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L’Insubria contro la mafia con Scopelliti e Pecora

fonte: La Provincia di Varese del 3 maggio 2012

 

VARESE Due incontri per riflettere sulla criminalità organizzata. Per capire i motivi dell’espansione di un modello ancora troppo vincente, e quali sono i punti deboli su cui far leva per sconfiggerlo.

È il senso dell’iniziativa che l’associazione “Varese Studenti” ha organizzato insieme al corso di diritto penale progredito: due incontri, venerdì 4 e venerdì 11 maggio, con vittime e protagonisti della lotta alle mafie. Alle 14.30 di venerdì 4, nel Padiglione Seppilli di via Rossi, ci saranno Aldo Pecora, fondatore dell’associazione “Ammazzateci Tutti”, e Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Antonino Scopelliti, assassinato dalla mafia il 9 agosto 1991.
Presenteranno il libro di Pecora, “Primo Sangue”, che prende le mosse dall’omicidio Scopelliti per raccontare la ‘ndrangheta. Venerdì 11 maggio, sempre alle 14.30 in via Rossi, interverranno il procuratore Maurizio Grigo e il dirigente della squadra mobile di Varese Sebastiano Bartolotta. Il loro sarà un focus sulla situazione varesina, sugli sviluppi più recenti delle mafie nascoste ma attive anche da noi.
«Una panoramica necessaria, soprattutto per degli studenti di giurisprudenza – ha detto la professoressa Chiara Perini, tra i promotori dell’iniziativa e docente di diritto penale progredito a Varese – anche per capire quello che il legislatore può ancora fare per combattere il fenomeno mafioso. Lo ha dimostrato il caso Dell’Utri: la strada è ancora lunga».

La lotta alla mafia trova casa, apre la sede di Ammazzateci Tutti

LONATE POZZOLO

E’ stata inaugurata questa mattina la prima sede dell’associazione antimafia in Lombardia. Sarà il motore delle iniziative del gruppo guidato da Massimo Brugnone che da anni propone iniziativa per la legalità sul territorio

fonte: VareseNews

 

In via XXIV Maggio 65 ha aperto oggi, lunedì, un presidio di legalità sul territorio. A Lonate Pozzolo la prima sede al nord di Ammazzateci Tutti, associazione antimafia nata a Locri nel 2004, è ora aperta a giovani studenti, imprenditori, commercianti, semplici cittadini che potranno contare su un luogo che non potrà generare equivoci perchè starà sempre e comunque da una sola parte.
Una bella mattina di sole ha salutato l’inaugurazione della sede in un appartamento all’interno di una palazzina di periferia, alla presenza del presidente nazionale di Ammazzateci Tutti Aldo Pecora, di recente al centro di una campagna di solidarietà nazionale dopo le minacce e le intimidazioni ricevute nel suo paese in Calabria. Con lui era presente l’anima femminile dell’associazione Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Antonino vittima della mafia e della ‘ndrangheta, Massimo Brugnone (referente lombardo di Ammazzateci Tutti) e il gruppo di ragazzi che lo segue, i presidi dei licei Tosi di Busto Arsizio e Rechichi di Polistena (Rc)impegnati con i loro studenti in un gemellaggio della legalità che è in atto da venerdì e durerà fino a domani.

Tutto intorno ai ragazzi c’erano i rappresentanti dello Stato a partire dal sindaco Piergiulio Gelosa con il gruppo della legalità formato dai consiglieri di maggioranza e opposizione a Lonate Pozzolo, il sostituto procuratore della Procura di Busto Arsizio Raffaella Zappatini, il comandante della compagnia dei Carabinieri di Busto Arsizio Gianluigi Cirtoli e il dirigente del commissariato di Gallarate Gianluca Dalfino.

