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‘Ndrangheta, la difesa chiede l’assoluzione di Rispoli

Fonte: http://www.varesenews.it

Secondo il suo legale non avrebbe fatto parte di nessuna associazione mafiosa e sarebbe colpevole solo di essere imparentato con alcuni esponenti cirotani dell’organizzazione mafiosa. Minimizzate le intercettazioni

«A Vincenzo Rispoli (foto a sin.) possiamo attribuire solo il fatto di essere imparentato con persone che hanno processi per ‘ndrangheta ma lui non ne ha mai fatto parte, potete chiedere a chiunque a Legnano». Nella lunga requisitoria di oggi, martedì, il legale Michele D’Agostino (foto sotto) ha parlato di un processo che lo vede imputato in qualità di capo della locale di ‘ndrangheta Legnano-Lonate Pozzolo solo sulla base di «spunti investigativi privi di qualsiasi approfondimento». Rispoli non sarebbe, dunque, quel capo che «se schiocca le dita fa muovere duemila persone dietro di sè» – come dice in un’intercettazione Fabio Zocchi, altro imputato a processo, ma un semplice commerciante che nulla a che vedere con estorsioni, usura, minacce e violenze e così le parole di Zocchi, secondo D’Agostino, «quelle parole che fecero tanto clamore sui giornali sarebbero più quelle di uno “zanza” che cerca di spaventare e impressionare la persona che ha davanti», piuttosto che una pura e semplice ammissione dell’esistenza di una organizzazione criminale al cui vertice ci sarebbe Rispoli. Secondo il legale lo si dedurrebbe dall’intercettazione successiva nella quale Zocchi, parlando con Nicodemo Filippelli, dice «ho fatto un discorsone con tutto il cappello introduttivo, gli ho raccontato cazzate per avere soldi».

Certamente pilotate secondo la difesa appaiono alcune rivelazioni di pentiti che parlano dell’esistenza del locale di ‘ndrangheta già dal 1985 e dalle quali prendono le mosse le indagini della Dda. Secondo D’Agostino il pentito Angelo Cortese dice di aver fondato il locale di ‘ndrangheta insieme a Carmelo Novella e un giovanissimo Vincenzo Rispoli ma non c’è alcun riscontro del fatto che Cortese fosse tra i fondatori, Antonino Cuzzola parla di Rispoli in una sola occasione risalente al ’93, Ferracane sbaglia tutta una serie di riferimenti riguardo a Rispoli scambiandolo per un’altra persona, Di Diego e Scaglione citano Rispoli e si spalleggiano a vicenda per fini poco chiari.

Riguardo alle estorsioni a Rispoli viene contestata quella ai danni di un agente immobiliare. Secondo D’Agostino si indica Rispoli in qualità di promotore dell’estorsione e non vi è nessun altro riferimento se non una nota redatta da un carabiniere che ha raccolto la storia di questo agente immobiliare senza che questo abbia mai confermato questa versione: «Si dice che Rispoli è il promotore per la proprietà transitiva» – conclude D’Agostino. Stessa linea difensiva su un’altra estorsione. Infine c’è il favoreggiamento della latitanza di Silvio Farao, fratello della moglie di Rispoli, il quale ha partecipato al cosiddetto summit al crossodromo di Cardano al Campo: «Si accusa Rispoli di favoreggiamento della latitanza di Silvio Farao solo perché lo ha salutato in modo familiare in quell’occasione – spiega D’Agostino – tanto è vero che Farao arriva al crossodromo e se ne va a bordo di una vettura guidata da altre persone». Solo un saluto tra parenti, dunque, senza nessun elemento che possa far pensare ad un favoreggiamento: «Già il vincolo parentale dovrebbe togliere il dubbio – conclude D’Agostino – ma non emergono atti che possano far pensare alla volontà del Rispoli di nascondere la sua presenza». Per lui, dunque, D’Agostino ha chiesto la piena assoluzione per non aver commesso il fatto o perchè il fatto non sussiste. Ora la decisione passa nelle mani del collegio giudicante presieduto dal giudice Toni Adet Novik e da Maria Greca Zoncu e Patrizia Nobile. La sentenza è prevista per il 4 luglio.

