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Milano, le mani sulla città

Fonte: http://www.espresso.repubblica.it

di Paolo Biondani e Mario Portanova

Da Santa Giulia all’Expo, le cosche calabresi hanno messo piede in quasi tutti i cantieri. E mirano a condizionare la politica. Un assalto silenzioso, con fiumi di soldi e minacce

Santa Giulia dei veleni. Veleni di mafia. La città satellite celebrata dai politici, finanziata dai banchieri e venduta dai big del mattone come simbolo della Milano del futuro, ha le fondamenta inquinate da fiumi di scorie cancerogene: “bombe ecologiche e sanitarie”, come le definiscono i periti della Procura, sepolte per anni accanto agli uffici e alle case del super quartiere da un miliardo e 600 milioni di euro che avrebbe dovuto ridisegnare l’area sud-est della metropoli. Sotto i piedi della nuova città c’è un sistema di discariche abusive che contaminano le acque della prime due falde: tra meno sette e meno venticinque metri, la terra è morta. Uccisa da montagne di rifiuti tossici che le nuove indagini collegano ai clan più sanguinari della ‘ndrangheta. Nomi che scottano e che gli inquirenti rivelano a “L’espresso”: i Nirta-Strangio. Sì, proprio quelli della strage di Duisburg, la mattanza nel cuore della Germania.

Edilizia, superstrade, ferrovie, aeroporto, centri commerciali, ortofrutta, rifiuti, ospedali, bar, negozi di lusso, banche, prestiti a usura e, naturalmente, droga: la mafia calabrese ha conquistato l’economia del Nord. A partire dall’ex capitale morale. Le indagini dei pm di Milano e Reggio, culminate nello storico blitz di luglio (304 arresti, per metà in Lombardia), hanno smascherato 15 strutture mafiose, in gergo “locali”, attive in mezza regione: nella metropoli trafficano “da quarant’anni”. Uno dei boss, intercettato, svela al compare che gli affiliati sono molti di più: “Cecè, qua in Lombardia siamo in cinquecento”. Clan emigrati dalla Calabria, certo. Come i Cosco, trafficanti di droga arrivati a rapire nel pieno centro di Milano e a sciogliere nell’acido la pentita Lea Garofalo. Ma ci sono anche imprenditori padani al cento per cento, piegati con la violenza o sedotti col denaro. Soldi sporchi che comprano politici, professionisti, funzionari, manager, industriali, medici, avvocati, direttori di banca, perfino uomini in divisa. A Milano come nella Locride.

LA CITTA’ DEI VELENI
A Santa Giulia, in mezzo a due file di nuovi palazzi abitati da migliaia di cittadini onesti, c’è un geometrico pratone abbandonato: Parco Trapezio, l’avevano chiamato gli architetti-star dell’immobiliarista Luigi Zunino. In fondo c’è un asilo coloratissimo, con le giostre in cortile e i banchi di legno immacolati, pronto per un’inaugurazione mai avvenuta. Il recinto è costellato di cartelli: “sequestro giudiziario”. Loretta e Rosa, giovani mamme di Ettore, 6 mesi, ed Emma, 4, spingono le carrozzine nello stradone centrale: “Viale del Futurismo”. “Qui non c’è inquinamento, è solo un problema di detriti edilizi”, rispondono spensierate. Ma il Comune non vi ha detto niente? “No. Abbiamo sentito qualcosa solo su Sky tv. La nostra cooperativa ha nominato un perito. Speriamo che dissequestrino almeno il parco e l’asilo”.

Mariagrazia, 31 anni, segretaria d’azienda, sa ancora meno: “Ho comprato casa dieci giorni fa. Nessuno mi ha avvisato dell’inchiesta. Sono molto preoccupata”. Finora sui giornali si è parlato solo di mancata bonifica. Riassunto: nel marzo 2005 il Comune di Milano autorizza il gruppo Zunino a costruire su oltre un milione di metri quadrati di aree contaminate dell’ex acciaieria Radaelli e dell’ex Montedison. Un tecnico ciellino, Vittorio Tedesi, ora indagato, si accontenta di un “piano scavi”: ripulire tutto è inutile, basta e avanza cambiare terra solo nelle zone da ricostruire. Quindi Zunino appalta il disinquinameno a Giuseppe Grossi, il re degli inceneritori privati, che subappalta a due imprese collegate: Lucchini-Artoni ed Edilbianchi. Poi arrivano i magistrati: Grossi ha usato fatture offshore per rubare 23 milioni di fondi neri, nascosti all’estero grazie a riciclatori come Rosanna Gariboldi, moglie dell’onorevole Giancarlo Abelli, il ras della sanità lombarda oggi al ministero della Cultura. Arrestati tra le proteste dei big del Pdl, Grossi e Gariboldi risarciscono e patteggiano. Intanto un sindacalista della Cgil manda ai pm una mappa di Santa Giulia piena di zone nere: i veleni sono ancora lì, i misuratori di inquinanti “sono stati distrutti”, il “percolato” tossico delle discariche ha invaso le falde. Ddt, pesticidi e scorie che i tecnici classificano così: “Sostanze cancerogene, che mettono a rischio la fertilità e possono danneggiare i bambini non ancora nati”.