Brugnone ha ringraziato tutti coloro che si sono impegnati per arrivare a questa importante inaugurazione proprio nel paese che è stato al centro delle cronache per fatti di ‘ndranghetaProprio qui si è voluto aprire una sede fortemente voluta e che Lonate Pozzolo ha voluto contribuire a realizzare fornendo i locali ma soprattutto ha ringraziato Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti, veri promotori di un movimento che nasce dall’omicidio del consigliere regionale del Pd Fortugno nel 2004, che è cresciuto attraverso la testimonianza e la voglia di verità di Rosanna e che ha continuato a portare avanti la memoria di quanti l’hanno combattuta e la combattono. Importante, infine, il riconoscimento che Aldo Pecora ha fatto del lavoro svolto dall’ex-ministro dell’Interno Roberto Maroni: «Non sono e non sarò mai leghista, non condivido le sue idee ma devo ammettere – ha detto Pecora – che è stato il miglior ministro dell’Interno per quanto riguarda la lotta alle mafie, il suo lavoro è stato davvero importante per ridurre la lista dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia».


«Venite in aula a testimoniare il nostro no alla ’ndrangheta»

Fonte: www.laprealpina.it

24  agosto 2010

LONATE POZZOLO – Massimo Brugnone e Davide Borsani si sentono rappresentanti di «una generazione che rifiuta il puzzo del compromesso con la mafia». Entrambi giovanissimi, entrambi bustesi, sono i referenti dell’associazione Ammazzateci Tutti, realtà impegnata in un’azione forte di sostegno a chi combatte l’illegalità. Brugnone è il coordinatore regionale del movimento, Borsani un attivista della sezione locale, ora entrambi lanciano una richiesta ai loro coetanei (ma non solo), affinché si mobilitino nel monitorare il fenomeno. Così, tanto per essere chiari, hanno realizzato un dossier sulla ’ndrangheta della “locale” di Lonate Pozzolo e Legnano, i cui esponenti sono sotto giudizio in questi mesi, e fanno sapere: «Confermiamo il nostro impegno nel portare i giovani del territorio a seguire questo processo così importante nella lotta al fenomeno mafioso. Bisogna dimostrare in concreto la vicinanza a magistrati, forze dell’ordine e ai purtroppo pochi commercianti che hanno deciso di denunciare». Insomma, oltre alle parole, anche un gesto concreto, costituito da una presenza «che possa essere motivo di crescita culturale e sociale», proseguono Brugnone e Borsani, «per chi già da oggi è chiamato a spazzare via ogni possibile compromesso e a non piegarsi di fronte alle crudeli pretese di una parte di popolazione minoritaria che vuole – attraverso la violenza – tenere in scacco quella che invece è la gente onesta e coraggiosa, che ha il diritto di sentirsi libera». Il coordinatore lombardo di Ammazzateci Tutti, dal canto proprio, ha già presenziato alle prime udienze che si sono tenute al Tribunale di Busto Arsizio. Ha preso posto fra i parenti degli accusati, senza paura. Ma la prossima volta – per la precisione il 12 ottobre, quando si tornerà in via Volturno – vorrebbe vedere altre persone sedute attorno a lui che dimostrino la volontà di capire cosa stia succedendo in questo territorio e quale impegno di contrasto venga prodotto, comprendendo che l’illegalità si annida ormai potente pure in queste zone. In questo senso i due militanti del movimento antimafia non usano mezze misure: «Non vogliamo che le aule di giustizia siano riempite solo da chi quegli imputati vorrebbe vederli ancora liberi». Insomma, per vincere ogni forma di omertà e di timore, loro hanno deciso di metterci nome e faccia. E nel dossier pubblicato sul sito dell’associazione hanno citato tutti i passaggi e i personaggi (compresi quelli finiti assassinati) che compongono l’operazione Bad Boys, quella che dal giugno scorso ha cominciato il proprio iter giudiziario, in un’aula intitolata a Falcone e Borsellino nella quale la tensione era palpabile. Un’inchiesta rinvigorita nella propria portata alla metà di luglio, con una raffica di arresti (in tutto trecento) che hanno ribadito le diramazioni della malavita organizzata in tutta la Lombardia e, in particolare, nel Bustese. Un intreccio che, per i giovani antimafia, si può comprendere e demolire sedendosi in prima fila al processo.