Gambizzarono una donna, per la difesa non fu tentato omicidio

Fonte: http://www.varesenews.it

Il difensore di Rienzi ed Esposito, accusati di essere rispettivamente il mandante e l’esecutore, chiede di derubricare il reato a lesioni gravi e scagiona Esposito: «Non fu lui a sparare ma Orazio». Per Rienzi chiesta l’assoluzione

Nell’udienza odierna del processo Bad Boys ai presunti esponenti della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo-Legnano le difese hanno anche approfondito il capo d’imputazione che riguarda il tentato omicidio di Barbara Viadana avvenuto nel marzo del 2007 in pieno centro a Busto Arsizio. In quell’occasione, secondo l’accusa, Antonio Esposito, Donato Orazio, Pasquale Rienzi (in qualità di mandante),Stefano Giordano e Roberto Lomuscio hanno partecipato all’organizzazione e alla messa in atto del tentato omicidio che si materializzò nell’esplosione di due colpi di armada fuoco all’interno dell’agenzia “Immobiliare due” situata in via Roma.Secondo l’avvocato di Antonio Esposito e Pasquale Rienzi a commettere l’atto fu Donato Orazio e non Antonio Esposito come sostenuto dall’accusa e non si sarebbe trattato di un tentato omicidio ma di lesioni gravi o gravissime. Il difensore Michele D’Agostino chiede di derubricare il reato in base a due elementi: «Il fatto che furono esplosi solo due colpi su sette e il punto in cui la donna è stata colpita, il femore, un punto non vitale». Inoltre smonta la tesi dell’accusa specificando che Antonio Esposito ha ammesso la sua partecipazione nell’organizzazione dell’attentato ma non dice di essere stato lui a sparare: «Nella descrizione della dinamica fatta dalla stessa vittima – dice il legale – la donna ricorda di aver visto un uomo alto e imponente entrare nell’ufficio e sparare mentre Esposito tutto si può dire tranne che sia alto e imponente – spiega D’Agostino – inoltre Esposito non si sarebbe mai tolto il casco, come lo sparatore ha fatto, in quanto sarebbe stato riconosciuto dalla vittima». Secondo D’Agostino, dunque, fu il D’Orazio a sparare.

Sulla posizione di Rienzi, che secondo l’accusa sarebbe il mandante dell’intimidazione,D’Agostino specifica che il suo assistito aveva un motivo di screzio nei confronti della sorella di Barbara, Emanuela, per dei soldi che avrebbe dovuto ricevere da una truffa (per la quale sono già stati giudicati colpevoli insieme ad Alfredo Venegoni) messa in atto tempo addietro rispetto alla gambizzazione, ma non aveva intenzione di attuare nessuna ritorsione. Si sarebbe trattato, dunque, del gesto volontario di Esposito e Orazio che avrebbero voluto fare un “favore” all’amico. La richiesta della difesa, dunque, è quella di assolvere Rienzi e di derubricare a concorso in lesioni gravi la posizione di Esposito. Nella sua requsitoria, infine, D’Agostino chiede l’assoluzione di Esposito per una rapina, inserita nell’ordinanza, ma che non sarebbe stata commessa dal suo assistito, il quale «si è autoaccusato di averne commesse 15 esclusa quella all’Intesa San Paolo di Lonate Pozzolo», usata nell’ordinanza per dimostrare il collegamento tra le rapine e la locale di Legnano-Lonate Pozzolo. In quella circostanza il bottino fu di soli 10 euro che i banditi abbandonarono sul bancone dello sportello.

I boss calabresi al Ciglione: nuove accuse al processo Bad Boys

Fonte: http://www.varesenotizie.it

Gli atti dell’indagine il crimine entrano nel processo per ‘Ndrangheta in corso a Busto Arsizio

BUSTO ARSIZIO – La riunione al “Crossodromo” di Cardano e il colloquio, avvenuto a Malpensa, tra il maggiore dei Carabinieri di Crotone e Cataldo Aloisio, poi ucciso a Legnano il 27 settembre del 2008. Questi alcuni dei nuovi atti d’indagine che questa mattina sono entrati nel processo Bad Boys contro la locale di ‘Ndrangheta di Legnano – Lonate in corso a Busto Arsizio.

