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La ‘ndrangheta lavora al Tribunale di Milano La storia clamorosa di due appalti pubblici

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

La vicenda riguarda alcuni uomini vicini alla cosca Barbaro-Papalia. Secondo le informative della Dia i cantieri andarono a una ditta pulita, ma i lavori furono effettuati da uomini vicini alle cosche che hanno lavorato oltre che al palazzo di giustizia anche alla ristrutturazione di una casa vacanza ad Andora

Imprenditori puliti che ci mettono faccia e società. Imprenditori mafiosi che stanno dietro le quinte dell’appalto e incassano le commesse. Il gioco non è complicato. Le ultime inchieste sulla ‘ndrangheta a Milano lo hanno dimostrato chiaramente. Alla sbarra così sono finiti imprenditori dal pedigree rigorosamente padano come Maurizio Luraghi e Ivano Perego. Il primo accusato e condannato per associazione mafiosa. Il secondo ancora in attesa di giudizio. Grazie a loro i boss alla milanese si sono aggiudicati speculazioni edilizie e appalti pubblici. La Perego strade, addirittura, ha lavorato allo scavo per la costruzione della nuova sede del palazzo di Giustizia di Milano.

Eppure c’è dell’altro. Un azzardo ulteriore che ha portato gli uomini della ‘ndrangheta a ottenere appalti per la manutenzione degli impianti elettrici anche all’interno dell’attuale Tribunale del capoluogo lombardo. Il dato, inedito, emerge dalle pieghe degli atti dell’inchiesta Parco sud che il 3 novembre 2009 ha chiuso i conti con la cosca Barbaro-Papalia, famiglia di ‘ndrangheta da anni residente a Buccinasco, comune a sud-ovest di Milano. Di più: sempre le stesse persone riconducibili al clan e che, come i loro capi, nel gennaio 2010 saranno condannate in primo grado, sono riuscite ad aggiudicarsi appalti del Comune di Milano.

La storia inizia nell’inverno del 2008. In quel periodo, i boss della cosca si trovano in carcere. I gregari, invece, sono liberi e operativi. Due di loro, Franco Michele Mazzone e Nicola Carbone,stanno svolgendo lavori per conto della C.e.b. Electric di Caludio Papani, imprenditore di Novate milanese che non verrà sfiorato dall’inchiesta. Ecco, allora, cosa annotano gli uomini della Dia in un’informativa del 21 novembre 2008: “I lavori per conto di Papani sono quelli di un immobile nel comune di Andora e presso il palazzo di Giustizia di Milano”. I cantieri in Liguria riguardano una delle Casa vacanza di proprietà del comune di Milano. Un dato confermato dal documento dall’Ufficio strutture scolastiche. Secondo il quale Papani si è aggiudicato un appalto “per montanti e dorsali elettrici” del valore di 70mila euro. Oggi sul sito del comune di Milano la residenza viene descritta come “una splendida costruzione completamente ristrutturata, racchiusa tra pini e piante mediterranee, con accesso diretto alla spiaggia privata e priva di barriere architettoniche. Nel grande parco, vasti spazi di gioco e attrezzature sportive. Età degli ospiti: 6/11 anni”. Dalle intercettazioni, depositate agli atti dell’indagine Parco sud, emerge come Mazzone da questo lavoro voglia ricavare fino a 300mila euro. Un bel tesoretto che non fa gola solo a lui. In pista, infatti, c’è anche Giuseppe Andronaco (non indagato), imprenditore calabrese molto vicino al giovane Domenico Papalia, boss in ascesa con i giusti quarti di nobiltà mafiosa.

Insomma, le cosche in Lombardia arrivano ovunque e guadagnano su tutto. Il metodo, come si diceva, è sempre lo stesso. “Papani ha assunto alcuni dipendenti di Mazzone, non potendo quest’ultimo ricevere il subappalto”. Il perché lo racconta la storia criminale dello stesso Mazzone scritta dal gip Giuseppe Gennari nella sua ordinanza del 2009. Il giudice lo descrive come persona di fiducia di Salvatore Barbaro, il piccolo principe delle cosche, che ha sposato Serafina Papalia, figlia di Rocco Papalia, per anni reggente degli affari mafiosi al nord. Mazzone, secondo gli investigatori, si è preso l’incarico di minacciare Luraghi e la sua famiglia dopo che l’imprenditore ha deciso di collaborare con la magistratura.

Per conto della cosca Barbaro-Papalia, Mazzone ritira “somme di denaro nei cantieri dove l’organizzazione ha cointeressenze, fornendo la sua collaborazione per le esigenze quotidiane, quale gestore per conto della “ famiglia” degli affari illeciti, in particolare prendendo in affitto l’ appartamento di Assago via Caduti in cui si è nascosto il latitante Paolo Sergi“. Mazzone, inizialmente indagato anche per associazione mafiosa, alla fine verrà condannato a cinque anni e otto mesi per altri reati. Tra questi la detenzione “di armi comuni da sparo, alcune clandestine, armi e munizionamento da guerra, e una bomba a mano”. Dal suo curriculum spunta anche un bel po’ di droga, circa quattro chili di cocaina. Lo stesso spartito vale per Nicola Carbone condannato in primo grado a sei anni.

Il 29 ottobre 2008 Mazzone è al telefono con un tale Pasquale al quale conferma che si occuperà dei lavori elettrici all’interno del tribunale. Nello stesso giorno Claudio Papani chiama Mazzone per chiedergli i nomi delle persone che andranno a lavorare a palazzo di Giustizia. Due giorni dopo sono di nuovo al telefono. Papani comunica a Mazzone gli stipendi degli operai, dopodiché lo invita a mandare le carte d’identità degli operai. Quindi gli dice di “licenziare i ragazzi” per poi poterli assumere lui. Il 4 novembre successivo i lavori iniziano. Il giorno prima “Mazzone chiama Papani il quale gli dice che da domani i ragazzi possono iniziare a lavorare al Tribunale”.

A questo punto l’informativa della Dia conclude chiedendo all’autorità giudiziaria una proroga alle intercettazioni. Ad oggi l’inchiesta resta aperta. E Mazzone non è indagato per questa vicenda. Un fatto, però, è certo. Seguendo le tracce della ‘ndrangheta che fa affari in riva al Naviglio si rischia di imbattersi in storie come queste, che mettono in fila gli interessi mafiosi con appalti ad alto rischio come quello nel palazzo di Giustizia di Milano.

‘Ndrangheta:patteggia a Milano presidente di una immobiliare

Un anno e mezzo per associazione mafiosa e uno per corruzione

11 gennaio, 18:03

(ANSA) – MILANO, 11 GEN – Alfredo Iorio, ai tempi dell’arresto presidente del gruppo immobiliare Kreiamo spa ha patteggiato a Milano un e mezzo per associazione mafiosa.

Iorio, che ha patteggiato anche un anno per corruzione, era stato fermato nell’ambito dell’inchiesta ‘Parco Sud’ sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel milanese. In manette finirono anche i boss Salvatore e Rosario Barbaro condannati in abbreviato lo scorso ottobre. A febbraio, poi, vennero arrestati Tiziano Butturini, ex sindaco Pd di Trezzano sul Naviglio, e Michele Iannuzzi, consigliere comunale del Pdl.(ANSA).

‘ndrangheta, sei anni a un imprenditore condannati anche i boss del clan Barbaro

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Il vicepresidente della immobiliare Kreiamo spa, Madaffari, era imputato nel processo “Parco Sud”
A giugno aveva subito un’altra condanna per aver corrotto un ex sindaco pd e un ex consigliere pdl

L’imprenditore milanese Andrea Madaffari, vicepresidente della immobiliare Kreiamo spa, è stato condannato a sei anni di reclusione per associazione mafiosa nel processo con rito abbreviato, denominato “Parco Sud”, sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel settore edile e del movimento terra nella zona sud-ovest dell’hinterland milanese. Lo ha deciso il gup Donatella Banci Buonamici, che ha condannato anche gli esponenti della cosca Barbaro-Papalia a pene fino a otto anni e otto mesi di carcere.

