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La ‘ndrangheta lavora al Tribunale di Milano La storia clamorosa di due appalti pubblici

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

La vicenda riguarda alcuni uomini vicini alla cosca Barbaro-Papalia. Secondo le informative della Dia i cantieri andarono a una ditta pulita, ma i lavori furono effettuati da uomini vicini alle cosche che hanno lavorato oltre che al palazzo di giustizia anche alla ristrutturazione di una casa vacanza ad Andora

Imprenditori puliti che ci mettono faccia e società. Imprenditori mafiosi che stanno dietro le quinte dell’appalto e incassano le commesse. Il gioco non è complicato. Le ultime inchieste sulla ‘ndrangheta a Milano lo hanno dimostrato chiaramente. Alla sbarra così sono finiti imprenditori dal pedigree rigorosamente padano come Maurizio Luraghi e Ivano Perego. Il primo accusato e condannato per associazione mafiosa. Il secondo ancora in attesa di giudizio. Grazie a loro i boss alla milanese si sono aggiudicati speculazioni edilizie e appalti pubblici. La Perego strade, addirittura, ha lavorato allo scavo per la costruzione della nuova sede del palazzo di Giustizia di Milano.

Eppure c’è dell’altro. Un azzardo ulteriore che ha portato gli uomini della ‘ndrangheta a ottenere appalti per la manutenzione degli impianti elettrici anche all’interno dell’attuale Tribunale del capoluogo lombardo. Il dato, inedito, emerge dalle pieghe degli atti dell’inchiesta Parco sud che il 3 novembre 2009 ha chiuso i conti con la cosca Barbaro-Papalia, famiglia di ‘ndrangheta da anni residente a Buccinasco, comune a sud-ovest di Milano. Di più: sempre le stesse persone riconducibili al clan e che, come i loro capi, nel gennaio 2010 saranno condannate in primo grado, sono riuscite ad aggiudicarsi appalti del Comune di Milano.

La storia inizia nell’inverno del 2008. In quel periodo, i boss della cosca si trovano in carcere. I gregari, invece, sono liberi e operativi. Due di loro, Franco Michele Mazzone e Nicola Carbone,stanno svolgendo lavori per conto della C.e.b. Electric di Caludio Papani, imprenditore di Novate milanese che non verrà sfiorato dall’inchiesta. Ecco, allora, cosa annotano gli uomini della Dia in un’informativa del 21 novembre 2008: “I lavori per conto di Papani sono quelli di un immobile nel comune di Andora e presso il palazzo di Giustizia di Milano”. I cantieri in Liguria riguardano una delle Casa vacanza di proprietà del comune di Milano. Un dato confermato dal documento dall’Ufficio strutture scolastiche. Secondo il quale Papani si è aggiudicato un appalto “per montanti e dorsali elettrici” del valore di 70mila euro. Oggi sul sito del comune di Milano la residenza viene descritta come “una splendida costruzione completamente ristrutturata, racchiusa tra pini e piante mediterranee, con accesso diretto alla spiaggia privata e priva di barriere architettoniche. Nel grande parco, vasti spazi di gioco e attrezzature sportive. Età degli ospiti: 6/11 anni”. Dalle intercettazioni, depositate agli atti dell’indagine Parco sud, emerge come Mazzone da questo lavoro voglia ricavare fino a 300mila euro. Un bel tesoretto che non fa gola solo a lui. In pista, infatti, c’è anche Giuseppe Andronaco (non indagato), imprenditore calabrese molto vicino al giovane Domenico Papalia, boss in ascesa con i giusti quarti di nobiltà mafiosa.

Insomma, le cosche in Lombardia arrivano ovunque e guadagnano su tutto. Il metodo, come si diceva, è sempre lo stesso. “Papani ha assunto alcuni dipendenti di Mazzone, non potendo quest’ultimo ricevere il subappalto”. Il perché lo racconta la storia criminale dello stesso Mazzone scritta dal gip Giuseppe Gennari nella sua ordinanza del 2009. Il giudice lo descrive come persona di fiducia di Salvatore Barbaro, il piccolo principe delle cosche, che ha sposato Serafina Papalia, figlia di Rocco Papalia, per anni reggente degli affari mafiosi al nord. Mazzone, secondo gli investigatori, si è preso l’incarico di minacciare Luraghi e la sua famiglia dopo che l’imprenditore ha deciso di collaborare con la magistratura.

Per conto della cosca Barbaro-Papalia, Mazzone ritira “somme di denaro nei cantieri dove l’organizzazione ha cointeressenze, fornendo la sua collaborazione per le esigenze quotidiane, quale gestore per conto della “ famiglia” degli affari illeciti, in particolare prendendo in affitto l’ appartamento di Assago via Caduti in cui si è nascosto il latitante Paolo Sergi“. Mazzone, inizialmente indagato anche per associazione mafiosa, alla fine verrà condannato a cinque anni e otto mesi per altri reati. Tra questi la detenzione “di armi comuni da sparo, alcune clandestine, armi e munizionamento da guerra, e una bomba a mano”. Dal suo curriculum spunta anche un bel po’ di droga, circa quattro chili di cocaina. Lo stesso spartito vale per Nicola Carbone condannato in primo grado a sei anni.

Il 29 ottobre 2008 Mazzone è al telefono con un tale Pasquale al quale conferma che si occuperà dei lavori elettrici all’interno del tribunale. Nello stesso giorno Claudio Papani chiama Mazzone per chiedergli i nomi delle persone che andranno a lavorare a palazzo di Giustizia. Due giorni dopo sono di nuovo al telefono. Papani comunica a Mazzone gli stipendi degli operai, dopodiché lo invita a mandare le carte d’identità degli operai. Quindi gli dice di “licenziare i ragazzi” per poi poterli assumere lui. Il 4 novembre successivo i lavori iniziano. Il giorno prima “Mazzone chiama Papani il quale gli dice che da domani i ragazzi possono iniziare a lavorare al Tribunale”.

A questo punto l’informativa della Dia conclude chiedendo all’autorità giudiziaria una proroga alle intercettazioni. Ad oggi l’inchiesta resta aperta. E Mazzone non è indagato per questa vicenda. Un fatto, però, è certo. Seguendo le tracce della ‘ndrangheta che fa affari in riva al Naviglio si rischia di imbattersi in storie come queste, che mettono in fila gli interessi mafiosi con appalti ad alto rischio come quello nel palazzo di Giustizia di Milano.

Mafia e disinformazione, il capolavoro di Annozero. Da imputato di ‘ndrangheta a vittima delle cosche

Fonte: http://www.milanomafia.com

Si è parlato di mafia nell’ultima puntata di Annozero. Di Cosa nostra, delle stragi del ’92 e ’93, di depistaggi, trattative e strane entità politiche che avrebbero manovrato e progettato il terrore di quegli anni. In fondo nulla di nuovo. E invece no. Perché quasi all’esordio del programma, uno dei giornalisti di Michele Santoro (foto) ha intervistato un imprenditore lombardo. Un tipo robusto, vestito di nero, con i capelli ben impomatati. Maurizio Luraghi, il nome e il cognome. Professione: ras dell’edilizia, nello specifico del movimento terra, campo che da tempo ingolosisce la ‘ndrangheta. Ma non si doveva parlare di trattative, servizi segreti, seguendo l’esternazioni di Ciancimino junior? Sì, ma questo di Luraghi è solo un intermezzo. Per dire cosa? Che la mafia a Milano esiste. E ci mancherebbe. Che la mafia nella ex capitale morale d’Italia fa affari e ricicla denaro. In fondo, non una notizia. Che la ‘ndrangheta oggi qui al nord, nella futura casa di Expo 2015, chiede il pizzo agli imprenditori. E chi lo dice? Il buon Luraghi che usa il microfono come una clava. Lui fa nomi e cognomi. Dice dei Papalia, famiglia mafiosa, approfondisce, chiarisce. Racconta di Rocco Papalia e Salvatore Barbaro, mafiosi che lo hanno sfruttato, vessato, minacciato, ieri e oggi. E oggi ci sono telefonate anonime, mezzi bruciati, a lui, alla moglie, alla figlia. Una vittima. Luraghi sembra una vittima. Anzi lo è. E tutto grazie ad Annozero che concede telecamere, inquadrature e microfoni. E allora via contro il sindaco Moratti che non fa nulla e al sottosegretario Mantovano pure lui inerte. E’ grande giornalismo. Forse. Anzi no. Per niente. Perché il giornalista di Annozero prima o dopo aver lasciato la scena a Luraghi avrebbe dovuto doverosamente annotare che questo imprenditore oggi è imputato di mafia, accusato di aver fatto affari con la ‘ndrangheta. Per lui il pm Alessandra Dolci, magistrato tosto e tenace della Dda di Milano, ha chiesto sette anni di carcere. Di più: Michele Santoro o il suo giornalista dovevano dare un’altra informazione. Ad esempio che Luraghi oggi è anche imputato per bancarotta fraudolenta assieme, guarda caso, ai giovani padrini della ‘ndrangheta. E poi magari sarebbe stato corretto riportare una delle centinaia di intercettazioni che inchioderebbero Luraghi alle sue responsabilità mafiose. Questa ad esempio. Quando Luraghi, in auto, con Mario Miceli, cognato di Salvatore Barbaro, dice: “Ma tu Mario non hai visto quello che abbiamo costruito qui, io e Domenico Barbaro assieme a Rocco Papalia”. Già perché “io collaboro con Domenico e ancora prima con Rocco Papalia da 25 anni”. (dm)

Quel 2008, anno di grazia per la ‘ndrangheta milanese: elezioni politiche e la vittoria di Expo

Fonte: http://www.milanomafia.com

Nel 2008 i boss più importanti della ‘ndrangheta in Lombardia sono tutti liberi. Un anno decisivo per Milano con la vittoria di Expo 2015 e la scelta di appoggiare il Pdl alle elezioni politiche

Milano, 6 aprile 2010 – L’ultima pagina, la numero 50.000 è stata scritta qualche mese fa. Da lì in poi i magistrati della Dda di Milano hanno iniziato a lavorare. E adesso la loro richiesta è pronta per passare sulla scrivania del gip in attesa che vengano emesse le ordinanze di custodia cautelare. Saranno quasi 250 per quella che sembra essere la più importante operazione antimafia degli ultimi vent’anni in territorio lombardo. Ci saranno i boss, ma ci sarà soprattutto la politica e i suoi legami con la ‘ndrangheta. Un mix esplosivo che segnala il cambiamento di rotta dei clan calabresi in Lombardia. Non più solo famiglie legate a doppio filo con la Calabria, ma ‘ndrine autonome, ricchissime e potenti, in grado di mascherarsi dietro la faccia pulite di imprenditori del Nord e di giocare di sponda con le amministrazioni locali.
Decisioni svincolate dalla casa madre, dunque, ma prese con accordi comuni tra le famiglie che da anni vivono al Nord. Che qui controllano il territorio, trafficano droga, vincono appalti, costruiscono, a volte uccidono. E che quando devono fare scelte decisive per il futuro dell’organizzazione si riuniscono. Ecco allora la novità: oggi in Lombardia esiste una vera commissione della ‘ndrangheta. Una sorta di consiglio di amministrazione mafioso che oltre ai boss tiene dentro politici, imprenditori e personaggi legati alla massoneria. Elementi che danno sostanza all’idea che tra Reggio Calabria e Milano, in vista dei grandi affari lombardi, sia stato creato un vero e proprio secondo livello, i cui prodromi si intuiscono già nel 2005, ma che diventerà operativo soprattutto nella primavera del 2008. Un periodo caldissimo che vede da un lato Milano vincitrice ufficiale di Expo 2015 e dall’altro i suoi politici di punta impegnati nella campagna elettorale per le elezioni politiche di aprile. In mezzo ci sono i boss, veri pezzi da novanta della ‘ndrangheta che in quel periodo sono tutti liberi.

L’omicidio Fortugno e la nuova loggia degli Invisibili

Il là alla grande rivoluzione copernicana viene dato in Calabria, quando la ‘ndrangheta uccide a Locri il vicepresidente del Consiglio regionale Franco Fortugno. I killer gli sparano all’uscita di palazzo Nieddu dove Fortugno si era recato per le primarie dell’Ulivo. E’ il 15 ottobre 2005. Pochi mesi dopo, il 21 marzo 2006, vengono arrestate nove persone. Il 2 febbraio 2009 la sentenza di primo grado condanna all’ergastolo gli imputati ritenuti esecutori materiali: Alessandro e Giuseppe Marcianò, Salvatore Ritorto e Domenico Audino. Nessun cenno ai mandanti dell’omicidio.
Due fatti accaduti tra il 2005 e il 2006, però, spostano l’attenzione su Milano. Il 24 marzo 2006, l’Ansa batte una strana agenzia che non verrà mai ripresa dai giornali. Si legge che agli atti dell’inchiesta “risultano frequenti spostamenti dei presunti componenti del gruppo di fuoco verso Milano”. Viaggi che si sono ripetuti fino al giorno prima dell’omicidio Fortugno. In Lombardia sarebbero arrivati, infatti, Domenico Audino e Domenico Novella, entrambi coinvolti nell’esecuzione di Locri. Ci si chiede “cosa siano andati a fare nel capoluogo lombardo, proprio alla vigilia di un delitto eccellente?” L’ipotesi su cui si sta lavorando, prosegue l’Ansa, “è che siano andati a ricevere l’autorizzazione all’esecuzione del delitto”. Lo scenario risulta avvalorato da una strana intercettazione (anche questa mai pubblicata) fatta la sera prima del delitto. “Se non hai ancora capito domani leggiti i giornali”, dice un anonimo telefonista “milanese” al suo interlocutore che in quel momento si trova a Reggio Calabria.
Poco prima dell’omicidio di Locri i boss di Reggio Calabria stanno dando forma a una struttura segreta che ha tutte le caratteristiche di una loggia massonica. Si tratta della loggia degli invisibili. Questo, però, lo si saprà solo nel 2008, quando i carabinieri chiuderanno l’inchiesta Bellu Lavuru. Il particolare emerge da diverse intercettazioni ambientali di Sebastiano Altomonte, sindacalista scolastico a Bova Marina e soprattutto grande procacciatore di voti. Dice: “Perché c’è la visibile e l’invisibile. E lui è in quella visibile che non conta, noi altri siamo nell’invisibile. Capisci? E questo conta”. Dopodiché spiega: “C’è una che si sa e una che non la sa nessuno, perché se no oggi il mondo finiva; se no tutti cantavano”. E, dunque, rimarcando il concetto. “C’è la visibile e l’invisibile che è nata da un paio di anni e che non la sa nessuno, solo chi è invisibile”. Sono parole pesantissime che spiegano in maniera oggettiva quello che fino ad ora avevano rivelato solamente i pentiti definendo questo secondo livello “la Santa”. Per questo i magistrati annotano: “Questa genuina acquisizione apre uno scenario del tutto nuovo nel panorama criminale delle cosche mafiose di Reggio Calabria”.

L’elezione di Lady Moratti

Uomini della massoneria legati alla ‘ndrangheta nella primavera del 2006 entrano in gioco anche a Milano. Un periodo che non sembra scelto a caso visto che a fine maggio di quello stesso anno si tengono le elezioni per il sindaco. Candidato di punta del Pdl (allora Casa della Libertà) è Letizia Moratti. Suo avversario, sul fronte del centrosinistra, è l’ex prefetto Bruno Ferrante. Lady Moratti vincerà a mani basse. Per il governo della città cambia poco. Il colore azzurro resta dominante. Le settimane che precedono le elezioni del 28 e 29 maggio, sono settimane di grande attività. E’ in questo periodo che entra in azione l’uomo dei clan. Uno strano mister x con un passato da estremista di destra, legato alla massoneria e al boss di Reggio Calabria Paolino De Stefano. Di lui parla il pentito Filippo Barreca a proposito della latitanza del terrorista nero Franco Freda, coinvolto nell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana: “Un giorno giunse al distributore di benzina in compagnia di altra persona che mi presentò come Franco Freda. Lui veniva a nome di Paolo De Stefano e mi disse di tenere presso di me il latitante per un ventina di giorni, sino al momento in cui non fosse stato possibile trasferirlo all’estero. Durante il periodo in cui Freda fu nella mia abitazione venne a trovarlo l’avvocato Giorgio De Stefano e l’avvocato Paolo Romeo”.
Già latitante, questo mister x, approda a Milano proprio nella primavera del 2006. Al Nord ci è venuto per prendere contatti. Sul suo taccuino sono già segnati i nomi di politici e imprenditori. Lui agisce su mandato dei clan che stanno in Calabria. Molto probabilmente quella sorta di loggia mafiosa messa in piedi a ridosso dell’omicidio Fortugno. L’obiettivo è quello di razionalizzare al meglio tutti gli affari che a Milano, a partire da quel 2006 possono ingrossare le casse della ‘ndrangheta. Mister x, poi, risulta in società con un imprenditore calabrese, da tempo residente al nord, a sua volta legato alle famiglie di Reggio. In realtà la società conta poco, quello che conta sono “le amicizie” politiche che questo signore può vantare. Amicizie che arrivano fin dentro l’allora Casa della libertà e a uomini che da lì a poco verranno rieletti in consiglio comunale.

I boss sono tutti fuori

La ‘ndrangheta lavora sotto traccia. Nel 2006 nessuno ne parla. I grandi boss degli anni Novanta sono in carcere sommersi dagli ergastoli. E chi ha finito di scontare la pena esce senza fare rumore. In carcere ci sono ad esempio i tre fratelli Papalia, Domenico, Antonio e Rocco. Sulle spalle omicidi, sequestri di persona, traffico di eroina. Stanno in gabbia ma continuano a comandare. Soprattutto Rocco e Antonio. Un particolare che però verrà alla luce solo dopo l’estate del 2008, quando molte decisioni saranno già state prese. Tra il 2007 e il 2008, dunque, la ‘ndrangheta in Lombardia può contare su almeno 17 boss di primo livello.
Sono tutti liberi e tutti attivi. Ci sono Salvatore e Domenico Barbaro, padre e figlio, che assieme al giovanissimo Domenico Papalia (figlio di Antonio Papalia), gestiscono il movimento terra a sud di Milano. La zona fa segnare anche la presenza della cosca Muià-Facchineri. A Nord della città, invece, lavorano i fratelli Mandalari, Nunzio e Vincenzo. Specializzati in edilizia, hanno il loro quartier generale nella zona di Bollate. In città vive, invece, Antonio Piromalli, erede dell’omonima cosca di Gioia Tauro. I Piromalli a Milano hanno interessi nell’Ortomercato e contatti diretti con il senatore Pdl Marcello Dell’Utri. A Monza, invece, si danno molto da fare i Moscato, costruttori con legami di parentale con il boss di Melito Porto Salvo, Natale Iamonte. Uno in particolare riceve le attenzioni degli investigatori. Si tratta di Natale Moscato, taycoon dell’edilizia, coinvolto, ma poi prosciolto, in un indagine di ‘ndrangheta di metà anni Novanta. La sua zona d’azione resta quella di Desio. Qui, negli anni Ottanta, Moscato ha fatto l’assessore socialista. Oggi, invece, è un grande elettore del Pdl. E infine nel Varesotto comandano due boss: Carmelo Novella e Vincenzo Rispoli. Entrambi sono uomini potenti, legati a doppio filo alla cosca Barbaro-Papalia di Buccinasco. A questo elenco va aggiunto il nome di Pasquale Barbaro detto u zangrei. Lui fino al novembre 2007 risulta il referente della ‘ndrangheta per la Lombardia. Morirà nel novembre 2007. Seppellito nel piccolo cimitero di Platì, ai funerali parteciperanno molti boss del nord, tra cui lo stesso Vincenzo Rispoli.

Il summit del 2008 e l’appoggio al Pdl


Dopo la morte di Pasquale Barbaro
, il comando viene preso dal giovanissimo Domenico Papalia. Questa almeno è la tesi degli investigatori. In realtà le operazioni passano tutte attraverso Salvatore Barbaro, legato ai Papalia per aver sposato la figlia di Rocco Papalia. E’ lui a guidare i capitali della ‘ndrangheta nella holding Kreiamo con sede in via Montenapoleone. Lui, ovviamente, gioca dietro le quinte, lasciando la palla a due uomini di fiducia: Andrea Madaffari e Alfredo Iorio. Si tratta dell’inchiesta Parco sud che solo poche settimana fa ha svelato, in parte, la trama di un comitato affaristico-mafioso spalleggiato da diversi uomini politici. Nomi noti fino a livello regionale. Agli inizi del gennaio 2008, Salvatore Barbaro ha preso il comando. E’ indagato, ma libero. E come lui, tutti gli altri. Intanto, Milano freme per le battute finali di Expo 20015. A fine marzo, il comitato di Parigi, deciderà dove si svolgerà l’esposizione universale. Giochi fatti nel pomeriggio del 31 marzo. Milano batte Smirne. Si brinda. Brindano anche i capi della ‘ndrangheta. La scommessa del 2006 ha pagato. Lady Moratti ha vinto. Non è finita. Dopo la caduta del governo Prodi, l’Italia torna al voto. Saranno elezioni politiche decisive e sulle quali peserà molto il gioco delle preferenze. Un sistema perfetto per la ‘ndrangheta che in Lombardia è in grado di gestire un enorme bacino di voti. Ecco quindi il messaggio fatto rimbalzare dal centro all’hinterland fino in provincia. Bisogna incontrarsi per decidere. Non è la prima volta. Una riunione del genere si era già verificata pochi anni prima al ristorante Scacciapensieri di Nettuno, zona di pertinenza della cosca Novella. Al tavolo quella domenica c’erano Vincenzo Rispoli, Domenico Barbaro, Carmelo Novella, Giosafatto Molluso, Saverio Minasi, Vincenzo Mandalari, Salvatore Panetta, Vincenzo Lavorata. In quella primavera del 2008 le scelte saranno decisive e poco importa se dal luglio successivo inizieranno a fioccare omicidi e arresti. Chi resta fuori proseguirà. L’incontro avviene. Ci sono tutti: dai Barbaro ai padrini della provincia. Sul tavolo gli appalti di Expo e la scelta di appoggiare senza colpo ferire gli uomini del Popolo della libertà. (cg/dm)

I verbali di Tiziano Butturini e il bingo dei referenti di Iorio. “Maullu e Altitonante si erano inventati un candidato sindaco per Trezzano sul Naviglio”

Fonte: http://www.milanomafia.com

L’ex sindaco, arrestato il 22 febbraio scorso, ha negato di aver preso soldi da Alfreo Iorio. Poi ha allargato il discorso alle trame politiche del duo Maullu-Altitonante. “Il Pdl era interessato ad Amiacque. Il presidente doveva essere l’assistente di Altitonante”

I soldi del clan Papalia-Barbaro

La Kreiamo spa di Alfredo Iorio e Andrea Madaffari, secondo i magistrati, avrebbe inglobato buona parte del denaro della cosca Papalia-Barbaro. La prova starebbe in una serie di passaggi societari. La prima denominazione della Kreiamo, infatti, era Sa.Fran, immobiliare la cui titolare era Serafina Papalia, moglie di Salvatore Barbaro e figlia del boss Rocco Papalia
L’ex sindaco di Trezzano sul Naviglio,
Tiziano Butturini, è accusato di aver preso una mazzetta da 5.000 euro da Alfreo Iorio presidente della Kreiamo spa
Nell’interrogatorio di garanzia Butturini, oltre a negare di aver preso quel denaro, allarga il discorso ai legami tra Iorio e il duo
Maullu-Altitonante, rispettivamente assessore regionale e provinciale

Milano, 26 marzo 2010 – I conti sembra li avessero fatti molto bene. A tal punto da inventarsi dal nulla un proprio candidato da piazzare nella corsa per le prossime comunali di Trezzano sul Naviglio. E non si erano fermati qui. Perché nel progetto c’era anche la presidenza di Amiacque, società pubblica, nata nel 2006 dalla fusione di Aemme acque e Miacqua Spa, già affidatarie del servizio idrico da parte di Ato Provincia di Milano. Protagonisti del piano l’assessore regionale alla Protezione civile Stefano Maullu (candidato alle Regionali del 28 marzo nel listino di Roberto Formigoni) e l’assessore provinciale Pdl Fabio Altitonante.

Il quadro emerge dall’interrogatorio di Tiziano Butturini (foto a sinistra), ex sindaco di centrosinistra arrestato il 22 febbraio scorso con l’accusa di aver preso mazzette dal gruppo Kreiamo di Alfredo Iorio, l’immobiliarista di Cesano Boscone indicato dai magistrati come il braccio finanziario della ‘ndrangheta. L’interrogatorio, condotto dal gip Giuseppe Gennari, si è svolto il 25 febbraio 2010 a San Vittore. A Butturini viene chiesto conto di una presunta tangente di 5.000 euro. Soldi intascati in auto, nella zona di Opera, a pochi passi dalla sede della Tasm, società pubblica che si occupa di raccolta e pulitura di acque di scarico e di cui lo stesso Butturni è presidente. Lui, ovviamente, nega e a proposito dei suoi rapporti con Iorio dice: “Non nego di averlo visto, né che lui mi parlasse, tra le tante cose, anche di progetti urbanistici nel comune di Trezzano, nego, invece, di aver preso i soldi e ancora di avergli fatto pensare che lo avrei potuto aiutare”.

Dopodiché Butturini allarga il discorso. “Alfredo Iorio fa politica indirettamente, lui è il riferimento del Pdl a Cesano Boscone”. E dunque, quando Butturini parla con lui (“Ci diamo del tu, ma non siamo amici”), di fronte non ha “l’imprenditore”, ma “una parte politica” con referenti precisi. Vale a dire: “L’assessore Maullu e Fabio Altitonante, braccio destro di Maullu, allora consigliere a Palazzo Marino, ora anche assessore provinciale al Territorio”. L’amicizia tra i due politici e quelli della Kreiamo viene confermata da un pranzo cui partecipa anche Butturini. “Si tratta di un pranzo – racconta l’ex sindaco di Trezzano sul Naviglio – dove sono andato, invitato da Iorio e Iannuzzi. Lo scopo era parlare con Altitonante e Maullu”. Il summit politico-affaristico si tiene ai tavoli di un elegante ristorante sardo al quartiere Isola. Quindi il discorso va sul futuro di Tasm e Amiacque. In entrambe le società, Butturini risulta presidente. E questo nonostante dalla primavera del 2009 la Provincia, ente interessato in entrambe, sia passato al Pdl.

Io ho tenuto finché ho potuto”, dice Butturini. “Il Pdl era più interessato ad Amiacque”. Di più: “Avevano già indicato chi doveva sostituirmi: si trattava dell’assistente di Altitonante”. Non è finita perché la lunga mano del comitato politico-affaristico si allunga anche sulle comunali di Trezzano, paese strategico anche per gli interessi della cordata mafiosa della Kreiamo di Alfreo Iorio e del socio Andrea Madaffari. A Trezzano così “viene candidato un ex medico di Cesano Boscone, presentato in assemblea pubblica dall’assessore Altitonante”. Conclusione: “I capi politici di questa operazione fanno un bingo formidabile”. Decisamente inquietante il racconto fatto da Butturini sulla genesi del candidato sindaco Gian Gaspere Balestrieri. “L’hanno inventato apposta – racconta – . Perché lì sono divisi, anche se il punto di riferimento resta Maullu”. E allora cosa fa l’assessore regionale. “Voi non vi mettete d’accordo ne invento uno io” . Dopo gli arresti del 22 febbraio, però, succede qualcosa. Liana Scundi, sindaco uscente e moglie di Butturini lascia la candidatura. Stranamente capita la stessa cosa per Balestrieri. Ma non perché dalle informative della Dia emergono i nomi dei suoi padrini politici (Maullu e Altitonante), ma banalmente per “dissidi interni al partito”. (dm)

Il prezzo della ‘ndrangheta. Quei ventiquattromila euro che i Pecchia regalarono al figlio di Antonio Papalia come segno d’amicizia

L’episodio è stato raccontato dall’imprenditore Maurizio Luraghi durante l’ultima udienza del processo alla cosca Barbaro. Per pagare quel denaro a Pasquale Papalia emise una fattura falsa

L’imprenditore

Maurizio Luraghi è nato a Rho il 26 settembre 1954. Inizia a lavorare nel campo dell’edilizia sul finire dgeli anni Settanta. All’epoca opera già con Domenico Barbaro, detto l’australiano.

Negli anni Ottanta c’è l’incontro con Rocco Papalia, il boss di Buccinasco. E per Luraghi le cose cambiano. Non è più lui, infatti, a decidere chi far lavorare nei suoi cantieri, ma compare Rocco. Sarà Papalia a gestire il denaro dei subappalti.

A metà anni Novanta, con i Papalia in carcare, Luraghi si riavvicina a Domenico Barbaro e successivamente al figlio Salvatore appena uscito di galera.

A partire dal 2000, Salvatore Barbaro diventa sempre più potente tanto da pretendere di gestire i lavori del movimento terra come già fece il suocero Rocco Papalia

Con precedenti per bancarotta, Luraghi viene arrestato nel luglio 2008 assieme alla moglie Giuliana Persegoni. Marito e moglie oggi sono imputati per 416 bis

Recenetmente Luraghi ha mostrato la volontà di tagliare i rapporti con i clan. Per questo ha ricevuto minacce verbali e diversi attentati nei propri cantieri

Milano, 27 gennaio 2010 – “Adriano mi disse che quei 24.000 euro dovevano essere un regalo a Pasquale Papalia. Non mi disse altro, solo che voleva aiutarlo, visto che in passato la famiglia Papalia aveva acquistato da lui diverse abitazioni”. Maurizio Luraghi indossa il solito abito scuro. Sta seduto davanti al giudice, vicino alla bocca tiene il microfono. Ha la voce sicura. Il pm lo incalza, ma lui tira dritto, anche quando, come nel caso dei soldi ai Papalia, le cose tornano molto poco. Sì, perché quel denaro appare, a dire dell’accusa, la prova provata dell’ingerenza mafiosa negli appalti dell’edilizia.

Siamo al processo Cerberus. L’udienza è quella del 21 gennaio 2010. All’ordine del giorno c’è un solo nome: Maurizio Luraghi. Esame e controesame. Vanno via praticamente sette ore. Al termine, l’imprenditore lombardo, accusato di associazione mafiosa, si allontana sfinito accompagnato dalla moglie, Giuliana Persegoni, pure lei imputata, e la figlia Barbara. Quelle passate sono state ore lunghe, a volte dispersive, ma decisamente interessanti e non tanto perché, come scrive l’Ansa, si è dimostrato, una volta di più, diciamo noi, che qui in Lombardia la ‘ndrangheta ha monopolio del movimento terra, ma piuttosto perché, attraverso le parole di Luraghi, si rivive passo per passo il sistema ‘ndrangheta. Un sistema che non potrebbe esistere e proliferare senza l’aiuto (consapevole o meno) degli imprenditori.

Imprenditori come quel tale Adriano che oltre al nome ha anche un cognome, Pecchia. E i Pecchia a Buccinasco, ma non solo, sono una vera garanzia. Costruttori da sempre, a partire dal padre di Adriano, quel Mario Pecchia, 71 anni, origini calabresi, ma radici ben piantate tra l’hinterland e il centro di Milano, dove, in via Durini 14, ha sede la Finman, azienda di famiglia che acquista terreni da costruire. Nell’impresa si dividono il lavoro, oltre al vecchio Mario, anche i due figli, Giuseppe e Adriano. I tre non sono stati coinvolti nell’inchiesta Cerberus né in altre indagini di mafia. Eppure, dei Pecchia, ha parlato anche uno dei grandi pentiti della ‘ndrangheta milanese, quel Saverio Morabito, motore dell’indagine Nord-Sud. “A Buccinasco – racconta – i Papalia si appoggiavano a Pecchia, che è stato assessore o consigliere per circa vent’anni. I rapporti erano poco puliti: combinavano in modo di ottenere appalti coinvolgendo Pecchia o chi per lui”. Oggi i Pecchia fanno solo gli imprenditori. Che poi il presidente del collegio sindacale di Finman sia socio in affari con Pasquale Guaglione, fincheggiatore dei Nar, condannato per banda armata, oltre che uomo forte della destra milanese, sempre solo una casualità.

Ma torniamo a Luraghi. Lui, oggi, fa “il maestro di ballo”, ma fino al luglio 2008 lavorava nell’edilizia con la sua Lavori stradali. Nome che a partire dal 2005 compare sul cartello fuori dal cantiere di Buccinasco più, la più importante speculazione edilizia del sud Milano (nella foto in alto il cantiere di Bucinasco più tra il 2006 e il 2007 periodo in cui lavorò la ‘ndrangheta). Qui Luraghi si occupa di movimento terra e urbanizzazioni. L’appalto lo prende dai Pecchia che con la loro Finman hanno comprato il terreno dalla famiglia Cantoni. Per l’accusa, però, la presenza di Luraghi è solo di facciata, perché dietro di lui ci sono i boss della ‘ndrangheta. Salvatore Barbaro su tutti e a seguire Pasquale Papalia, quello dei 24.000 euro. Torniamo allora al punto di partenza. “Pecchia – dice Luraghi – mi disse che quel denaro lui lo voleva dare per l’amicizia che aveva con Pasquale, perché erano cresciuti assieme e avevano fatto le stesse scuole”. Amici di infanzia, dunque. Anche se Adriano Pecchia ha nove anni in più di Papalia. “Ma io mica gli ho chiesto perché voleva dargli quei soldi”. No, Luraghi semplicemente si mette all’opera per procurare a Finman una fattura (falsa) da 24.000 euro per giustificare il pagamento al figlio di Antonio Papalia, che per quel compenso non ha mai prestato mano d’opera. Mai.

A questo punto varrebbe la pena chiedersi il perché Adriano Pecchia abbia pagato quella cifra alla ‘ndrangheta. Luraghi, ovviamente, non lo sa. Conferma, invece, un inquietante dialogo tra lui e Giuseppe Pecchia, fratello di Adriano, riguardante una presunta tangente dovuta al clan. Ecco l’intercettazione. “Allora siamo d’accordo – dice Giuseppe Pecchia – il lavoro noi non te lo paghiamo 10 euro al metro cubo, ma 15, perché Luraghi, inutile fare finta di nulla, entrambi sappiamo per chi sono i cinque euro in più”. Questi i conti di una tangente che, a dire di Luraghi, non è mai stata pagata. In realtà, secondo il pm, la mazzetta pagata dai Pecchia sfiorerebbe il milione di euro. Ipotesi che sarebbe confermata da un dialogo tra Maurizio Luraghi e Domenico Barbaro, dove il primo, sorprendendosi per i soldi sborsati dai Pecchia, si sente rispondere dal boss che “ai Pecchia hanno promesso la paura”. E in effetti, nell’ottobre del 2002, ignoti sparano contro l’abitazione di Adriano Pecchia. (dm)

Tutti gli affari dei Barbaro tra Platì, Milano e la Germania. Ecco che fine hanno fatto i soldi del sequestro di Alessandra Sgarella

Fonte: http://www.milanomafia.com

L’ipotesi investigativa è contenuta in un recente rapporto della Bke tedesca. Nel report si tratteggiano tutti gli affari del clan Barbaro in Germania. Tra questi anche i cinque miliardi del riscatto Sgarella

Il sequestro

Alessandra Sgarella viene rapita l’11 dicembre 1997 nella zona di San Siro. Il 22 dicembre il gip Guido Salvini dispone il sequestro dei beni alla famiglia. Il 21 gennaio 1998 arriva la richiesta di riscatto: 50 miliardi di lire. Sette giorni dopo viene chiesto il silenzio stampa. Il 4 settembre, dopo 266 giorni di prigionia, Alessandra Sgarealla viene liberata in Calabria.
Il 7 febbraio 1999 vengono emessi otto ordini di custodia cautealre per altrettanti soggetti implicati nel sequestro. Si tratta di Saverio Gareaffa, Francesco Giorgi, Domenico Grillo, Domenico Perre, Antonio e Francesco Strangio.
A questo gruppo, gli investigatori arrivano grazie ad alcune intercettazioni seguite all’arresto del gruppo Lumbaca nel 1998.
Nei giorni seguenti alla liberazione della Sgarella più volte si sottolinea pubblicamente che si è trattato di una liberazione senza riscatto. E che tutto sia dovuto alla mediazione di un grande boss all’epoca in carcere che da questa liberazione avrebbe ottenuto sconti di pena

Milano, 4 gennaio 2010 – Platì, Milano, Germania. Questa la triangolazione per capire oggi, a distanza di 13 anni, dove sono andati a finire i soldi del sequestro di Alessandra Sgarella Vavassori, l’imprenditrice milanese rapita l’11 dicembre 1997 in zona San Siro e rilasciata in Calabria il 4 settembre 1998, dopo 266 giorni di prigionia (nella foto il primo luogo dove è stata tenuta l’imprenditrice, si tratta di una buca nelle campagne attorno a Buccinasco). Un sequestro senza riscatto, si disse all’epoca. In realtà, secondo un rapporto della Bke tedesca reso noto pochi giorni fa, il denaro, circa 5 miliardi di lire, sarebbe finito in Germania nelle tasche dei referenti della cosca Barbaro.

Ecco un primo appunto sottolineato più volte dagli investigatori tedeschi. “Pochi giorni prima del rilascio, il marito di Alessandra Sgarella si reca ad Hong Kong e qui movimenta sette miliardi, trasferendone cinque in Germania”. Secondo la Bke “fonti confidenziali confermerebbero che la famiglia Sgarella prima che la magistratura bloccasse i beni, avrebbe trasferito una cospicua somma di denaro in Germania”. Nel mirino degli investigatori ci sono poi nomi e luoghi precisi. Si tratta della paese di Lubecca, città dello Schleswig-Holstein, il land più a nord della Germania. Qui gli investigatori ricavano due indirizzi ben preciso: Klappenstrate 15b e 24, dove abitano Biagio Curro e Domenico Curro, entrambi originari di Scido in provincia di Reggio Calabria. Prosegue l’informativa tedesca: “Questi indirizzi sono stati trovati durante una perquisizione domiciliare. Ad oggi, i due non hanno precedenti di polizia, anche se il luogo di nascita si trova nella zona in cui opera la cosca Barbaro”.

E proprio i Barbaro hanno un rapporto privilegiato con la Germania. “Giuseppe Barbaro nato a Platì il 24 maggio 1956, figlio del capobastone Francesco Barbaro, spesso si è recato in Germania per sfuggire alle ricerche della polizia italiana”. Prosegue la nota: “Dopo alcune ricerche al Registro centrale degli stranieri è emerso che suo cognato è residente a Krefeld. Il cognato, che si chiama come lui, Giuseppe Barbaro, è nato a Paltì il 16 febbraio 1959”. Di più: fino al 1996 sempre a Krefeld ha abitato Antonio Brizzi, calabrese incensurato, legato da vincoli familiari al latitante.

Dopodiché, per puntellare ancora di più l’ipotesi del flusso di denaro dall’Italia alla Germania, passando per Hong Kong, la polizia tedesca ricostruisce in maniera minuziosa i rapporti familiari e d’affari tra i vari uomini del clan. E lo fa partendo da un dato: “La famiglia Papalia rappresenta il ramo milanese della cosca Barbaro”. E infatti: “Francesco Barbaro è spostato con Maria Papalia e di conseguenza è legato ai tre fratelli Papalia, Domenico, Rocco e Antonio”. Il breve albero genealogico tesse i legami anche con i clan di San Luca, i Pelle in particolare, coinvolti nella strage di Duisburg. Scrivono gli investigatori: “Nell’ambito della faida di San Luca, riaccesasi nel 2006, Barbaro ha tentato tramite suo genero di riappacificare i clan nemici. Scopo raggiunto solo dopo il massacro di Duisburg del 15 agosto 2007”. I tesori nascosti della ‘ndrangheta di Platì in Germania emergono poi in un altro passaggio dell’informativa in cui si parla del platiota Rocco Pochì, tra il 1976 e il 1999 residente in Germania. “Pochì, tra il 2002 e il 2003, si reca in Australia e da qui in Bolivia per organizzare traffici di droga. Per concludere gli affari però tornava in Germania”. E non a caso, visto che a Donaueschingen, piccolo centro della Renania, viene scoperto un laboratorio per raffinare la droga. Dopodiché la Procura di Cosatnza, nel settembre 2004, “ha emesso a carico di Pochì un mandato di accertamento della residenza”. Quindi nel 2005, il Goa di Catanzaro lo indaga per associazione mafiosa. Durante questa indagine, la finanza intercetta una telefonata che il cognato di Pochì fa in Germania. “L’utenza è intestata a Natale Perre nato il 25 dicembre 1958 a Platì”. Di più: “Secondo accertamenti risulta che Natale Perre era residente a Magdeburgo”. Il cognome, noto anche agli investigatori di Milano, segna un punto di svolta. I Perre, infatti, fin dagli anni Settanta, “vengono indagati dalla polizia tedesca per mafia, traffico di droga e armi, prostituzione, gioco d’azzardo e traffico di essere umani”. Di questa famiglia, fa parte anche Saverio Perre, nato a Platì il 4 giugno 1944 “viene considerato – si legge nel rapporto – capo del clan Perre in Germania”. Dove arriva negli anni Settanta. “Qui è stato residente a Hagen, Hannover, Gottingen e Magdeburgo”. Città, quest’ultima, dove ritorna nel 2007. Qui, per tutti gli anni Novanta, “ha gestito diversi locali notturni, sale da gioco e successivamente ristoranti”. Secondo la Dia, però, ad oggi non vi è certezza di un suo collegamento con la famiglia Perre di Platì, storica alleata dei Barbaro. (dm)

Domenico Papalia e Antonio Perre. Ecco i volti dei giovani superlatitanti della ‘ndrangheta milanese

Fonte: http://milanomafia.com

I due sono latitanti dal 3 novembre, quando sono sfuggiti al blitz della Dia. Ora le indagini sono passate alla sezione catturandi dei carabinieri. Da Milano a Locri è caccia ai due rampolli della ‘ndrangheta

L’indagine


Domenico Papalia e Antonio Perre sono coinvolti nell’indagine Parco sud. A carico dei due c’è un mandato di cattura per associazione mafiosa

Assieme al clan Barbaro avrebbero gestito, in regime di monopolio, gli affari del movimento terra nel Milanese

Dalla carte dell’inchiesta, coordinata dal pm Alessandra Dolci, Domenico Papalia emerge come capo indiscusso dell’organizzazione. Lui, pur giovanissimo, sarebbe il refernte della ‘ndrangheta per il nord Italia

Nell’ordinanza di custodia cautelare emerge, infine, l’intento del clan di fare un salto di qualità ed entrare nel circuito delle agenzie immobiliari. Una di queste, la Kreiamo con sede in via Montenapoleone, avrebbe funzionato come lavatrice del denaro della cosca

19 novembre 2009 – Li hanno cercati ovunque, setacciando palmo a palmo l’intero territorio di Buccinasco. Hanno provato nei paesini che si allungano verso Pavia. Ma nulla. Domenico Papalia e Antonio Perre si sono trasformati in fantasmi. Di loro non si hanno tracce dal 3 novembre scorso quando sono sfuggiti al blitz degli investigatori. Quella notte gli uomini della Dia hanno bussato alle loro case con in mano l’ordinanza d’arresto per associazione mafiosa. “Ma Papalia – confida un ispettore – era già tre giorni che non si vedeva a casa”. Diversa la situazione di Perre, detto Toto ‘u cainu. “Ci è sfuggito da davanti al naso – dice il pm Alessandro Dolci, titolare dell’indagine Parco sud – . Perre è riuscito a scendere in garage, qui ha preso l’auto ed è scappato, quasi travolgeva un investigatore”. E così a 16 giorni di distanza le ricerche stanno a zero. Intanto, l’indagine è passata dagli uomini della Dia alla sezione catturandi dei carabinieri. In mano, i militari hanno solo due immagini che Milanomafia.com è in grado di pubblicare in anteprima. Si tratta di foto tratte dai documenti di identità dei due latitanti.

Altro non si sa. Nulla è emerso dalle perquisizioni effettuate negli appartamenti di parenti e amici. Decine di persone, legate ai due giovani boss. “Non abbiamo trovato nulla che assomigli a un bunker”, ci dice un investigatore. Ora il dubbio è che i rampolli della ‘ndrangheta milanese siano scesi in Calabria. Domenico Papalia, ad esempio, oltre che a Platì, dove è nato il padre Antonio (oggi al 41 bis), potrebbe aver trovato rifugio in qualche masseria attorno a San Luca. La sua giovane moglie, infatti, è originaria di questo paese, i cui clan, storicamente, sono tra i più potenti della mafia calabrese. Stesso discorso vale per Antonio Perre. E’ chiaro che a entrambi, visti soprattutto i loro legami familiari, non mancherebbero appoggi e fiancheggiatori.

Eppure, fonti molto qualificate della squadra Mobile sostengono la tesi di una latitanza tutta milanese. Scenario più che ragionevole, visto che sia Papalia che Perre da sempre vivono qua al nord ed è qua che hanno interessi e amicizie. L’influenza del clan Papalia, infatti, non è limitata al solo territorio di Buccinasco e Corsico. Uomini legati alla cosca sono presenti a Zelo Surrigone, paesone satellite che si affaccia sulla statale 30 in direzione Vigevano. Qui abita Pasquale Violi, detto lucifero, originario di Platì con diversi precedenti penali. Ancora più in là, a Bubbiano, vivono elementi di spicco della famiglia Trimboli. Un nome che si allunga fino a Casorate Primo. Qui, prima di essere arrestato, aveva la sua residenza Giuseppe Pangallo, classe ’80 di Platì, sposato con Rosanna Papalia figlia del boss Rocco Papalia. Si tratta di un territorio molto vasto dove tutti questi paesi degradono in una campagna punteggiata di cascine abbandonate, luoghi ideali per trascorrere una latitanza, tanto più che si trovano in spazi aperti e facilmente controllabili. (cg, dm)

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