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«Ammazzateci tutti», altre minacce

Fonte: Settegiorni Alto Milanese
24 febbraio 2012

 LOTTA CONTRO LA MAFIA – L’associazione, nata a Locri e diffusa in tutta Italia, è sempre nel mirino

Velentino Magliaro, il rappresentante locale: «Non riusciranno a fermarci»

VANZAGHELLO (rds) «Non hanno tanto piombo per ammazzarci tutti, come ho commentato anche su facebook; non ce la faranno mai perché come Aldo Pecora e come me ce ne sono altri cento e nonostante le minacce ricevute facciamo sempre di più e non ci fermiamo. Non per nulla l’associazione si chiama così: è la nostra sigle, il nostro motto ed esprime quello che noi pensiamo». Questo il grido contro la mafia di Valentino Magliaro, giovane del paese che da qualche mese è a fianco del coordinatore regionale dell’associazione antimafia Ammazzateci tutti – nata a Locri nel 2005 all’indomani dell’omicidio Fortugno – Massimo Brugnone, quando ha appreso la notizia del messaggio minatorio anonimo lasciato lunedì 20 sull’auto di Aldo Pecora, 26 anni, presidente dell’associazione, insieme a due bossoli esplosi vicino alle ruote e che recitava: «Scopelliti ti aspetta a braccia aperte, farai la fine di Gratteri e Creazzo, boom». I commenti di Pecora su facebook sono giustamente concisi: «Spero si sia trattato di uno scherzo di carnevale, seppur di cattivo gusto e preferisco mantenere il riserbo dovuto sulla vicenda. Ringrazio comunque tutti per la vicinanza e la solidarietà»; ma l’indignazione di Valentino è abbagliante: «Glie è arrivato questo foglietto dove era scritto che avrebbe fatto la fine di Scopelliti, il giudice ammazzato nel 1991, quindi praticamente l’hanno condannato a morte; è un episodio molto grave, prima di tutto perché del consiglio direttivo nazionale fa parte anche la figlia del giudice, Rosanna Scopelliti, che collabora con noi e cosa ancora più grave è che questo messaggio è arrivato lo stesso giorno in cui a Reggio Calabria si doveva intitolare l’aula bunker proprio in memoria del giudice. Per questo il pullman che partirà da Busto Arsizio verso Genova il 17 marzo in occasione della giornata nazionale contro la mafia – per le cui prenotazioni basta scrivere a lombardia@ammazzatecitutti.org – assume un valore ancora più importante: vorremmo che si partecipasse numero: abbiamo messo un costo simbolico di dieci euro in modo che chiunque abbia la possibilità di partecipare ed è un’occasione per lasciare un messaggio forte: significa che noi non ci fermeremo e continueremo a fare molte più cose. Il messaggio? «Avvicinarsi al movimento, aiutarci a sostenere la lotta alla criminalità e informarsi per capire quello che succede in Italia ma anche sul nostro territorio e rendersi così conto che la mafia esiste anche al nord e che ci sono giovani – che devono essere aiutati dalle Amministrazioni e dagli stessi cittadini – che non vogliono crescere nella totale indifferenza e che sentono il valore vero della legalità».

Sara Riboldi

Minacce al presidente di Ammazzateci Tutti

Fonte: www.varesenews.it

Il coordinatore lombardo del movimento Massimo Brugnone esprime vicinanza ad Aldo Pecora, fondatore del movimento antimafie ancora una volta minacciato di morte dalle cosche calabresi insieme ai magistrati Creazzo e Gratteri

Questa mattina il presidente dell’associazione antimafie Ammazzateci Tutti Aldo Pecora ha rinvenuto un biglietto contenente minacce di morte esplicite nei suoi confronti e nei concfronti dei magistrati Nicola Gratteri e Giuseppe Creazzo, entrambi impegnati sul fronte della lotta alla ‘ndrangheta in Calabria. Proprio oggi, giorno dell’intitolazione dell’aula bunker del tribunale di Palmi al giudice ucciso dalla mafia e dalla ‘ndrangheta Antonino Scopelliti, la ‘ndrangheta ha voluto minacciare queste persone di fare la stessa fine del povero giudice ucciso nel ’91, poco prima di concludere il primo maxi-processo alla mafia siciliana. Massimo Brugnone, bustocco e coordinatore lombardo del movimento nato nel 2004, ha voluto così esprimere vicinanza ad Aldo e ai due magistrati nominati nel biglietto di minacce. (nella foto da sin.: Massimo Brugnone, Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti, figlia del magistrato Antonino)