Marco Linari

Lontate Pozzolo-Legnano: la cosca della ‘ndrangheta che controlla il territorio

Fonti: www.varesenews.itwww.repubblica.itwww.affaritaliani.it

23 aprile 2009: la conclusione delle prime indagini

Si conclude un’indagine aperta dal 2005 con ben 39 arresti effettuati all’alba di stamattina. Sventrata una compagine criminale di stampo mafioso riconducibile alla ‘ndrangheta, affiliata alla cosca Farao-Marincola della provincia di Crotone, operante nelle province di Varese e Milano, ed in particolare nelle zone di Lonate Pozzolo, Busto Arsizio, Gallarate, Malpensa e Legnano. I protagonisti di questa associazione criminale sono accusati di tentato omicidio, di numerose estorsioni a locali pubblici, commercianti e imprese di Varese e Legnano, rapine, usura, incendi, traffico di armi e di esplosivi, riciclaggio, finalizzati ad un meticoloso accumulo di capitali destinati ad essere riciclati in Italia e all’estero per conto di interessi criminali. La banda che ha agito nel Varesotto è stata denominata “Locale di Legnano – Lonate Pozzolo perché aveva creato una vera e propria “locale”, che nel gergo criminale delle ‘ndrine equivale ad una base operativa, così come ne esistono molte in Calabria.
Capo dell’organizzazione è stato segnalato Vincenzo Rispoli, nato nel 1962 a Cirò Marina e residente a Legnano, nipote di Giuseppe Farao-Marincola, capo della cosca della ‘ndrangheta di Cirò Marina. Il secondo livello dell’organizzazione era invece gestito da Mario Filippelli, classe ’73 residente a Lonate Pozzolo, che aveva il compito di organizzare e coordinare usure e rapine (ben 11 a banche e Poste nel 2007 nel territorio tra Legnano e Lonate).

Undici le ordinanze di custodia cautelare in carcere per l’articolo 416 bis del codice penale (associazione mafiosa), 28 per associazione a delinquere, estorsione, usura, incendio, riciclaggio, rapina, sfruttamento della prostituzione ed altro.


Gli omicidi

A partire dal 2005 sono sette gli omicidi accaduti per conflitti nati all’interno del gruppo:

  • Cataldo Murano, trovato carbonizzato nella sua auto in zona boschiva di Lonate Pozzolo il 6 gennaio 2005;
  • Giuseppe Russo, ucciso il 27 novembre 2005 all’interno di un bar di Lonate Pozzolo;
  • Alfonso Murano, ucciso a Ferno il 27 febbraio 2006;
  • Rocco Cristello, ucciso a Verano Brianza il 27 marzo 2008;
  • Carmelo Novella, ucciso a San Vittore Olona il 14 luglio 2008;
  • Cataldo Aloisio, ucciso a San giorgio sul Legnano il 27 settembre 2008;
  • Giuseppe Monterosso, ucciso a Cavaria con Premezzo il 6 maggio 2009.


La vicenda giudiziaria

Tutto sembrava andare per il verso giusto quando la Cassazione decide di liberare Vincenzo Rispoli, ritenuto capo della locale di ‘ndrangheta Legnano-Lonate Pozzolo e accusato di numerosi episodi di estorsione ai danni di imprenditori del Basso Varesotto, rapine e false fatturazioni.
Il ricorso eseguito dal suo avvocato, Michele D’agostino, per l’annullamento della misura cautelare che effettuata precedentemente. La scarcerazione è stata ordinata su decisione della Corte di Cassazione in quanto, come afferma il legale di Rispoli, “non basta essere parenti di un boss per essere definiti mafiosi”. Dunque l’imputato affronterà il processo da uomo libero.

Per quanto riguarda l’associazione semplice (criminale non di stampo mafioso) il pubblico ministero, Mario Venditti, ha chiesto un pena di 12 anni nei confronti di Mario Filippelli. Sarebbero state delle intercettazioni a compromettere la posizione del Filippelli: in una conversazione Nicodemo Filippelli e Mario Esposito si sarebbero accordati sull’omicidio che sarebbe dovuto avvenire nei boschi di Vanzaghello ai danni di Mario Filippelli, così come ordinato da Vincenzo Rispoli.
Prove certe che Mario Filippelli facesse  parte dell’associazione di stampo mafioso non ve ne sono: gli indizi portano di certo a dedurre che egli sarebbe stato a capo dell’associazione a delinquere semplice, ma l’accusa ha comunque chiesto per lui il reato di cui all’art. 416bis del codice penale.
Il legale del Filipelli si difende disfacendo la tesi del sostituto procuratore Mario Venditti in quanto ci sarebbero troppi pochi elementi per definire questo tipo di associazione e, agguantandosi alle parole dello stesso pm, afferma che non è possibile che egli facesse parte dell’associazione mafiosa in quanto a capo dell’associazione semplice. Punto di forza di Venditti rimane comunque l’intercettazione del tentato omicidio nei confronti di Mario Filippelli che ne fa capire l’importanza della persona.

Mano pesante dei giudici, il 28 maggio 2010, per Mario Filippelli, considerato il capo del braccio armato della cosca che operava nel Basso Varesotto e che è stata spazzata via dall’inchiesta Bad Boys. E’ stato condannato a 13 anni e 4 mesi di reclusione per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso ed estorsione. Era proprio lui che faceva da tramite tra i capi e i soldati che effettuavano rapine, estorsioni e usura. In più occasioni è stato lo stesso Filippelli a minacciare imprenditori e i commercianti che pagavano il pizzo.

E’ l8 giugno 2010 che nell’aula “Falcone e Borsellino” del Tribunale di Busto Arsizio si è svolta la prima udienza per il caso Bad Boys. A causa dell’assenza totale (se non per il caso del consigliere comunale di Lonate Pozzolo) di denunce da parte delle vittime, il pm ha dovuto trovare un legame tra le varie intercettazioni per portare una tesi abbastanza solida davanti al giudice Toni Adet Novik.
L’accusa è iniziata con l’inchiesta partita da due indagini dei Carabinieri di Varese e di Busto Arsizio denominate “Piromane” e “Dolce Vita”. Nella prima si indagava su episodi incendiari avvenuti in numerosi locali notturni e attività commerciali della zona di Lonate Pozzolo e Ferno, mentre l’altra ha preso le mosse da un presunto giro di estorsioni sempre a danno di locali pubblici.
Da questi due rami si è cominciato a ricostruire storie, profili di personaggi, fatti; fino a identificare i due livelli dell’organizzazione grazie all’uso dello strumento delle intercettazioni. Una volta capito dove si poteva arrivare le due indagini sono passate alla Dda di Milano che ha fatto il resto definendo il braccio armato, già andato a giudizio con i riti alternativi, e il livello che operava nell’ambito economico con una serie di imprese edili e locali intestati a prestanome o agli stessi capi. Venditti in conclusione non esclude la pista di poter fare luce su almeno tre dei cinque omicidi “eseguiti con modalità mafiose”, avvenuti tra Ferno, Lonate Pozzolo e il legnanese.
Durante questa prima udienza sono state esposte da parte delle difese tutta una serie di eccezioni riguardanti le intercettazioni eseguite in remoto, il deposito dei verbali degli interrogatori e l’impossibilità da parte della difesa di poter accedere ad alcuni decreti di proroga delle intercettazioni effettuati dal gip di Busto Arsizio che, sempre secondo gli avvocati, non sarebbero stati trasmessi alle difese.