 

FAVOREGGIAMENTO DELLA LATITANZA

Un nuovo capo d’imputazione che tiene contro dei documenti che al tempo degli arresti di Bad Boys erano stati secretati perché parte dell’indagine “Il Crimine”. E’ questa la novità dell’udienza che si è tenuta questa mattina nel tribunale di Busto Arsizio. Il pm della Dda di Milano, Mario Venditti, ha depositato nuovi atti d’indagine che vanno ad integrare quelli già prodotti per l’inchiesta Bad Boys. Tra i nuovi capi d’imputazione figurano il favoreggiamento della latitanza dei due boss di Cirò Marina, e l’estorsione continuata, nonché il favoreggiamento mafioso, accusa contestata a tutte le persone chiamate a rispondere del tentato omicidio di Barbara Valdiana. I nuovi atti riguardano l’incendio di un’autovettura contestato a Ernestino Rocca, la compravendita tra la società Ebe e Crimisa di De Castro e Filippelli, ai danni di Augusto Agostino, oggi collaboratore e l’usura ai danni di Fabio Lonati.

I BOSS IN RIUNIONE A CARDANO

Tra i nuovi documenti non più secretati spiccano quelli che riguardano la riunione avvenuta al Crossodromo di Cardano e la registrazione del colloquio tra Cataldo Aloisio e il maggiore dei Carabinieri di Crotone. Come ha spiegato in aula lo stesso Venditti, “La riunione al Crossodromo riveste particolare importanza perché a quella riunione presero parte anche Silvio Farao e Cataldo Marincola, capi della cosca di Cirò Marina”. Il colloquio tra il maggiore dei Carabinieri e Aloisio avvenne invece a Malpensa nel maggio del 2008. In quell’occasione l’uomo avrebbe esternato all’ufficiale i suoi timori riguardo alla propria sicurezza e avrebbe indicato gli uomini che al Nordcoprivano la latitanza del boss Cataldo Marincola. I timori di Aloisio di rivelarono fondati, se si considera il fatto che pochi mesi dopo l’uomo venne ucciso e fatto trovare vicino al cimitero di San Vittore Olona, dove è sepolto Carmelo Novella. Nella nuova formulazione del capo d’imputazione, che assorbe e integra i documenti che sono stati oggetto dell’inchiesta Infinito, trova quindi spazio anche l’accusa di favoreggiamento della latitanza dei due capi di Cirò Marina.

GLI IMPUTATI CHIEDONO IL GIUDIZIO ABBREVIATO

Gli avvocati della difesa, già a conoscenza di questi atti, proprio perché oggetto dell’operazione “Il crimine”, hanno espresso la volontà di avvalersi del giudizio abbreviato. La richiesta è già stata presentata dai legali di Vincenzo Rispoli, Pasquale Rienzi, Antonio Esposito, Emanuele De Castro, Francesco Filippelli, Nicodemo Filippelli, Ernestino Rocca, Stefano Giordano, Antonella Leto Russo, Carlo Avallone, Nicola Ciancio. I legali degli altri imputati hanno invece chiesto i termini della difesa e si sono riservati la possibilità di accedere al giudizio abbreviato dalla prossima udienza. Nel caso in cui il collegio giudicante accettasse le richieste degli avvocati, si profilerebbe un processo totalmente basato sugli atti, anche se alcuni degli imputati hanno chiesto di poterrilasciare dichiarazioni spontanee. Con le nuove integrazioni l’impianto accusatorio sembra acquisire ancor più solidità. Da parte dei legali della difesa si esprime invece la volontà di valutare, all’interno del processo, quelle che sono le reali responsabilità, diverse da imputato a imputato. Un conto sono le indagini, un conto le responsabilità accertate, lascia intendere Michele D’Agostino, l’avvocato che difende Vincenzo Rispoli, secondo l’accusa il grande capo della locale di Legnano – Lonate. Si torna in aula il 21 dicembre. In quell’occasione il giudice Toni Novik, che presiede il collegio giudicante, scioglierà la riserva riguardo alle richieste di giudizio abbreviato.

tiziano.scolari@yahoo.it

 

Gli studenti: «Torneremo alle prossime udienze»

Fonte: http://www.varesenews.it

Positiva, agli occhi dei ragazzi del liceo Tosi, la loro partecipazione all’udienza del processo alla ‘ndrangheta del Varesotto. I parenti degli imputati si lamentano in una lettera: «Siete venuti a vedere gli animali in gabbia»

Se gli chiedi cos’hanno capito dell’udienza di questa mattina loro ti rispondono: «Hanno praticamente ammesso di essere dei mafiosi e adesso puntano allo sconto di pena». I ragazzi della 5A del liceo scientifico Tosi hanno le idee chiare al termine dell’udienza di questa mattina grazie anche alla preparazione che il coordinatore del movimentoAmmazzateci Tutti Lombardia Massimo Brugnone ha impartito loro nei giorni scorsi: «Ci siamo preparati prima di venire qui – ci dice Dario, uno dei 19 studenti che hanno partecipato all’udienza del processo alla ‘ndrangheta del Varesotto – in aula l’audio non era il massimo ma siamo riusciti a capire, grazie anche all’aiuto di Brugnone, quello che stava accadendo».

Hanno occupato quasi tutti i posti a disposizione dell’aula “Falcone e Borsellino”, i 19 ragazzi mentre molti altri , tra i quali i parenti degli imputati, sono dovuti rimanere in piedi. Loro hanno raccolto immediatamente l’appello dell’associazione antimafia e si sono detti “impressionati” dall’esperienza: «Sicuramente è stata un’esperienza formativa molto interessante – continua Dario – ma la cosa che ci ha impressionato di più è stare vicini a loro, vedere gli imputati dietro le sbarre e sentire la presenza dei loro parenti a pochi centimetri da noi». Tra le parentele varie erano presenti anche ragazzi che avevano, più o meno, la stessa età degli studenti del Tosi e alla domanda su cosa pensassero dei loro coetanei che si sono ritrovati un padre o un fratello in carcere per mafia la risposta è stata più comprensiva: «Proviamo dispiacere per loro. Non deve essere facile affrancarsi da un certo pensiero – conclude ancora Dario – quando sei nato e cresciuto con persone che hanno quella mentalità. Non aiuta ad impostare la propria vita sulle solide basi della legalità ma a loro direi che devono comunque prendere coscienza».

I ragazzi hanno indossato tutti la maglietta disegnata dai ragazzi del liceo artistico Candiani di Busto Arsizio, vincitori di un concorso di idee promosso proprio da Ammazzateci Tutti Lombardia. Sull t-shirt bianca c’è un riquadro nero con all’interno la scritta “No alla violenza, alla criminalità, al sangue”. Alla prossima udienza parteciperanno altri ragazzi delle scuole superiori bustocche ma, c’è da scommetterci, saranno presenti anche alcuni dei ragazzi venuti in aula oggi.

La loro presenza non è stata gradita dai parenti degli imputati che avrebbero espresso la loro perplessità all’iniziativa in una lettera – come ha confermato l’avvocato Michele D’Agostino – il cui contenuto, però, non è ancora stato rivelato: si parla di duecento righe di missiva nella quale mogli e figli esprimono il loro dissenso e dove – secondo quanto trapelato da alcune indiscrezioni – ritengono che i loro cari siano trattati come animali in gabbia da mostrare in attesa di una giustizia che potrebbe metterci anni a concludere il suo percorso. Forse non ci vorrà così tanto da come si stanno evolvendo le cose nel processo.

12/10/2010
o.m. redazione@varesenews.it

Nuove prove contro i “bad boys”, le difese puntano allo sconto di pena

Fonte: http://www.varesenews.it

Udienza del processo alla locale di ‘ndrangheta Legnano-Lonate. Il Pm Venditti chiede di accorpare i nuovi elementi emersi con l’indagine “Il Crimine”. Se i giudici daranno l’ok le difese chiederanno il rito abbreviato

Potrebbe chiudersi molto prima del previsto il processo ai 25 accusati di far parte della locale di Legnano-Lonate Pozzolo, potente organizzazione della ‘ndrangheta che aveva messo radici nella zona tra i due centri e che faceva parte della più ampia organizzazione a livello lombardo. Proprio i nuovi sviluppi dell’indagine di luglio, denominata “il Crimine” e che ha portato all’arresto di 300 persone tra Calabria e Lombardia, è alla base dei nuovi sviluppi processuali che, se da un lato aggravano la posizione degli imputati, dall’altro potrebbero riaprire i termini e permettere agli avvocati di chiedere il rito alternativo abbreviato e ottenere un cospicuo sconto di pena in caso di condanna.

