• Archivi

  • Foto Ammazzatecitutti Lombardia

Dalla faida di San Luca ai bambini di una scuola media di Milano. La saga della famiglia Nirta. I bidelli della ‘ndrangheta

Fonte: http://www.milanomafia.com

Giuseppe Nirta, ‘u Versu, faceva il bidello a Voghera quando venne coinvolto nel sequestro di Giuliano Ravizza. Secondo la Dda è la mente della faida di San Luca. Suo figlio Giovanni Luca è il marito di Maria Strangio, uccisa nella faida. L’altro figlio, altri tre fratelli sono stati uccisi, però vive a Milano. Dove fa il bidello in una scuola media

La vicenda

Giuseppe Nirta, conosciuto come ‘u Versu, è nato a San Luca il 19 ottobre del 1940. Secondo la Dda è il capoclan della cosca Nirta alleata con gli Strangio nella faida di San Luca. Suo figlio Giovanni Luca è il marito di Maria Strangio la donna uccisa il giorno di Natale del 2006 durante la faida

Oltre a Giovanni Luca ci sono altri tre figli, tutti morti ammazzati in Aspromonte. Un quinto figlio, Antonio, vive invece a Milano dove lavora come bidello in una scuola media comunale.

La stessa professione che svolgeva suo padre Giuseppe nel 1981 quando da bidello di un istituto tecnico di Voghera fece da basista per il rapimento del re delle pellicce, Giuliano Ravizza

Milano, 4 giugno 2010 – Questa è una storia di uomini e di sequestri. La storia di una dinastia e di una faida, la faida di San Luca. Ma soprattutto è una storia di Milano, della mafia a Milano. Una storia che nessuno vi aveva ancora raccontato.
Antonio è nato a Locri 42 anni fa. E’ un uomo difficile, un uomo dell’Aspromonte. Ma dall’Aspromonte è fuggito in cerca di lavoro e per scappare dal piombo della faida di San Luca che tra agguati e conflitti a fuoco con i carabinieri s’è portata via i suoi tre fratelli: Domenico, Giovanni e Sebastiano. Antonio è un Nirta, come lo è suo padre Giuseppe, 70 anni, conosciuto sulle montagne di San Luca come ‘u Versu. Perché Giuseppe Nirta (nella foto all’epoca del processo alle spalle di Domenico Nirta) è un capobastone, ha alle spalle condanne per droga e sequestri di persona. ‘U Versu è un boss della famiglia alleata con gli Strangio nella faida contro i Pelle e i Vottari. Lui è il padre, oltre che di Antonio, di Giovanni Luca Nirta, il marito di Maria Strangio, la donna uccisa per vendetta nella faida di San Luca. La stessa faida che nel Ferragosto del 2007 lasciò a terra 6 cadaveri al ristorante da Bruno di Duisburg. Lo arrestano di nuovo nel maggio del 2008, a San Luca, con l’accusa di essere la grande mente della faida nel corso dell’operazione Fehida. Ma cosa c’entra questa storia con Milano? C’entra moltissimo. Perché Antonio oggi vive sulle colline di San Colombano al Lambro, dove si produce il vino doc di Milano. Ma soprattutto perché Antonio, un precedente per spaccio nel 2002 che lo costrinse all’obbligo di firma e di dimora, oggi fa il bidello in una scuola di Milano. Una scuola media comunale dalle parti di via Mecenate. Lui, l’uomo sfuggito alla faida, l’erede del capobastone Nirta oggi vive come un uomo qualunque tra i bambini della Milano bene, ride, scherza con loro e con i loro genitori. A scuola, nella sede distaccata dell’istituto, nessuno sa niente. E in pochi hanno collegato quel cognome con la storia sanguinaria di San Luca. Del resto il suo conto con la giustizia è stato pagato in silenzio. E oggi ha la possibilità di rifarsi una vita lontano dalla Calabria.

