• Archivi

  • Foto Ammazzatecitutti Lombardia

La direzione antimafia: “Lombardia colonizzata dalla ‘ndrangheta”

Fonte: http://www.varesenews.it

Ora lo dice anche la relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia: la Lombardia, dopo la Calabria, è la regione più infiltrata dalla ‘ndrangheta che, anche qui, è riuscita ad imporre il suo modello di colonizzazione (nella foto a sinistra la riunione dei vari capi lombardi in un circolo di Paderno Dugnano intitolato a Falcone e Borsellino). Nelle 1100 pagine di relazione la regione più popolosa e ricca d’Italia ha ottenuto un ampio spazio da parte della procura nazionale grazie alla maxioperazione lombardo-calabrese che ha portato all’arresto di oltre 300 persone delle quali la metà residenti (o domiciliate) in Lombardia. L’hinterland milanese (Rho, Desio, Bollate, Legnano) e la città di Brescia sono al top della speciale classifica dei centri infiltrati dalle cosche calabresi ma anche la provincia di Varese con Lonate Pozzolo e Ferno,due paesi infiltrati da esponenti della locale di Legnano, non può essere esclusa dalla nuova relazione. Proprio in provincia di Varese, infatti, è partita la prima inchiesta (denominata Bad Boysgiunta ormai alle condanne) che ha fatto da apripista alla più grande operazione Infinito del luglio 2010.

Qui più che altrove la ‘ndrangheta ha trovato terreno fertile per imbastire relazioni con l’humus imprenditoriale locale, relazioni perverse che sono poi sfociate nell’estorsione e nell’usura, nell’imposizione dei propri camion e dei propri mezzi per il movimento terra, una delle attività più fiorenti tra le varie locali di ‘ndrangheta fiorite a partire dagli anni ’90 in tutto il territorio lombardo. L’operazione Bad Boys, del marzo 2009, aveva sgominato quella di Legnano-Lonate Pozzolo con 39 arresti effettuati nelle prime ore di una tiepida mattina di primavera. Quell’inchiesta ha svelato come, in un piccolo centro del Varesotto, sotto l’apparente tranquillità della vita quotidiana di provincia si nascondesse un verminaio di estorsioni, usura, prevaricazioni e coperture di personaggi che non si nascondevano nemmeno più di tanto. Personaggi come Nicodemo Filippelli ed Emanuele De Castro, coadiuvati da collaboratori spregiudicati che facevano il lavoro sporco, imponevano le loro logiche tra le tante imprese edili (e non solo) della zona fino ad arrivare al condizionamento delle elezioni amministrative grazie alla forte componente di cittadini provenienti da Cirò Marina.

Lo stesso modello di infiltrazione, giunta fino ai limiti del potere politico, era stato ripetuto a Bollate, Desio (dove è caduta una giunta intera), Rho, Pavia, Cormano, Milano, Corsico, Bresso, Limbiate, Solaro, Mariano Comense, Pioltello, Erba e Canzo, Seregno. In ognuno di questi comuni e nel loro circondario c’erano uomini pronti a tutto per arricchire la cosiddetta “bacinella”, ovvero la cassa comune nella quale andavano tutti i proventi delle varie locali lombarde. Dei denari a disposizione di questa cassa comune tutto sapevano in Calabria, il centro nevralgico dell’impero economico delle ‘ndrine. Chiunque si fosse messe di traverso, magari pensando di emulare le gesta di Bossi e della Lega Nord nelle loro terre con un federalismo della malavita, sarebbe stato ucciso. Il corpo di Carmelo Novella, crivellato di colpi in un bar di San Vittore Olona, ne è stata la dimostrazione lampante.

 

 

La ‘ndrangheta investe nella tav al Nord? Il giudice dice no e toglie l’associazione mafiosa

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Mario Portanova

Il Tribunale di Monza ha assolto il presunto clan Paparo dal reato di 416bis. Torna d’attualità la difficoltà al nord di dare condanne che riguardino la criminalità organizzata

Quando scattò l’operazione Isola, il 16 marzo 2009, per la Lombardia fu uno scossone. Secondo l’accusa, una cosca della ‘ndrangheta si era aggiudicata un subappalto nel cantiere di una grande opera pubblica, l’Alta velocità ferroviaria. Non in Calabria, ma alle porte di Milano, nella tratta fra Pioltello e Pozzuolo Martesana. La vicenda divenne subito un simbolo dell’assalto criminale all’economia del Nord. Due anni dopo, però, la sentenza di primo grado del Tribunale di Monza cancella per tutti gli imputati il reato di associazione mafiosa, contestato dal pm Mario Venditti della Direzione distrettuale antimafia. E riapre una questione di cui gli addetti ai lavori discutono da anni: come si prova un’accusa di mafia nel nord Italia?