L’udienza di questa mattina davanti al collegio giudicante presieduto dal giudice Toni Adet Novik ha visto il pubblico ministero Mario Venditti annunciare la richiesta di una contestazione che permetterà se il giudice lo riterrà possibile, di far confluire tramite lo stralcio i nuovi elementi emersi a carico degli imputati con la nuova indagine portata avanti dalla Dda di Milano nella persona del pm Ilda Bocassini e dai Carabinieri di Monza con l’indagine “Infinito”. Subito dopo la richiesta da parte del pm è intervenuta la difesa di Rispoli con l’avvocato Michele D’Agostino (foto in alto) che ha espresso la volontà, una volta accorpati i due processi e con la conseguente riapertura dei termini, di chiedere il rito abbreviato per il suo assistito. La sua posizione è stata condivisa da tutti gli avvocati difensori tranne che dal legale di Ciancio, Francesca Cramis, la quale ha sottolineato che per il suo cliente si contesta un solo episodio nel quale ha un ruolo marginale e per questo da oltre un anno e mezzo è in custodia cautelare in carcere: «Chiedo tempi brevi per questa decisione» – ha detto l’avvocato.

Il collegio ha riaggiornato il processo al 23 novembre e in quell’udienza comunicherà la decisione presa. La difficoltà sta nella possibilità di far rientrare tutto il processo (Bad Boys del 2009 più Il Crimine del 2010) nella possibilità di accesso al rito abbreviato: una sentenza della Corte Costituzionale non lo permetterebbe ma è possibile che il collegio decida di considerare il reato continuato dal 2006 al 2010 e, in questo modo, dimostrare che non è possibile slegare i due processi. Se non verrà accolta la richiesta di un rito abbreviato unico si procederà su due binari: uno a velocità normale in sede dibattimentale e uno più veloce con rito abbreviato per i nuovi elementi emersi.

L’avvocato D’Agostino, a fine udienza, spiega anche il perchè della richiesta dell’abbreviato: «Il processo sull’indagine Bad Boys lasciava spazio alle difese per poter dimostrare la completa estraneità degli imputati mentre con i nuovi elementi che entreranno negli atti a disposizione del tribunale questi spazi per le difese si riducono di molto. Per questo chiediamo la possibilità di un rito alternativo» –una resa che poi significa anche sostanziali sconti di pena che ridurranno di un terzo il verdetto finale. Se da una parte c’è un’ammissione del reato associativo mafioso da parte dei legali dall’altra non sono trascurabili i vantaggi per gli imputati. A dibattimento andranno solo i “pesci piccoli” dell’organizzazione, ovvero quelli che non hanno l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, ma che hanno portato acqua al mulino della cosca attraverso, principalmente, le rapine.

12/10/2010

o.m.orlando.mastrillo@varesenews.it

Lontate Pozzolo-Legnano: la cosca della ‘ndrangheta che controlla il territorio

Fonti: www.varesenews.itwww.repubblica.itwww.affaritaliani.it

23 aprile 2009: la conclusione delle prime indagini

Si conclude un’indagine aperta dal 2005 con ben 39 arresti effettuati all’alba di stamattina. Sventrata una compagine criminale di stampo mafioso riconducibile alla ‘ndrangheta, affiliata alla cosca Farao-Marincola della provincia di Crotone, operante nelle province di Varese e Milano, ed in particolare nelle zone di Lonate Pozzolo, Busto Arsizio, Gallarate, Malpensa e Legnano. I protagonisti di questa associazione criminale sono accusati di tentato omicidio, di numerose estorsioni a locali pubblici, commercianti e imprese di Varese e Legnano, rapine, usura, incendi, traffico di armi e di esplosivi, riciclaggio, finalizzati ad un meticoloso accumulo di capitali destinati ad essere riciclati in Italia e all’estero per conto di interessi criminali. La banda che ha agito nel Varesotto è stata denominata “Locale di Legnano – Lonate Pozzolo perché aveva creato una vera e propria “locale”, che nel gergo criminale delle ‘ndrine equivale ad una base operativa, così come ne esistono molte in Calabria.
Capo dell’organizzazione è stato segnalato Vincenzo Rispoli, nato nel 1962 a Cirò Marina e residente a Legnano, nipote di Giuseppe Farao-Marincola, capo della cosca della ‘ndrangheta di Cirò Marina. Il secondo livello dell’organizzazione era invece gestito da Mario Filippelli, classe ’73 residente a Lonate Pozzolo, che aveva il compito di organizzare e coordinare usure e rapine (ben 11 a banche e Poste nel 2007 nel territorio tra Legnano e Lonate).

Undici le ordinanze di custodia cautelare in carcere per l’articolo 416 bis del codice penale (associazione mafiosa), 28 per associazione a delinquere, estorsione, usura, incendio, riciclaggio, rapina, sfruttamento della prostituzione ed altro.


