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L’omicidio Scopelliti nelle parole della figlia

L’incontro con Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Antonino ucciso nel 1991, e Aldo Pecora, autore del libro sulla vicenda è avvenuto all’Università dell’Insubria

fone: VareseNews

Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti all'università dell'Insubria«Un’importante luce su una vicenda che non può rimanere inascoltata». Questo il commento degli studenti presenti all’incontro tenutosi ieri pomeriggio presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Insubria di Varese, e invideoconferenza con Como, che ha visto la presentazione del libro “Primo Sangue” diAldo Pecora.

Un grintoso e determinato Aldo Pecora, fondatore del movimento “Ammazzateci Tutti”, ha saputo catturare l’attenzione dei futuri giuristi, unendo abilmente diritto e ricostruzione storica. Puntuale è stata l’analisi del contesto storico – ambientale che ha portato all’omicidio del giudiceAntonino Scopelliti il 9 agosto 1991 per mano della mafia, e delle vicende giudiziarie che hanno portato all’assoluzione confermata in Cassazione degli imputati, condannati in primo grado all’ergastolo come mandanti dell’eccellente omicidio.

Culmine della giornata è stata l’emozionante testimonianza di Rosanna Scopelliti, unica figlia del giudice Scopelliti e Presidente della omonima Fondazione, che ha ricostruito quello che gli occhi di una bambina di 8 anni hanno visto e vissuto in quel 1991 che ha cambiato per sempre la sua vita. Toccante la ricostruzione delle tecniche utilizzate dal padre per proteggere la figlia da un nemico che ha confermato di essere spietato, riuscendo a farle vivere quelle esperienza come se fossero un semplice gioco avente come premio una serata di serenità con i propri genitori.

L’incontro di ieri pomeriggio – 4 maggio 2012 –  in Università, unito alla recente manifestazione che ha visto scendere in piazza a Busto Arsizio migliaia di giovanissimi intenti a gridare il loro no alla mafia, è una chiara dimostrazione di come Ammazzateci Tutti stia riuscendo a fare breccia nelle coscienze dei giovani lombardi.

Il ciclo “Criminalità organizzata tra Nord e Sud Italia” proposto dalla cattedra di Diritto Penale Progredito della Professoressa Perini e da Giuseppe D’Aquaro, rappresentante degli Studenti e membro di Varese Studenti, proseguirà venerdì prossimo alle 14.30 presso il Padiglione Seppilli di via Ottorino Rossi con ospiti il Procuratore della Repubblica Maurizio Grigo e il dirigente della Squadra Mobile Sebastiano Bartolotta.

5/05/2012

L’Insubria contro la mafia con Scopelliti e Pecora

fonte: La Provincia di Varese del 3 maggio 2012

 

VARESE Due incontri per riflettere sulla criminalità organizzata. Per capire i motivi dell’espansione di un modello ancora troppo vincente, e quali sono i punti deboli su cui far leva per sconfiggerlo.

È il senso dell’iniziativa che l’associazione “Varese Studenti” ha organizzato insieme al corso di diritto penale progredito: due incontri, venerdì 4 e venerdì 11 maggio, con vittime e protagonisti della lotta alle mafie. Alle 14.30 di venerdì 4, nel Padiglione Seppilli di via Rossi, ci saranno Aldo Pecora, fondatore dell’associazione “Ammazzateci Tutti”, e Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Antonino Scopelliti, assassinato dalla mafia il 9 agosto 1991.
Presenteranno il libro di Pecora, “Primo Sangue”, che prende le mosse dall’omicidio Scopelliti per raccontare la ‘ndrangheta. Venerdì 11 maggio, sempre alle 14.30 in via Rossi, interverranno il procuratore Maurizio Grigo e il dirigente della squadra mobile di Varese Sebastiano Bartolotta. Il loro sarà un focus sulla situazione varesina, sugli sviluppi più recenti delle mafie nascoste ma attive anche da noi.
«Una panoramica necessaria, soprattutto per degli studenti di giurisprudenza – ha detto la professoressa Chiara Perini, tra i promotori dell’iniziativa e docente di diritto penale progredito a Varese – anche per capire quello che il legislatore può ancora fare per combattere il fenomeno mafioso. Lo ha dimostrato il caso Dell’Utri: la strada è ancora lunga».