Le indagini “Parco Sud” nel novembre 2009 avevano portato all’esecuzione di ordinanze di custodia cautelare nei confronti di 17 persone. Alla cosca erano state sequestrate numerose armi da guerra, tra cui una bomba a mano e fucili, arsenale utilizzato anche per imporsi nel settore immobiliare e nei cantieri. L’imprenditore Madaffari, secondo l’accusa, attraverso la Kreiamo spa controllava la Immobiliare Buccinasco srl, riconducibile ai Barbaro.

Madaffari era già stato condannato lo scorso 22 giugno a tre anni e quattro mesi di reclusione per aver corrotto l’ex sindaco del Pd di Trezzano sul Naviglio (Milano), Tiziano Butturini, e Michele Iannuzzi, ex consigliere comunale del Pdl di Trezzano. Adesso il giudice ha condannato il boss della ‘ndrangheta lombarda Salvatore Barbaro, già condannato a Milano per associazione mafiosa nei mesi scorsi, a otto anni e quattro mesi, mentre suo padre Domenico a otto anni e otto mesi e suo fratello Rosario a otto anni e sei mesi. Un altro componente del clan, Francesco Barbaro, è stato condannato a sei anni e sei mesi.

In totale sono arrivate sette condanne per associazione mafiosa, tra cui quelle a Domenico Papalia, tuttora latitante e nipote dello storico boss Rocco Papalia, e ad Antonio Perre a oltre sei anni. “Li hanno condannati due volte per la medesima associazione”, hanno commentato gli avvocati Gianpaolo Catanzariti e Ambra Giovene, legali di Domenico e Salvatore Barbaro. Stralciato, invece, il procedimento (fissato per il 12 novembre) per Alfredo Iorio, presidente della Kreiamo, che risponde di associazione mafiosa e corruzione.

Mafia e disinformazione, il capolavoro di Annozero. Da imputato di ‘ndrangheta a vittima delle cosche

Fonte: http://www.milanomafia.com

Si è parlato di mafia nell’ultima puntata di Annozero. Di Cosa nostra, delle stragi del ’92 e ’93, di depistaggi, trattative e strane entità politiche che avrebbero manovrato e progettato il terrore di quegli anni. In fondo nulla di nuovo. E invece no. Perché quasi all’esordio del programma, uno dei giornalisti di Michele Santoro (foto) ha intervistato un imprenditore lombardo. Un tipo robusto, vestito di nero, con i capelli ben impomatati. Maurizio Luraghi, il nome e il cognome. Professione: ras dell’edilizia, nello specifico del movimento terra, campo che da tempo ingolosisce la ‘ndrangheta. Ma non si doveva parlare di trattative, servizi segreti, seguendo l’esternazioni di Ciancimino junior? Sì, ma questo di Luraghi è solo un intermezzo. Per dire cosa? Che la mafia a Milano esiste. E ci mancherebbe. Che la mafia nella ex capitale morale d’Italia fa affari e ricicla denaro. In fondo, non una notizia. Che la ‘ndrangheta oggi qui al nord, nella futura casa di Expo 2015, chiede il pizzo agli imprenditori. E chi lo dice? Il buon Luraghi che usa il microfono come una clava. Lui fa nomi e cognomi. Dice dei Papalia, famiglia mafiosa, approfondisce, chiarisce. Racconta di Rocco Papalia e Salvatore Barbaro, mafiosi che lo hanno sfruttato, vessato, minacciato, ieri e oggi. E oggi ci sono telefonate anonime, mezzi bruciati, a lui, alla moglie, alla figlia. Una vittima. Luraghi sembra una vittima. Anzi lo è. E tutto grazie ad Annozero che concede telecamere, inquadrature e microfoni. E allora via contro il sindaco Moratti che non fa nulla e al sottosegretario Mantovano pure lui inerte. E’ grande giornalismo. Forse. Anzi no. Per niente. Perché il giornalista di Annozero prima o dopo aver lasciato la scena a Luraghi avrebbe dovuto doverosamente annotare che questo imprenditore oggi è imputato di mafia, accusato di aver fatto affari con la ‘ndrangheta. Per lui il pm Alessandra Dolci, magistrato tosto e tenace della Dda di Milano, ha chiesto sette anni di carcere. Di più: Michele Santoro o il suo giornalista dovevano dare un’altra informazione. Ad esempio che Luraghi oggi è anche imputato per bancarotta fraudolenta assieme, guarda caso, ai giovani padrini della ‘ndrangheta. E poi magari sarebbe stato corretto riportare una delle centinaia di intercettazioni che inchioderebbero Luraghi alle sue responsabilità mafiose. Questa ad esempio. Quando Luraghi, in auto, con Mario Miceli, cognato di Salvatore Barbaro, dice: “Ma tu Mario non hai visto quello che abbiamo costruito qui, io e Domenico Barbaro assieme a Rocco Papalia”. Già perché “io collaboro con Domenico e ancora prima con Rocco Papalia da 25 anni”. (dm)