Gli omicidi

A partire dal 2005 sono sette gli omicidi accaduti per conflitti nati all’interno del gruppo:

  • Cataldo Murano, trovato carbonizzato nella sua auto in zona boschiva di Lonate Pozzolo il 6 gennaio 2005;
  • Giuseppe Russo, ucciso il 27 novembre 2005 all’interno di un bar di Lonate Pozzolo;
  • Alfonso Murano, ucciso a Ferno il 27 febbraio 2006;
  • Rocco Cristello, ucciso a Verano Brianza il 27 marzo 2008;
  • Carmelo Novella, ucciso a San Vittore Olona il 14 luglio 2008;
  • Cataldo Aloisio, ucciso a San giorgio sul Legnano il 27 settembre 2008;
  • Giuseppe Monterosso, ucciso a Cavaria con Premezzo il 6 maggio 2009.


La vicenda giudiziaria

Tutto sembrava andare per il verso giusto quando la Cassazione decide di liberare Vincenzo Rispoli, ritenuto capo della locale di ‘ndrangheta Legnano-Lonate Pozzolo e accusato di numerosi episodi di estorsione ai danni di imprenditori del Basso Varesotto, rapine e false fatturazioni.
Il ricorso eseguito dal suo avvocato, Michele D’agostino, per l’annullamento della misura cautelare che effettuata precedentemente. La scarcerazione è stata ordinata su decisione della Corte di Cassazione in quanto, come afferma il legale di Rispoli, “non basta essere parenti di un boss per essere definiti mafiosi”. Dunque l’imputato affronterà il processo da uomo libero.

Per quanto riguarda l’associazione semplice (criminale non di stampo mafioso) il pubblico ministero, Mario Venditti, ha chiesto un pena di 12 anni nei confronti di Mario Filippelli. Sarebbero state delle intercettazioni a compromettere la posizione del Filippelli: in una conversazione Nicodemo Filippelli e Mario Esposito si sarebbero accordati sull’omicidio che sarebbe dovuto avvenire nei boschi di Vanzaghello ai danni di Mario Filippelli, così come ordinato da Vincenzo Rispoli.
Prove certe che Mario Filippelli facesse  parte dell’associazione di stampo mafioso non ve ne sono: gli indizi portano di certo a dedurre che egli sarebbe stato a capo dell’associazione a delinquere semplice, ma l’accusa ha comunque chiesto per lui il reato di cui all’art. 416bis del codice penale.
Il legale del Filipelli si difende disfacendo la tesi del sostituto procuratore Mario Venditti in quanto ci sarebbero troppi pochi elementi per definire questo tipo di associazione e, agguantandosi alle parole dello stesso pm, afferma che non è possibile che egli facesse parte dell’associazione mafiosa in quanto a capo dell’associazione semplice. Punto di forza di Venditti rimane comunque l’intercettazione del tentato omicidio nei confronti di Mario Filippelli che ne fa capire l’importanza della persona.

Mano pesante dei giudici, il 28 maggio 2010, per Mario Filippelli, considerato il capo del braccio armato della cosca che operava nel Basso Varesotto e che è stata spazzata via dall’inchiesta Bad Boys. E’ stato condannato a 13 anni e 4 mesi di reclusione per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso ed estorsione. Era proprio lui che faceva da tramite tra i capi e i soldati che effettuavano rapine, estorsioni e usura. In più occasioni è stato lo stesso Filippelli a minacciare imprenditori e i commercianti che pagavano il pizzo.

