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PER NON DIMENRICARE – 20° Anniversario delle stragi di Via D’Amelio e Capaci

Conoscere la storia per non ripetere gli errori

All’Itc Tosi rivive il ricordo di Falcone e dei tanti eroi dell’antimafia

Fonte: www.varesenews.it

Ospiti dell’istituto tecnico il giudice Nicoletta Guerrero che ha ricordato la sua esperienza al fianco di Rosario Livatino, un altro giudice vittima della mafia, e il pm Roberta Colangelo che ha lavorato alla procura di Caltanissetta

E’ stato un momento di riflessione sentito e vibrante quello vissuto dagli studenti dell’Itc Tosi che questa mattina, mercoledì, hanno partecipato all’incontro in ricordo di Giovanni Falcone a 20 anni esatti dalla strage di Capaci nel quale il magistrato siciliano rimase vittima insieme alla moglie Francesca Morvillo e ai tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. All’incontro hanno partecipato  il magistrato della Procura della Repubblica di Busto Arsizio Roberta Colangelo e il giudice del tribunale bustocco Nicoletta Guerrero. Prima di loro i ragazzi hanno ascoltato il coordinatore bustocco di Ammazzateci Tutti Davide Borsani e la preside dell’istituto tecnico Nadia Cattaneo. 

L’incontro, moderato dal giornalista di Varesenews Orlando Mastrillo, è stato aperto da un commovente video che ha ripercorso quel terribile giorno di 20 anni fa e il periodo che ne è seguito con il successivo attentato a Paolo Borsellino, collega e amico strettissimo di Falcone, ucciso barbaramente sotto casa della madre in via D’Amelio solo due mesi dopo. Quelle immagini, i ragazzi che questa mattina erano seduti ad ascoltare nell’aula magna, non le hanno nemmeno vissute perchè nati dopo quei fatti e proprio per questo per loro è stato importante ricordare un peiodo ancora gravido di domande alle quali non è stata data risposta.

Roberta Colangelo, dal 2008 magistrato a Busto Arsizio, proviene dalla Procura di Caltanissettadove è stata applicata al suo primo incarico: «Ricordo una città che ruotava intorno alla Procura della Repubblica e al tribunale – ricorda il magistrato – è stata un’esperienza molto forte per me. Non mi sono quasi mai occupata di mafia ma ricordo che una volta feci una passeggiata per il mercato insieme ad un collega e i commercianti mi rappresentavano la loro situazione di difficoltà perchè si sentivano strozzati dal pizzo ma quando poi si trattava di denunciare nessuno si presentava in Procura per formalizzare gli episodi di estorsione». Il magistrato ha fatto un ritratto vivido della realtà siciliana che ha vissuto e ha anche sottolineato alcuni timidi segni di cambiamento: «Da qualche anno a questa parte si sono cominciate a vedere le prime denunce da parte degli imprenditori e dei commercianti – ha raccontato – in particolar modo da quando la società civile ha creato movimenti antimafia come ad esempio Ammazzateci Tutti».

La giudice Nicoletta Guerrero, invece, ha ricordato il periodo dei “giudici ragazzini”, quei magistrati giovanissimi che andarono in Sicilia in preture e procure dove nessuno voleva andare: «Fu l’allora presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Oscar Luigi Scalfaro a definirci giudici ragazzini – ricorda – ci ritrovammo ad andare in Sicilia perchè c’erano un sacco di posti vacanti, nessuno voleva andarci in quegli anni mentre imperversava una guerra di mafia che lasciava a terra decine di cadaveri. Era il 1988 e mi ritrovai nella piccola pretura di Ravanusa, un paese sperduto nel cuore della Sicilia a metà strada tra Caltanissetta e Licata. Ricordo che la gente aveva paura anche a dare indicazioni stradali per la paura». La Guerrero si ritrovò a lavorare con Rosario Livatino, magistrato che venne ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, immortalato in un film per la tv qualche anno dopo con il titolo “Il giudice ragazzino”: «In realtà il ragazzino non era lui ma noi, giovani magistrati di 26 anni al primo incarico, lui ne aveva sei-sette più di noi e ricordo che lavorava tantissimo, non si staccava mai dalle carte, nemmno per bere un caffè al bar con i colleghi». La Guerrero si ritrovò a lavorare in una Sicilia che era ancora sospesa tra la mafia arcaica e quella affaristica e spudorata, la stessa società siciliana non ammetteva nemmeno l’esistenza della mafia: «Anche alcuni giudici lo sostenevano» – ha concluso. 