Un clima che non si era mai visto nel Tribunale di Busto Arsizio, in un’aula gremita di gente (per lo più familiari degli imputati e alcuni curiosi). Durante il processo durato circa 2 ore ci sono stati scambi di baci e affettuosità tra gli imputati e i familiari. Era evidente il fastidio degli imputati per la numerosa partecipazione dei media che con i flash delle loro fotocamere e le riprese delle videocamere, suscitavano proteste dei detenuti. Tra i presenti in aula c’era anche Vincenzo Rispoli, il presunto capo della Locale.

Con la seconda udienza, tenutasi il 22 giugno 2010 ed avvenuta anch’essa nell’aula “Falcone e Borsellino”, si conclude la fase preliminare. Durante la stessa (di nuovo molto affollata di imputati, avvocati e parenti vari) sono una quindicina le richieste di associazione a delinquere di stampo mafioso: secondo l’accusa sarebbero i componenti di spicco di un’organizzazione che ha commesso decine di estorsioni a imprenditori e commercianti della zona, intimidazioni, usura, false fatturazioni ma anche i mandanti di una serie di rapine avvenute in uffici postali per poter finanziare la cosiddetta “bacinella”, ovvero la cassa comune della locale.
Il giudice Toni Adet Novik ha aperto la seduta mantenendo ancora il riserbo sulla decisione di sospendere i termini della custodia cautelare nei confronti degli imputati in carcere, come richiesto in sede di prima udienza dalla pubblica accusa rappresentata dal pm Mario Venditti, e respingendo tutte le eccezioni presentate dalla folta schiera di legali. Non sono state accolte le richieste di inutilizzabilità di alcune intercettazioni così come non è stato riscontrato alcun vizio nel diritto di tutela dell’indagato che, hanno sottolineato i giudici, è sempre stato tutelato nelle varie fasi dell’indagine, comunicando per tempo alle parti ogni passaggio e mettendo a disposizione degli indagati tutto il materiale difensivo. L’incompatibilità dei magistrati è stata respinta e anche gli interrogatori sono stati giudicati regolari. A seguire accusa, parti civili e difese hanno presentato le loro liste di testi che sono state tutte accolte da parte del collegio. Tra i molti testi che sono stati chiamati a deporre sono presenti anche alcuni collaboratori di giustizia che hanno avuto una certa importanza in fase di indagine permettendo alla Dda di definire molti degli scenari poi emersi.


13 luglio 2010: i 300 arresti e la nuova ‘Ndrangheta

Sono oltre 300 le persone arrestate in Calabria e in diverse località dell’Italia settentrionale. Tra i reati associazione di tipo mafioso, traffico di armi e stupefacenti, omicidio, estorsione, usura ed altri gravi reati. Si tratta della più imponente operazione di questo tipo degli ultimi anni. Le indagini sarebbero partite dall’omicidio di Carmelo Novella nominato capo di questo organismo, ma fatto uccidere il 14 luglio del 2008 in un bar di San Vittore Olona dai calabresi per le sue tendenze giudicate eccessivamente autonomiste.
“Si parla di 500 uomini affiliati alla ‘ndrangheta in Lombardia. Lo ha dichiarato il procuratore aggiunto Ilda Boccassini, spiegando la parte lombarda dell’inchiesta delle Procure di Milano e Reggio Calabria che ha portato al blitz di oggi contro la ‘ndrangheta’. Il magistrato ha spiegato di aver individuato circa 160 persone affiliate alle “locali” lombarde. Le locali sono raggruppamenti di ‘ndrine in genere ciascuna autonoma, ma con collegamento con la cosca madre calabrese e con l’organismo di controllo “Provincia Lombardia che regola la convivenza delle varie locali. “Noi abbiamo individuato 15 ‘locali’ che sono a Milano, Pavia, Bollate, Cormano, Bresso, Limbiate, Solaro, Pioltello, Corsico, Desio, Seregno, Rho, Legnano, Mariano Comense, Erba e Canzo, ma sappiamo che sono molte di più, radicate nel nostro territorio”.