Dalla Lombardia non è solo semplice solidarietà che esprimiamo al Presidente di Ammazzateci Tutti Aldo Pecora, ma è piena preoccupazione. La linea di Ammazzateci Tutti è sempre stata quella di non diffondere le varie minacce, intimidazioni, fino anche aggressioni che sono state subite da Aldo Pecora e da altri ragazzi del movimento, in rispetto alle richieste delle forze dell’ordine di non rischiare di inficiare le indagini. Ma dato che ritrovo la notizia su uno dei più importanti quotidiani nazionali voglio oggi rompere un tabù: quella di oggi è solo l’ultima di un’escalation di minacce che il nostro Presidente si ritrova ad affrontare. La più grave probabilmente nei primi giorni di Marzo del 2008 quando pochissimi giornali riportarono dell’ “incidente” subito da Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti sulla Salerno-Reggio Calabria. Una macchina continuò a tagliare loro la strada finché non riuscì nell’intento di farli catapultare fuori strada. Indagini aperte e nulla di fatto: silenzio della stampa, come se mai fosse accaduto. Inutile parlare delle innumerevoli minacce telefoniche. Per un lungo periodo il giorno stesso che il nostro Presidente tornava in Calabria la scena era sempre la stessa: “Ti ammazziamo a Reggio Calabria”. Ed i passi di Aldo Pecora erano sempre gli stessi: denuncia e silenzio in rispetto delle indagini. Nulla di fatto.
Oggi mi ritrovo fortemente preoccupato della solitudine che si sta cercando di creare intorno a colui che, anche fosse solo mediaticamente, la ‘ndrangheta l’ha costretta ad uscire dalla Calabria accendendo su di essa i riflettori nazionali. Aldo Pecora avrà sempre il sostegno dei migliaia di ragazzi che sono onorati di averlo come guida, ma ancora di più è oggi necessario che ci sia una vicinanza maggiore da parte delle forze dell’ordine e delle Istituzioni, calabresi e non, che devono tutelare chi semplicemente, nella sua terra, ha deciso da che parte stare: quella della giustizia, dell’onestà, della perseveranza silenziosa e dell’umiltà.

La speranza contro la mafia? Ammazzateci Tutti

Fonte: www.varesenews.it

Un documento di Wikileaks svela le opinioni del console americano Patrick Truhn sulla mafia: bocciata la politica, si salva invece l’associazione fondata da Aldo Pecora, molto attiva anche in Lombardia

Nella nuova infornata di cablogrammi riservati del governo americano pubblicati da Wikileaks, il celebre sito di Julian Assange, si parla molto di Italia e dei problemi del nostro paese. In uno dei 2970 dispacci provenienti dalle sedi diplomatiche italiane, il console americano a Napoli, J. Patrick Truhn, si lancia in una analisi del fenomeno mafioso nelle regioni del sud. E’ il 6 aprile 2008, Truhn è appena tornato a Napoli dopo un viaggio in meridione e il suo commento è perentorio: “I politici non sono in grado di combattere la mafia”. Scrive il console: “La criminalità organizzata è, per il Sud Italia, uno dei più grossi ostacoli alla crescita economica ed alla stabilità politica; nonostante questo i politici italiani, per varie ragioni, sono incapaci se non riluttanti a fronteggiarla in maniera valida“. Una bocciatura che porta il console ad affermare che “è difficile visitare la Calabria e non diventare pessimisti” per poi rilanciare che “se non fosse parte dell’Italia, la Calabria sarebbe uno Stato fallito”.

Ma se le alte sfere del potere vengono bocciate senza appello dal console, un barlume di speranza nel suo report c’è. Una speranza che si chiama Nicola Gratteri, attuale procuratore aggiunto presso il tribunale di Reggio Calabria, e che comprende anche l’associazione di Aldo Pecora, Ammazzateci tutti. “Persone come Gratteri e i nostri contatti in Ammazzateci Tutti -dice Truhn- ispirano la speranza che le persone oneste possano fare la differenza”. Nel cable 12958 il console racconta di un suo colloquio con Pecora il quale gli avrebbe certificato la continua crescita del suo gruppo di giovani. Truhn sente anche di dover rendere noti ai suoi superiori i problemi che ha l’associazione nel “trovare organizzatori locali” in terra di mafia e si stupisce positivamente del fatto che “in una città della Puglia la rappresentante dell’associazione è una quindicenne”.