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Lo stalliere e l’Ortomercato. L’impresa di facchinaggio delle Mangano tra i banchi del mercato di via Lombroso. Ecco il documento del Comune

Fonte: http://www.milanomafia.com

In una lettera firmata dall’Amministrazione comunale la presenza della Cgs New Group all’interno dell’Ortomercato con contratto d’appalto e pass d’ingresso. E spuntano nuovi legami con uomini legati ai clan

La lettera

Il documento firmato dall’assessore al Commercio Giovanni Terzi è la risposta alle ripetute interrogazioni alla Moratti presentate dai consiglieri comunali del Pd Pierfrancesco Majorino e David Gentili

Nella lettera si parla della presenza all’interno degli stand di via Lombroso della Cgs New Group, impresa delle sorelle Mangano, figlie dell’ex fattore di Arcore condannato per mafia

La Cgs lavora per una società già finita nei guai alla fine degli anni Novanta per un giro di tangenti per gli appalti delle mense scolastiche

Ma dai legami societari sbucano strani rapporti con il siciliano Pino Porto e uomini della cosca Morabito

Milano, 2 febbraio 2010 – All’Ortomercato sembra esserci spazio per tutti. E così dopo la ‘ndrangheta, ora si allunga l’ombra di Cosa nostra. Ad oggi solo un’ombra, anche se la presenza di una delle imprese della famiglia Mangano all’interno del mercato non è affatto un sospetto, ma una certezza. La Cgs New Group gestita, appunto, da Cinzia Mangano, la secondogenita dell’ex fattore di Silvio Berlusconi, oggi lavora all’interno del padiglione frigorifero. La società che ha un giro d’affari di quasi 2 milioni di euro ha sottoscritto l’appalto con la Agrimense srl, società di Nova Milanese che nel 1999 fu coinvolta nello scandalo delle tangenti per le mense scolastiche. In quell’indagine finì impigliato Alessandro Arosio, attuale socio dell’Agrimense. Arosio fu anche arrestato, ma poi nel processo la sua posizione finì prescritta assieme a quelle di altri dodici imprenditori del settore. L’Agrimense, oltre a lavorare in via Lombroso, ha recentemente vinto un appalto l’appalto per la fornitura di frutta e verdura per gli istituti scolastici comunali di Como.

Gli eredi di Vittorio Mangano entrano dunque all’Ortomercato. E lo fanno con tutti i sospetti del caso, anche se la procedura per ottenere l’appalto appare cristallina. Almeno così si capisce leggendo le due pagine di risposta che il Comune di Milano ha fatto pervenire a due consiglieri del Pd, Pierfrancesco Majorino e David Gentili, autori di un’interrogazione alla Moratti sui “rapporti dell’Amministrazione comunale con le imprese Cgs New e Csi”. In sostanza, si legge nel documento inviato dal presidente di Sogemi (la società a maggioranza comunale che gestisce i mercati generali), “la Cgs New Group ha sottoscritto con la società Agrimense srl, operatore presente all’interno dell’Ortomercato e più precisamente nell’edificio frigorifero centralizzato, un contratto d’appalto per l’esecuzione di lavori di facchinaggio, movimentazione delle merci, carico e scarico delle stesse”. E ancora: “L’ufficio tesseramento della Direzione di mercato Sogemi spa, a fronte della presentazione della richiesta di documentazione, ha emesso tessere personali di ingresso intestate a dipendenti della Cgs New Group al fine di operare all’interno della struttura facente capo alla società Agrimense”. Pass d’ingresso del tutto identici a quelli rilasciati ai normali operatori dell’Ortomercato, ma anche tra il 2003 e il 2004 dal boss della ‘ndrangheta Salvatore Morabito che ha avuto libero accesso agli stand di via Lombroso per mesi. Al momento la Cgs “dispone di sette tessere intestate a suoi dipendenti e soci”. Vittorio Mangano, oltre a Cinzia, ha altre due figlie: Loredana, rappresentante legale della Cgs e Marina, la più giovane, titolare della Csi, altra società di facchinaggio che in passato, si legge nel documento del Comune a firma dell’assessore alle Attività produttive Giovanni Terzi, ha tentato di ottenere un appalto all’Ortomercato ma senza riuscirci. Entrambe le imprese hanno sede in via Romilli 21 (nella foto) al quartiere Corvetto.

Va detto, poi, che la Cgs, per questo appalto, ha presentato tutti i documenti in regola, compreso il certificato antimafia. C’è però qualcos’altro che rende inquietante la presenza delle sorelle Mangano all’Ortomercato e vale a dire i loro rapporti con uomini considerati da magistrati e pentiti molto vicini a Cosa nostra. Tra questi, il già citato da Milanomafia, Giuseppe Porto, detto Pino il cinese. Lui, secondo il pentito Fabio Manno, avrebbe coperto la latitanza di Giovanni Nicchi a Milano. Non solo, secondo fonti investigative, il cinese nello scenario criminale milanese si collocherebbe come il trait d’union con gli uomini della cosca Morabito. Secondo le stesse fonti investigative, poi, Pino Porto attualmente si muoverebbe con una macchina intestata proprio alla ditta di Cinzia Mangano e questo, nonostante non ricopra alcuna carica societaria evidente.