E’ l8 giugno 2010 che nell’aula “Falcone e Borsellino” del Tribunale di Busto Arsizio si è svolta la prima udienza per il caso Bad Boys. A causa dell’assenza totale (se non per il caso del consigliere comunale di Lonate Pozzolo) di denunce da parte delle vittime, il pm ha dovuto trovare un legame tra le varie intercettazioni per portare una tesi abbastanza solida davanti al giudice Toni Adet Novik.
L’accusa è iniziata con l’inchiesta partita da due indagini dei Carabinieri di Varese e di Busto Arsizio denominate “Piromane” e “Dolce Vita”. Nella prima si indagava su episodi incendiari avvenuti in numerosi locali notturni e attività commerciali della zona di Lonate Pozzolo e Ferno, mentre l’altra ha preso le mosse da un presunto giro di estorsioni sempre a danno di locali pubblici.
Da questi due rami si è cominciato a ricostruire storie, profili di personaggi, fatti; fino a identificare i due livelli dell’organizzazione grazie all’uso dello strumento delle intercettazioni. Una volta capito dove si poteva arrivare le due indagini sono passate alla Dda di Milano che ha fatto il resto definendo il braccio armato, già andato a giudizio con i riti alternativi, e il livello che operava nell’ambito economico con una serie di imprese edili e locali intestati a prestanome o agli stessi capi. Venditti in conclusione non esclude la pista di poter fare luce su almeno tre dei cinque omicidi “eseguiti con modalità mafiose”, avvenuti tra Ferno, Lonate Pozzolo e il legnanese.
Durante questa prima udienza sono state esposte da parte delle difese tutta una serie di eccezioni riguardanti le intercettazioni eseguite in remoto, il deposito dei verbali degli interrogatori e l’impossibilità da parte della difesa di poter accedere ad alcuni decreti di proroga delle intercettazioni effettuati dal gip di Busto Arsizio che, sempre secondo gli avvocati, non sarebbero stati trasmessi alle difese.

Un clima che non si era mai visto nel Tribunale di Busto Arsizio, in un’aula gremita di gente (per lo più familiari degli imputati e alcuni curiosi). Durante il processo durato circa 2 ore ci sono stati scambi di baci e affettuosità tra gli imputati e i familiari. Era evidente il fastidio degli imputati per la numerosa partecipazione dei media che con i flash delle loro fotocamere e le riprese delle videocamere, suscitavano proteste dei detenuti. Tra i presenti in aula c’era anche Vincenzo Rispoli, il presunto capo della Locale.

Con la seconda udienza, tenutasi il 22 giugno 2010 ed avvenuta anch’essa nell’aula “Falcone e Borsellino”, si conclude la fase preliminare. Durante la stessa (di nuovo molto affollata di imputati, avvocati e parenti vari) sono una quindicina le richieste di associazione a delinquere di stampo mafioso: secondo l’accusa sarebbero i componenti di spicco di un’organizzazione che ha commesso decine di estorsioni a imprenditori e commercianti della zona, intimidazioni, usura, false fatturazioni ma anche i mandanti di una serie di rapine avvenute in uffici postali per poter finanziare la cosiddetta “bacinella”, ovvero la cassa comune della locale.
Il giudice Toni Adet Novik ha aperto la seduta mantenendo ancora il riserbo sulla decisione di sospendere i termini della custodia cautelare nei confronti degli imputati in carcere, come richiesto in sede di prima udienza dalla pubblica accusa rappresentata dal pm Mario Venditti, e respingendo tutte le eccezioni presentate dalla folta schiera di legali. Non sono state accolte le richieste di inutilizzabilità di alcune intercettazioni così come non è stato riscontrato alcun vizio nel diritto di tutela dell’indagato che, hanno sottolineato i giudici, è sempre stato tutelato nelle varie fasi dell’indagine, comunicando per tempo alle parti ogni passaggio e mettendo a disposizione degli indagati tutto il materiale difensivo. L’incompatibilità dei magistrati è stata respinta e anche gli interrogatori sono stati giudicati regolari. A seguire accusa, parti civili e difese hanno presentato le loro liste di testi che sono state tutte accolte da parte del collegio. Tra i molti testi che sono stati chiamati a deporre sono presenti anche alcuni collaboratori di giustizia che hanno avuto una certa importanza in fase di indagine permettendo alla Dda di definire molti degli scenari poi emersi.