Ed è inevitabile la soddisfazione dei membri di Ammazzateci Tutti. Massimo Brugnone, il responsabile per la Lombardia del gruppo, considera le parole del console come “la conferma che il metodo che abbiamo iniziato ad utilizzare ormai da più di 3 anni funziona“. Un metodo che nasce “da una protesta di piazza” ma che si è presto tramutato “dalla protesta alla proposta” e che punta sull’educazione delle nuove generazioni. “Non bisogna vivere eternamente nell’emergenza -commenta Brugnone- o questa non si supererà mai, ma bisogna progettare il futuro” e per questo nell’associazione sono convinti che “bisogna guardare agli effetti che si vogliono avere fra 10 anni ed incominciare a creare le basi per raggiungere quelle mete”.

Bustocchi a Legalitàlia: “L’Italia si unisce qui contro le mafie”

Fonte: www.varesenews.it

Alcuni giovani, in rappresentanza dei tanti che hanno partecipato all’evento che si era tenuto in primavera a Busto Arsizio, stanno partecipando alla quattro giorni in Calabria insieme a migliaia di altri ragazzi

L’edizione 2011 di Legalitalia che ogni si svolge a Reggio Calabria in memoria del giudice Antonino Scopelliti, del cui assassinio ricorre il ventesimo anniversario, vede protagonisti anche alcuni studenti della provincia di Varese legati al movimento Ammazzateci Tutti. Si tratta di una delegazione degli oltre tremila che hanno partecipato al grande evento organizzato in primavera a Busto Arsizio. Il gruppo è capitanato da Massimo Brugnone, coordinatore lombardo dell’associazione. In questi 4 giorni, oggi è l’ultimo, si sono susseguiti incontri, dibattiti, concerti, presentazioni di libri con personaggi di spicco del mondo della politica, della magistratura, della società civile e della musica ai quali hanno partecipato migliaia di giovani da tutta Italia e molti calabresi.

Il bustocco Marco Reni, ad esempio, racconta così la sua prima esperienza a Legalitalia: «Scendere per la prima volta a Reggio Calabria per partecipare al meeting si sta confermando essere una grande possibilità e occasione di crescita e confronto, non solo per i workshop e gli incontri con grandi esponenti della lotta alla criminalità organizzata che si stanno susseguendo sui due palchi, ma anche per la possibilità di raffronto diretto con ragazzi e ragazze provenienti dalle differenti realtà delle regioni in cui il movimento opera attivamente e che permette uno scambio personale fra giovani della stessa generazione che si trovano ad affrontare e contrastare lo stesso problema, costretti ad una metodologia diversa, ma in una sinergia nazionale siamo certi potrà risultare forse un giorno vincente».

Agostino Nicolò è, invece, di Luino. Tra i primi ad aderire al movimento in Lombardia ha già fatto diverse esperienze: «Anche quest’anno, ho partecipato attivamente al meeting “Legalitalia” organizzato dal movimento di cui faccio parte dal 2007 “Ammazzateci Tutti”. Queste occasioni danno la possibilità a noi, attivisti del movimento, di incontrarci, confrontarci e soprattutto di formarci culturalmente. Grazie agli eventi che si sono succeduti in questi giorni con ospiti autorevoli quali magistrati, giornalisti, politici e autori di libri contro le mafie le nostre conoscenze in ambito giuridico, politico e giornalistico si sono arricchite maggiormente. Tutto ciò porta alla consapevolezza di lavorare con peculiarità in tutto il territorio della Lombardia, scuole e teatri, per sensibilizzare i giovani a lottare contro qualsiasi comportamento mafioso e a spiegare come la ‘ndrangheta, non solo incida economicamente a livello locale in Calabria, ma si sia anche ramificata nel nostro territorio».

Davide Borsani (Busto Arsizio) è anche lui alla prima esperienza: «Quest’anno ho partecipato per la prima volta a Legalitàlia e si sta rivelando un’esperienza significativa da diversi punti di vista:  in primis la commemorazione del ventennale del giudice Scopelliti; l’incentivo di riproporre a Busto Arsizio Legalitàlia in primavera, dopo aver vissuto 4 giorni con i ragazzi di Ammazzateci Tutti, attivisti in tutta Italia che hanno stimolato, ancora una volta, la voglia di Legalità e giustizia; il confronto con gli esperti e la raccolta di esperienze con i ragazzi del movimento che ci danno spunti su come migliorare l’attività sul nostro territorio e altresì arricchiscono il mio baglio culturale».