Seguendo Pino Porto
, poi, si arriva a Enrico Di Grusa, marito di Loredana Mangano. Lui, con alle spalle un periodo di latitanza e con precedenti guai con la giustizia per associazione mafiosa, oggi abita in un appartamento signorile in via Aselli. Non solo, ma assieme a Pino il cinese gestirebbe, in maniera occulta, la Smc, ennesima società di facchinaggio con sede in viale Martini 9. Un indirizzo ben conosciuto dagli uomini della Squadra Mobile di Milano. La strada infatti si trova dietro al distributore Esso di piazzale Corvetto, punto di ritrovo degli uomini di Salvatore Morabito, boss della ‘ndrangheta, coinvolto e condannato nell’inchiesta For a King. Nella relazioni di servizio che Milanomafia ha potuto leggere e depositate negli atti del processo, vengono fotografati personaggi oggi imputati. Tra questi l’imprenditore napoletano Mariano Veneruso, Pino Porto e il calabrese Giovanni Falzea legato alla famiglia Bruzzaniti di Africo. Sarà proprio Falzea ad entrare e uscire dal civico 9 di via Martini. E non a caso visto quello che scrivono gli investigatori: “Porto, inoltre, è risultato significativamente legato per comuni investimenti nella gestione di alcune cooperative di facchinaggio operanti sempre nell’Ortomercato a Salvatore Morabito, Pasquale Bruzzaniti e Giovanni Falzea”. Dopodiché nell’assetto societario della Smc compare Vincenzo Tumminello, nipote di Porto. Lui in passato ha avuto ruoli in due società, la Full times e la Co.smi.di, entrambe protagoniste dell’inchiesta del pm Maurizio Romanelli che nel 1999, indagando sulla latitanza di Enrico Di Grusa, arrivò a scoprire “in modo circostanziato il funzionamento fraudolente di una struttura commerciale contigua alla criminalità organizzata e presumibilmente creata al fine di finanziare quest’ultima mediante la costituzione di fondi neri generati dalla commissione di illeciti societari”. L’inchiesta poi si chiuse con un pugno di mosche. Oggi però, a stringere il cerchio delle relazioni pericolose tra ‘ndrangheta e Cosa nostra c’è anche un altro uomo, Carmelo Cardile, catanzarese in passato presente nel collegio sindacale della Co.smi.di e fino a poco tempo fa titolare della New Gest, società orbitante nella galassia delle imprese riconducibili ad Antonio Paolo, oggi accusato dal pm Laura Barbaini di essere il braccio finanziario della cosca Morabito. (dm/cg)

Paura all’Ortomercato, ennesima minaccia a sindacalista che combatte mafia e illegalità. Due anni fa gli incediarono la porta di casa

Fonte: http://www.milanomafia.com

Il fatto è avvenuto ieri notte. Ignoti hanno lasciato scritte di morte sulla porta dell’ufficio di Josef Dioli, sindacalista che da anni si batte contro l’illegalità e il lavoro nero all’interno dell’Ortomercato

Le minacce

Nel luglio 2007 Josef Dioli si ritrova la porta di casa incendiata. Sono passati tre anni e ancora le indagini non hanno portato a nulla. Alla base di quell’attentato mafioso c’era il primo storico sciopero dei lavoratori dell’Ortomercato organizzato e voluto proprio da Dioli.

Nel luglio scorso, poi, all’interno degli stand un gruppo di persone, tra cui alcuni grossisti, lo hanno selvaggiamente picchiato nella totale indifferenza dei presenti.

L’ultimo episodio la scorsa notte, quando ignoti sono entrati nel palazzo accanto a quello della e sulla porta del suo ufficio hanno disegnato una croce

Milano, 26 gennaio 2010 – Una croce accompagnata da parole di morte. Il tutto scritto sulla porta del suo piccolo ufficio. Per Josef Dioli, sindacalista da sempre in lotta contro il clima di illegalità che si respira all’Ortomercato (foto), si tratta della quinta minaccia di stampo mafioso in poco più di due anni. La prima e la più grave fu nel luglio 2007 quando ignoti incendiarono la porta della sua casa a Casaletto Vaprio nel Cremasco. L’estate scorsa poi c’è stata un’aggressione. All’interno degli stand sono volati calci e pugni. Risultato: Dioli si è ritrovato i denti rotti.

E ora queste scritte infami che danno tono e sostanza al clima di assedio criminale che oggi si vive all’interno dell’Ortomercato. Già, perché in molti sanno nomi e cognomi di chi, tramite strane cooperative, porta avanti affari poco puliti, ma nessuno parla. L’unico, spesso, è stato proprio Dioli, e dunque per tutto quello che capita la colpa ricade sul sindacalista. Come avvenuto poche settimane fa, quando gli ispettori del lavoro hanno bussato agli uffici di alcune cooperative. Subito la voce si è sparsa: “E’ stato Dioli a mandarceli”. Ovviamente non era vero. Anzi, si tratta di ispezioni volute da un tavolo istituzionale per la sicurezza e che nulla hanno a che vedere con l’attività del sindacalista della Cgil.