La mattinata si è conclusa con la formazione ufficiale del comitato di Ammazzateci Tutti dell’Itc Tosi tenuto a battesimo dal coordinatore regionale Massimo Brugnone, il terzo in Lombardia dopo quello nato al liceo Candiani di Busto e quello formatosi al liceo Agnesi di Milano. Durante l’incontro c’è stato anche il tempo di collegarsi con gli studenti dell’Itc Tosi che hanno raggiunto Palermo con la Nave della Legalità per le manifestazioni di commemorazione dei 20 anni della morte di Falcone e per un rapido saluto del sindaco Gigi Farioli, giunto negli ultimi minuti.

23/05/2012
redazione@varesenews.it

Pecora bacchetta Unfer

Fonte: La Prealpina – 19 maggio 2012

Il leader di Ammazzateci Tutti non digerisce le accuse a Brugnone

«Il problema mafia va riconosciuto e non certo affrontato in silenzio». Aldo Pecora, responsabile nazionale dell’associazione Ammazzateci Tutti, usa volutamente parole simili a quelle pronunciate anni fa da Paolo Borsellino per spiegare l’utilità di quella consulta anti-mafia che a Busto sembra faticare a trovar spazio.
Ma il suo intervento vuole essere soprattutto una dura reprimenda nei confronti di Adriano Unfer, il leghista presidente della commissione sicurezza che non solo ha bocciato l’ipotesi, ma ha pure definito il referente territoriale del gruppo anti-mafia Massimo Brugnone «un non esperto della materia, al punto dal rischiare di intralciare le indagini, seppur in buona fede». E allora Pecora si è messo a fare ricerche sul consigliere leghista e parte: «Mi risulta che Unfer sia una di quelli che facevano le ronde abusive, invece ci sono poliziotti  – attuali o ex come lui – che vengono alle nostre manifestazione spontaneamente, comprendendone il valore. Comunque sono certo che non rappresenti tutta la Lega, anzi è l’emblema di una minima parte, da quel che so neanche particolarmente apprezzata dagli elettori. A proposito di leghisti, io sono sempre stato il primo a dire che Roberto Maroni è stato il miglior ministro dell’Interno negli  ultimi vent’anni, ma purtroppo nel Carroccio ci sono anche quelli come Unfer, inadatti a ricoprire ruoli strategici».

E allora il leader nazionale di Ammazzateci Tutti incalza: «A questo punto rivolgo un appello al sindaco Gigi Farioli – che ci conosce e di cui mi fido – affinché porti la questione della consulta direttamente al voto del consiglio, sicuri che a quel punto certi assurdi ostruzionismi cadranno». Rispetto poi agli attacchi subiti, aggiunge: «Non vogliamo essere maestrini ma utili alla causa. Qualche conoscenza sull’argomento in più di Unfer, la possediamo senz’altro. Brugnone si sta laureando e non ha la terza media. Mentre da anni guida un movimento monotematico molto attivo, presenziando ai processi, parlando con chi segue la materia, producendosi in azioni di approfondimento e sensibilizzazione, nel rispetto del proprio compito.

Ma perché invece di sparare parole a caso, non si vanno a sentire dirigenti, capitani, questori, prefetti e magistrati ? Loro sanno che cosa facciamo e sanno che non cerchiamo né vetrine né candidature».
Pecora è un fiume in piena: «E’ ora di finirla con gli attacchi gratuiti, altrimenti ci tuteleremo nelle opportune sedi. E a Unfer dico anche di non temere i giovani che manifestano, perché in quei momenti non stanno parlando male della loro terra ma stanno solo dicendo la verità. Nel caso di Busto, stanno dicendo che deve essere capofila di una sfida coraggiosa».

Marco Linari

Brugnone sulle minacce a Pecora «Preoccupati ma andiamo avanti»

Fonte: La Provincia di Varese – pag. 36
24 febbraio 2012

Tengono banco le intimidazioni mafiose al leader nazionale di Ammazzateci tutti

LONATE POZZOLO «Non siete più troppo piccoli per sapere certe cose. L’anno scorso c’è stato un processo a Busto che ha condannato la ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo».

Solitamente, a scuola, gli hanno più recenti sono quelli che si affrontano di meno nelle ore di storia. A Lonate, invece, i riflettori sono puntati proprio sui fatti di cronaca che hanno caratterizzato gli ultimi 30 anni del nostro paese.