La conclusione è del coordinatore regionale al bustese Massimo Brugnone: «Nel 2007 mi trovavo qui come attivista di questo movimento che dalla Calabria si stava espandendo pian piano in tutto lo stivale. Oggi, a cinque anni, per la città di Reggio Calabria, Legalitàlia è diventato un punto fermo che, nonostante la vicinanza alla settimana di ferragosto, riesce a gremire una piazza che ha voglia di confrontarsi e parlare di contrasto alle mafie, di legalità, di sviluppo e che non è più chiusa nel confine della propria regione, ma si apre verso una nazione intera.
La differenza fondamentale fra il 2007 ed oggi, oltre ad una presenza sempre maggiore di ragazzi che da tutta Italia si muovono per partecipare al meeting, è una ormai forte consapevolezza che il problema della ‘ndrangheta non è più solo calabrese, ma nazionale se non internazionale; come il problema delle mafie non è solo la ‘ndrangheta, ma anche cosa nostra, camorra, sacra corona unita e, soprattutto, corruzione».

Sotto la guida attenta di Aldo Pecora, Presidente di “Ammazzateci Tutti”, e di Rosanna Scopelliti, figlia del compianto giudice e presidente della Fondazione Antonino Scopelliti, anch’essa promotrice del meeting, Legalitàlia è divenuto momento di crescita personale per ragazzi che già a 15 anni decidono di ritagliare un pezzo delle proprie vacanze per investirlo nella cultura e nella negazione di qualsiasi forma di illegalità. Il programma di quest’anno ha potuto vedere non solo il patrocinio, ma la partecipazione diretta delle Istituzioni nella presenza del ministro della Gioventù Giorgia Meloni, di alti magistrati quali il procuratore della DDA di Reggio Calabria Nicola Gratteri ed il Presidente onorario della Corte di Cassazione Ferdinando Imposimato, in un dibattito acceso con il susseguirsi di importanti giornalisti impegnati ogni giorno quali Rosaria Capacchione, da anni sotto scorta, Pino Maniaci, Enrico Bellavia e Roberta Mani; l’arricchimento di esperienze personali come quella di Pino Masciari, imprenditore che si è ribellato alla ‘ndrangheta, IMD, poliziotto che ha contribuito alla cattura di Bernardo Provenzano ed infine questa sera (9 agosto) di Gian Carlo Caselli e Don Luigi Ciotti, insegnanti di dignità

Gratteri: “I calabresi vogliono l’Expo per fornire una prova del loro potere”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Intervista al procuratore aggiunto di Reggio Calabria. “Non puntano ai profitti, ma mirano a dimostrare il loro prestigio. Gli arresti degli ultimi anni non sono frutto di questo governo”

di DAVIDE CARLUCCI

“Le strategie delle ‘ndrine in Lombardia si decidono ancora in Calabria. E dopo le operazioni Crimine e Infinito che hanno messo in ginocchio i clan aspettiamoci una riorganizzazione. “Morto un papa, se ne fa un altro”: la ‘ndrangheta ragiona così”. Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria, è uno dei massimi conoscitori dell’organizzazione criminale che, secondo l’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia, ha ormai “colonizzato”, in varie forme, la regione più ricca d’Italia.

“La ‘ndrangheta colonizza la Lombardia”

E ora? Dove vogliono arrivare le cosche?
“Vogliono di sicuro continuare a essere presenti dove c’è da gestire denaro e potere. E la Lombardia resta, da questo punto di vista, un luogo strategico. Lo era già negli anni Settanta, lo è ancora di più oggi”.

Anche lei lancia l’allarme sull’Expo?
“Sì, ma in un senso preciso. La ‘ndrangheta scommette su quella operazione, insieme con altre, non tanto perché direttamente interessata ai profitti che se ne potranno ricavare. Quel che più le fa gola è il potere, il carisma che potrà ricavare se riesce a inserirsi nell’affare. Se un boss è in grado di far lavorare cento o mille picciotti, se è in grado di procurare guadagni a imprenditori contigui, ecco se riuscirà a fare tutto questo potrà affermare il prestigio sociale su cui si fonda la sua potenza”.

Per questo le locali lombarde puntavano a rendersi autonome dalla Calabria? La relazione parla di un’idea “rivoluzionaria” di separatismo criminale. È un disegno che le cosche continuano a coltivare?
“Quel progetto è fallito nel 2008 con l’omicidio di Carmelo Novella. Tentava di sganciarsi ma è stato prima messo da parte e poi ucciso. Qualcuno che sogna di staccarsi c’è ancora ma la ‘ndrangheta non è più tale se prova a tagliare il cordone ombelicale con la sua terra madre. E oggi ogni assenso e ogni benedizione a tutte le azioni criminali condotte in Lombardia continuano a passare da San Luca“.