La situazione resta critica. E questo, dopo il clamore suscitato dalle infiltrazioni della ‘ndrangheta scoperte nell’estate del 2007. Qui all’Ortomercato si respira un clima di paura. Soprattutto ora che qualcosa sembra poter cambiare sul fronte della legalità e del controllo contro il lavoro nero, decennale piaga di questa struttura, tra le più grandi e importanti d’Europa. Nel novembre scorso, infatti, Roberto Predolin, presidente di Sogemi, la società a partecipazione comunale che controlla l’Ortomercato, ha indetto un bando di gara per assegnare gli appalti del facchinaggio a tre imprese. Un metodo per gestire e regolamentare i contratti di lavoro, eliminando lo sfruttamento di mano d’opera. Gli appalti così sono stati assegnati a tre cooperative. E a metà febbraio era previsto l’avvio del piano. Eppure sul nuovo corso c’è un grande punto interrogativo: il ricorso al Tar presentato da due cooperative rimaste escluse. Mentre altre ancora lo minacciano. I primi verdetti del Tribunale amministrativo regionale sono attesi per la fine di questa settimana. La speranza della società è che i giudici rigettino i fascicoli. L’opera di Predolin, nominato in quota centrodestra, resta comunque meritoria. E forse anche per questo, ad oggi la sua poltrona resta traballante. L’ipotesi più concreta è che si vada verso un commissariamento di Sogemi. Le voci di corridoio, invece, parlano di un malcontento diffuso tra una fetta delle imprese milanesi e non, legata a frange dell’attuale maggioranza in Comune, che non vedono di buon occhio questa epocale riforma. Il motivo è molto semplice: con una situazione di illegalità (lavoro nero e caporalato) gli imprenditori hanno sempre potuto contare su prezzi di manodopera molto bassi. Tanto che i consiglieri comunali del Partito democratico, Pierfrancesco Majorino e David Gentili, hanno chiesto (senza risposta) accertamenti immediati da parte del Comune sul caso Ortomercato.

Particolare che non dispiace certo alla ‘ndrangheta, la cui presenza si registra ancora oggi. Va detto, infatti, che il famoso night For a king, acquistato nel 2006 da Antonio Paolo, imprenditore accusato di essere il braccio finanziario del clan Morabito, e passato, dopo i sequestri, nelle mani di un gruppo di egiziani, di recente è stato chiuso dalla polizia. Troppe risse e il peso di un omicidio consumato all’ingresso del locale. Anche in questo caso, fonti anonime, riferiscono che i titolari stranieri di questo locale per tutto il periodo della loro gestione siano stati taglieggiati da un gruppo di calabresi probabilmente legati ai vecchi proprietari. (dm)

Da Reggio Calabria alle porte di Milano per spartirsi i futuri affari. L’escalation criminale della cosca Valle

Fonte: http://www.milanomafia.com

La cosca Valle viene indicata nell’ultima mappa dei carabinieri di Reggio Calabria. Il clan, legato ai Condello, è attivo nell’usura e nel riciclaggio. Infilitrata nella politica locale sarebbe al centro dei grandi affari in Lombardia

Il report

Il documento è stato messo a punto dal Nucleo operativo dei carabinieri di Reggio Calabria dopo l’attentato alla Procura del 3 gennaio 2010
Secondo questa mappa in Lombardia oggi operano
19 clan che si spartiscono il territorio tra le province di Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Milano, Monza, Pavia
I nomi sono quelli degli
Arena, Barbaro, Critelli, Bellocco-De Stefano, Di Giovine, Facchineri, Gattini, Iamonte, Mancuso, Mazzaferro, Morabito, Nicoscia, Pangallo, Papalia, Paparo, Paviglianiti, Pesce, Trovato. Tutti operano nel settore del traffico di droga e armi, edilizia e locali notturni
A Pavia viene, poi, collocata la cosca Valle che ha in
Francesco Valle, detto don Ciccio, il suo capo, spalleggiato dai figli

Milano, 7 gennaio 2010 – Da Reggio Calabria a Vigevano e poco più in là verso Cisliano, Bareggio, Milano. Oltre mille chilometri. Una lunga linea rossa tratteggiata dagli uomini del Reparto operativo dei carabinieri del capoluogo calabrese per dare senso e sostanza all’evoluzione criminale di una delle cosche emergenti in Lombardia: i Valle, cognome, fino ad oggi sconosciuto alle cronache, comparso nell’ultimo report sugli assetti criminali delle ndrine in Calabria, in Italia e nel mondo. Un documento di importanza vitale perché stilato dopo la bomba che il 3 gennaio 2010 è scoppiata davanti alla Procura generale in via Cimino a Reggio. Centrale. Così viene definito dagli investigatori il ruolo della cosca Valle negli ultimi affari della ‘ndrangheta in Lombardia. Affari che comprenderebbero anche i futuri appalti per Expo 2015.

La ragnatela di interessi, dunque, parte dal quartiere Archi di Reggio Calabria per arrivare ai tavoli di un lussuoso ristorante con piscina e statue di marmo nei pressi della Vigevanese. Luogo strategico dove da tempo si svolgerebbero veri e propri summit di mafia per dirimere questioni di territori e dividere la torta degli interessi mafiosi a Milano e nel suo hinterland. Attorno alla cosca Valle, dunque, ruoterebbe un vero e proprio comitato affaristico-mafioso che può contare su appoggi politici di rilievo all’interno delle istituzioni lombarde. E così a margine della mappa stilate dai carabinieri ecco una breve nota su questa famiglia: “In tema di criminalità organizzata calabrese nell’interland milanese sta emergendo la famiglia Valle, proveniente da Reggio Calabria e insediatasi nell’area lombarda a cavallo tra le province di Pavia e Milano”. Una presenza confermata da varie fonti, non ultima quella della Guardia di Finanza di Pavia per bocca del comandante Domenico Grimaldi per anni alla guida del Gico di Milano e in questa veste autore dell’ultima grande inchiesta, la Cerberus, sulle cosche Barbaro-Paplia di Platì. Il nome Valle compare anche un report dei carabinieri di Milano datato 2008. “Francesco Valle detto don Ciccio, risulta essere il capo del clan Valle”. Nato a Reggio Calabria il 29 settembre 1937, attualmente è libero e sottoposto solo all’obbligo della firma. “La sua residenza – si legge – è a Bareggio in via Piave 176”. Padre di quattro figli, tre maschi e una femmina, don Ciccio è legato alla famiglia mafiosa dei Cotroneo a loro volta federata con i Condello di Reggio Calabria. “A seguito – scrivono i carabinieri – della sanguinaria faida con la cosca Geria-Rodà agli inizi degli anni Ottanta è costretto a trasferirsi da Reggio Calabria a Vigevano”.

