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Debiti, cocaina e bande rivali Le faide del Naviglio Pavese

Fonte: http://www.milano.corriere.it

Giro di cambiali e fallimenti tra i locali della movida. Le proteste dei residenti: ogni notte risse e pestaggi

MILANO – Non si paga oppure si paga troppo, sul Naviglio Pavese. Il Cobà è inseguito dalla comunità sudamericana che l’ha eletto a luogo di culto, e dai creditori che vorrebbero finalmente smettere di frequentarlo. Prima 2.500 euro poi 600 e poi 3.300 euro, di mese in mese nella storia del locale si ripetono cambiali non pagate. Che strano. Un posto di soldi a palate come questo. Fuori, coda all’ingresso e macchine in doppia fila. In una Punto blu quasi fosforescente, sotto lo specchietto retrovisore c’è un peluche che pare uno scoiattolone impagliato. Per strada qualcuno si accascia, tanto è ubriaco. Qualcun altro tira dritto verso il ponte. Il ponte collega le vie Gola e Ascanio Sforza all’incrocio con via Lagrange. Sopra il ponte una decina di africani. Le sentinelle. Giù dalle scale si compra. Palline di carta stagnola. Contengono un quartino di grammo di cocaina. Roba da infimo mercato, si dice. Di più: patacche. Droga mischiata a bicarbonato. Eppure ogni pallina costa 20 euro.

La faccia sporca del Naviglio. Venerdì tra la mezzanotte e le quattro non è passata una pattuglia. Polizia, carabinieri. Vigili. Magari i primi due fanno servizi in borghese, cosa ne sapete, replichiamo ai residenti che parlano di «ghetto» e «abbandono». Macché, zero, rispondono, «almeno i vigili potrebbero farsi vedere», e comunque «comandano i locali». Alcuni locali, forse. Ci sono nomi di proprietari «di ristoranti e bar che conviene non fare. Se tocchi dove non devi, ti scotti». Chi c’è dietro? Ci sono partiti e politici che influenzano, dirigono? C’è, questo sì, un personaggio che si muove su Ferrari monitorato dalla Dia, la Direzione investigativa antimafia. Infiltrazioni mafiose? La ‘ndrangheta? Domande, domande. Per caso c’è chi fa barriera contro i controlli negli esercizi commerciali di agenti, vigili del fuoco, Asl per verificare licenze, permessi, personale? E perché nella Milano delle ordinanze anti-degrado in multietniche periferie e di rigorose chiusure alle 2, in via Ascanio Sforza arriva l’alba che ancora si beve e balla?

Su questo Naviglio Pavese si incontrano – risse, calci e sputi – bande di ragazzini, i sudamericani, i latinos. Regolamenti di conti nati nel nativo hinterland. Per esempio, è successo di recente, al cinema multisala Medusa di Rozzano. Stranieri. Però sono italiani i capi del traffico di cocaina. E son tanti gli italiani proprietari di locali, che mutano con una velocità impressionante facciate, insegne, anima. Il Cobà: trasferimenti d’azienda nel 2005, 2006, 2007 e (due volte) nel 2008. Un altro nome, il Maya: dal ’99 al 2005, 19 cambi di mano, siglati davanti a uno-due notai che gestiscono le compravendite di tutta la via. E la Cartagena srl, un bar? Riconduce a Jose Jaime Diz Barros, classe ’72, colombiano. Amministratore unico, deve aver dilapidato il patrimonio se non è riuscito, dal 2008, a coprire un assegno di 750 euro.

Rifiuti galleggiano in acqua. Una ragazzina, abita a metà di via Ascanio Sforza, accelera il passo, un tizio si avvicina alle spalle, risata sinistra, farfuglia forse sconcezze, lei chiama la mamma col cellulare, corre e troverà il cancello aperto. Alle due le presenze diminuiscono, gli spacciatori girano in bici per raggiungere chi è rimasto. Due fidanzatini cercano un motel navigando sull’iPhone, vorrebbero chiedere l’indirizzo a qualcuno. Ormai è tardi, se ne sono andate pure le scintillanti prostitute radunate lì all’angolo, fuori da quel locale. Sono dirette nei night, dicono, o direttamente a domicilio, nelle case, ovunque purché lontano da qui.

Andrea Galli
17 aprile 2011(ultima modifica: 19 aprile 2011)

Faida di Petilia. Sabatino, il pusher da Quarto Oggiaro per uccidere la pentita Lea Garofalo

Fonte: http://www.milanomafia.com

Massimo Sabatino, 37 anni, il presunto killer finito in manette per aver cercato di uccidere la ex collaboratrice di giustizia Lea Garofalo, viveva in via Pascarella. E a dicembre era finito in manette con il clan Tatone

Operazione Smart

Quindici ordinanze di custodia cautelare in carcere a Quarto Oggiaro per associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga. Ecco l’elenco degli arrestati

Nicola Tatone nato a Casaluce (Ce) il 16 febbraio 1968;
Raffaele Tatone nato a Milano il 22 settembre 1987;
Palmieri Alessandro nato a Milano il 5 giugno 1974;
Thomas Pistillo nato a Milano il 4 ottobre 1986;
Oliver Belotti nato a Milano il 16 dicembre 1987;
Francesco Zaccaro nato a Milano il 6 febbraio 1976;
Roberto Forgione nato a Milano l’8 novembre 1971;
Jonathan Leonard Camassa nato a Milano il 19 settembre 1989;
Andrea Bressi nato a Milano il 29 novembre 1987;
Rosario Basso nato a Palermo il 14 giugno 1973;
Massimo Sabatino nato a Pagani (Sa) il 6 novembre 1973;
Ciro Turiello nato a Milano il 24 ottobre 1983;
Girolamo Mustazzu nato a Napoli il 23 settembre 1976;
Azzedine El Idrissi nato a Beni Amir Ovest (Marocco) il 28 luglio 1982

Milano, 8 febbraio 2010 – La sua residenza ufficiale era a Brescia, in contrada Pozzo dell’Olmo. Ma la sua vita da tempo era tra i palazzi dello spaccio di Quarto Oggiaro. Viveva in via Graf, ma quando gli sbirri del commissariato sono andati ad arrestarlo, lo scorso 18 dicembre, lo hanno trovato in via Pascarella, 20. La piazza di spaccio più redditizia di tutta Milano. Era un pusher, un uomo fidato di Nicola Tatone. Ma gli agenti non sapevano che quel ragazzo, Massimo Sabatino 37 anni (nella foto) con l’immancabile felpa con il cappuccio alzato sul capo e il volto stralunato, era invece un uomo al soldo di una guerra di mafia. Il suo nome, passato anonimo nell’elenco degli arrestati dell’operazione Smart, oggi è invece il protagonista delle cronache insieme a quello di Carlo Cosco, l’altro uomo finito in manette con l’accusa di aver cercato di uccidere la ex moglie, la collaboratrice di giustizia Lea Garofalo. Lei ancora non si trova, da quando è sparita proprio da Milano. Lui, cugino del giovane Vito Cosco reo confesso della strage di Rozzano (4 morti), è finito in carcere su mandato della Procura di Campobasso. Sabatino, invece, ha ricevuto la notifica a San Vittore dove appunto era detenuto da dicembre.

Secondo le accuse sarebbe stato il 37 enne nato a Pagani (Sa), a fingersi lo scorso maggio un tecnico addetto alle riparazioni delle lavatrici per entrare in casa di Lea Garofalo e tentare di rapirla e ucciderla. Accuse messe nero su bianco nell’ordinanza di custodia cautelare, che ora – dopo il clamore sollevato dal caso della scomparsa della donna – rischiano di trasformarsi nell’accusa di omicidio. La donna, che in passato aveva collaborato con la giustizia e poi rinunciato al programma di protezione, ufficialmente risulta ancora semplicemente scomparsa. Ma negli inquirenti l’ipotesi di un delitto di lupara bianca è sempre più concreta. E a colpire, almeno secondo quanto ipotizzato dagli investigatori dei carabinieri, sarebbe stato ancora Cosco magari con la complicità di Sabatino. Lui, con una fila di precedenti per droga e altri piccoli reati, a Quarto Oggiaro era descritto come un “semplice balordo”. Un termine spiccio per definire chi, pur facendo parte di un’organizzazione criminale, prediligeva un approccio “diversificato” nel mondo criminale: “Dove c’era un modo per fare soldi lui provava ad inserirsi”. Nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione Smart, firmata dal gip Fabrizio D’Arcangelo, vengono descritte le fredde serate del novembre 2007 trascorse in via Pascarella vendendo coca. Un business da capogiro per il clan Tatone che dopo l’arresto dei petilini Carvelli nel 2008 ha acquisito nuove piazze di spaccio.

E forse per soldi, il 37 enne, avrebbe accettato l’incarico per “rapire e uccidere” Lea Garofalo. Con quell’incarico su commissione da Milano a Campobasso per eliminare il testimone scomodo. Quanto alla donna, le cui rivelazioni avrebbero dovuto far luce anche sull’omicidio di Antonio Comberiati, ucciso nello stabile regno dei Cosco-Carvelli di viale Montello, 6 a Milano, ancora nessuna traccia. Due le ipotesi: quella di un allontanamento volontario, compatibile con la dinamica della scomparsa, e l’omicidio. Il mistero per ora resta fitto. (cg)

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