La Lega attribuisce all’emigrazione e ai soggiorni obbligati il dilagare delle presenze mafiose in Lombardia.
“È un’analisi superata, poteva esser vero trent’anni fa. Ora ci sono nuove generazioni di professionisti, avvocati e ingegneri che possono anche essere autoctoni, senza nessun rapporto con le regioni d’origine tipiche delle mafie, e aprire la porta alla ‘ndrangheta nell’economia e nella pubblica amministrazione.
Dimentichiamoci le valigie di cartone, così non cogliamo il fenomeno”.

Lei dice che Milano attira la ‘ndrangheta non solo per i soldi, ma anche perché qui c’è il potere.
“Le mafie votano e fanno votare a destra e a sinistra. Puntano sul cavallo vincente e cercano di capitalizzare il voto”.

Il governo rivendica il merito di aver contrastato più che mai la penetrazione dei clan, anche al Nord. Ma nella relazione della Direzione nazionale antimafia si rimarca anche l’esiguità degli organici dei magistrati impegnati in prima linea contro i clan.
“Con gli arresti degli ultimi anni non c’entra nessun ministro, nessun governo, né quello di oggi né quello precedente. Gli investigatori che ci sono oggi c’erano prima. E il quadro che descrive la relazione è identico in Lombardia e in Calabria”.

Ovvero?
“Non sono arrivati più soldi per gli straordinari di chi ha lavorato giorno e notte sui blitz. Non sono arrivati più uomini. Non si riesce a coprire nemmeno quelli che vanno in pensione. E invece noi possiamo pareggiare la partita contro quel sistema criminale solo investendo in giustizia e cultura, come scrivo nel mio ultimo libro, “La giustizia è una cosa seria””.

Quindi lei ritiene che la giustizia vada riformata anche per combattere meglio i clan?
“Sì, ma la strada non è certo quella del processo breve o della separazione delle carriere, se vogliamo riferirci alla riforma che il governo sta approvando in queste ore. Per contrastare il metodo mafioso serve più l’informatizzazione dell’attività giudiziaria, la depenalizzazione dei reati bagatellari, la riorganizzazione delle reti dei tribunali in un progetto di geografia giudiziaria”.

La società civile e le istituzioni lombarde sembrano essersi accorte con un po’ di ritardo della penetrazione delle mafie. Qual è la prima cosa che deve notare chi vuole capire quando, dietro l’apparenza di normalità, si nascondono i boss?
“Deve far caso soprattutto agli arricchimenti improvvisi. Quasi sempre dietro chi fa soldi dal nulla sta semplicemente riciclando i proventi della cocaina”.

‘Ndrangheta, 41 arresti in Italia e all’estero in manette il sindaco di una città australiana

Fonte: http://www.repubblica.it

L’operazione “Patriarca 2” è il seguito di quella che a luglio portò in carcere 300 persone. Le indagini della Dda di Reggio hanno incastrato un’altra cinquantina di soggetti. Tra i più importanti c’è Tony Vallelonga, dal 1996 al 2005 primo cittadino di Stirling, città di quasi 200 mila abitanti vicino Perth

di GIUSEPPE BALDESSARRO

REGGIO CALABRIA – A luglio 2009 lo hanno fatto persino cittadino onorario di Stirling, Tony Vallelonga era uno che contava davvero. Era considerato uno dei big della municipalità a ridosso di Perth, capitale dello Stato del Western Australia. Da emigrante, partito ragazzino da Nardodipace in provincia di Vibo Valentia, aveva scalato i vertici della politica locale. Fino a diventare sindaco, dal 1996 al 2005, di una città di quasi 200 mila abitanti, e a ricoprire diversi incarichi pubblici. Tony aveva i voti, certo. Quelli dei calabresi e quelli della ‘ndrangheta. Perché lui era un uomo dei clan a tutti gli effetti. Domenico Antonio Vallelonga, detto Tony, era “uomo di vertice del locale di ‘ndrangheta di Stirling“. Era lui ad assumere le decisioni più importanti, e sempre lui a “battezzare” i giovani picciotti e a decidere le cariche della cosca. Agiva sul modello calabrese, stessi riti e stesse attività. E tutto veniva concordato con la cosca “madre” e con il “Crimine”, il vertice della ‘ndrangheta che ha casa in provincia di Reggio Calabria.