Non è stato un colpo di spugna, dato che condanne rilevanti hanno colpito diversi imputati, per lo più appartenenti alla famiglia Paparo, originaria di Isola di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, trasferita tra Cologno Monzese e Brugherio negli anni Ottanta.

Marcello Paparo, il 46enne imprenditore indicato come il capo dell’organizzazione, si è preso sei anni di reclusione per possesso di armi, per aver ordinato il brutale pestaggio di un lavoratore di una sua cooperativa e per averne intimiditi altri. Sempre il possesso di armi è costato tre anni a suo fratello Romualdo, anche lui impegnato nella gestione delle aziende di famiglia, e in particolare della P&P che lavorava al movimento terra nel cantiere dell’Alta velocità. Pene fra i due anni e sei mesi e quattro anni e quattro mesi sono toccate ad altri tre imputati.

Saranno le motivazioni della sentenza a spiegare perché la corte, presieduta dal giudice Giuseppe Airò, abbia rigettato l’accusa di mafia, sia pure con la formula che ricalca l’insufficienza di prove. Dallo svolgimento del processo e da qualche indiscrezione è possibile però ricavare qualche indicazione. Sono emersi legami tra i Paparo e le cosche dominanti di Isola Capo Rizzuto, gli Arena e i Nicoscia. In alcune intercettazioni, Marcello Paparo e alcuni familiari si mostrano partecipi e preoccupati delle vicende di ‘ndrangheta nel loro paese d’origine. I giudici, però, non hanno individuato alcun elemento di “mafiosità” nel comportamento della famiglia su al Nord.

Per esempio è un’azienda lombarda, la Locatelli di Grumello Monte in provincia di Bergamo, a concedere i “subappalti”, in realtà noleggi di camion con autisti per il movimento terra, alla P&P dei Paparo, e dalle indagini non emergono violenze né intimidazioni. Anzi, i rapporti tra i padani e i calabresi appaiono improntati alla massima collaborazione, anche quando si tratta di truccare qualche carta per aggirare i controlli antimafia. Circostanza confermata dalla sentenza, ma sono fatti del 2004 e quindi prescritti.

Stessa situazione per l’altro grande business dei Paparo, le cooperative di facchinaggio del consorzio Ytaka. Il cliente più importante, la Sma, si è costituita parte civile al processo – prima azienda privata in Lombardia a compiere una scelta del genere – eppure i suoi manager hanno parlato di un rapporto economico nato in modo pulito e lecito.

Le ritorsioni dei Paparo sono cominciate solo dopo gli arresti del 2009, quando la catena della grande distribuzione ha rescisso immediatamente il contratto con le cooperative di Ytaka. Ne è seguita l’occupazione del piazzale del magazzino di Sma di Segrate da parte dei lavoratori, una protesta sindacale accompagnata però da minacce di ben altra natura. “Concorrenza sleale con violenza” è il reato per cui è stato condannato Salvatore Paparo, un altro fratello di Marcello.

Due accuse di tentato omicidio, sempre legate al settore delle cooperative di servizi, sono cadute durante il procedimento. Il tribunale ha invece riconosciuto la responsabilità di Marcello Paparo come mandante del pestaggio di Nicola Padulano, un carrellista impiegato alla Sma di Segrate che accampava rivendicazioni sulle condizioni di lavoro. Un dirigente dell’azienda aveva segnalato la necessità di intervenire sul rompiscatole che stava “creando problemi”. Paparo dapprima gli offre dei soldi per andarsene, senza successo. Il 15 settembre 2006 un paio di persone aspettano Padulano sotto casa, a Segrate, e lo pestano a sangue: «frattura cranica e fratture multiple al volto e alla gamba destra», è il referto del pronto soccorso. Come esecutore materiale dell’agguato è stato condannato Michele Ciulla, fidanzato di Luana Paparo, la figlia ventenne di Marcello, anche lei finita in carcere con l’accusa di associazione mafiosa e assolta dal tribunale di Monza.

In sintesi: i Paparo erano imprenditori in contatto con le cosche calabresi, giravano illegalmente armati e più volte hanno regolato le questioni d’affari con la violenza e la minaccia. Ma questo, secondo i giudici, non basta a definirli mafiosi. O meglio, anche se lo fossero, non avrebbero messo in campo la loro “mafiosità” nell’attività imprenditoriale esercitata al Nord. E dunque sono stati assolti dal 416 bis.

La sentenza di Monza pare l’esatto opposto di quella milanese che l’anno scorso ha condannato per associazione mafiosa, sempre in primo grado, diversi esponenti della famiglia Barbaro-Papalia, calabresi di Platì trapiantati da decenni a Buccinasco, e persino un lombardissimo imprenditore del movimento terra, Maurizio Luraghi.

Ai Barbaro-Papalia non è stato possibile attribuire specifici episodi di violenza e intimidazione, ma secondo la sentenza ottenevano lavori edili con la forza dell’intimidazione insita in un cognome di grande tradizione ‘ndranghetista. Ai Paparo sono state attribuite singole condotte criminali, ma non la capacità di incutere un vero terrore mafioso nei loro interlocutori.

Il confine è labile e il tema è delicato, visto che fra non molto, l’11 maggio, prenderà il via a Milano il “maxiprocesso” agli imputati della grande operazione Infinito del 13 luglio scorso. Quella che nel ramo milanese portò in carcere circa 150 persone accusate di costituire il nerbo della ‘ndrangheta lombarda del nuovo millennio.

Il cadavere bruciato con la pallottola in testa. Natalino Rappocciolo, ammazzato (nel silenzio) il soldato di Pepè Onorato

Fonte: http://www.milanomafia.com

L’uomo è stato ucciso e bruciato a Pioltello lo scorso giugno. Un omicidio dimenticato, tutti pensavano fosse un immigrato. Invece Rappocciolo, affiliato alle cosche, è il quinto assassinio di mafia in meno di due anni a Milano

Chi è?

Natale Rappocciolo, è nato a Melito Porto Salvo nel 1959. Subito si trasferisce a Milano e in particolare nella zona di corso Buenos Aires. Si lega al clan di Giuseppe Pepè Onorato
Suo padre Antonio viene ucciso nel 1981 nel carcere di San Vittore dove è rinchiuso

Nel 2002 Natalino Rappocciolo viene coinvolto in una vicenda di traffico di droga dalla quale esce dopo aver fatto alcune ammissioni in aula. Ma non chiede lo status di collaboratore di giustizia. Per lui una lieve condanna che lascia molti dubbi nella banda

Nel pomeriggio di sabato 27 giugno 2009 il suo corpo carbonizzato viene trovato nelle campagne di Pioltello. La vittima però viene identificata solo dopo diversi giorni. Durante l’autopsia viene scoperto un foro di pallottola alla nuca: è stata un’esecuzione

Il quinto omicidio di mafia a Milano dal marzo del 2008 quando viene ucciso Rocco Cristello a Verano Brianza. Poi toccherà a Carmelo Novella, Cataldo Aloisio e Giovanni Di Muro

Ci sono storie di cadaveri lasciati a marcire nei campi. Storie di corpi bruciati nel fuoco. Ci sono storie di agguati e omicidi di rabbia. Di morti ammazzati. Ci sono storie di mafia. Storie che mettono i brividi. E poi c’è la storia di Natale Rappocciolo, il quinto morto ammazzato di mafia a Milano in meno di due anni. Una storia maledetta, che nessuno vi ha ancora raccontato.

E’ pomeriggio a Pioltello. Il pomeriggio di sabato 27 giugno 2009. Il quartiere artigianale a due passi dalla statale Rivoltana lo chiamano Seggiano, Seggiano di Pioltello, come quando in questi campi trasformati in terreni edificabili e fabbriche ci piantavano solo il grano, quando c’erano le cascine. Seggiano, frazione di Pioltello, dunque. La via Piemonte è una strada che cinge le fabbriche, che attraversa una grande rotonda, che porta a un campo di pallone, un campo con la pista d’atletica e l’erba ancora verde. Davanti al campo un parco con i giochi gonfiabili per i bambini, dall’altro un parcheggio e poi altri campi, incolti o coltivati controvoglia. A volte, spesse volte, qui ci finiscono le famiglie sudamericane, con i loro weekend chiassosi, con le loro birre, con la musica dalle autoradio. Magari gli stessi sudamericani del quartiere Satellite, l’enorme complesso popolare dove convivono solo stranieri.