Nel 1973, la Questura di Reggio Calabria lo denuncia per tentato omicidio nei confronti di Carmelo Barbaro, il quale aveva sparato al fratello di don Ciccio, Demetrio Valle. “A suo carico – scrivono i carabinieri di Milano – figurano precedenti o pregiudizi penali per associazione mafiosa”. Quadro confermato da una perquisizione domiciliare effettuata dalla polizia di Pavia il 26 gennaio 1984, “quando – si legge in una nota dell’epoca – presso l’abitazione del Valle venivano sequestrati brani dei rituali di affiliazione alla ‘ndrangheta”. Nel 1992 la Questura di Pavia “segnala come la famiglia Valle a Vigevano conti circa 30 persone collegate allo stesso Francesco Valle”. Di più: “Viene indicato che il Valle è solito circolare con un’autovettura blindata intestata al suo autista”. Non meno gravi gli elementi che emergono a carico dei figli, tutti, a dire dei carabinieri, “con precedenti o pregiudizia penali” di vario genere. In particolare, il maggiore dei fratelli, Fortunato Valle viene indicato “come la mente del clan”. Nel 1992 parte del clan finisce in carcere con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’estorsione e all’usura.

Un anno dopo verranno condannati il padre e due fratelli (Fortunato e Angela), mentre verrà assolto Leonardo Valle, altro figlio di don Ciccio. Nel 1997, però, al clan vengono sequestrati diversi beni, tra cui cavalli e una lussuosa villa. Quattro anni dopo ci risiamo: l’intero clan finisce a San Vittore sempre con l’accusa di estorsione e usura. Un campo dove, secondo gli investigatori di Reggio Calabria, la cosca opererebbe ancora oggi. “Gli stessi nel tempo hanno acquisito un imponente patrimonio composto da immobili ed attività commerciali che gli garantisce una facciata lecita per giustificare il vorticoso giro di denaro che ruota intorno a loro”. Tra questi anche il ristorante lungo la Vigevanese. Il locale nonostante risulti intestato a un egiziano, sarebbe di fatto riconducibile alla cosca. E in effetti tra i vari passaggi di proprietà, prima di finire nelle mani dell’ultimo titolare, la maggioranza delle quote era di una società il cui procuratore legale risulta essere la moglie di Fortunato Valle. (dm)

Arrestato il cognato di Michele Sindona, fu coinvolto in un’inchiesta sugli affari della ‘ndrangheta nel centro di Milano

Fonte: http://milanomafia.com

Enrico Cilio, 80enne messinese di Patti e cognato di Michele Sindona, è stato arrestato con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti.

L’indagine

Cordinata dalla Procura di Milano, l’indagine ha portato in carcere 12 persone. Tra queste anche Enrico Cilio.

Sono accusate di aver falsificato documenti per regolarizzare 7.000 stranieri. Il gruppo, attraverso, una trentina di società fittizie, emetteva qualsiasi tipo di documenti servisse per regolarizzare la posizione di stranieri

Cilio, secondo le accuse, aveva organizzato l’associazione in modo scientifico, con ruoli e attività ben distinte, a cui partecipavano anche il figlio, il nipote e l’ex moglie del figlio

Un affare da 14 milioni di euro che ha fatto ricchi alcuni dei componenti dell’associazione a delinquere, tanto che la procura ha disposto il sequestro di beni immobili pari a circa 100 mila euro

17 novembre 2009 – Quando gli investigatori hanno suonato alla sua casa nel centro di Milano, Enrico Cilio ha reagito con la calma dei suoi 80 anni. In mano, i carabinieri avevano l’ordine d’arresto firmato dal gip Luerti per un’associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina attraverso la falsificazione di documenti. Un’enorme ingranaggio giocato su decine di società fittizie messe in piedi per stampare buste paga e dichiarazioni dei redditi totalmente falsi. Obiettivo: regolarizzare clandestini. In totale saranno 7.000. Per un giro d’affari milionario. Denaro che poi veniva reinvestito nell’acquisto di case di lusso attraverso la creazione di altre società, semplici scatole cinesi dove far transitare milioni di euro. Un’idea coltivata e costruita dallo stesso Cilio, originario di Patti nel Messinese come il suo illustre parente e cognato, quel Michele Sindona, padrone della Banca privata e genio delle società fiduciaria che tra gli anni Settanta e Ottanta composero un risiko indistricabile attraverso il quale passava e si ripuliva il denaro di Cosa nostra.

