dici anni resta uno una domanda. Ed è quella che il pm Alessandra Dolci pone alla Corte durante la requisitoria del processo Cerberus alle cosche di Buccinasco: “Il problema alla fine resta quello dei poveretti che hanno comprato casa a Buccinasco più”. Una constatazione che lascia aperti molti punti interrogativi. A partire da ciò che è sepolto sotto ai palazzi di via Guido Rossa. Per il pm nel terreno è stato trovato di tutto: Tracce di idrocarburi, eternit, terra mista a gasolio, cinghie di trasmissione, rifiuti, blocchi di cemento”. Inquinanti già noti – almeno – dalla scorsa primavera quando fu la stessa amministrazione comunale di Buccinasco a parlare di “terreno contaminato da idrocarburi, in particolare”.

Sostanze che, sulla base degli accertamenti disposti dalla stessa amministrazione non sarebbero però pericolose per la salute pubblica, in quanto non respirabili”. Ma le case, circa 500 appartamenti buona parte in edilizia convenzionata distribuiti in 142 mila metri cubi, nel frattempo sono state vendute e soprattutto sono abitate. Da qui nasce la riflessione del magistrato della Dda, che nel 1004 ha dato il via all’indagine. Dalle intercettazioni contenute negli atti dell’inchiesta, però, è chiaro che i lavori dei camion della cosca Barbaro sono proseguiti, almeno fino a tutto il 2005. Bilici di terreno inquinato e contaminato utilizzato per gli riempimenti di via Guido Rossa e anche per l’area giochi per i bimbi dell’insediamento Spina Verde. A costruire il grande progetto di Buccinasco più le imprese legate alle cooperative. Il terreno però era stato acquistato e poi diviso in vari lotti dal gruppo immobiliare Pecchia che a sua volta lo aveva rilevato dai Cantoni. I lavori di movimento terra sarebbero, almeno secondo le accuse, stati portati a termine dal gruppo Barbaro. Una vicenda che dal 2001 (anno del primo progetto varato dalla giunta Lanati) ha attraversato amministrazioni di centrosinistra e centrodestra, senza che mai si riuscisse (nonostante alcuni lavoratori siano stati sanzionati) a bloccare i lavori.

In un primo tempo, già in base a quanto stabilito negli anni ’80, l’area doveva ospitare edifici commerciali. Poi con Lanati si stabilì che l’area doveva ospitare edilizia residenziale. Poi la giunta Carbonera intervenne per modificare il piano aumentando le volumetrie residenziali. Ma la questione, anche sul piano politico, è sempre stata al centro di polemiche infuocate e rimpalli di responsabilità. Tutti all’interno del cantiere di via Guido Rossa, secondo il pm, sapevano che a lavorare nel movimento terra erano le aziende legate alla ‘ndrangheta. Ma tra vincoli e attese non si riuscì di fatto ad estromettere i camion dei Barbaro, arrivati dietro lo scudo delle imprese di Maurizio Luraghi. E oggi, mentre si attendono le condanne (o le assoluzioni) c’è la certezza che pericoloso o no, il terreno sul quale sono state costruite le case era ed è inquinato. Tutto senza che mai chi in questi anni ha investito i propri risparmi potesse conoscere la verità dei rischi per la salute. (cg)

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