Fra gli arrestati finiti dietro le sbarre accusati di essere affiliati alla ‘ndrangheta che operano nel territorio del Varesotto vi è, in oltre, il già noto Vincenzo Rispoli, sospettato di essere il capo della locale “Lonate Pozzolo-Legnano, con contatti stretti con i vertici della cosca Farao Marincola che domina a Cirò Marina, suo paese d’origine (è nipote di Giuseppe Farao, capobastone del clan cirotano). Il vice di Rispoli sarebbe Emanuele De Castro, classe 1968, muratore residente a Lonate Pozzolo ed originario di Cirò Marina, arrestato nell’operazione Bad Boys; come pure Nicodemo Filippelli, il lonatese d’importazione e cirotano d’origine, fratello del Mario Filippelli, condannato in primo grado a 13 anni e 4 mesi di carcere per associazione mafiosa ed estorsione. In manette Luigi Mancuso, classe 1977, commerciante di Busto Arsizio; Antonio Benevento, classe 1974, muratore di Legnano; Fabio Zocchi, classe 1962, immobiliarista residente a Gallarate; Vincenzo Alessio Novella di Legnano.
Affiliati alla locale di Bollate sarebbero invece Ernestino Rocca, Annunziato Vetrano e Orlando Attilio Vetrano, tutti residenti a Saronno.
Dalla nuova indagine si è confermato come gli arrestati di Legnano, Lonate Pozzolo, Gallarate e Busto Arsizio sono tutti appartenenti alla cosca legata ai Farao Marincola: organizzazione molto ricca e altrettanto ben introdotta negli ambienti che contano. I carabinieri solo a marzo avevano sequestrato alla cosca 20 milioni di euro, 17 società, 34 appartamenti, 4 bar e ristoranti, 1 terreno, 20 auto, 70 conti correnti. Gestivano bar e ristoranti e si trovavano per prendere decisioni al crossodromo di Cardano al Campo e in locali di Busto e Legnano.

Ammazzateci Tutti al processo contro la ‘ndrangheta

Sono fissate nei giorni 12, 19 e 26 ottobre, 2 e 23 novembre, 7, 14 e 21 dicembre, 11 e 25 gennaio, 1, 15 e 22 febbraio le udienze per il dibattimento del processo alla ‘ndrangheta di Lonate presso il Tribunale di Busto Arsizio.

Confermiamo oggi il nostro impegno nel portare i giovani del nostro territorio a seguire questo processo così importante nella lotta del fenomeno mafioso. Non vogliamo che le aule di giustizia siano riempite solo da chi quegli imputati li vorrebbe veder di nuovo liberi. Lo scopo che ci prefiggiamo è far sentire la nostra vicinanza a magistrati, forze dell’ordine ed ai, purtroppo pochi, commercianti che hanno deciso di denunciare, per far sentire loro la forza di una generazione che rifiuta “il puzzo del compromesso morale” ed ogni giorno si vuole impegnare per mettere in atto quelle politiche legalitarie che siano strumento di un’Italia libera dalle mafie.
Speriamo che quest’occasione possa anche essere motivo di crescita culturale e sociale per chi già da oggi è chiamato a spazzare via ogni possibile compromesso ed a non piegarsi di fronte alle crudeli pretese di una parte di popolazione minoritaria che vuole, attraverso la violenza, tenere in scacco quella che invece è la gente onesta e coraggiosa che ha il diritto di sentirsi anche libera.