Rosanna Scopelliti: non dimenticate mio padre

Fonte: http://www.bresciadomani.it

Durante la presentazione di “Primo sangue”, il libro di Aldo Pecora sull’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, abbiamo conosciuto Rosanna, la figlia del magistrato.
In pochi sapevano che il giudice Scopelliti si era sposato, ancora meno persone sapevano che avesse avuto una bambina.
La sua esistenza è stata a lungo tenuta segreta per ragioni di sicurezza, erano troppi, infatti, i nemici che il padre si era fatto nel corso degli anni.
Il giudice Scopelliti era uno dei più tenaci e implacabili sostituti procuratori presso la Corte di Cassazione, si occupò di molti processi contro la mafia ed i terroristi. Un uomo che non ha mai tentennato nemmeno davanti ai casi più difficili; rappresentò, infatti, la pubblica accusa nel primo Processo Moro, nel sequestro dell’Achille Lauro, nella Strage di Piazza Fontana e nella Strage del Rapido 904.
Nel 1991 stava lavorando al rigetto dei ricorsi in Cassazione avanzati dei mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. La Cupola tentò più volte di corromperlo, arrivando anche ad offrirgli 5 miliardi di lire per favorirne l’assoluzione, ma di fronte all’integrità del magistrato il denaro non poteva nulla.
La Mafia non poteva toccarlo a Roma, dove lavorava, perché lì era sempre sotto scorta, l’omicidio doveva essere compiuto in Calabria. Lì Scopelliti non aveva nessuna protezione, credeva che tra la sua gente sarebbe stato al sicuro, non pensando che, pur di eliminarli, la Mafia sarebbe arrivata a stringere un’alleanza con la ‘ndrangheta.
Così il pomeriggio del 9 agosto ’91, una moto si affiancò all’auto del magistrato che tornava dal mare, in località Campo Calabro, colpendolo con un fucile a pallettoni e uccidendolo all’istante.
Nessun colpevole venne condannato per questo omicidio, il primo processo fu annullato il giorno prima della sentenza, mentre l’appello vide assolvere tutti gli imputati. Fu l’unico caso in cui non venne riconosciuta la validità del “teorema Buscetta”, secondo cui erano sempre i boss della Cupola i mandanti di ogni omicidio.
Rosanna, a soli 7 anni, scopre della morte del padre dalla televisione, un pensiero le attraversa la mente “non sempre i buoni vincono”. Va a Roma con la madre e da quel momento torna in Calabria solo lo stretto necessario, è troppo doloroso ritornare in quella terra, passare in treno vicino al luogo dell’attentato.
Quando per caso incontra Aldo Pecora, il fondatore di Ammazzateci Tutti, questi le chiede di raccontare e ripercorrere la storia del giudice.
“E’ cominciato così un viaggio alla scoperta della Calabria, ma anche un viaggio alla riscoperta di mio padre. Ho capito che per tanto tempo ho, forse inconsapevolmente, incolpato mio padre di avermi lasciata sola, di aver sacrificato se stesso per un Paese che lo ha dimenticato”.
Dopo la morte del padre, Rosanna e la madre hanno provato molta solitudine, poco si è parlato di quel cruento omicidio, ancora meno è stato fatto per ricordare il sacrificio del giudice.
“Nel tribunale di Reggio Calabria – ci dice Rosanna – non c’è una targa, non c’è un’aula dedicata al suo nome”.
La ragazza ha sempre saputo che il padre era in pericolo, i genitori avevano sempre cercato di rendere normale questa situazione, anche la valigia rossa in cui a volte doveva nascondersi durante gli spostamenti.
“Sapevo di vivere una situazione particolare, a scuola firmavo solo con l’iniziale del cognome e agli altri bambini dicevo che il mio papà era un medico”. Nonostante ciò Rosanna ricorda un padre attento e premuroso, che amava immensamente la famiglia.
Conoscere i ragazzi dell’associazione Ammazzateci Tutti ha permesso a Rosanna di vedere che accanto a quella Calabria che ancora oggi non parla ad alta voce di ‘ndrangheta, esistono persone che affrontano il nemico a viso scoperto.
Insieme con Aldo Pecora, Rosanna decide di raccontare la storia di suo padre nel libro Primo Sangue, che ripercorre le vicende umane e professionali del giudice Scopelliti. Un viaggio nel tempo che porta alla luce anche tutte le stranezze delle indagini: il corpo del magistrato venne sepolto in sole 24 ore, il luogo dell’attentato venne riaperto al traffico in poche ore, nessuno ammise mai di aver visto o sentito nulla.
Rosanna Scopelliti oggi ha solo 26 anni eppure ha deciso di impegnarsi con tutte le sue forze perché la memoria del padre non venga cancellata, nella speranza di ottenere giustizia per lui e per tutte le altre vittime della mafia.

Sara Trigiani

La Mafia al Nord: parla Massimo Brugnone di “Ammazzateci Tutti” Lombardia

Fonte: http://www.bresciadomani.net

Giovani coraggiosi impegnati nella lotta alla Mafia. Ieri sera a Ghedi, alla presentazione di “Primo sangue”, il libro di Aldo Pecora sull’omicidio del giudice Scopelliti, oltre all’autore c’erano anche Massimo Brugnone, responsabile diAmmazzateci tutti-Lombardia e Rosanna Scopelliti, la figlia del magistrato assassinato il 9 agosto 1991, mentre era in vacanza in Calabria a Piale, frazione di Villa San Giovanni.
Per il delitto Scopelliti furono celebrati al Tribunale di Reggio Calabria ben due processi, uno contro Totò Riina e tredici capi mafia e un secondo procedimento contro Bernardo Provenzano e altri nove boss della cosiddetta  Commissione regionale di Cosa Nostra, tra cui Nitto Santapaola e Filippo Graviano. Furono tutti condannati in primo grado nel 1996 e nel 1998 e successivamente assolti in Corte d’Appello nel 1998 e 2000, perché le accuse dei collaboratori di giustizia e del pentito Giovanni Brusca vennero giudicate discordanti.

Cerchiamo di capire perchè un giovane di 23 anni, Massimo Brugnone, che studia giurisprudenza e vive a Busto Arsizio, abbia deciso di intraprendere questa missione particolare: rendere consapevoli i suoi coetanei e la sua gente che anche nel Nord ricco e felice esiste la Mafia.
L’incontro decisivo avviene nel 2007, quando conosce Aldo Pecora, il ventiquattrenne fondatore di Ammazzateci Tutti, un’ associazione di giovani che lottano contro la ‘ndrangheta, che gli mostra un mondo di cui non era consapevole.

La prima reazione è stata di sgomento, come poteva esserci la Mafia in Lombardia?”: ricorda Massimo, che dopo quelle rivelazioni decide di aprire una sezione lombarda dell’associazione Ammazzateci Tutti.

“Da allora abbiamo cominciato a collegare fatti che prima passavano inosservati. Oggi viene incendiato un bar, domani sparano alla vetrina di un negozio… così abbiamo aggiunto una materia ai nostri studi. Leggiamo le carte delle indagini e le relazioni della procura antimafia, andiamo ai processi per mafia a Busto Arsizio e a Milano. Soprattutto cerchiamo di portare questi fatti alla conoscenza di tutti.”

Impossibile rifiutare la realtà di fronte ai dati concreti: a Paderno Dugnano la Cupola si riuniva nel circolo Falcone e Borsellino, a Desenzano viveva Francesco Scullino, boss della ‘ndrangheta. Di lui i vicini dicevano che era “un bell’uomo distinto”.

“Dobbiamo dimenticare l’immagine dei mafiosi con la coppola e la lupara, in Lombardia la criminalità organizzata va a braccetto con la politica, senza alcuna distinzione di partito”.

Massimo ci ricorda che a Desio nel novembre 2010 la giunta di destra è stata sciolta per infiltrazioni mafiose, mentre a Trezzano è stato arrestato il sindaco del Pd. L’operazione di carabinieri “Mafia sul lago” ha dimostrato che nel Nord coabitano pacificamente mafia, camorra e ‘ndrangheta.
Tra le nebbie della pianura padana avvengono estorsioni, ricatti, usura. Le infiltrazioni mafiose sono, tuttavia, soprattutto nel mondo degli affari e della finanza, perché i boss hanno capito che la gente del nord è brava a far girare i soldi. Esiste una vera e propria borghesia mafiosa, fatta di notai, avvocati e commercialisti che ripuliscono il denaro sporco, oltre a molti imprenditori la cui sottomissione alla mafia rasenta la collusione.

Ma perché nessuno denuncia?
“Molti hanno paura e vergogna, ma soprattutto temono di non essere creduti. Come possono raccontare al vicino di casa che qualcuno gli chiede il pizzo? O che hanno chiesto un prestito e ora vengono taglieggiati? Queste cose non succedono nel nord, la gente vede la mafia come qualcosa di astratto, un problema del sud che qui non esiste. Così le vittime si sentono isolate e non denunciano”.

Cosa si può fare per contrastare questa situazione?
“Bisogna creare consapevolezza, rendere reale il problema in modo da spingere le persone a parlare senza paura e senza vergogna. La nostra lotta principale è far capire alla gente che la mafia si combatte soprattutto portando i suoi traffici alla luce del sole”.

Oggi la sezione della Lombardia di Ammazzateci tutti conta oltre 150 iscritti che organizzano soprattutto serate d’informazione e eventi nelle scuole. Come reagiscono i giovanissimi quando parlate loro di criminalità organizzata?
Spesso sono sbalorditi quando gli parliamo della mafia in Lombardia, ma sono anche molto più aperti degli adulti e forse proprio attraverso loro potremo portare il problema all’attenzione delle famiglie”

Non c’è il rischio che alcuni vengano attratti dalla mafia?
“Purtroppo molti ragazzi, soprattutto nei contesti di disagio, vengono coinvolti nel traffico della droga. Sono soldi facili che sembrano guadagnati senza rischio, ma sono giri da cui è difficile uscire. Per questo quando parliamo nelle scuole puntiamo molto sul rispetto della legalità, anche nelle piccole cose. Quando un bullo non fa la fila, oltre a sbagliare lui sbagliano tutti quelli che glielo permettono senza dire nulla”.

Scopelliti, un giudice dimenticato: “ma era come Falcone e Borsellino”

Fonte: http://www.varesenews.it

Aldo Pecora, fondatore di Ammazzateci Tutti e Rosanna, figlia del magistrato ucciso nel 1991, hanno presentato da Boragno il libro “Primo Sangue” che ricostruisce il delitto e tratteggia la figura paterna. Ai boss: “Pentitevi e collaborate”

Pubblico numeroso e tanti ragazzi per la “tappa” bustese di Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti per promuovere il libro “Primo Sangue” (BUR-Rizzoli), dedicato alla figura del giudice Antonino Scopelliti, assassinato il 9 agosto 1991 a seguito di uno scellarato patto fra la mafia dei corleonesi e la ‘ndrangheta del Reggino. Omicidio impunito: mai individuati gli esecutori, assolti i presunti mandanti. Il giovane leader di Ammazzateci Tutti (25 anni da poco compiuti) e la non ancora 27enne figlia del magistrato ucciso, ospiti alla Galleria Boragno, hanno fatto il pienone: poco prima avevano avuto modo di incontrare i ragazzi degli oratori bustesi. Al centro del loro intervento non tanto e non solo la presentazione di un libro, ma l’urgenza di sottrarre all’oblio la figura di un magistrato e padre di famiglia, sacrificatosi per la legalità. Accompagnati con delicatezza e sensibilità da Chiara Milani, vicedirettore di Rete55, e introdotti da Massimo Brugnone, fondatore a Busto della prima sezione “extracalabrese” di Ammazzateci Tutti (che ha ricordato come qui penda ancora inevasa la proposta di intitolare una via a Scopelliti), Aldo e Rosanna hanno quindi tratteggiato la figura del magistrato, per le cui mani erano passate molti dei più importanti processi d’Italia, e la presa di coscienza da cui è nato il libro.

Scopelliti sapeva di dover morire: aveva rifiutato un’offerta da cinque miliardi di lire per “ammorbidire” in Cassazione il maxiprocesso contro Cosa Nostra. Il giorno stesso dell’omicidio, avvenuto a Piale di Villa San Giovanni mentre era in ferie (ma continuava a lavorare portandosi a casa le carte), il procuratore generale della Cassazione aveva fatto sgomberare la spiaggia su cui si trovava, credendo di ravvisare una bomba in un innocente sacchetto ritrovato dai bagnanti. Si era sbagliato sul metodo, ma solo di qualche ora quanto al tempo. «I mafiosi sono vigliacchi: in moto, con casco integrale, e da dietro lo hanno colpito» racconta Aldo, che quando Scopelliti morì aveva appena cinque anni, ma ricorda ancora.
L’urgenza di reagire venne ad Aldo Pecora e a vari altri giovanissimi di Locri nel 2005, di fronte all‘assassinio di Francesco Fortugno, il vicepresidente del consiglio regionale, ammazzato mentre si votava per le primarie dell’Unione. «Il nostro è un percorso di memoria e riscatto civile partito dalla sensazione che provavamo io e altri, poco più che maggiorenni. Sentire le sirene dell’ambulanza pensando solo, ne è morto un altro. In una terra “caraterizzata”, come da mare, sole e montagne, dalla ‘ndrangheta. Una terra in cui tanti non possono neanche portare un fiore sulla tomba dei cari a causa della lupara bianca, contro chi ha sgarrato: il morto è bruciato, fatto ai pezzi, dato ai maiali, e con la sua assenza definitiva paga anche la famiglia. Poi c’è l’umiliazione quotidiana del pizzo, il malavitoso viene ogni tanto, quando vuole lui. Siccome è un vile, non ha nemmeno il coraggio di manifestarsi come mafioso: dice, si sposa mio cugino, dobbiamo fare la lista nozze, ora non ho i soldi… e via, in quel modo, si è preso qualcosa di tuo e ti ha detto: sono qui». E “faccio quello che voglio”, viene da dire parafrasando amaramente un attore comico calabrese. «Pochi, denunciano, non si allineano, divengono testimoni di giustizia. Poi queste persone vengono magari traserite in parti lontane d’Italia, costrette a cambiare persino nome; ma la gente deve rimanere lì, così è chiaro che la gente dice non denuncerà per non essere costretta ad andarsene». Il prezzo più caro però resta quello pagato da tanti come Rosanna, che Aldo ha conosciuto a Roma cinque anni or sono, un incontro quasi casuale ad una commemorazione del giudice Caponnetto – che per la figlia di Scopelliti era stato un po’ un nonno putativo, fra i pochissimi a restare vicino alla bambina e alla madre. Rosanna scoprì che Aldo la storia di suo padre la conosceva benissimo. Nell’estate del 2007 la proposta, pressochè sottovoce, di un libro da realizzare insieme: Primo Sangue.

Sì, perchè quello effuso da Scopelliti era davvero il primo sangue delle grandi stragi di mafiacon cui Totò Riina e compari recapitavano i loro “messaggi” a Roma. Eppure Scopelliti «è stato dimenticato». Tutti si ricordano di Falcone e Borsellino, pochi di lui: forse, ammette Aldo, la Sicilia era giornalisticamente più interessante della Calabria. «Scopelliti non era un pm, era il pm della Cassazione. Eppure la sua storia sembava destinata a non essere raccontata mai. Più volte avevamo inviatto i giornalisti ad occuparsene, invano: così l’abbiamo raccontata noi. Sul suo caso non c’è stato il “fiato sul collo”. Guardate invece per Avetrana, a Cogne, a Garlasco».
«È stato difficilissimo riprendere le carte, raccontare la guerra di mafia a Reggio, mille morti in cinque anni (1986-1991), gli attentati coi bazooka, i boss che saltano nelle loro auto». Nella terra del dolore, dove i morti fanno paura ai vivi, «la gente deve conoscere questa storia, e affezionarsi a Scopelliti, lui che non si è mai piegato: merita di stare alla pari con Falcone e Borsellino».

«L’intera stagione delle stragi e della trattativa Stato-mafia andrebbe riscritta» dice Aldo Pecora: «Scopelliti è stato l’unico magistrato di Cassazione ucciso dalla criminalità organizzata. Nel libro, io racconto il giudice, lei il padre. In fondo c’è una lunga conversazione con i magistrati Nicola Gratteri e Salvatore Boemi», vere autorità in fatto di ‘ndrangheta e dintorni. «Questo libro è già nelle case dei malavitosi: li sfido a non commuoversi alle parole di Rosanna su suo padre. La speranza è che anche i nuovi boss possano compiere l’ultimo atto di dignità che gli resta, quello di pentirsi, collaborare, consegnare la verità storica e processuale a Rosanna e alla sua famiglia. Non dovrebbe essere eroico fare il magistrato, ma un mestiere normale. Importante capire ciò che fanno i giudici e, bellissimo il lavoro di Massimo Brugnone che porta i ragazzi in tribunale, dove è stato attaccato dalla moglie di un imputato». Proprio in un processo per fatti dì ‘ndrangheta, che avvengono qui, non a Locri. Rosanna Scopelliti per vent’anni ha fatto, tragicamente, la più calabrese delle cose: tacere. La sua stessa esistenza in vita era avvolta dalla riservatezza. Dopo che la figlia di un collega di Sala Consiliana era stata crivellata dai proiettili destinati al padre, papà Antonino per spostarla dall’auto in casa e viceversa la nascondeva in una valigia. «Papà aveva paura per noi, non raccontavo nemmeno che era figlia sua. Lui si sforzava di farmi vivere tutto come fosse un gioco». Dopo l’assassinio, «per ore si parlò di incidente stradale prima di accorgersi dei proiettili in testa. Il funerale fu fatto in ventiquattr’ore, la scena del crimine fu riaperta in poche ore» racconta Rosanna. «Papà è stato ucciso perchè non ha piegato la testa a una richiesta: non si sarebbe mai sognato di infangare il lavoro dei suoi colleghi; non era di quelli che facevano cancellare una sentenza per vizio di forma, non voleva essere il più bravo, ma il più giusto. Lui viveva per la giustizia; da morto, non l’ha trovata. Ma se siamo qui a parlarne, è perchè qualcosa è cambiato. In Calabria, come qui in Lombardia, grazie a dei ragazzi». Rosanna e la mamma sono rimaste sole, a parte l’appoggio affettuoso di Antonino Caponnetto. Un uomo ammazzato due volte, col piombo prima, e l’oblio poi, il giudice Scopelliti: e non il solo, così per i Chinnici, i Livatino, i Terranova, i Saetta. «La nostra solitudine era legata alla sensazione di vivere una profonda ingiustizia, paradossale per la famiglia di un magistrato. La rabbia, lo sconforto: noi soli contro la cattiveria e la violenza ‘ndranghetista, prima; l’indifferenza, l’amarezza poi nello stringere tante mani e sentire belle parole che non si traducono in fatti, poi. Dopo vent’anni in Cassazione non c’è un’aula dedicata, e se oggi si parla di mio padre è perchè i ragazzi di Ammazzateci Tutti mi hanno presaper mano e aiutato a raccontare. La storia è passata in sordina perchè molti giornalisti non hanno voluto prenderla in mano: Aldo Pecora ha voluto farlo e lo ringrazio. Questa solidarietà dalla Calabria alla Lombardia mi ha aperto e ha permesso ad Aldo di farmi raccontare cose privatissime. Ho tenuto per me per anni i ricordi di papà, ora li condivido: perchè mi sento meno sola. E posso raccontare l’uomo tra le cui braccia per sette anni mi sono addormentata».

C’è paura nel combattere contro la ‘ndrangheta? «Più per chi mi sta intorno che per me» dice Aldo Pecora. «Sono peggio le critiche: da un sindaco mi sono sentito dire che siamo zavorra e rendiamo un cattivo servizio alla Calabria». Minacce? «Ho ricevuto “segnalazioni”, diciamo così. Ma la denuncia la faccio in commissariato, non sui giornali, altrimenti dò spazio alla mafia, e la gente pensa che non conviene lottare. La mafia va raccontata in modo diverso, se avessi voluto vendere due milioni di copie potevo rendere pubbliche le minacce. Mi fa più paura il silenzio: si comincia a morire quando si è soli».

La stretta di mano tra mafia e ‘ndrangheta: il delitto Scopelliti raccontato da Aldo Pecora

Fonte: http://www.vulcanostatale.blogspot.com

Primo sangue è un confronto a due voci. Da una parte la ricostruzione di una vicenda giudiziaria mai completamente risolta, dall’altra un’intimastoria familiare. La prima voce è costituita dall’autore del libro, Aldo Pecora, giovane fondatore del movimento antimafie “Ammazzateci tutti” che ripercorre con scrupolosità documentaria la vicenda del giudice Antonino Scopelliti, assassinato il 9 agosto 1991 in un agguato a Campo Calabro.
Il controcanto è offerto dalla stessa figlia del giudice, Rosanna, che offre la sua testimonianza diretta attraverso i brevi corsivi che aprono ogni capitolo del libro: uno spaccato intimo e familiare che si aggiunge alla ricostruzione istituzionale e sistematica delle vicende. Brani brevi dalla forte connotazione emotiva, che non interrompono la narrazione, ma offrono un punto di vista altro, “privato”.
I capitoli, brevi e scorrevoli, mettono a fuoco aspetti diversi della vicenda. Si alternano sezioni in cui prevale il tono narrativo, l’atmosfera (come “Cronaca di una morte annunciata”), ed altre più informative, ma sempre divulgative e di facile lettura, come quelle in cui viene descritto il processo, contenenti anche documenti informativi come stralci di articoli o estratti di verbali.
L’eterogeneità della struttura del libro rende difficile la sua classificazione come genere letterario. Si inserisce in quel filone di romanzo d’inchiesta con una forte connotazione letteraria, un reportage narrativo sempre in bilico tra informazione e narrazione, un genere ibrido che garantisce una scorrevolezza da romanzo, benché la materia trattata sia tutto tranne che fiction.
Resteranno delusi i paladini del giornalismo anglosassone alla vecchia maniera: freddo, essenziale, privo di giudizi. Si tratta di una ricostruzione partigiana nel senso buono del termine. L’autore prende posizione, vive la vicenda,tradisce una sincera e indiscutibile ammirazione per la figura del giudice Scopelliti, che a tratti chiama familiarmente “Nino”.
Il punto di vista “coinvolto” permette una resa efficace degli spaccati di vita calabrese attraverso le numerose descrizioni paesistiche, volutamente accentuate per rendere la temperatura e l’umore del luogo. Altrettanto eloquenti alcuni brani dal tono quasi grottesco: l’incredibile impatto mediatico di un Totò Riina che si autoproclama un perseguitato o il dialogo-intervista con il sindaco di Campo Calabro Domenico Idone, che glissa sulle domande a proposito del giudice e vuole a tutti i costi parlare del ponte sullo stretto.
E’ uno sguardo severo quello che Aldo Pecora ha nei confronti della sua Calabria, terra in cui “è difficile distinguere un dovere e un diritto da un favore” e in cui “la società civile non sa neanche di esistere”. E infatti il sindaco Idone liquida così le sue domande più scomode, dicendo che fa “cattiva pubblicità alla Calabria”, secondo la logica per cui il colpevole non è chi commette il fatto, ma chi ne parla.
Tra interviste, ricostruzioni e squarci narrativi la struttura di Primo sangue è quella di un mosaico costituito da frammenti di vita privata ed istituzionale.
E’ la storia di un lutto non ancora elaborato, più che dalla famiglia stessa, dalla terra calabrese, che tende a liquidare la vicenda con la stessa formula, ripetuta in maniera quasi rituale dalle voci di Campo Calabro: “Era una brava persona…faceva del bene a tutti”. Una frase che, nella sua asettica semplicità, riduce il martire a icona, lo santifica e lo rende innocuo allo stesso tempo, lo “seppellisce come un vescovo”, come si dice da quelle parti. Si fanno i funerali con tutti gli onori e a messa finita si va in pace.
Magari si può fare una bella scultura bronzea, come quella ordinata dal sindaco Idone “allo stesso che ha fatto i bronzi di Falcone e Borsellino”.
“Ci si limita al ricordo, alla favola melensa del giudice eroe, morto perché era troppo giusto e onesto. Nessuno osa spingersi oltre”, scrive Pecora.
Emerge quindi chiaro lo scopo del libro, uno scopo pratico, militante: sottrarre la figura del giudice alla santificazione e riaprire la vicenda per indagare quelle zone d’ombra che ancora oggi, a distanza di vent’anni, non permettono di considerare l’affaire Scopelliti un caso chiuso. Tornare ad esplorare la via indicata vent’anni prima da Falcone, quella del patto tra mafia e ‘ndrangheta: riaprire il versante calabrese, non sufficientemente battuto all’epoca del processo. Soltanto a questo punto il lutto potrà essere veramente elaborato.
Laura Carli
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