“Eroi e martiri della lotta alla mafia”: potrebbe essere questo il titolo dell’incontro di ieri tra Massimo Brugnone, coordinatore lombardo di Ammazzateci Tutti e il consiglio comunale dei ragazzi di Lonate. Il secondo dei quattro incontri organizzati dal gruppo di lavoro sulla legalità con gli alunni delle medie.

«E se vi dico che a Lonate Pozzolo si pagava il pizzo? – chiede Brugnone – Sapendo tutto quello che avviene, mettendovi assieme, potete fare tanto. Voi avete un grande potere, quello di aprire gli occhi ai vostri genitori».

Ieri si è parlato di Falcone e Borsellino, del Generale Dalla Chiesa e di Peppino Impastato «figlio di mafiosi che ha deciso di non piegarsi alla mafia. La combatteva facendo informazione e prendendo in giro i mafiosi». Tutte persone che si sono opposte alla mafia. Fortunatamente, però, non tutti sono finiti morti ammazzati.

Brugnone racconta la storia di Vincenzo Conticello, il proprietario dell’Antica Focacceria di Palermo. Lui ha fatto una vera e propria rivoluzione semplicemente mettendo in regola i dipendenti e rifiutandosi di pagare il pizzo. «Ora il suo negozio ha aperto anche a Milano e a Roma e lui è vivo». Ognuno è tenuto a fare la propria parte. «Ai propri figli, da neonati, gli ‘ndranghetisti mettono vicino una pistola e una chiave – racconta Brugnone – Si dice che se si avvicinano alla pistola, da grandi saranno ‘ndranghetisti. I genitori avvicinano sempre la pistola al bimbo, ma c’è sempre la possibilità di scegliere da che parte stare. Dovete essere voi a scegliere da che parte stare».

Nell’ultimo mese Aldo Pecora, fondatore e presidente di Ammazzateci Tutti, è stato vittima di una serie di intimidazioni. Fuori casa ha trovato tre proiettili e un biglietto inequivocabile: «Scopelliti ti aspetta a braccia aperte». «Sono molto preoccupato per Aldo – dice Brugnone – noi continuiamo ad andare avanti, ma nei suoi confronti c’è stato un attacco mediatico». Un giornale locale, a metà febbraio, ha pubblicato la foto della casa di Pecora, indicando la via e il citofono della famiglia. Tre giorni dopo il biglietto e i proiettili. L’altra sera un nuovo, strano, atto intimidatorio. «Non sono le prime minacce, ma abbiamo sempre scelto di tenere un profilo basso – spiega Brugnone – Ora però si è alzato il livello. Le istituzioni devono intervenire per non lasciare solo Aldo. Io ho paura per lui e per la sua famiglia».

Ieri l’assessore Simontacchi ha espresso la solidarietà del gruppo di lavoro sulla legalità nei confronti di Aldo Pecora.

Tiziano Scolari

Torna la polemica sui “professionisti dell’antimafia”. Contro i gruppi antiracket

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Mario Portanova

Al processo “Infinito” contro la ‘ndrangheta, in corso a Milano, l’avvocato di un presunto boss attacca le associazioni che combattono il pizzo, “che si costituiscono parte civile anche quando i loro iscritti non sono parte lesa”

Torna la polemica sui professionisti dell’antimafia. Non a Palermo, ma – specchio dei tempi – a Milano. La celebre invettiva di Leonardo Sciascia contro Paolo Borsellino, ospitata in prima pagina dal Corriere della Sera il 10 gennaio 1987 è risuonata oggi nell’aula bunker del carcere di San Vittore a Milano, nella terza udienza del “maxiprocesso” alla ‘ndrangheta lombarda scaturito dall’operazione Infinito del 13 luglio scorso.

A riesumarla ci ha pensato Roberto Rallo, il legale di Giuseppe “Pino” Neri, il consulente tributario accusato di essere un uomo di vertice della criminalità calabrese trapiantata al Nord. I nuovi “professionisti dell’antimafia”, secondo l’avvocato Rallo, sono le associazioni antiracket che si costituiscono parte civile “di processo in processo”, da Reggio Calabria a Milano, “anche se nessuno dei loro iscritti è stato materialmente danneggiato dagli imputati”. E così facendo “realizzano soltanto l’autoreferenzialità delle loro associazioni, spendendo tra l’altro soldi pubblici”, visto che in genere ricevono finanziamenti.