Per capire chi è Enrico Cilio bisogna tornare indietro di qualche anno, precisamente al 6 dicembre 1996, quando una Jaguar dribbla il traffico di viale Monte Nero verso le autostrade dei laghi in direzione di Lugano. Quell’auto è intestata al Podgora parking. Si tratta di un garage proprio dietro al tribunale intestato alla Zatac, società controllata da Mario Tacchinardi, un milanese brillante che secondo il pm Laura Barbaini è uno dei riciclatori del clan Morabito. Non a caso, per il pm, il garage di via Podgora funge da base logistica per la cosca. Mario Tacchinardi si trova all’interno della Jaguar. Pochi minuti prima, assieme al suo socio Elio Zaccagni era uscito dal civico 4 di viale Monte Nero. Qui, all’epoca aveva sede lo studio associato Cilio/Valente. Si tratta ovviamente di Enrico Cilio. E il racconto di quel servizio di appostamento sta nelle carte dell’inchiesta Deep Cleaning, una delle primissime indagini di riciclaggio che porta alla sbarra gli uomini del clan Morabito, i siciliani Tulli e lo stesso cognato di Sindona. Nel 2002 tutti, tranne, i Tulli, vengono assolti. Poi l’appello riabilita anche i Tulli con solo due componenti della famiglia condannati.

Eppure è proprio in quel processo che nasce e si foma la figura di Cilio. Quella è l’indagine che scopre gli investimenti della mafia calabrese sotto la Madonnina. Congeliamo, per un istante, quella Jaguar che sfreccia veloce per le strade del centro e torniamo a un gelido 6 novembre 1987. Quella mattina alla camera di commercio viene registrata la società Doge srl con sede in via Silvio Pellico a due passi dal Duomo. Il capitale sociale è di 20 milioni, tra gli amministratori compaiono Leo Morabito e Domenico Mollica, entrambi legati alla cosca di Africo. Due anni più tardi, il duo Morabito-Mollica si defila lasciando a capo della Doge i fratelli Tulli, Cosimo e Giancarlo, entrambi di Grammichele, condannati nel 2002 in appello per riciclaggio. Sono loro i prestanomi che per conto dei boss danno la scalata al cuore della città. Leo Morabito compare solamente come rappresentante legale. Contemporaneamente i Tulli aprono due finanziarie, la De.Li.Fin. srl e la Fimps srl, il cui oggetto sociale è l’acquisto di bar e ristoranti. Nella loro documentazione compaiono le quote di maggioranza dei bar di viale Marche e di uno di corso Sempione. Gli stessi, che poi verranno acquistati dalla stessa Doge. La Doge Srl nel 1992 viene inglobata dalla Vela srl. Gli amministratori inizialmente sono sempre Leo Morabito e Domenico Mollica, quindi passa tutto nelle mani dei Tulli che spostano la sede da via Silvio Pellico in piazza Velasca. Due anni più tardi, nasce la Co.Ge.Bar, intestata a un tale Pasquale Conte con la sede legale guarda caso in via Silvio Pellico 6. La Co.Ge.Bar, direttamente riconducibile ai Tulli, è lo strumento grazie al quale la ‘ndrangheta muove i suoi primi passi in Galleria Vittorio Emanuele. A soli due giorni dalla sua fondazione, la Co.Ge.Bar, contatta l’amministratore delegato della Emi Italiana Spa per trattare l’acquisto del locale La Voce del padrone e del ristorante Pasta & Pizza che si affacciano proprio sull’Ottagono della Galleria.

Tra le tante società che, attarverso l’acquisto di locali, gestiscono il denaro della ‘ndrangheta c’è anche la Samagi il cui Cda è composto da Zaccagni e da Cilio. Di più: negli uffici di viale Monte Nero non solo sono conservate le scritture contabili della Samagi, ma anche quelle della Carl line, della Tic Tac service, società riconducibili alla cosca capeggiata da Rocco Morabito e Domenico Mollica, due capibastone di Africo. Sulla Car line scrive il pm: “Viene utilizzata quale base logistica e punto di riferimento per tutti gli appartenenti al clan Morabito-Mollica. Al riguardo, specifici servizi di osservazione hanno permesso di individuare, come i familiari dei predetti detenuti, nei giorni in cui risultavano essere stati autorizzati ai colloqui in carcere (Opera), si siano recati presso la suddetta concessionaria”. Il ruolo di Cilio viene specificato nell’informativa del Gico. “Il gruppo Cilio è intervenuto a più riprese, attraverso alcune delle società dagli stessi formalmente controllate nella dissimulazione e schermatura della riconducibilità degli esercizi medesimi alla cosca in parola”. Torniamo, dunque, a quella Jaguar. La sua destinazione finale è Lugano. Il motivo è semplice: l’idea di Cilio, secondo il pm, è quella di creare una società anonima di diritto estero per convogliarvi parte del patrimonio accumulato in Italia. Questa società si chiama Eurosuisse italiana srl, controlla al 99% dalla Eurosuisse holding Spa con sede in Lussemburgo. Tanto per capirci la Eurosuisse italiana dal 9 dicembre 1996, esattamente 3 giorni dopo il passaggio della Jaguar, risulta avere la sede legale in viale Montenero 4. Società, scrive il pm, comunque riconducibile a Mario Tacchinardi e quindi nell’ipotesi dell’accusa che però è stata totalmente smontata in aula, alla cosca Morabito. Così il processo si conclude con una serie di assoluzioni, dai Tulli a Cilio e tutto si sgonfia in una bolla di sapone. (dm)

Da San Luca a Milano: gli affari di Antonio Pelle

Fonte: http://www.milanocronaca.com

A Buccinasco un summit di mafia e con i fratelli Papalia e Giuseppe Morabito

Chi è?
Antonio Pelle, detto Gambazza viene catturato all’osperdale di Polistena dopo 9 anni di latitanza.
Ma gli affari di ‘Ntoni Gambazza arrivano fino a Milano. Ecco cosa accade il primo febbraio del 1988 a Buccinasco.