13 luglio 2010: i 300 arresti e la nuova ‘Ndrangheta

Sono oltre 300 le persone arrestate in Calabria e in diverse località dell’Italia settentrionale. Tra i reati associazione di tipo mafioso, traffico di armi e stupefacenti, omicidio, estorsione, usura ed altri gravi reati. Si tratta della più imponente operazione di questo tipo degli ultimi anni. Le indagini sarebbero partite dall’omicidio di Carmelo Novella nominato capo di questo organismo, ma fatto uccidere il 14 luglio del 2008 in un bar di San Vittore Olona dai calabresi per le sue tendenze giudicate eccessivamente autonomiste.
“Si parla di 500 uomini affiliati alla ‘ndrangheta in Lombardia. Lo ha dichiarato il procuratore aggiunto Ilda Boccassini, spiegando la parte lombarda dell’inchiesta delle Procure di Milano e Reggio Calabria che ha portato al blitz di oggi contro la ‘ndrangheta’. Il magistrato ha spiegato di aver individuato circa 160 persone affiliate alle “locali” lombarde. Le locali sono raggruppamenti di ‘ndrine in genere ciascuna autonoma, ma con collegamento con la cosca madre calabrese e con l’organismo di controllo “Provincia Lombardia che regola la convivenza delle varie locali. “Noi abbiamo individuato 15 ‘locali’ che sono a Milano, Pavia, Bollate, Cormano, Bresso, Limbiate, Solaro, Pioltello, Corsico, Desio, Seregno, Rho, Legnano, Mariano Comense, Erba e Canzo, ma sappiamo che sono molte di più, radicate nel nostro territorio”.

Fra gli arrestati finiti dietro le sbarre accusati di essere affiliati alla ‘ndrangheta che operano nel territorio del Varesotto vi è, in oltre, il già noto Vincenzo Rispoli, sospettato di essere il capo della locale “Lonate Pozzolo-Legnano, con contatti stretti con i vertici della cosca Farao Marincola che domina a Cirò Marina, suo paese d’origine (è nipote di Giuseppe Farao, capobastone del clan cirotano). Il vice di Rispoli sarebbe Emanuele De Castro, classe 1968, muratore residente a Lonate Pozzolo ed originario di Cirò Marina, arrestato nell’operazione Bad Boys; come pure Nicodemo Filippelli, il lonatese d’importazione e cirotano d’origine, fratello del Mario Filippelli, condannato in primo grado a 13 anni e 4 mesi di carcere per associazione mafiosa ed estorsione. In manette Luigi Mancuso, classe 1977, commerciante di Busto Arsizio; Antonio Benevento, classe 1974, muratore di Legnano; Fabio Zocchi, classe 1962, immobiliarista residente a Gallarate; Vincenzo Alessio Novella di Legnano.
Affiliati alla locale di Bollate sarebbero invece Ernestino Rocca, Annunziato Vetrano e Orlando Attilio Vetrano, tutti residenti a Saronno.
Dalla nuova indagine si è confermato come gli arrestati di Legnano, Lonate Pozzolo, Gallarate e Busto Arsizio sono tutti appartenenti alla cosca legata ai Farao Marincola: organizzazione molto ricca e altrettanto ben introdotta negli ambienti che contano. I carabinieri solo a marzo avevano sequestrato alla cosca 20 milioni di euro, 17 società, 34 appartamenti, 4 bar e ristoranti, 1 terreno, 20 auto, 70 conti correnti. Gestivano bar e ristoranti e si trovavano per prendere decisioni al crossodromo di Cardano al Campo e in locali di Busto e Legnano.

Ammazzateci Tutti al processo contro la ‘ndrangheta

Sono fissate nei giorni 12, 19 e 26 ottobre, 2 e 23 novembre, 7, 14 e 21 dicembre, 11 e 25 gennaio, 1, 15 e 22 febbraio le udienze per il dibattimento del processo alla ‘ndrangheta di Lonate presso il Tribunale di Busto Arsizio.

Confermiamo oggi il nostro impegno nel portare i giovani del nostro territorio a seguire questo processo così importante nella lotta del fenomeno mafioso. Non vogliamo che le aule di giustizia siano riempite solo da chi quegli imputati li vorrebbe veder di nuovo liberi. Lo scopo che ci prefiggiamo è far sentire la nostra vicinanza a magistrati, forze dell’ordine ed ai, purtroppo pochi, commercianti che hanno deciso di denunciare, per far sentire loro la forza di una generazione che rifiuta “il puzzo del compromesso morale” ed ogni giorno si vuole impegnare per mettere in atto quelle politiche legalitarie che siano strumento di un’Italia libera dalle mafie.
Speriamo che quest’occasione possa anche essere motivo di crescita culturale e sociale per chi già da oggi è chiamato a spazzare via ogni possibile compromesso ed a non piegarsi di fronte alle crudeli pretese di una parte di popolazione minoritaria che vuole, attraverso la violenza, tenere in scacco quella che invece è la gente onesta e coraggiosa che ha il diritto di sentirsi anche libera.

Massimo Brugnone
Coordinatore regionale Ammazzateci Tutti Lombardia

Davide Borsani
Ammazzateci Tutti Busto Arsizio

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