Quello di Vallelonga è solo uno dei nomi che affiorano dall’operazione “Patriarca 2“, condotta oggi dai carabinieri del Ros, del comando provinciale dell’Arma e dalla squadra mobile. Uno dei più importanti, ma non l’unico. L’indagine della Dda della città dello Stretto, è il seguito di Il Crimine”, che a luglio scorso portò all’arresto di 300 tra affiliati e boss 1 delle ‘ndrine di Calabria e Lombardia. Dopo la prima imponente retata su ordine delle Dda di Milano e Reggio, gli inquirenti hanno continuato a lavorare, incastrando un’altra cinquantina di soggetti. Ora il puzzle si è arricchito di nuovi tasselli. Pezzi che completano l’organigramma della ‘ndrangheta nella regione, ma che soprattutto dimostrano ulteriormente il radicamento dei clan nel resto d’Europa e del mondo. Il quadro si va dunque completando. Arrivando a scoprire che la ‘ndrangheta governava una città australiana in maniera diretta, dove esistono almeno nove locali delle cosche, che tradotto significa alcune centinaia di uomini.

Oltremare i boss calabresi hanno diramazioni anche in Canada. L’indagine firmata dal Procuratore Giuseppe Pignatone, dagli aggiunti Michele Prestipino e Nicola Gratteri, e dai pm Antonio De Bernardo, Giovanni Musarò e Maria Luisa Miranda, ha fatto luce su alcune cellule presenti a Thunder Bay e Toronto. Nelle prima città l’organizzazione era guidata dai Bruzzese, dai Minnella e degli Etreni, originari della Locride. A Toronto invece Carmine Verduci è considerato un uomo dei Coluccio di Gioiosa Jonica e Marina di Gioiosa, sempre nel mandamento della Jonica reggina.

Resta solida anche la presenza della ‘ndrangheta in Germania. A Singen Rielasingen ad esempio il capolocale era Bruno Nesci. La polizia tedesca è riuscita a registrare una riunione nella quale si “formava la società” (riunione di persone appartenenti a diversi locali) e si discuteva di affari e strategie. Accordi anche con i clan di Frauenfeld in Svizzera e con Francoforte.

Un’organizzazione internazionale che non rinuncia a tener salde le radici anche in molte città italiane. A Torino, ad esempio, è stato scoperto che il capolocale era Giuseppe Catalano, mentre il capo società era Francesco Tamburi. A Genova poi elementi di vertice dei clan sono Domenico Belcastro e Domenico Gangemi.

In tutti i casi i magistrati reggini hanno certificato che le cosche, in qualsiasi parte del mondo si trovino, tengono rapporti strettissimi con i vertici calabresi dell’organizzazione. Vallelonga è stato intercettato a Siderno, mentre discuteva di equilibri interni con Giuseppe Commisso, alias ‘U mastru”, capo indiscusso di uno dei più ricchi e potenti clan della Jonica. I tedeschi si rivolgevano invece a Domenico Oppedisano, il boss supremo custode delle regole per redimere delle controversie interne. Tutti, passavano per Reggio. E tutti erano “benedetti” dai vertici della ‘ndrangheta. Stanotte gli arresti in Italia e Europa, mentre in Australia e Canada sono scattati i mandati di cattura internazionali.

Scopelliti, un giudice dimenticato: “ma era come Falcone e Borsellino”

Fonte: http://www.varesenews.it

Aldo Pecora, fondatore di Ammazzateci Tutti e Rosanna, figlia del magistrato ucciso nel 1991, hanno presentato da Boragno il libro “Primo Sangue” che ricostruisce il delitto e tratteggia la figura paterna. Ai boss: “Pentitevi e collaborate”

Pubblico numeroso e tanti ragazzi per la “tappa” bustese di Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti per promuovere il libro “Primo Sangue” (BUR-Rizzoli), dedicato alla figura del giudice Antonino Scopelliti, assassinato il 9 agosto 1991 a seguito di uno scellarato patto fra la mafia dei corleonesi e la ‘ndrangheta del Reggino. Omicidio impunito: mai individuati gli esecutori, assolti i presunti mandanti. Il giovane leader di Ammazzateci Tutti (25 anni da poco compiuti) e la non ancora 27enne figlia del magistrato ucciso, ospiti alla Galleria Boragno, hanno fatto il pienone: poco prima avevano avuto modo di incontrare i ragazzi degli oratori bustesi. Al centro del loro intervento non tanto e non solo la presentazione di un libro, ma l’urgenza di sottrarre all’oblio la figura di un magistrato e padre di famiglia, sacrificatosi per la legalità. Accompagnati con delicatezza e sensibilità da Chiara Milani, vicedirettore di Rete55, e introdotti da Massimo Brugnone, fondatore a Busto della prima sezione “extracalabrese” di Ammazzateci Tutti (che ha ricordato come qui penda ancora inevasa la proposta di intitolare una via a Scopelliti), Aldo e Rosanna hanno quindi tratteggiato la figura del magistrato, per le cui mani erano passate molti dei più importanti processi d’Italia, e la presa di coscienza da cui è nato il libro.