La sua terra è San Luca, eppure a partire dagli anni Ottanta, Antonio Pelle sceglie il nord Italia per tessere i propri affari. E’ il periodo dei sequestri di persona. Lui gestisce una batteria di affiliati che agiscono tra Torino e Milano. Il 18 gennaio 1988 a Pavia viene rapito Cesare Casella e solo un anno prima a Torino scompare Marco Fiora, un bimbo di sette anni. Gli investigatori indagano su Pelle ma anche sui platioti che vivono a Milano. A testimonianza di quanto il capoluogo lombardo sia luogostrategico per Gambazza, il primo febbraio 1988 ai tavolini di un bar di Buccinasco va in scena uno storico summit di mafia. Protagonisti oltre a Pelle, Antonio Papalia, il referente della ‘ndrangheta per il nord Italia e Giuseppe Morabito, detto u tiradrittu, capo bastone delle cosche di Africo.
Ecco cosa succede quel mattino di 21 anni fa: attorno alle undici Antonio Papalia esce dalla sua villa bunker di via Fratelli Rosselli e va al bar Lyons di Buccinasco. Contemporaneamente Giuseppe Morabito esce dall’hotel Siena, in zona Città Studi. Niente coppola o giaccone usato, il capo assoluto della ‘ndrangheta di Africo non deve fuggire come nel 2004, ma andare a un appuntamento d’affari. Come lui, anche Antonio Pelle, detto gambazza. Classe ’32, nato a San Luca, nel 1988 Pelle non è ancora latitante. Lo diventerà più avanti. Un capo, invece, lo è da sempre. Indiscusso, anche. Lui è il re nero delle cosche di San Luca, le più potenti di tutta la ‘ndrangheta. Gambazza arriva da Torino, dove è andato a trovare un nipote. La città dove viene rapito Marco Fiora. Morabito e Pelle, pur giungendo da luoghi diversi, hanno una destinazione comune: il bar Lyons di Buccinasco. In quella stessa mattina, anche l’ispettore Carmine Gallo ha una meta precisa: il bar Lyons di Buccinasco. L’ispettore, però, nemmeno immagina quello che da lì a poco andrà a filmare. Lui in via dei Mille ci va perché sta seguendo l’indagine sul sequestro Casella.

In quella straordinaria giornata a Buccinasco arrivano anche i Ros per un traffico di droga che coinvolge Antonio Papalia in contatto con un fornitore turco. Da alcune intercettazioni, i militari hanno tratto una quasi certezza: quel primo febbraio la moglie del turco, soprannominato Manolo, tale Amneris Campostrini si recherà al Lyons per ritirare 340 milioni in contanti, evidentemente il pagamento per una partita di eroina. Poco dopo mezzogiorno, la berlina scura di Morabito svolta in via dei Mille, supera un benzinaio e si ferma di fronte al bar. Quasi contemporaneamente dalla parte opposta sbuca la mercedes di Rocco Papalia. Il boss in doppiopetto scende. Con lui c’è anche Antonio Pelle. Ecco il racconto del teste Zanini: “Quando è arrivato Giuseppe Morabito tutti sono andati a salutarlo. Anzi, una persona gli ha anche baciato la mano. Io ero lì che filmavo e fotografavo, ho visto che quando Morabito è arrivato tutti si sono avvicinati e l’hanno salutato, han fatto l’inchino”.

Ancora più sorpreso Carmine Gallo. Lui quei boss in giacca e cravatta li conosce tutti. Conosce il loro passato. Sa cosa fanno e quanto siano potenti. Col tempo ha mandato a memoria volti, espressioni, smorfie. Racconta: “Non si era mai verificata una cosa del genere, un summit storico. Abbiamo visto i 3 personaggi principali delle tre maggiori organizzazioni criminali operanti in Calabria e in Lombardia, credo che sia una cosa che mai più si è verificata. L’incontro tra Antonio Papalia, che era il referente della ‘ndrangheta in Lombardia, con Giuseppe Morabito che era il capo indiscusso delle cosche di Africo e Antonio Pelle, capo assoluto delle cosche di San Luca, penso che sia una cosa investigativamente ai massimi livelli. Noi stavamo indagando per i sequestri di Marco Fiora e Cesare Casella. Quest’ultimo verificatosi a Pavia e nel quale erano coinvolti alcuni personaggi vicini sia ai Papalia e sia ai Pelle”. Cosa succede in quei minuti che hanno fatto la storia della ‘ndrangheta a Milano? Mentre i tre capi chiacchierano fuori dal bar, arriva la moglie del turco. La donna entra nel locale per uscirvi poco dopo con una scatola di scarpe in mano: i 340 milioni dell’eroina. Di più: il denaro prima viene consegnato da Morabito a Papalia che poi lo dà alla moglie del trafficante. Un particolare? Non per il giudice Lodovici per il quale questo passaggio indica il profondo legame tra le cosche di Platì e di Africo che operano a Milano. (dm)

RIFLESSIONI A SANGUE FREDDO

In questi ultimi giorni mi sono limitato a riportare notizie senza voler esprimere giudizi su ciò che sta accadendo nelle nostre città, su ciò che invero da molto tempo accade nelle nostre città, ma, purtroppo, solo ora i tanti segnali di allarme gridati a gran voce sembrano arrivare alle orecchie dei più.