Sono due le sigle attive contro il “pizzo” che si sono costituite al processo milanese: Sos Impresa di Confesercenti e la Federazione della associazioni antiracket e antiusura italiane, di cui è presidente onorario Tano Grasso (che qui spiegava a Ilfattoquotidiano.it le ragioni della scelta).

“A parte che la Fai non prende contributi pubblici, ormai da vent’anni le associazioni si costituiscono ai processi”, chiarisce Grasso a Ilfattoquotidiano.it. “Noi tuteliamo un interesse diffuso, quello della libertà d’impresa. All’avvocato di Neri direi questo: è importante che noi ci siamo proprio perché anche al Nord le vittime dirette non denunciano e non vanno in tribunale, salvo rari casi. E questo dimostra la forza del vincolo omertoso che vogliamo spezzare”.

L’avvocato Rallo non è nuovo a interventi vigorosi. Nell’udienza precedente si era opposto alle riprese televisive del suo cliente in aula, e fin qui niente di diverso da quasi tutti gli altri imputati. A far la differenza sono le motivazioni: “Le trasmissioni propongono solo stralci, in modo da sposare le tesi del gruppo editoriale che produce l’evento mediatico”.

Oggi in aula è tornato sull’argomento lo stesso Neri, che segue ogni udienza al fianco del suo legale perché non è detenuto, ma agli arresti domiciliari per motivi di salute. Esile, con i capelli e i baffetti bianchi, in un gessato un po’ abbondante, il presunto referente della ‘ndrangheta lombarda ha preso la parola lamentando di essersi visto in un servizio televisivo, e ha chiesto al presidente Maria Luisa Balzarotti di “prendere provvedimenti”.

Anche gli altri protagonisti dell’operazione Infinito partecipano assiduamente, ma da dentro le gabbie, a partire dai due imputati simbolo: Ivano Perego, il giovane presidente della Perego Strade “scalata” dai calabresi, sempre elegante e curato, con i capelli corti e il pizzetto impeccabile; Carlo Antonio Chiriaco, il direttore della Asl di Pavia, smagrito e dimesso, sempre in tuta da ginnastica, con una folta barba bianca, le stampelle e un vistoso collare ortopedico.

Proprio il legale di Chiriaco, Oliviero Mazza, si è fatto notare per un intervento destinato a innescare polemiche. Obiettivo, il Comune di Pavia, anche lui aspirante parte civile. Per gli inquirenti, ha spiegato Mazza, nel 2009 Chiriaco avrebbe convogliato i voti della ‘ndrangheta su Alessandro Cattaneo (Pdl), cioè l’attuale sindaco. “Noi siamo convinti della completa innocenza di Chiriaco”, ha precisato l’avvocato, “ma come può Cattaneo costituirsi parte civile contro chi, secondo l’accusa, lo ha fatto eleggere?”.

Sarà il tribunale ad accogliere o meno le richieste di costituzione, dopo aver ascoltato le repliche della pm dell’antimafia Alessandra Dolci. Luglio dovrebbe andare via nell’esame delle eccezioni preliminari. Oggi, per esempio, diversi legali hanno sollevato la questione della competenza territoriale, chiedendo per i propri assistiti lo spostamento del processo a Reggio Calabria (la “sede principale” dell’associazione a delinquere) o nei tribunali competenti per ogni singolo “locale” individuato in Lombardia. Ma da settembre, il maxiprocesso contro la ‘ndrangheta lombarda degli anni Duemila dovrebbe entrare nel vivo.

Il giudice Scopelliti: la storia dimenticata del “Falcone calabrese”

Fonte: http://www.varesenotizie.it

Presentato ieri a Busto Primo Sangue. La figlia del giudice ucciso dalla ‘Ndrangheta: Siamo qui a parlare perché qualcosa sta cambiando

“La convergenza” tra Stato e Mafia

BUSTO ARSIZIO – “Sfido chiunque, boss compresi, a non commuoversi di fronte alle parole di Rosaria”.Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti erano ieri a Busto Arsizio per presentare “Primo Sangue”. Nel primo libro scritto dal fondatore di Ammazzateci Tutti la storia dimenticata del giudice Antonio Scopelliti, ucciso dalla mafia prima di Falcone e Borsellino perché non volle “accarezzare” il maxi processo.

IL PROCESSO MORO E PIAZZA FONTANA

C’è una storia non raccontata nella Storia del nostro paese. Mentre tutti sanno cos’è Cosa Nostra e hanno sentito parlare della trattativa tra Stato e Mafia pochi sono a conoscenza della guerra di mafia che si è combattuta in Calabria tra il 1986 e il 1991, e dei 1000 caduti in soli 5 anni. Nel 1991 Rosanna aveva sette anni e suo padre, pubblico ministero della Corte di Cassazione, la trasportava da un posto all’altro chiusa in una valigia rossa. Suo padre aveva fatto annullare il matrimonio con la madre e aveva tenuto celata la nascita della figlia a quasi tutti, per cercare di proteggere la propria famiglia da un’attentato mafioso. Il padre di Rosanna era Antonino Scopelliti, “Non un pm, ma Il Pm della Corte di Cassazione” spiega Aldo Pecora. Tra le sue mani passarono i mille misteri della Storia d’Italia: il primo Processo Moro, il sequestro dell’Achille Lauro, la Strage di Piazza Fontana e quella del Rapido 904. Oltre al Maxi processo ai boss mafiosi. 

LASCIATA SOLA

Antonino Scopelliti venne ucciso il 9 Agosto del 1991 perché non piegò la testa di fronte alle richieste della ‘Ndrangheta. “La mafia gli offrì 5 miliardi di lire per “accarezzare” il maxi processo, ma lui rifiutò, perché più di ogni altra cosa voleva giustizia”. A parlare è Rosanna, la figlia del giudice Scopelliti. Per 15 anni è rimasta silenziosa, incapace anche solo di dire chi fosse suo padre. “La sensazione era quella di essere sola. Il funerale è stato fatto dopo meno di 24 ore e la storia di mio padre è stata subito dimenticata. Forse perché non si è voluto andare a vedere cosa ci fosse dietro a quell’uccisione. Giustamente si parla di Falcone e Borsellino, ma il sangue di mio padre è stato il primo a scorrere e forse alla base della sua uccisione c’è il primo patto di sangue tra Mafia e Stato”.

CONVIVERE CON LA ‘NDRANGHETA

In “Primo Sangue” Aldo Pecora, che all’epoca dei fatti aveva solo 5 anni, ricostruisce la figura umana e professionale del giudice, raccontando quello che altri “più grandi e migliori di lui” avrebbero dovuto raccontare. Il libro è nato da una vera e propria “emergenza” un “conato di vomito che è lo stesso che ha fatto nascere Ammazzateci Tutti”. La sensazione che fosse normale morire ammazzati dalla mafia.“In Calabria non faceva differenza se una persona morisse in un incidente sulla Salerno Reggio Calabria o se fosse ucciso dalla mafia”. Ammazzateci Tutti nasce quindi come un grido in una terra, la Calabria, in cui era convinzione generale che “la ‘Ndrangheta non fosse un problema, ma una cosa con cui convivere”. Cinque anni fa l’incontro, casuale, tra Aldo e Rosanna e “da lì inizia un percorso di verità per ricordare quel giudice importantissimo che era stato letteralmente dimenticato”.

LA SPERANZA DEI GIOVANI

Aldo ha 25 anni, Rosanna 27 e la stanza dove si tiene la presentazione del libro, a Busto, è piena di ragazzi. “A indignarsi sono sempre troppe poche persone. Se però tanti giovani hanno il coraggio di indignarsi e prendersi a cuore una vittima di mafia, allora forse qualcosa sta cambiando”. A Busto Arsizio Aldo ormai si sente a casa, qui è nato il primo coordinamento extra Calabrese di Ammazzateci Tutti e qui “si lavora da anni per far presente che in Lombardia c’è un problema di infiltrazione mafiosa”. “Per un anno abbiamo raccolto firme per dedicare ad Antonino Scopelliti una via” ricorda amareggiato Massimo Brugnone, coordinatore lombardo dell’associazione. “La proposta è passata all’unanimità nella commissione Capi Gruppo, stiamo però aspettando da mesi”. Al giudice Calabrese dovrebbero essere dedicati dei giardinetti in via Castelfidardo. Il tempo dell’incontro è volato e Aldo e Rosanna sono attesi ad un altro appuntamento a Rho. Prima, però di scappare, però, una speranza. “Sfido chiunque – dice Aldo – boss compresi, a non commuoversi di fronte alle parole di Rosanna. Compiano l’ultimo atto di dignità e decidano di pentirsi”. Per tutti gli altri l’obbligo, ora, di far uscire dall’oblio il giudice Antonino Scopelliti.

tiziano.scolari@yahoo.it

LUNEDÌ 24 GENNAIO 2011 09:40 TIZIANO SCOLARI


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