Massimo Brugnone
Coordinatore regionale Ammazzateci Tutti Lombardia

Davide Borsani
Ammazzateci Tutti Busto Arsizio

Processo alla ‘ndrangheta di Lonate, 15 udienze per sentire i testimoni

Fonte: http://www.varesenews.it

Il collegio presieduto da Toni Novik ha fissato un calendario serrato per poter ascoltare tutte le persone chiamate a deporre in aula per l’accusa e la difesa. Si conclude la fase preliminare e il dibattimento riprenderà a ottobre

Il processo a quelli che sono considerati i membri della Locale di ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo e Legnano è giunto oggi alla seconda udienza che si è svolta, come la prima, in un’aula Falcone e Borsellino del tribunale bustocco molto affollata di imputati, avvocati e parentado vario. Sono una quindicina gli imputati su cui pende la pesante accusa diassociazione a delinquere di stampo mafioso:secondo l’accusa sarebbero i componenti di spicco di un’organizzazione che ha commesso decine di estorsioni a imprenditori e commercianti della zona, intimidazioni, usura, false fatturazioni ma anche i mandanti di una serie di rapine avvenute in uffici postali per poter finanziare la cosiddetta “bacinella”, ovvero la cassa comune della locale, collegata a doppio filo con la ‘ndrina dei Farao-Marincola di Cirò Marina, paese del Crotonese dal quale proviene la maggior parte degli imputati.

Il collegio giudicante presieduto dal giudice Toni Adet Novik (al centro nella foto in alto) ha aperto la seduta mantenendo ancora il riserbo sulla decisione di sospendere i termini della custodia cautelare nei confronti degli imputati in carcere, come richiesto in sede di prima udienza dalla pubblica accusa rappresentata dal pm Mario Venditti,respingendo tutte le eccezioni presentate dalla folta schiera di legali.

Non sono state accolte le richieste di inutilizzabilità di alcune intercettazioni così come non è stato riscontrato alcun vizio nel diritto di tutela dell’indagato che, hanno sottolineato i giudici, è sempre stato tutelato nelle varie fasi dell’indagine, comunicando per tempo alle parti ogni passaggio e mettendo a disposizione degli indagati tutto il materiale difensivo. L’incompatibilità dei magistrati è stata respinta e anche gli interrogatori sono stati giudicati regolari. A seguire accusa, parti civili e difese hanno presentato le loro liste di testi che sono state tutte accolte da parte del collegio. Tra i molti testi che sono stati chiamati a deporre sono presenti anche alcuni collaboratori di giustizia che hanno avuto una certa importanza in fase di indagine permettendo alla Dda di definire molti degli scenari poi emersi durante l’indagine. In particolare un pentito sarà importante per capire il ruolo di Vincenzo Rispoli, considerato dall’accusa il boss della locale, in quanto aveva partecipato ad alcuni incontri con altri boss della ‘ndrangheta nel nord-Italia.

L’alto numero di persone da ascoltare in sede di udienza ha obbligato il collegio giudicante a fissare unaserie di udienze, una quindicina quelle già decise, che si svolgeranno a partire dal 12 ottobre fino al 22 febbraio 2011.

22/06/2010

o.m.orlando.mastrillo@varesenews.it

Preso il boss Marando, aveva case anche a Busto

Fonte: http://www.varesenews.it

Insieme al fratello, già in galera per omicidio, gestiva decine di appartamenti tramite un’agenzia immobiliare e un prestanome. Viveva a Cesano Boscone

Facevano affari nel settore immobiliare anche a Busto Arsizio i boss della ‘ndrangheta appartenenti alla famiglia Marando, dei quali uno è finito in manette ieri dopo un blitz della Direzione Investigativa Antimafia di Torino coordinato dalla procura. Sono due le persone arrestate a Milano nell’ambito dell’operazione che ha portato in carcere per riciclaggio aggravato otto persone ritenute esponenti e fiancheggiatori delle cosche di Platì della ndrangheta dei Marando, Perre e Trimboli. La prima persona raggiunta dal provvedimento di custodia cautelare in carcere è il 35enne Nicola Marando, che secondo gli investigatori della Dia torinese, si contende con il fratello Domenico (attualmente in carcere per omicidio) il ruolo di “capobastone”della cosca.