Ma la sua non è una storia qualsiasi. E non solo per le origini. Ma per capirla bisogna fare un salto all’indietro. Un salto di trent’anni al 24 settembre del 1981, quando uomini incappucciati e con il mitra in spalla sequestrano il re delle pellicce, il patron del marchio Annabella di Pavia: Giuliano Ravizza. Tre mesi dopo, il giorno di Natale, i carcerieri liberano Ravizza. Per lui è stato pagato il riscatto record di 4 miliardi. Del commando, o meglio, del gruppo dei sequestratori faceva parte anche ‘u Versu. Giuseppe Nirta viene arrestato pochi giorni dopo, il 4 gennaio del 1982. Il Tribunale lo condanna a 27 anni di carcere. Ma cosa c’entra ‘u Versu con questo sequestro? Per la procura di Pavia prima, e la corte d’Appello di Milano poi, Giuseppe Nirta è stato il basista del gruppo, l’uomo che ha dato l’imboccata ai sequestratori. Ma c’è di più, perché nel lontano 1981 Giuseppe Nirta non stava a San Luca a controllare gli affari di famiglia, bensì a Voghera a uno sputo di chilometri proprio da Pavia. A Voghera, ‘u Versu faceva il bidello in un istituto tecnico. E per i giudici avrebbe sfruttato la sua “faccia ripulita” per avvicinare la famiglia Ravizza. Oggi Giuseppe Nirta, si chiamerebbe collaboratore scolastico. Come suo figlio Antonio che in qualche modo ha seguito le orme del padre. Dalla faida di San Luca, passando per la strage di Duisburg, fino a una tranquilla scuola media comunale di Milano. La dinastia dei Nirta – in silenzio – continua. (cg)

Tutti gli affari dei Barbaro tra Platì, Milano e la Germania. Ecco che fine hanno fatto i soldi del sequestro di Alessandra Sgarella

Fonte: http://www.milanomafia.com

L’ipotesi investigativa è contenuta in un recente rapporto della Bke tedesca. Nel report si tratteggiano tutti gli affari del clan Barbaro in Germania. Tra questi anche i cinque miliardi del riscatto Sgarella

Il sequestro

Alessandra Sgarella viene rapita l’11 dicembre 1997 nella zona di San Siro. Il 22 dicembre il gip Guido Salvini dispone il sequestro dei beni alla famiglia. Il 21 gennaio 1998 arriva la richiesta di riscatto: 50 miliardi di lire. Sette giorni dopo viene chiesto il silenzio stampa. Il 4 settembre, dopo 266 giorni di prigionia, Alessandra Sgarealla viene liberata in Calabria.
Il 7 febbraio 1999 vengono emessi otto ordini di custodia cautealre per altrettanti soggetti implicati nel sequestro. Si tratta di Saverio Gareaffa, Francesco Giorgi, Domenico Grillo, Domenico Perre, Antonio e Francesco Strangio.
A questo gruppo, gli investigatori arrivano grazie ad alcune intercettazioni seguite all’arresto del gruppo Lumbaca nel 1998.
Nei giorni seguenti alla liberazione della Sgarella più volte si sottolinea pubblicamente che si è trattato di una liberazione senza riscatto. E che tutto sia dovuto alla mediazione di un grande boss all’epoca in carcere che da questa liberazione avrebbe ottenuto sconti di pena

Milano, 4 gennaio 2010 – Platì, Milano, Germania. Questa la triangolazione per capire oggi, a distanza di 13 anni, dove sono andati a finire i soldi del sequestro di Alessandra Sgarella Vavassori, l’imprenditrice milanese rapita l’11 dicembre 1997 in zona San Siro e rilasciata in Calabria il 4 settembre 1998, dopo 266 giorni di prigionia (nella foto il primo luogo dove è stata tenuta l’imprenditrice, si tratta di una buca nelle campagne attorno a Buccinasco). Un sequestro senza riscatto, si disse all’epoca. In realtà, secondo un rapporto della Bke tedesca reso noto pochi giorni fa, il denaro, circa 5 miliardi di lire, sarebbe finito in Germania nelle tasche dei referenti della cosca Barbaro.

Ecco un primo appunto sottolineato più volte dagli investigatori tedeschi. “Pochi giorni prima del rilascio, il marito di Alessandra Sgarella si reca ad Hong Kong e qui movimenta sette miliardi, trasferendone cinque in Germania”. Secondo la Bke “fonti confidenziali confermerebbero che la famiglia Sgarella prima che la magistratura bloccasse i beni, avrebbe trasferito una cospicua somma di denaro in Germania”. Nel mirino degli investigatori ci sono poi nomi e luoghi precisi. Si tratta della paese di Lubecca, città dello Schleswig-Holstein, il land più a nord della Germania. Qui gli investigatori ricavano due indirizzi ben preciso: Klappenstrate 15b e 24, dove abitano Biagio Curro e Domenico Curro, entrambi originari di Scido in provincia di Reggio Calabria. Prosegue l’informativa tedesca: “Questi indirizzi sono stati trovati durante una perquisizione domiciliare. Ad oggi, i due non hanno precedenti di polizia, anche se il luogo di nascita si trova nella zona in cui opera la cosca Barbaro”.

E proprio i Barbaro hanno un rapporto privilegiato con la Germania. “Giuseppe Barbaro nato a Platì il 24 maggio 1956, figlio del capobastone Francesco Barbaro, spesso si è recato in Germania per sfuggire alle ricerche della polizia italiana”. Prosegue la nota: “Dopo alcune ricerche al Registro centrale degli stranieri è emerso che suo cognato è residente a Krefeld. Il cognato, che si chiama come lui, Giuseppe Barbaro, è nato a Paltì il 16 febbraio 1959”. Di più: fino al 1996 sempre a Krefeld ha abitato Antonio Brizzi, calabrese incensurato, legato da vincoli familiari al latitante.

Dopodiché, per puntellare ancora di più l’ipotesi del flusso di denaro dall’Italia alla Germania, passando per Hong Kong, la polizia tedesca ricostruisce in maniera minuziosa i rapporti familiari e d’affari tra i vari uomini del clan. E lo fa partendo da un dato: “La famiglia Papalia rappresenta il ramo milanese della cosca Barbaro”. E infatti: “Francesco Barbaro è spostato con Maria Papalia e di conseguenza è legato ai tre fratelli Papalia, Domenico, Rocco e Antonio”. Il breve albero genealogico tesse i legami anche con i clan di San Luca, i Pelle in particolare, coinvolti nella strage di Duisburg. Scrivono gli investigatori: “Nell’ambito della faida di San Luca, riaccesasi nel 2006, Barbaro ha tentato tramite suo genero di riappacificare i clan nemici. Scopo raggiunto solo dopo il massacro di Duisburg del 15 agosto 2007”. I tesori nascosti della ‘ndrangheta di Platì in Germania emergono poi in un altro passaggio dell’informativa in cui si parla del platiota Rocco Pochì, tra il 1976 e il 1999 residente in Germania. “Pochì, tra il 2002 e il 2003, si reca in Australia e da qui in Bolivia per organizzare traffici di droga. Per concludere gli affari però tornava in Germania”. E non a caso, visto che a Donaueschingen, piccolo centro della Renania, viene scoperto un laboratorio per raffinare la droga. Dopodiché la Procura di Cosatnza, nel settembre 2004, “ha emesso a carico di Pochì un mandato di accertamento della residenza”. Quindi nel 2005, il Goa di Catanzaro lo indaga per associazione mafiosa. Durante questa indagine, la finanza intercetta una telefonata che il cognato di Pochì fa in Germania. “L’utenza è intestata a Natale Perre nato il 25 dicembre 1958 a Platì”. Di più: “Secondo accertamenti risulta che Natale Perre era residente a Magdeburgo”. Il cognome, noto anche agli investigatori di Milano, segna un punto di svolta. I Perre, infatti, fin dagli anni Settanta, “vengono indagati dalla polizia tedesca per mafia, traffico di droga e armi, prostituzione, gioco d’azzardo e traffico di essere umani”. Di questa famiglia, fa parte anche Saverio Perre, nato a Platì il 4 giugno 1944 “viene considerato – si legge nel rapporto – capo del clan Perre in Germania”. Dove arriva negli anni Settanta. “Qui è stato residente a Hagen, Hannover, Gottingen e Magdeburgo”. Città, quest’ultima, dove ritorna nel 2007. Qui, per tutti gli anni Novanta, “ha gestito diversi locali notturni, sale da gioco e successivamente ristoranti”. Secondo la Dia, però, ad oggi non vi è certezza di un suo collegamento con la famiglia Perre di Platì, storica alleata dei Barbaro. (dm)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: