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Minacce ad Aldo Pecora, «Intervengano le istituzioni»

Fonte: www.reggiotv.it

COSÌ MASSIMO BRUGNONE DI “AMMAZZATECI TUTTI”

ROMA – “Mi ritrovo a dover confermare la vicinanza mia e di tutti i giovani del movimento Ammazzateci Tutti, legata ad una forte preoccupazione per i recenti atti intimidatori rivolti al nostro Presidente, Aldo Pecora” – è quanto affermato dal Responsabile organizzativo nazionale di Ammazzateci Tutti, Massimo Brugnone.

“La linea del movimento è sempre stata quella di non diffondere le varie minacce, intimidazioni e aggressioni subite da Aldo Pecora e da altri ragazzi di Ammazzateci Tutti, rispettando sempre il lavoro delle forze dell’ordine nel non voler rischiare di inficiare quelle indagini che devono essere e rimanere segrete per essere portate a buon fine”. Continua Brugnone – “In questi giorni la situazione in Calabria sta però diventando insostenibile: ai danni di Aldo Pecora sono state fatte in poco più 48 ore una palese minaccia di morte e un aggressione personale da due finti giornalisti, uno dei quali a volto coperto. Minacce, queste ultime, che il nostro Presidente si ritrova ad affrontare in silenzio già da anni. La più grave i primi giorni di Marzo del 2008 quando sulla Salerno-Reggio Calabria Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti vennero letteralmente catapultati fuori strada da una macchina rimanendo vivi per miracolo.”

“Le tante minacce telefoniche ogni volta che Aldo Pecora metteva piede in Calabria sono anche sopportabili ed accettabili – incalza il Responsabile organizzativo di Ammazzateci Tutti – ma oggi non possiamo più rimanere silenti. C’è un evidente attacco personale nei confronti del nostro leader, che è tutt’ora accompagnato dal silenzio dei media nazionali.” “In questi giorni – conclude Brugnone – dobbiamo ringraziare i tanti, tantissimi, cittadini onesti che stanno dimostrando la propria solidarietà. Ma quello che ci preoccupa, e spero non venga tralasciato dalle Istituzioni, è il vuoto che si vuole creare e che, da soli, non siamo più in grado di colmare per proteggere Aldo Pecora.”

Lunedì 27 febbraio 2012
Ore 20:01

Area Falck, il pm duro su Penati “Gravissimi episodi di corruzione”

Fonte: www.milano.repubblica.it

In carcere l’ex assessore Di Leva e l’architetto Magni: entrambi sono indagati a vario titolo per reati di corruzione legati a interventi urbanistici in città. No all’arresto dell’esponente pd

A carico di Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano ed ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani, ci sono “gravi indizi di colpevolezza” ed è dimostrata “l’esistenza di numerosi e gravissimi fatti di corruzione” da lui “posti in essere”, ma poiché gli episodi contestati arrivano “fino al 2004” deve essere  dichiarata “l’intervenuta prescrizione del reato”. E’ questa, in sintesi, la motivazione con cui il gip monzese Anna Magelli ha bocciato la richiesta di arresto in carcere per l’esponente del Pd, che era stata formulata dai pm Franca Macchia e Walter Mapelli, nell’ambito dell’inchiesta su un giro di mazzette relative alle aree ex Falck e Marelli a Sesto San Giovanni. Respinta dal gip, per le stesse ragioni, anche la richiesta di misura cautelare in carcere per Giordano Vimercati, l’ex braccio destro di Penati.

E’ stata invece eseguita dalla guardia di finanza l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per un ex assessore all’Edilizia del Comune di Sesto San Giovanni, Pasqualino Di Leva, e per l’architetto Marco Magni, entrambi accusati di corruzione. Nel provvedimento del gip vengono ricostruiti i numerosi filoni in cui si snoda l’indagine che stanno portando avanti i pm di Monza, i quali lo scorso 20 luglio avevano disposto una serie di perquisizioni notificando l’informazione di garanzia a Penati, che si era poi dimesso dalla vicepresidenza del consiglio regionale lombardo e da tutte le cariche nel Pd. Era emerso il ‘sistema Sesto’ che il gip descrive come un “sistema di corruzioni che ha contraddistinto per lungo tempo” la città. Un sistema, si legge ancora, “nel quale il mercanteggiamento dei pubblici poteri e la pratica della tangente” sono una realtà “costante”.

Secondo il gip, l’assessore Di Leva era uno dei perni della macchina, lui che è stato in grado di incidere “fino al giugno 2011” sui “procedimenti amministrativi” relativi a una serie di “operazioni immobiliari da realizzarsi” a Sesto. Per il giudice, poi, il costruttore Giuseppe Pasini e l’imprenditore Piero Di Caterina, le due gole profonde dell’inchiesta, non sarebbero vittime dell’imposizione delle tangenti da parte dei politici (e dunque del reato di concussione), ma corrotti, perchè “coerentemente alla natura corrutiva dell’accordo preso con il politico” continuano a “muoversi nel quadro di un rapporto paritetico a prestazioni corrispettive”.

Penati ha così commentato: “Oggi si sgretola e va ulteriormente in pezzi la credibilità dei miei accusatori”.
Nei giorni scorsi, ha aggiunto, “dalle notizie di stampa erano già apparse evidenti le contraddizioni e l’infondatezza delle ricostruzioni dei fatti unilaterali e falsi dei due imprenditori inquisiti”. Nell’ordinanza il gip spiega però che “è circostanza che emerge da plurime dichiarazioni convergenti” che “Penati abbia chiesto a Pasini (…) il pagamento di una tangente di 20 miliardi di lire, con l’accordo di versarla in tranche da 4 miliardi di lire l’una, con il conseguente versamento da parte di Pasini della prima tranche”. Il tutto per far entrare l’ imprenditore edile nell’affare della “sistemazione urbanistica dell’area Falck”.

Un testimone, spiega ancora il gip, ha raccontato a verbale che “Vimercati, Penati e il partito erano determinati a convincere e indurre Falck a vendere l’area a soggetti di loro scelta e che Falck a sua volta avrebbe accettato il loro ‘campione’ perché a sua volta interessato ad entrare nella compagine di Aeroporti di Roma e bisognoso di un placet politico”. In più, sono provati, secondo il giudice, i “rapporti di dare/avere tra Di Caterina”, titolare dell’ azienda di trasporti Caronte, “e Penati”, il quale “si sente costantemente in debito con Di Caterina e ne teme le rivelazioni”

In una telefonata del 17 maggio del 2010, all’ imprenditore che chiede un suo “diretto intervento” su due sindaci, l’esponente del Pd risponde: “Fammi muovere capire chi c’è lì dove si può”. Il fatto, però, che Pasini e Di Caterina non siano ‘vittime’ ma corrotti, ha portato il gip a riqualificare il reato di concussione contestato dai pm in quello di corruzione. Perciò i reati sono prescritti perché “sei anni” è il termine, scaduto nel 2010. Infine, riguardo all’accusa di finanziamento illecito ai partiti contestata a Penati, il gip spiega che è “incentrata su un solo elemento obiettivo”, che riguarda il “pagamento della somma di 2 milioni di euro”: un elemento che “non è certo sufficiente a far ritenere che” quei soldi siano “effettivamente” confluiti “nelle casse del Partito democratico”.

“Staiu facenne ‘u delinquente”

Fonte: http://www.varesenews.it

Il boss della mafia gelese a Busto Arsizio Rosario Vizzini non si faceva scrupoli e organizzava estorsioni, traffici di droga dal sud-America, incendi, traffici di armi. Lo dice lui stesso in un’intercettazione ambientale

La figura dell’esponente di cosa nostra a Busto ArsizioRosario Vizzini (il terzo dall’alto nella foto), emerge nei suoi due aspetti dalle 900 pagine dell’ordinanza emessa dalla procura di Caltanissetta nei suoi confronti e nei confronti di altre 62 persone destinatarie di un mandato di arresto nell’operazione Tetragona. Da una parte Vizzini gode di grande rispetto da parte dei suoi uomini che lo seguono in tutte le sue iniziative e, come nel caso del nipote Angelo, si prendono anche le colpe (ad esempio nell’episodio della pistola trovata nel cantiere di una villetta di Magnago) e dall’altra entrano in contrasto con lui per questioni economiche.

Prova ne è il fatto che lo stesso Fabio Nicastro, suo braccio destro, ad un certo punto gli rivela di aver avuto l’ordine di ammazzarlo da parte dei Rinzivillo di Gela «perchè tratteneva per sé somme di danaro che erano riservate alla famiglia». Per chiarire questo problema entrambi partono alla volta di Roma per un summit con il boss al quale fanno riferimento, Crocifisso Rinzivillo (al centro nella foto). Vizzini si scontra anche con uno dei suoi scagnozzi, quel Piero Caielli che insieme a Claudio Conti organizzano diversi carichi di droga da 5-10 kg sulla rotta Santo Domingo-Londra-Gela. Caielli, infatti, viene accusato più volte di aver fatto sparire decine di migliaia di euro che il Vizzini gli consegnava da inviare a Conti nell’isola caraibica. Particolare anche il rapporto tra Rosario e il nipote Angelo apostrofato come “muccaminchia” o come “pirla” nelle conversazioni telefoniche. Lo zio si lamenta col nipote perchè, a suo dire, il suo comportamento lo mette in cattiva luce con gli amici.

Dal corposo faldone dell’inchiesta emerge come i meccanismi per fare soldi da parte di Vizzini e i suoi erano collaudati: la prima fase sono le estorsioni ai danni degli imprenditori gelesi unitamente alle false fatturazioni che il clan organizzava con imprenditori compiacenti. Da questa attività venivano reperiti capitali da investire nell’acquisto di sostanze stupefacenti con tre tipi di canale in base alle quantità necessarie: uno locale per i piccoli quantitativi, uno a Napoli (la piazza di spaccio più grande d’Europa) e uno nel Centro-America per i grossi quantitativi (tramite il bergamasco Claudio Conti). La droga veniva poi smistata tra Busto e Gela e gli introiti venivano poi “ripuliti” tramite le imprese edili. Lo stesso Vizzini, poi, in un’intercettazione ambientale non lascia spazio a dubbi sul reale settore d’interesse che non è di certo l’edilizia: «na ditta un ci sugnu chiù mancu iu Lì… arrì u delinquente staiu facennu…staiu arrubbannu… staiu vinnennu droga… tutti cosi… pistole...e sa a vuoi l’haiu a droga… tutti cosi c’haiu… finiu ca ditta iu… nenti c’è ca a ditta… lassaiu tutti cosi a Manuele (il nipote, ndr)… e a tutti i carusi… Sarvatore… arrè chiù peggiu di prima semu misi arrè… chiù peggiu ancora sta vota… fino ca va… va… è normale… na facemu ficcarla nculu… pigghia e n’attaccano… nenti un staiu facennu un cazzu chiù..». In questa conversazione con un non meglio precisato Lì è chiaro l’interesse vero del Vizzini, fare “u delinquente”

Mafia a Busto, decapitati due clan

Fonte: http://www.varesenews.it

Dopo l’operazione di marzo scorso la mobile di Varese, insieme alla Dda di Caltanissetta, hanno eseguito 63 ordinanze di custodia cautelare tra Gela e la città del Basso Varesotto. Sequestrati beni per 10 milioni di euro

E’ ancora in corso dalle prime ore di questa mattina, mercoledì, una vasta operazione antimafia condotta dalla dda di Caltanissetta e dalle squadre mobili del capoluogo nisseno e di Varese, insieme allo Sco di Roma. Sono stati spiccati dal giudice per le indagini preliminari 63 ordini di arresto a carico di altrettanti esponenti dei clan Rinzivillo, Emanuello e della stidda gelese. Gli uomini della Polizia hanno anche posto sotosequestro beni riconducibili ai clan per un valore complessivo che supera 10 milioni di euro. Si tratta di imprese edili, conti correnti, una barca di 14 metri  appartamenti e ville nella piena disposizione del clan. I beni finiti sotto sequestro sono sparsi tra  Busto Arsizio e Roma, dove uno degli arrestati disponeva di un’impresa e di una villa con piscina. A capo del’organizzazione c’è sempre Piddu Madonia, in carcere dal ’92 ma ancora in grado di dirigere gli affari di famiglia. L’inchiesta denominata tetragona ha fatto luce sui forti legami tra gli uomini dei clan al sud e sui loro referenti nel nord-Italia. A capo del ramo bustocco dell’organizzazione Rosario Vizzini, coadiuvato da Fabio Nicastro, entrambi già in carcere in seguito all’operazione di fine marzo, condotta sempre dalla squadra mobile di Varese e denominata Fire Off.

Le indagini, che si sono avvalse di intercettazioni ambientali e telefoniche, pedinamenti e riscontri video, hanno messo in luce in particolare un giro vasto di estorsioni ai danni di imprenditori gelesi operanti a Busto Arsizio ai quali venivano chiesti soldi per il mantenimento delle famiglie dei carcerati o venivano acquistate auto, case e altri beni che non venivano pagati. Lo schema è quello emerso con l’operazione “Fire Off”: il gruppo da una parte reinvestiva i capitali delle famiglie di provenienza e dall’altro metteva a segno estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti gelesi. I soldi ricavati, poi, dovevano tornare nel capoluogo nisseno per soddisfare le esigenze dei clan. Oltre ai cinque arresti di fine marzo (Rosario Vizzini, Fabio Nicastro, Dario Nicastro, Rosario Bonvissuto, Emanuele Napolitano) sono stati arrestati anche Angelo Vizzini, Aldo Pione, Nunzio Tallarita, Pietro Caielli, Sergio De Bernardi e Claudio Conti (quest’ultimo, residente nella bergamasca, faceva da tramite con Santo Domingo per i grossi carichi di cocaina). Gli altri, invece, sono stati arrestati tra la Sicilia, la Calabria, la Liguria e a Milano. In cima all’organizzazione c’erano Crocifisso Rinzivillo e Alessandro Emanuello.

A carico dei 63 anche la disponibilità di armi e il traffico di sostanze stupefacenti che si avvaleva di canali piccoli, medi e grossi per lo spaccio di cocaina. In un caso è stato accertato anche un carico di diversi chili importato da Santo Domingo via mare ma del quale si sono perse poi le tracce in Inghilterra. A commissionarne l’acquisto Fabio Nicastro che, in base alle esigenze, metteva n moto i suoi canali. I dettagli di questa ennesima operazione, la quarta contro le mafie in Lombardia negli ultimi tre anni, sono stati resi noti questa mattina dal questore di Varese Marcello Cardona insieme ai capi delle squadre mobili di Varese e Genova (Sebastiano Bartolotta e Gaetano Bonaccorsio) e il dirigente dell Servizio Centrale Operativo di Roma Gilberto Calderozzi.

Dalla limousine al fuoribordo, la bella vita di Vizzini e i suoi

Fonte: http://www.varesenews.it

Gli ingenti introiti delle attività illecite permettevano agli esponenti dei clan gelesi in città una vita lussuosa. Otto le imprese edili con sede a Busto Arsizio finite sotto sequestro

Estorsioni, traffico di droga, traffico di armi. Gli esponenti del clan Rinzivillo-Emanuello non si facevano mancare nulla, neanche la Limousine e il ristorante di lusso di Orta San Giulio dove, tra gli applausi di parenti e picciotti, sfilava Rosario Vizzini con la piccola figlia in braccio nel giorno del battesimo. Era questa la vita di chi poteva dirsi parte della famiglia. Vacanze gratis a carico di imprenditori e commercianti estorti, macchine di lusso acquistate e mai pagate in una nota concessionaria di Busto Arsiziocene e pranzi senza corrispondere nemmeno un centesimo. E guai a chi si lamentava. I mafiosi di Busto Arsizio vivevano sulle spalle di tanta gente onesta che da quella Gela erano scappati, ignari di trovarne una copia nel profondo nord.

GLI AFFARI – Ai tanti episodi di estorsione dell’inchiesta Fire Off se ne aggiungono altri tre in questa nuova indagine denominata “Tetragono” ai danni di una concessionaria di auto, ad un’azienda che produce calcestruzzo, sempre di Busto, e ad un imprenditore meccanico che ha l’attività a Legnano. Fortunatamente molti hanno denunciato, almeno una quindicina, di essere vittime della mafia ai quali sottraeva ingenti capitali e la serenità familiare. Le minacce, infatti, erano all’ordine del giorno e il gruppo poteva disporre di armi che, seppur non ancora trovate fatta eccezione per una pistola, emergono nelle intercettazioni. Qualcuno di loro aveva avuto contatti anche con coloro che dovevano uccidere l’ex-sindaco di Gela Rosario Crocetta. Anche la droga rientrava tra i canali di finanziamento e gli inquirenti sono riusciti, almeno in un caso, a seguire un carico di droga da Santo Domingo di almeno 40 mila euro di valore.

I SEQUESTRI – A Vizzini sono state sequestrate due auto, una villa in costruzione, un appartamento, una società edile (la Save di Busto) e un magazzino. A Fabio Nicastro è stata sequestrata l’impresa edile Imprefin con sede sempre a Busto, una villa, due appartamenti e due auto. A Nunzio Tallarita sono state bloccate due società edili (la Iris e la Aurora, entrambe a Busto) oltre ad una villa, un appartamento, un box, due terreni, 4 auto. Ad un altro esponente, ancora ricercato, sono stati sequestrati un appartamento, due ville e due terreni mentre ad un altro esponente è stata posta sotto sequestro una barca ormeggiata a Lisanza, tre veicoli, due appartamenti, una villa, 4 depositi, un terreno e tre società edili la Sima e la Ics a Busto e la Nonsoloedilizia a Roma.

Rosanna Scopelliti: non dimenticate mio padre

Fonte: http://www.bresciadomani.it

Durante la presentazione di “Primo sangue”, il libro di Aldo Pecora sull’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, abbiamo conosciuto Rosanna, la figlia del magistrato.
In pochi sapevano che il giudice Scopelliti si era sposato, ancora meno persone sapevano che avesse avuto una bambina.
La sua esistenza è stata a lungo tenuta segreta per ragioni di sicurezza, erano troppi, infatti, i nemici che il padre si era fatto nel corso degli anni.
Il giudice Scopelliti era uno dei più tenaci e implacabili sostituti procuratori presso la Corte di Cassazione, si occupò di molti processi contro la mafia ed i terroristi. Un uomo che non ha mai tentennato nemmeno davanti ai casi più difficili; rappresentò, infatti, la pubblica accusa nel primo Processo Moro, nel sequestro dell’Achille Lauro, nella Strage di Piazza Fontana e nella Strage del Rapido 904.
Nel 1991 stava lavorando al rigetto dei ricorsi in Cassazione avanzati dei mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. La Cupola tentò più volte di corromperlo, arrivando anche ad offrirgli 5 miliardi di lire per favorirne l’assoluzione, ma di fronte all’integrità del magistrato il denaro non poteva nulla.
La Mafia non poteva toccarlo a Roma, dove lavorava, perché lì era sempre sotto scorta, l’omicidio doveva essere compiuto in Calabria. Lì Scopelliti non aveva nessuna protezione, credeva che tra la sua gente sarebbe stato al sicuro, non pensando che, pur di eliminarli, la Mafia sarebbe arrivata a stringere un’alleanza con la ‘ndrangheta.
Così il pomeriggio del 9 agosto ’91, una moto si affiancò all’auto del magistrato che tornava dal mare, in località Campo Calabro, colpendolo con un fucile a pallettoni e uccidendolo all’istante.
Nessun colpevole venne condannato per questo omicidio, il primo processo fu annullato il giorno prima della sentenza, mentre l’appello vide assolvere tutti gli imputati. Fu l’unico caso in cui non venne riconosciuta la validità del “teorema Buscetta”, secondo cui erano sempre i boss della Cupola i mandanti di ogni omicidio.
Rosanna, a soli 7 anni, scopre della morte del padre dalla televisione, un pensiero le attraversa la mente “non sempre i buoni vincono”. Va a Roma con la madre e da quel momento torna in Calabria solo lo stretto necessario, è troppo doloroso ritornare in quella terra, passare in treno vicino al luogo dell’attentato.
Quando per caso incontra Aldo Pecora, il fondatore di Ammazzateci Tutti, questi le chiede di raccontare e ripercorrere la storia del giudice.
“E’ cominciato così un viaggio alla scoperta della Calabria, ma anche un viaggio alla riscoperta di mio padre. Ho capito che per tanto tempo ho, forse inconsapevolmente, incolpato mio padre di avermi lasciata sola, di aver sacrificato se stesso per un Paese che lo ha dimenticato”.
Dopo la morte del padre, Rosanna e la madre hanno provato molta solitudine, poco si è parlato di quel cruento omicidio, ancora meno è stato fatto per ricordare il sacrificio del giudice.
“Nel tribunale di Reggio Calabria – ci dice Rosanna – non c’è una targa, non c’è un’aula dedicata al suo nome”.
La ragazza ha sempre saputo che il padre era in pericolo, i genitori avevano sempre cercato di rendere normale questa situazione, anche la valigia rossa in cui a volte doveva nascondersi durante gli spostamenti.
“Sapevo di vivere una situazione particolare, a scuola firmavo solo con l’iniziale del cognome e agli altri bambini dicevo che il mio papà era un medico”. Nonostante ciò Rosanna ricorda un padre attento e premuroso, che amava immensamente la famiglia.
Conoscere i ragazzi dell’associazione Ammazzateci Tutti ha permesso a Rosanna di vedere che accanto a quella Calabria che ancora oggi non parla ad alta voce di ‘ndrangheta, esistono persone che affrontano il nemico a viso scoperto.
Insieme con Aldo Pecora, Rosanna decide di raccontare la storia di suo padre nel libro Primo Sangue, che ripercorre le vicende umane e professionali del giudice Scopelliti. Un viaggio nel tempo che porta alla luce anche tutte le stranezze delle indagini: il corpo del magistrato venne sepolto in sole 24 ore, il luogo dell’attentato venne riaperto al traffico in poche ore, nessuno ammise mai di aver visto o sentito nulla.
Rosanna Scopelliti oggi ha solo 26 anni eppure ha deciso di impegnarsi con tutte le sue forze perché la memoria del padre non venga cancellata, nella speranza di ottenere giustizia per lui e per tutte le altre vittime della mafia.

Sara Trigiani

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