Marando è stato arrestato nella sua abitazione di Cesano Boscone, comune dell’hinterland sud del capoluogo lombardo dove si registra una forte infiltrazione mafiosa. Il secondo arrestato è invece il geometra Cosimo Salerno, fermato nel suo appartamento di Milano. La Dia lo accusa di essere un prestanome di Domenico Marando e di occuparsi, tramite la società milanese “Piramide Costruzioni Srl”, di cui è amministratore, di gestire una parte dell’ingente patrimonio dell’ndrina dei Marando. Si tratta di una decina di villette a Cadorago (Como) e di altri immobili a Busto Arsizio, a conferma dell’appetibilità indiscussa dell’area bustocca per le famiglie malavitose calabesi, per quanto riguarda la Lombardia, a cui si aggiungono ulteriori proprietà a Siderno e Bianco, nel reggino. I beni posti sotto sequestro hanno un valore indicativo di 20 milioni di euro. Solo qualche giorno fa si era aperto a Busto il processo alla ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo che vede alla sbarra una quindicina di persone legate alla locale di ‘ndrangheta Lonate-Legnano.

11/06/2010

Le intercettazioni hanno sfondato il muro dell’omertà

Fonte: http://www.varesenews.it

Il pm Venditti traccia un primo bilancio dopo la prima udienza ai presunti capi della cosca di ‘ndrangheta che operava tra Legnano e Lonate Pozzolo

Collegare indagini apparentemente scollegate tra loro, tracciarne un filo conduttore e motivarlo non è stato facile ma è così che si scoprono i reati di mafia e l’uso delle intercettazioni, in assenza di denunce da parte di chi ha subito il reato, è stato fondamentale. Così è nata ed è giunta all’udienza di oggi l‘inchiesta denominata Bad Boys che ha fatto luce su fatti noti a tutti ma che nessuno aveva avuto il coraggio di denunciare, l’unico fu un consigliere comunale di Lonate Pozzolo. Il sostituto procuratore milanese Mario Venditti, a margine della prima udienza contro coloro che sono considerati i capi della locale di ndrangheta Legnano-Lonate Pozzolo, ha ripercorso gli esordi di questa importante inchiesta partita da due indagini dei Carabinieri di Varese e di Busto Arsizio denominate “Piromane” e “Dolce Vita”. Nella prima si indagava su episodi incendiari avvenuti in numerosi locali notturni e attività commerciali della zona di Lonate Pozzolo e Ferno, mentre l’altra ha preso le mosse da un presunto giro di estorsioni sempre a danno di locali pubblici.

Da questi due rami si è cominciato a ricostruire storie, profili di personaggi, fatti; fino a identificare i due livelli dell’organizzazione grazie all’uso dello strumento delle intercettazioni. Una volta capito dove si poteva arrivare le due indagini sono passate alla Dda di Milano che ha fatto il resto definendo il braccio armato, già andato a giudizio con i riti alternativi, e il livello che operava nell’ambito economico con una serie di imprese edili e locali intestati a prestanome o agli stessi capi. Venditti ha analizzato la massiccia migrazione di cirotani che si sono spostati tutti nella zona di Lonate Pozzolo, la maggior parte non ha nulla a che vedere con le organizzazioni criminali mentre alcuni ne hanno approfittato per fare affari in maniera illegale sfruttando il collegamento con la cosca dei Farao-Marincola che hanno mandato a Lonate loro emissari.

Il sostituto procuratore non esclude che durante il processo possano emergere interessanti novità che possano fare luce su almeno tre dei cinque omicidi “eseguiti con modalità mafiose”, avvenuti tra Ferno, Lonate Pozzolo e il legnanese negli anni passati e che hanno visto cadere sotto i colpi della lupara bianca i fratelli Alfonso e Cataldo Murano e Giuseppe Russo, tutti uomini legati a doppio filo con i principali protagonisti di questa inchiesta, uno dei quali parente acquisito di un ex-assessore di Lonate Pozzolo.

8/06/2010

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