Scopelliti sapeva di dover morire: aveva rifiutato un’offerta da cinque miliardi di lire per “ammorbidire” in Cassazione il maxiprocesso contro Cosa Nostra. Il giorno stesso dell’omicidio, avvenuto a Piale di Villa San Giovanni mentre era in ferie (ma continuava a lavorare portandosi a casa le carte), il procuratore generale della Cassazione aveva fatto sgomberare la spiaggia su cui si trovava, credendo di ravvisare una bomba in un innocente sacchetto ritrovato dai bagnanti. Si era sbagliato sul metodo, ma solo di qualche ora quanto al tempo. «I mafiosi sono vigliacchi: in moto, con casco integrale, e da dietro lo hanno colpito» racconta Aldo, che quando Scopelliti morì aveva appena cinque anni, ma ricorda ancora.
L’urgenza di reagire venne ad Aldo Pecora e a vari altri giovanissimi di Locri nel 2005, di fronte all‘assassinio di Francesco Fortugno, il vicepresidente del consiglio regionale, ammazzato mentre si votava per le primarie dell’Unione. «Il nostro è un percorso di memoria e riscatto civile partito dalla sensazione che provavamo io e altri, poco più che maggiorenni. Sentire le sirene dell’ambulanza pensando solo, ne è morto un altro. In una terra “caraterizzata”, come da mare, sole e montagne, dalla ‘ndrangheta. Una terra in cui tanti non possono neanche portare un fiore sulla tomba dei cari a causa della lupara bianca, contro chi ha sgarrato: il morto è bruciato, fatto ai pezzi, dato ai maiali, e con la sua assenza definitiva paga anche la famiglia. Poi c’è l’umiliazione quotidiana del pizzo, il malavitoso viene ogni tanto, quando vuole lui. Siccome è un vile, non ha nemmeno il coraggio di manifestarsi come mafioso: dice, si sposa mio cugino, dobbiamo fare la lista nozze, ora non ho i soldi… e via, in quel modo, si è preso qualcosa di tuo e ti ha detto: sono qui». E “faccio quello che voglio”, viene da dire parafrasando amaramente un attore comico calabrese. «Pochi, denunciano, non si allineano, divengono testimoni di giustizia. Poi queste persone vengono magari traserite in parti lontane d’Italia, costrette a cambiare persino nome; ma la gente deve rimanere lì, così è chiaro che la gente dice non denuncerà per non essere costretta ad andarsene». Il prezzo più caro però resta quello pagato da tanti come Rosanna, che Aldo ha conosciuto a Roma cinque anni or sono, un incontro quasi casuale ad una commemorazione del giudice Caponnetto – che per la figlia di Scopelliti era stato un po’ un nonno putativo, fra i pochissimi a restare vicino alla bambina e alla madre. Rosanna scoprì che Aldo la storia di suo padre la conosceva benissimo. Nell’estate del 2007 la proposta, pressochè sottovoce, di un libro da realizzare insieme: Primo Sangue.

Sì, perchè quello effuso da Scopelliti era davvero il primo sangue delle grandi stragi di mafiacon cui Totò Riina e compari recapitavano i loro “messaggi” a Roma. Eppure Scopelliti «è stato dimenticato». Tutti si ricordano di Falcone e Borsellino, pochi di lui: forse, ammette Aldo, la Sicilia era giornalisticamente più interessante della Calabria. «Scopelliti non era un pm, era il pm della Cassazione. Eppure la sua storia sembava destinata a non essere raccontata mai. Più volte avevamo inviatto i giornalisti ad occuparsene, invano: così l’abbiamo raccontata noi. Sul suo caso non c’è stato il “fiato sul collo”. Guardate invece per Avetrana, a Cogne, a Garlasco».
«È stato difficilissimo riprendere le carte, raccontare la guerra di mafia a Reggio, mille morti in cinque anni (1986-1991), gli attentati coi bazooka, i boss che saltano nelle loro auto». Nella terra del dolore, dove i morti fanno paura ai vivi, «la gente deve conoscere questa storia, e affezionarsi a Scopelliti, lui che non si è mai piegato: merita di stare alla pari con Falcone e Borsellino».

«L’intera stagione delle stragi e della trattativa Stato-mafia andrebbe riscritta» dice Aldo Pecora: «Scopelliti è stato l’unico magistrato di Cassazione ucciso dalla criminalità organizzata. Nel libro, io racconto il giudice, lei il padre. In fondo c’è una lunga conversazione con i magistrati Nicola Gratteri e Salvatore Boemi», vere autorità in fatto di ‘ndrangheta e dintorni. «Questo libro è già nelle case dei malavitosi: li sfido a non commuoversi alle parole di Rosanna su suo padre. La speranza è che anche i nuovi boss possano compiere l’ultimo atto di dignità che gli resta, quello di pentirsi, collaborare, consegnare la verità storica e processuale a Rosanna e alla sua famiglia. Non dovrebbe essere eroico fare il magistrato, ma un mestiere normale. Importante capire ciò che fanno i giudici e, bellissimo il lavoro di Massimo Brugnone che porta i ragazzi in tribunale, dove è stato attaccato dalla moglie di un imputato». Proprio in un processo per fatti dì ‘ndrangheta, che avvengono qui, non a Locri. Rosanna Scopelliti per vent’anni ha fatto, tragicamente, la più calabrese delle cose: tacere. La sua stessa esistenza in vita era avvolta dalla riservatezza. Dopo che la figlia di un collega di Sala Consiliana era stata crivellata dai proiettili destinati al padre, papà Antonino per spostarla dall’auto in casa e viceversa la nascondeva in una valigia. «Papà aveva paura per noi, non raccontavo nemmeno che era figlia sua. Lui si sforzava di farmi vivere tutto come fosse un gioco». Dopo l’assassinio, «per ore si parlò di incidente stradale prima di accorgersi dei proiettili in testa. Il funerale fu fatto in ventiquattr’ore, la scena del crimine fu riaperta in poche ore» racconta Rosanna. «Papà è stato ucciso perchè non ha piegato la testa a una richiesta: non si sarebbe mai sognato di infangare il lavoro dei suoi colleghi; non era di quelli che facevano cancellare una sentenza per vizio di forma, non voleva essere il più bravo, ma il più giusto. Lui viveva per la giustizia; da morto, non l’ha trovata. Ma se siamo qui a parlarne, è perchè qualcosa è cambiato. In Calabria, come qui in Lombardia, grazie a dei ragazzi». Rosanna e la mamma sono rimaste sole, a parte l’appoggio affettuoso di Antonino Caponnetto. Un uomo ammazzato due volte, col piombo prima, e l’oblio poi, il giudice Scopelliti: e non il solo, così per i Chinnici, i Livatino, i Terranova, i Saetta. «La nostra solitudine era legata alla sensazione di vivere una profonda ingiustizia, paradossale per la famiglia di un magistrato. La rabbia, lo sconforto: noi soli contro la cattiveria e la violenza ‘ndranghetista, prima; l’indifferenza, l’amarezza poi nello stringere tante mani e sentire belle parole che non si traducono in fatti, poi. Dopo vent’anni in Cassazione non c’è un’aula dedicata, e se oggi si parla di mio padre è perchè i ragazzi di Ammazzateci Tutti mi hanno presaper mano e aiutato a raccontare. La storia è passata in sordina perchè molti giornalisti non hanno voluto prenderla in mano: Aldo Pecora ha voluto farlo e lo ringrazio. Questa solidarietà dalla Calabria alla Lombardia mi ha aperto e ha permesso ad Aldo di farmi raccontare cose privatissime. Ho tenuto per me per anni i ricordi di papà, ora li condivido: perchè mi sento meno sola. E posso raccontare l’uomo tra le cui braccia per sette anni mi sono addormentata».

C’è paura nel combattere contro la ‘ndrangheta? «Più per chi mi sta intorno che per me» dice Aldo Pecora. «Sono peggio le critiche: da un sindaco mi sono sentito dire che siamo zavorra e rendiamo un cattivo servizio alla Calabria». Minacce? «Ho ricevuto “segnalazioni”, diciamo così. Ma la denuncia la faccio in commissariato, non sui giornali, altrimenti dò spazio alla mafia, e la gente pensa che non conviene lottare. La mafia va raccontata in modo diverso, se avessi voluto vendere due milioni di copie potevo rendere pubbliche le minacce. Mi fa più paura il silenzio: si comincia a morire quando si è soli».
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