Di sicuro, nel pomeriggio di sabato 27 giugno 2009, a Seggiano c’è un cadavere. Lo trovano lungo una stradina, tra gli alberi. Il cadavere è un ammasso raggrinzito e carbonizzato. Bruciato e ormai consumato anche dalla decomposizione che ha sbranato le ossa, e quel poco rimasto dei tessuti. Arrivano i carabinieri. Li chiama un contadino, il proprietario del terreno. E’ lui che ha scoperto il cadavere: c’è stata una grandinata venerdì, e lui il giorno dopo ha controllato i campi uno per uno, e tra due alberi ha visto il corpo bruciato. E lì vicino c’è anche una macchina, una Volkswagen Polo. E’ ferma, nessuno sa cosa possa centrare con quel corpo carbonizzato, si aspetta sera ma la macchina resta lì. Il cadavere è irriconoscibile, non ci sono documenti, niente di niente. E se è per questo non c’è neppure una coltellata, non una bastonata, non una ferita. Che si tratti di omicidio lo dice solo il fatto che i corpi, da soli, non bruciano. I carabinieri non parlano. Sui giornali, solo su quelli locali, si dice che il morto di via Piemonte potrebbe essere uno di quei sudamericani che qui si ubriacano dal sabato alla domenica, magari ucciso per una donna o per una parola di troppo. Passano i giorni a Pioltello. E l’uomo carbonizzato sparisce dalla memoria.

Natale Rappocciolo è nato a Melito Porto Salvo il 9 giugno del 1959. L’ultima residenza a Segrate, a due passi da Milano 2. La moglie ne ha denunciato la scomparsa ai carabinieri il 10 di giugno. Era uscito di casa, non è rientrato. Il 9 giugno del 2009, avrebbe festeggiato il suo cinquantesimo compleanno. L’ultimo. Sono i primi di luglio quando viene eseguita l’autopsia sul cadavere di via Piemonte, si prendono le impronte, il dna. Il corpo è quello di Rappocciolo. In testa, sul retro, tra il collo e l’attaccatura dei capelli, nel centro della nuca il medico legale scova il foro di un proiettile: Natale Rappocciolo è stato ammazzato. Intorno i segni quasi carbonizzati della polvere da sparo, segno di un colpo sparato da vicino: un’esecuzione. La storia si fa tremendamente complicata. Anche perché la storia di Natale Rappocciolo non è una storia qualunque. Suo padre Antonio nel primo pomeriggio del 19 giugno del 1981 viene accoltellato nel sesto raggio del carcere di San Vittore. Muore la sera stessa al Policlinico. Negli anni Novanta invece di Rappocciolo, di Natale, di suo fratello Domenico e di sua sorella Caterina, parla il pentito Saverio Morabito. Dice che loro, insieme, gestivano un giro di cocaina dice che Natalino è un uomo di Pepé Onorato, temuto boss della ‘ndrangheta a Milano.

Da queste accuse Rappocciolo viene prosciolto, ma solo anni più tardi. Quando invece viene provata un’altra storia, un traffico di droga curato in nome e per conto di Pepè, che lo porterà in carcere il 23 dicembre del 2002, quando i carabinieri di Verona in trasferta a Genova sequestrano 125 chili di cocaina arrivata via mare. In galera finiscono 5 persone, tra loro c’è Rappocciolo, che vive nella zona di corso Buenos Aires e nel frattempo è diventato un nome molto noto negli ambienti della criminalità calabrese. Lui doveva piazzare la droga nel Nord Italia. Rappocciolo finisce in carcere, con lui anche un uomo legato ai Trimboli. Poi Rappocciolo parla con il magistrato, fa alcune ammissioni e le sue parole (ma non solo) portano alle condanne del gruppo intero. Lui, che non chiede lo status di collaboratore di giustizia, nel 2006 ripete le stesse dichiarazioni in aula e da quell’inchiesta esce con pochi anni di carcere grazie al rito abbreviato. La decisione dei giudici non piace agli altri calabresi coinvolti nell’inchiesta e neppure al temuto don Pepè Onorato. Qualche mese di carcere, poi Natale Rappocciolo viene liberato. Fino al 9 giugno del 2009, quando sparisce di primo pomeriggio, per ricomparire da morto ammazzato. Quando tutti pensano che quel corpo bruciato e senza volto sia solo il resto della vita malandata di un immigrato qualunque. Invece Natale Rappocciolo è un soldato della ‘ndrangheta. Un uomo d’onore. Il quinto morto ammazzato di mafia in un anno e mezzo a Milano. (cg, dm)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: