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Pecora bacchetta Unfer

Fonte: La Prealpina – 19 maggio 2012

Il leader di Ammazzateci Tutti non digerisce le accuse a Brugnone

«Il problema mafia va riconosciuto e non certo affrontato in silenzio». Aldo Pecora, responsabile nazionale dell’associazione Ammazzateci Tutti, usa volutamente parole simili a quelle pronunciate anni fa da Paolo Borsellino per spiegare l’utilità di quella consulta anti-mafia che a Busto sembra faticare a trovar spazio.
Ma il suo intervento vuole essere soprattutto una dura reprimenda nei confronti di Adriano Unfer, il leghista presidente della commissione sicurezza che non solo ha bocciato l’ipotesi, ma ha pure definito il referente territoriale del gruppo anti-mafia Massimo Brugnone «un non esperto della materia, al punto dal rischiare di intralciare le indagini, seppur in buona fede». E allora Pecora si è messo a fare ricerche sul consigliere leghista e parte: «Mi risulta che Unfer sia una di quelli che facevano le ronde abusive, invece ci sono poliziotti  – attuali o ex come lui – che vengono alle nostre manifestazione spontaneamente, comprendendone il valore. Comunque sono certo che non rappresenti tutta la Lega, anzi è l’emblema di una minima parte, da quel che so neanche particolarmente apprezzata dagli elettori. A proposito di leghisti, io sono sempre stato il primo a dire che Roberto Maroni è stato il miglior ministro dell’Interno negli  ultimi vent’anni, ma purtroppo nel Carroccio ci sono anche quelli come Unfer, inadatti a ricoprire ruoli strategici».

E allora il leader nazionale di Ammazzateci Tutti incalza: «A questo punto rivolgo un appello al sindaco Gigi Farioli – che ci conosce e di cui mi fido – affinché porti la questione della consulta direttamente al voto del consiglio, sicuri che a quel punto certi assurdi ostruzionismi cadranno». Rispetto poi agli attacchi subiti, aggiunge: «Non vogliamo essere maestrini ma utili alla causa. Qualche conoscenza sull’argomento in più di Unfer, la possediamo senz’altro. Brugnone si sta laureando e non ha la terza media. Mentre da anni guida un movimento monotematico molto attivo, presenziando ai processi, parlando con chi segue la materia, producendosi in azioni di approfondimento e sensibilizzazione, nel rispetto del proprio compito.

Ma perché invece di sparare parole a caso, non si vanno a sentire dirigenti, capitani, questori, prefetti e magistrati ? Loro sanno che cosa facciamo e sanno che non cerchiamo né vetrine né candidature».
Pecora è un fiume in piena: «E’ ora di finirla con gli attacchi gratuiti, altrimenti ci tuteleremo nelle opportune sedi. E a Unfer dico anche di non temere i giovani che manifestano, perché in quei momenti non stanno parlando male della loro terra ma stanno solo dicendo la verità. Nel caso di Busto, stanno dicendo che deve essere capofila di una sfida coraggiosa».

Marco Linari

«Ammazzateci tutti» prima sede in Lombardia dell’associazione antimafia nata in Calabria

La sede a Lonate Pozzolo in una zona fortemente infiltrata dalle cosche della ‘ndrangheta

 fonte: Milano Corriere

L'inaugurazione della sede di Lonate Pozzolo (Newpress)

MILANO – Dal “locale di ‘ndrangheta’ ” al locale anti-‘ndrangheta. L’associazione antimafia «Ammazzateci tutti», nata nel 2005 dai giovani di Locri, apre la sua prima sede in Lombardia. E lo fa a Lonate Pozzolo, sede appunto del locale di ‘ndrangheta guidato dal boss Vincenzo Rispoli. Terra di cave e di cantieri a una manciata di chilometri da Malpensa. Ma anche terra di mafia e dei «bad boys» trapiantati da Cirò Marina (Crotone) e qui protagonisti di omicidi e intimidazioni. Un simbolo, ancora molto isolato, della Lombardia che reagisce. La nuova sede è stata messa a disposizione dalla Regione e dal Comune di Lonate Pozzolo in comodato d’uso all’interno di un palazzo di via XXIV Maggio, 65, «delocalizzato» a causa dell’inquinamento acustico dello scalo aeroportuale.

L’INAUGURAZIONE – Al taglio del nastro, oltre al coordinatore lombardo dell’associazione, Massimo Brugnone, anche Aldo Pecora, presidente di Ammazzateci tutti e Rosanna Scopelliti, la figlia del giudice Antonino Scopelliti ucciso il 9 agosto 1991 dalla ‘ndrangheta. Con loro i rappresentanti delle forze dell’ordine sul territorio e gli studenti del liceo Richichi di Polistena (Reggio Calabria) impegnati in questi giorni in un gemellaggio con i coetanei del liceo Tosi di Busto Arsizio. «Vogliamo essere un presidio di legalità e ribaltare la cattiva fama di Lonate Pozzolo – ha spiegato Massimo Brugnone – da oggi saremo aperti al pubblico e a disposizione dei cittadini che vogliono segnalarci problemi». Durante l’inaugurazione Aldo Pecora ha voluto ringraziare anche l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni «per il lavoro svolto nel contrasto alla criminalità organizzata».

Redazione Milano online

Video-poker e proiettili in busta A Lecco la ‘ndrangheta rialza la testa

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Fabio Abati

Un sindaco della Lega oggetto di minacce: prima una molotov poi un bososlo. Un consigliere d’opposizione sotto scacco. Da Oggiono a Calolziocorte, gli affari del potente clan di Franco Coco Trovato corrono tra sale giochi e macchinette

Il gioco ai lecchesi può far male. Tra minacce ad amministratori pubblici e vecchi fantasmi legati alla criminalità organizzata, continuano i problemi della comunità lariana con macchinette video-poker e slot machine. In riva a “quel del ramo del lago di Como” le ultime statistiche dicono che sono 150 mila i giocatori abituali, dei quali almeno 4 mila “compulsivi”. Questi ultimi affrontano un’abitudine del genere in maniera patologica, dedicandovi un tempo al di là del lecito ma soprattutto sperperando veri e propri patrimoni. Se a tutto questo si aggiunge il fatto che in provincia di Lecco il numero delle sale giochi aumenta di anno in anno, è facile intuire di che giro d’affari milionario stiamo parlando e quindi degli appetiti che può stimolare.

Nel 2009 un’operazione della Polizia di Lecco, ribattezzata “Oversize”, mise in luce nel settore pure gli interessi della ‘ndrangheta. Emiliano Trovato, figlio trentenne del boss di Marcedusa (Catanzaro) Franco Coco – che in zona spadroneggiò almeno sino agli inizi degli anni novanta – aveva finito per investire i proventi del suo traffico proprio nel mondo delle sale giochi. Secondo i giudici, che in primo grado gli hanno comminato una condanna a più di vent’anni, per traffico di droga, armi, riciclaggio, usura ed estorsione, il suo gruppo ben articolato era arrivato a esercitare un vero e proprio monopolio nel mondo delle slot e dei videopoker, non risparmiandosi neppure dell’utilizzare, scrivono i magistrati: “Strumenti d’intimidazione per ottenere il benestare all’installazione di macchinette”.

Ma dopo gli arresti è tornata serenità nel settore? Non si direbbe, visto le minacce che continua a subire chiunque si metta di traverso al cammino di questa gallina dalle uova d’oro. Neppure un sindaco può considerarsi pienamente al sicuro. Roberto Ferrari, 36 anni, è il primo cittadino di Oggiono. È un militante della Lega Nord e ci tiene a sottolinearlo, ma se qualcuno della sua stessa area politica stenta a credere che una certa criminalità organizzata abbia preso piede nella ricca e “celtica” Lombardia, la sua esperienza è lì a smentirlo.

Il 14 marzo di quest’anno l’amministrazione di Oggiono approva un regolamento che introduce forti limitazioni alla nascita di sale gioco nel territorio comunale. La notte dell’8 aprile una molotov esplode fuori dalla porta di casa del sindaco Ferrari. Il mattino successivo viene rinvenuta, sempre nella cassetta delle lettere del primo cittadino, una busta con l’intestazione scritta a mano “al sindaco” e con all’interno un proiettile. Un altro bossolo viene rinvenuto nelle vicinanze del palazzo comunale la sera del 13 aprile, mentre è in corso un consiglio al quale stava assistendo pure il sottosegretario Roberto Castelli, che portava la sua solidarietà al sindaco per le minacce ricevute.

Per il momento le indagini sono affidate alla magistratura ordinaria di Lecco, che sta raccogliendo nuovi elementi e che valuterà poi se trasferire il tutto all’antimafia di Milano. Ferrari, però, sembra aver pochi dubbi sulla matrice dei fatti che lo hanno riguardato. Del resto un invito a non sottovalutarli gli è arrivato dallo stesso ministro dell’Interno Roberto Maroni, che in una visita in zona non ha mancato di passare da Oggiono a portare la sua personale solidarietà.

“L’attività di installazione delle macchinette videopoker ha rappresentato un settore dell’economia in cui l’associazione si è inserita con evidenti mire egemoniche, perseguite anche con il ricorso alla forza dell’intimidazione”, scrivono i giudici del Tribunale di Lecco nella sentenza di appello che conferma le condanne di primo grado per il gruppo di Trovato. Stiamo parlando quindi di un settore dove la criminalità ha sempre sguazzato.

Rappresentano quindi un pericolo per l’economia dei clan, tutti questi regolamenti restrittivi che molte amministrazioni comunali vorrebbero approvare. Regolamenti che in realtà possono ben poco. Prima di tutto non è loro facoltà bloccare tout-court l’apertura di una nuova sala; possono solo limitarne le caratteristiche e l’operatività. Inserendo, per esempio, obblighi sulla proprietà e i soci: che devono essere liberi da ogni pendenza giudiziaria; oppure sulle caratteristiche costruttive, stabilendo una distanza minima da scuole, oratori, chiese o biblioteche.

Ma la battaglia delle amministrazioni lecchesi e le conseguenti minacce, sono bi-partisan. A Calolziocorte la vittima non è il sindaco o un rappresentante della maggioranza – sempre Lega Nord – ma un consigliere di opposizione: Corrado Conti, in quota Pd. Inoltre, in questo caso la vicenda è complicata da una sala giochi che in paese sta per sorgere proprio in questi giorni. Conti è il primo a dire che quanto è successo a lui non è necessariamente da legare a questa nuova apertura; fatto sta che dopo le proteste che ha sollevato in consiglio comunale a inizio gennaio, il 17 dello stesso mese s’è trovato nella cassetta della posta una lettera minatoria con scritto: “infame …sala giochi ….basta, lavatene le mani… lascia stare…basta infamie!”

A coadiuvare l’azione di Conti c’è Duccio Fiacchini, l’animatore di un blog antimafia e molto attivo sul terriotiro: quileccolibera. Lui ha il dubbio, senza generalizzare, che certi collegamenti siano duri a morire. Il socio di una nuova sala che sta per aprire, ha firmato con nome e cognome un messaggio postato sul blog di Fiacchini, dal tono inequivocabile: “merdosi ipocriti, siete e sarete sempre una città di merda con la mentalità contadina […] Franco è e sarà sempre il mio migliore amico!” Il riferimento è a Franco Poerio, un calabrese ucciso a Lecco nel 2008 e che aveva sposato la cugina di Emiliano Trovato. Un fantasma al carcere duro, ma che se si parla di macchinette, in un modo o nell’altro, ritorna.

In tribunale torna la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.varesenews.it

Torna in aula domani, martedì 19 aprile, il processo Bad Boys agli appartenenti alla locale di Legnano-Lonate Pozzolo nel quale parleranno le parti civili. Una vicenda che ha aperto un vaso di Pandora in Lombardia e ha scatenato molte reazioni

Toccherà alle parti civili domani, lunedì 19 aprile,  parlare al processo nei confronti di Carlo Avallone, Emanuele De Castro,Antonio Esposito, Nicodemo Filippelli, Stefano Giordano, Antonella Leto Russo, Luigi Mancuso, Pasquale Rienzi,Vincenzo Rispoli (foto a sin.), Ernestino Rocca, Fabio Zocchi e Rita L., tutti e dodici accusati di aver partecipato all’associazione a delinquere di stampo mafioso chiamato locale di Lonate-Legnanocome affiliati alla ‘ndrangheta. Il lungo percorso iniziato nel 2002 con le prime indagini dei Carabinieri di Varese, proseguito con l’intervento della Direzione distrettuale antimafia e della Dia, che ha portato al loro arresto, e conclusosi con il processo con rito abbreviato giunto, ormai, alle fasi finali con una serie di udienze calendarizzate fino a luglio prima di arrivare alla sentenza prevista per la fine dell’estate.

Il pubblico ministero Mario Venditti ha chiesto pene che vanno dai 4 ai 17 anni per quelli che considera essere gli esponenti di spicco della locale che opera tra i due centri a cavallo tra le province di Varese e Milano. Grazie all’inchiesta “Bad Boys” prima e “Infinito” dopo la procura distrettuale antimafia è riuscita a ricostruire anni di estorsioni, minacce, usura, violenze che si sono susseguite ad un ritmo industriale in tutta la provincia di Varese dal capoluogo in giù. I dodici per i quali è stata richiesta la condanna appaiono nelle carte del pm come una vera e propria macchina organizzata e ben oliata che riusciva ad incutere timore sia nei confronti dei loro compaesani, quasi tutti di Cirò Marina, che nei confronti di molti imprenditori nativi della zona. Decine le imprese assoggettate, chi da qualche mese e chi da anni, al volere di Vincenzo Rispoli, considerato il capo della locale, Nicodemo Filippelli ed Emanuele De Castro (che reggevano la locale nella zona del Basso Varesotto).

Dai fascioli, grazie a strumenti di indagine classica e alle intercettazioni, sono emersi tantissimi episodi quali incendi, colpi di pistola sparati a finestre e serrande, pestaggi per chi non restituiva prestiti con tassi da usuraio, cessioni di aziende. Tutto questo è accaduto in un arco temporale che si presume vada dalla metà degli anni ’90 al 2009, anno in cui sono stati effettuati gli arresti. Le denunce all’autorità giudiziaria si sono potute contare sulle dita di una mano e anche questo ha reso difficile il lavoro degli investigatori che spesso si sono trovati davanti ad un clima omertoso. La ‘ndrangheta di Legnano-Lonate, inoltre, poteva contare anche su contatti indiretti con il mondo della politica (anche se nulla di concreto è emerso fino ad ora anche a causa di una legislazione fallace), con il mondo dei colletti bianchi (direttori di filiale o impiegati) e dell’imprenditoria in special modo edile, molti affidavano alle imprese a loro direttamente collegate il movimento terra. 

Una volta emerso tutto il sottobosco criminale che governava l’economia attorno a Malpensa fino a Legnano le indagini hanno potuto fare un grande balzo in avanti fino a scoperchiare l’intera organizzazione lombarda nel luglio del 2010 che contava su una ventina di locali come quella di Legnano-Lonate. Con l’indagine “Infinito – Il Crimine”, infatti, sono stati eseguiti ben 300 arresti divisi equamente tra la Lombardia e la Calabria, con la prima definita come la provincia dell’impero mafioso calabrese. Da qui è partita anche una grossa riflessione dal punto di vista culturale con i botta e risposta tra Roberto Saviano (che a Vieni via con me aveva puntato il dito sulla Lombardia mafiosa e omertosa) e il ministro dell’Interno Roberto Maroni (che, invece, negava la saldatura del tessuto criminale a quello sociale lombardo). Infine è arrivata la bella manifestazione di Legalitàlia, organizzata dalle scuole di Busto Arsizio e Ammazzateci tutti, con una giornata dedicata alla legalità e che ha visto coinvolti oltre 3000 studenti che hanno voluto manifestare il loro “no” a tutte le mafie.

Lombardia, non è solo allarme ‘ndrangheta “Le bande straniere sono sempre più forti”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Le mafie italiane e straniere stanno spolpando il cuore produttivo dell’Italia, avverte la Dia
I denunciati per usura nella prima metà del 2010 triplicati rispetto alla seconda metà del 2009

di DAVIDE CARLUCCI

Cresce l’usura. Il numero dei soggetti denunciati nel primo semestre del 2010 è più che triplicato rispetto alla seconda metà del 2009. Preoccupa anche l’estorsione, un reato per il quale la Lombardia è stabilmente al terzo posto tra le regioni italiane più colpite dopo la Campania. Aumentano le segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio di denaro sporco. E si rafforzano le criminalità straniere: un quarto delle segnalazioni sui clan albanesi, romeni o nordafricani si concentrano in territorio lombardo. Così, secondo i dati della Direzione investigativa antimafia (Dia), le mafie italiane ed estere stanno spolpando il cuore produttivo dell’Italia.

I dati sul boom dei reati mafiosi in Lombardia emergono dalla relazione della Dia firmata dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, e trasmessa in questi giorni alle Camere. Finora erano state diffuse solo le anticipazioni sulla penetrazione della ‘ndrangheta nel Nord e dei suoi rapporti con la politica e con l’economia, oggetto di una polemica infuocata dopo la trasmissione Vieni via con me, nella quale lo scrittore Roberto Saviano ha richiamato le responsabilità della classe dirigente lombarda. Il documento integrale fornisce ulteriori spunti d’allarme e ne precisa altri. In particolare, per quanto riguarda reati tipici di contesti dominati dalle cosche. I soggetti denunciati per usura, per esempio, passano da 22 a 71 tra il secondo semestre 2009 e il primo del 2010. Nello stesso arco temporale, a macchiarsi del reato di estorsione sono state 421 persone: più che in Puglia e Calabria, anche se meno che in Campania (827) e Sicilia (583). In aumento il pizzo richiesto dagli stranieri: le persone denunciate sono passate da 141 a 160.

La Lombardia detiene il primato di segnalazioni di operazioni finanziarie sospette – sono il 26,6 per cento del totale nazionale – per le quali si registra un aumento: segno, secondo la Dia, che la regione è “un importante snodo delle attività potenzialmente riconducibili al riciclaggio”. La maggior parte delle segnalazioni arrivano da banche (1.828), intermediari finanziari (778) e pubbliche amministrazioni (693). Quasi nulle, invece, le trasmissioni di atti da parte dei professionisti, in particolare dei notai, indice di “difficoltà nella valutazione e nell’individuazione di anomalie in operazioni di natura immobiliare e/o finanziaria”. Per quanto riguarda gli appalti, invece, le imprese sotto controllo sono 98, ma non ci sono dati sugli esiti degli accessi. Sott’osservazione, in particolare, i cantieri della Brebemi e della nuova linea M5 di Milano.

Per quanto riguardo le criminalità straniere, un primato riguarda le bande romene (26 per cento del totale nazionale), attive soprattutto nella prostituzione, e nordafricane (25 per cento), impegnate nello sfruttamento dell’immigrazione clandestina e dei minorenni e nel business della droga. Al secondo posto in Italia per radicamento dei clan albanesi, dopo la Toscana, c’è la Lombardia, ritenuta “contesto strategico”e “luogo di arrivo, stoccaggio e smistamento della droga per le altre aree territoriali”: l’eroina arriva attraverso la Puglia o i Balcani e la coca proviene dalla Spagna, dai Paesi Bassi e dal Belgio.

Usura e racket, scacco alla ‘ndrangheta Maroni: «Infiltrazioni intorno a Expo»

Fonte: http://milano.corriere.it

MAXI OPERAZIONE COORDINATA DALLA DDA DI MILANO. COINVOLTO ANCHE UN ASSESSORE DI PERO

Arrestati 15 membri del clan Valle. I pestaggi dei debitori nella tenuta-bunker «La Masseria» di Cisliano. Il pm Boccassini: nessuna denuncia, pericolo di connivenze

MILANO – I boss calabresi avevano messo radici molto profonde in Lombardia. Tenevano in pugno centinaia di piccoli imprenditori, strozzati dalla crisi e dai debiti, e negli anni avevano messo in piedi un grosso giro di usura e racket nel campo degli immobili. Con il potere del terrore e della violenza (i pestaggi avvenivano in una loro tenuta di Cisliano), ma anche con quello del denaro e delle amicizie influenti (coinvolto anche un assessore del Comune di Pero). E nessuno li denunciava, tanto che in parecchi casi «borderline» si fa fatica a distinguere tra le vittime e i conniventi con il racket. Un’indagine durata due anni, coordinata dal pm di Ilda Boccassini con il coinvolgimento di 16 questure in tutta Italia, ha portato giovedì mattina a un’operazione della Squadra mobile di Milano con l’arresto di 15 persone che fanno capo alla famiglia Valle, legata alla famigerata ‘ndrina dei De Stefano. Secondo il ministro dell’Interno Roberto Maroni, si tratta della prima operazione mirata contro infiltrazioni nell’ambito dell’Expo. Il pm Boccassini ha sottolineato che, a differenza di quanto accade al Sud, a Milano l’indagine non è stata originata da alcuna denuncia, e ha annunciato linea dura contro le connivenze: «Sono tantissime le vittime, ma nessuno ha denunciato. Nel Sud c’è una speranza, nel Nord non c’è la disponibilità a usare lo strumento della denuncia».

IL CLAN – Il capo dell’organizzazione è stato individuato nel 72enne Francesco Valle che, insieme con i figli Angela (46) e Fortunato (47), si occupava di «erogare i prestiti in denaro alle vittime di usura, di concordare i tassi di interesse, di riscuotere gli interessi usurari attraverso attività di intimidazione, estorsive e violente; di effettuare gli investimenti in attività immobiliari, bar, ristoranti e di individuare i prestanome a cui intestare fittiziamente gli esercizi commerciali e le quote societarie». La famiglia Valle è riconducibile al clan De Stefano, un gruppo criminale che ha fatto la storia della ‘ndrangheta calabrese, attivo a Milano fin dagli anni Settanta. La guerra di mafia contro i Condello e gli Imerti negli anni ’80 ha provocato centinaia di morti. Il clan Valle si è trasferito in Lombardia negli anni Settanta, appunto in seguito alla faida a Reggio Calabria. Fino agli anni Novanta, hanno spiegato gli inquirenti, i Valle si erano radicati nel Pavese, per poi allargare il loro territorio fino all’hinterland Sud-Ovest di Milano. Nella morsa della famiglia calabrese sarebbero cadute, secondo gli investigatori, decine di imprenditori e artigiani anche se al momento sono state cinque le vittime accertate di usura e 17 i casi di prestito abusivo di denaro. Il tasso di interessi con cui venivano prestati i soldi a imprenditori e negozianti in difficoltà economiche era del 20% e le somme prestate variavano dai 20 mila ai 250 mila euro.

PICCHIATI DAVANTI AGLI ALTRI – Le intercettazioni telefoniche sono state fondamentali per incastrare gli appartenenti al clan, visto che nessuno degli imprenditori vittime di usura ha sporto denuncia. Il 22 dicembre 2008, per esempio, un imprenditore parlava al telefono con un amico dicendo: «Ho lasciato 250mila euro di debiti, pensa un po’ te. Domani ho un appuntamento con i peggiori che me li hanno prestati, dei calabresi, e verrà fuori l’ira di Dio». I metodi per gli imprenditori che non riuscivano a saldare il prestito erano durissimi: venivano convocati nella sede operativa del clan, ribattezzata «La Masseria», e minacciati, in alcuni casi anche percossi, davanti ad altri debitori. «Era – spiega Boccassini – il classico metodo per cui si colpisce uno per educare cento».

IL TESORO DEGLI USURAI – Secondo l’autorità giudiziaria la famiglia Valle, oggetto della maxi operazione, «usurava sistematicamente imprenditori» che si trovavano in difficoltà. Oltre ai 15 arresti l’operazione, che ha visto impegnati oltre 250 agenti, ha portato a oltre 70 perquisizioni e sequestri di 138 immobili, più conti correnti e quote di società, per un valore di circa 8 milioni di euro. Secondo le accuse questi beni, spesso intestati a prestanome, erano il provento dell’attività di usura che l’organizzazione criminale ha svolto negli ultimi anni. Le accuse contestate dalla Dda di Milano, che ha operato in collaborazione con il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso all’usura e intestazione fittizia di beni.

IL QUARTIER GENERALE – «La Masseria», chiamata così dal nome di un noto ristorante (con tanto di sito internet) che sorge nel complesso, comprende tra le 20 e le 25 unità abitative ed è situata a Cisliano (piccolo paese a sud-ovest di Milano), in . È considerata la base dell’organizzazione perché lì abitavano 6 esponenti legati al clan. La proprietà, dall’ingannevole aspetto ameno (giardino con piscina e chiosco bar, palme, ristorante con salone per ricevimenti…) era in realtà predisposta come bunker e munita di sofisticate apparecchiature di sicurezza come telecamere, sensori, impianti di allarme, per prevenire ogni intrusione. Undici delle 15 persone arrestate appartenevano alla famiglia del boss Francesco Valle: oltre ai figli Angela e Fortunato, tra gli arrestati figurano Carmine Valle, Maria Valle, Francesco Lampada, Antonio Domenico Spagnuolo, Alessandro Spagnuolo, Giuseppe Tino, Adolfo Mandelli, Riccardo Cosenza, Bruno Antonio Saraceno, Maria Teresa Ferreri, Santo Pellicano e Giuliano Roncon.

LE BASI A BAREGGIO E MILANO – Se «La Masseria» è considerata un vero e proprio bunker dagli inquirenti, altrettanto vale per la dimora di Francesco Valle. Il patriarca abitava a Bareggio in via Aosta, in una casa circondata da telecamere e protetta da rottweiler. La terza sede di importanza vitale per l’organizzazione, detta «la Cassaforte», era un appartamento in via Carlo Dolci a Milano, dove sono stati rinvenuti migliaia di euro in contanti derivati dalla gestione di videopoker. Numerose le città nelle quali sono stati sequestrati gli immobili: oltre a Milano, Bareggio e Cisliano, Rho, Settimo Milanese, Trezzano sul Naviglio, Como, Cesano Boscone, e altre ancora. Inoltre è stato nominato un custode giudiziario per un cantiere a Settimo Milanese con 38 unità abitative, «le famiglie saranno tutelate – ha sottolineato Boccassini – e i lavori andranno in porto con altri amministratori».

L’ASSESSORE DI PERO E IL CASINO’ – In uno dei passaggi dell’ordinanza di custodia cautelare destinata a 15 persone, firmata dal gip Giuseppe Gennari, si legge: «La totale condivisione di interessi tra Adolfo Mandelli (imprenditore attivo nel campo immobiliare, anche lui arrestato,ndr) e i Valle emerge anche in data 23 gennaio 2009, quando Valle ha contattato Mandelli per avvisarlo di aver ottenuto dal Comune di Pero le licenze per aprire un “mini casinò”, una discoteca ed anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il Comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l’area. Tutto ciò è avvenuto anche grazie all’amicizia con Davide Valia (assessore al Comune di Pero, ndr)». Viene riportata anche un’intercettazione nella quale l’imprenditore Mandelli dice: «Minchia, meglio di Davide che è a Pero… cosa dobbiamo avere?». Dalle intercettazioni, si legge ancora nell’ordinanza, «è emerso inequivocabilmente che la licenza per il mini casinò è stata ottenuta anche grazie all’interessamento del politico, il quale si adopera pure per altri favori». In un’informativa del 25 febbraio scorso della Squadra Mobile di Milano si afferma che Valia «si prodigò per far ottenere» a Fortunato Valle «le autorizzazioni per l’avvio di esercizi pubblici e a metterlo in contatto con altri amministratori locali di altri Comuni da lui conosciuti per favorirlo nei suoi affari».

I TENTATIVI CON LA POLITICA – Un altro degli arrestati, l’imprenditore Riccardo Cusenza, si è presentato nel 2009 alle elezioni amministrative del Comune di Cormano, con il Pdl. In una telefonata intercettata del 20 marzo 2009, Cusenza chiede a Fortunato Valle «un aiuto per essere eletto alle prossime elezioni amministrative. Cusenza, si legge ancora nell’ordinanza, non risponde subito alla domanda su chi sia il suo «padrino politico». Circa un mese dopo, nel corso di un’altra telefonata, Cusenza spiega che «un paio di famiglie calabresi mi danno una mano, vediamo di fare un po’ di numeri che entriamo in un buon giro anche politico». In una conversazione del 27 aprile 2009, Cusenza vanta anche, spiega il gip, «di essere molto vicino all’attuale presidente della Provincia di Milano Podestà». Al telefono Cusenza dice: «Con Podestà, bravo! Siamo culo e camicia, adesso verrà all’aperitivo che organizziamo a Cormano». Una nota della Provincia dichiara che si tratta di «una vanteria, priva di alcun supporto nei fatti»: «A chi come Podestà ricopre da molti anni incarichi politici ed istituzionali di grande importanza per il territorio è impossibile impedire che soggetti terzi, col probabile scopo di accreditarsi, utilizzino in modo improprio il suo nome», precisa la nota. Il clan Valle cercò anche di infiltrarsi in maniera diretta nell’amministrazione del comune di Cologno Monzese, facendo candidare Leonardo Valle alla carica di consigliere comunale. Ma non fu eletto.

MARONI: AZIONE CONTRO INFILTRAZIONI IN EXPO – Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, definisce «un’azione straordinaria» quella effettuata a Milano dalle forze dell’ordine contro la ’ndrangheta. «Oggi è una giornata importante – ha detto il ministro a margine della presentazione dei patti per la sicurezza delle aree del Lago Maggiore e di Lugano – perché si è effettuata stamani una azione straordinaria contro la ’ndrangheta. È la prima azione mirata contro le infiltrazioni attorno all’Expo. Sono stati arrestati 15 membri del clan Valle, sequestrati 100 immobili e 28 società per un valore di diversi milioni di euro».

«COLPA DEL SOGGIORNO OBBLIGATO» – «Questo è proprio il loro metodo – ha continuato il capo del Viminale – cioè quello dell’usura, per poi prendere a poco intere attività e negozi infiltrandosi nel tessuto economico sano. Tutto è nato negli anni Settanta con il famigerato istituto del Soggiorno obbligato che la Lega per prima denunciò. Vedeva il rischio di infiltrazioni che poi ci sono state». Plaude all’operato dei magistrati e delle forze dell’ordine anche il ministro della Giustizia Angelino Alfano. «È un ulteriore e chiaro segnale per le organizzazioni mafiose, perché sappiano che la squadra-Stato è determinata a portare a termine l’opera di sradicamento delle loro attività illecite che tentano di minare la nostra società e la sana competitività del nostro Paese».

BOCCASSINI: LOTTA ALLE CONNIVENZE – Il pm di Milano Ilda Boccassini ha sottolineato con forza che «nessuno ha mai fatto una denuncia» in tutti questi anni contro l’organizzazione, che gestiva 34 società: «Parte della cittadinanza milanese si comportava con questa organizzazione al pari di quello che succede a Locri, a Trapani o in Sicilia, nel senso che avevano il rispetto totale». «Imprenditori e artigiani – ha tuonato Boccassini – hanno una sola strada: denunciare. O si sta con lo Stato o si sta contro lo Stato. Nei casi borderline, dove non si capisce bene il ruolo delle vittime, la magistratura sarà molto rigida contro chi non intende avvalersi delle leggi di questo Stato». Nessuno sconto, dunque, per nessuno: «Quando c’è connivenza la linea della Procura sarà durissima. Non si possono avere alibi».

ATTENZIONE SU EXPO – Alla domanda se esistessero intercettazioni nelle quali si parla dell’Expo, Boccassini ha sottolineato: «Non ci sono», ma ha poi aggiunto: «È ovvio che dobbiamo avere mille sensori, perché non si può escludere che persone non corrette si avvantaggino (dei finanziamenti per l’Expo). Il pericolo c’è, il business interessa buoni e cattivi». Insomma «bisognerà individuare i buoni, i cattivi, ma soprattutto le zone grigie, che sono le più pericolose».

Redazione online

01 luglio 2010(ultima modifica: 02 luglio 2010)

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