All’alba del 23 aprile sono scattate le manette ai polsi di 39 persone, delle quali 30 residenti fra le province ci Milano e Varese e dei quali 11 arrestati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Numeri, questi, che di solito fanno gioire procure come Palermo, Reggio Calabria o Napoli per l’intenso lavoro che, insieme alle forze dell’ordine, ha permesso di sgominare bande di criminali che fanno capo alla malavita organizzata: la mafia. Non basta.
Il
24 mattina vengono arrestate altre due persone, Maurizio Saverio La Rosa e Maurizio Trubia, accusati di associazione mafiosa e di aver imposto il pagamento del pizzo a imprese di Gela che effettuavano lavori pubblici anche a Milano per conto del clan degli Emanuello, quello stesso clan che insieme ai Rinzivillo venne accusato a Busto Arsizio nel dicembre del 2006 di essere il cervello criminale per il riciclaggio del denaro sporco proveniente dai traffici illeciti della famiglia.
Sempre a Busto Arsizio, in periferia, e sempre in questa lunga settimana, nella
notte fra il 20 e il 21, viene dato fuoco a due escavatrice appartenenti all’impresa edile Orceana” di Orzinuovi (Bs) e che da lì a pochi giorni avrebbe dovuto chiudere un piano integrato per la costruzione di alcune palazzine in zona San Michele, pieno centro città. Nessuna prova di appartenenza alla criminalità organizzata della mano che ha compiuto l’atto, certo è che il modus operandi e i successivi fatti di cronaca molto fanno pensare.

Se fossimo in un paese di quell’isola lontana che è la Sicilia nessuno si scandalizzerebbe; se fossimo fra le montagne dell’Aspromonte calabrese ci sarebbe solo da aspettarselo; se fossimo in qualsiasi posto in provincia di Napoli, forse, ci preoccuperemmo di non sentire tali notizie almeno una volta alla settimana. Eppure non siamo in nessuna delle “solite” regioni del sud, non ci troviamo nemmeno nella meno citata Puglia, ma ci troviamo in Lombardia, la regione che vanta il quarto posto per beni confiscati alla mafia.
Forse però questi dati non bastano, perchè forse la gente fra qualche giorno si scorderà di quel boss mafioso arrestato di fianco a casa propria, proprio come già sembra che ci siamo scordati di
Carmelo Novella ucciso l’estate scorsa a San Vittore Olona, e come già ci siamo scordati che un paio di mesi dopo venne ritrovato il corpo inerme di Cataldo Aloisio, genero di un altro boss dell’Ndrangheta.
Pare ci sia scordati di un certo
Salvatore Morabito, “facchino” della Sogemi, società municipalizzata di Milano, che entrava tranquillamente con una ferrari nell’ortomercato del capoluogo lombardo. Stesso Salvatore Morabito che partecipa ad una cena elettorale in onore di Alessandro Colucci, consigliere regionale, indicato come “amico in Regione” nelle intercettazioni telefoniche fra gli uomini del clan.
Dobbiamo esserci dimenticati anche di
Vincenzo Giudice, consigliere comunale di Milano, presidente della Zincar, società mista partecipata dal Comune, che è stato avvicinato da Giovanni Cinque, esponente di spicco della cosca calabrese degli Arena. Stesso Giovanni Cinque che si assume il merito dell’elezione di Massimiliano Carioni alla Provincia di Varese e che partecipa ad altre cene elettorali con Paolo Galli, presidente dell’Aler, l’azienda per l’edilizia popolare di Varese.

Sono molti i nomi e sono molti i fatti: tanti, troppi, e dovrei continuare, ma non è la cronaca di una regione ormai chiaramente invasa dalla criminalità organizzata che voglio fare. A breve ci saranno nuove elezioni comunali: io auspico non si debba arrivare ad una faida di San Luca trasportata al Nord per far capire che il pericolo di infiltrazioni mafiose non è più imminente, ma è tanto attuale quanto, ormai, storia passata. Le sue radici le mafia le ha già piantate e l’albero sta crescendo sempre di più in una connivenza fra Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, mafie straniere e criminalità locale. Dobbiamo metterci bene in testa che non possiamo più guardare con occhio distaccato questo problema e che non possiamo delegare alle sole forze dell’ordine il compito di risolverlo. Dobbiamo, noi cittadini, essere parte attiva in questa lotta e non farci persuadere da quel senso si omertà che, insieme alla mafia, va sempre più dilagando nelle nostre città. Dobbiamo essere consci che del fatto che il nostro silenzio e la nostra indifferenza non fa che aumentare lo strapotere di quella piovra che già ci ha avvolto e continua piano piano sempre più a stritolarci. Oggi dobbiamo prendere in mano le redini del nostro presente per salvaguardare il nostro futuro ed, insieme alla magistratura, la politica, le forze dell’ordine, essere quella società civile che non ha paura di ribellarsi e non si piega al soggettamento di quell’orribile parola che è la mafia.

Massimo Brugnone
Coordinamento Ammazzateci Tutti Lombardia

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