Quel 2008, anno di grazia per la ‘ndrangheta milanese: elezioni politiche e la vittoria di Expo

Fonte: http://www.milanomafia.com

Nel 2008 i boss più importanti della ‘ndrangheta in Lombardia sono tutti liberi. Un anno decisivo per Milano con la vittoria di Expo 2015 e la scelta di appoggiare il Pdl alle elezioni politiche

Milano, 6 aprile 2010 – L’ultima pagina, la numero 50.000 è stata scritta qualche mese fa. Da lì in poi i magistrati della Dda di Milano hanno iniziato a lavorare. E adesso la loro richiesta è pronta per passare sulla scrivania del gip in attesa che vengano emesse le ordinanze di custodia cautelare. Saranno quasi 250 per quella che sembra essere la più importante operazione antimafia degli ultimi vent’anni in territorio lombardo. Ci saranno i boss, ma ci sarà soprattutto la politica e i suoi legami con la ‘ndrangheta. Un mix esplosivo che segnala il cambiamento di rotta dei clan calabresi in Lombardia. Non più solo famiglie legate a doppio filo con la Calabria, ma ‘ndrine autonome, ricchissime e potenti, in grado di mascherarsi dietro la faccia pulite di imprenditori del Nord e di giocare di sponda con le amministrazioni locali.
Decisioni svincolate dalla casa madre, dunque, ma prese con accordi comuni tra le famiglie che da anni vivono al Nord. Che qui controllano il territorio, trafficano droga, vincono appalti, costruiscono, a volte uccidono. E che quando devono fare scelte decisive per il futuro dell’organizzazione si riuniscono. Ecco allora la novità: oggi in Lombardia esiste una vera commissione della ‘ndrangheta. Una sorta di consiglio di amministrazione mafioso che oltre ai boss tiene dentro politici, imprenditori e personaggi legati alla massoneria. Elementi che danno sostanza all’idea che tra Reggio Calabria e Milano, in vista dei grandi affari lombardi, sia stato creato un vero e proprio secondo livello, i cui prodromi si intuiscono già nel 2005, ma che diventerà operativo soprattutto nella primavera del 2008. Un periodo caldissimo che vede da un lato Milano vincitrice ufficiale di Expo 2015 e dall’altro i suoi politici di punta impegnati nella campagna elettorale per le elezioni politiche di aprile. In mezzo ci sono i boss, veri pezzi da novanta della ‘ndrangheta che in quel periodo sono tutti liberi.

L’omicidio Fortugno e la nuova loggia degli Invisibili

Il là alla grande rivoluzione copernicana viene dato in Calabria, quando la ‘ndrangheta uccide a Locri il vicepresidente del Consiglio regionale Franco Fortugno. I killer gli sparano all’uscita di palazzo Nieddu dove Fortugno si era recato per le primarie dell’Ulivo. E’ il 15 ottobre 2005. Pochi mesi dopo, il 21 marzo 2006, vengono arrestate nove persone. Il 2 febbraio 2009 la sentenza di primo grado condanna all’ergastolo gli imputati ritenuti esecutori materiali: Alessandro e Giuseppe Marcianò, Salvatore Ritorto e Domenico Audino. Nessun cenno ai mandanti dell’omicidio.
Due fatti accaduti tra il 2005 e il 2006, però, spostano l’attenzione su Milano. Il 24 marzo 2006, l’Ansa batte una strana agenzia che non verrà mai ripresa dai giornali. Si legge che agli atti dell’inchiesta “risultano frequenti spostamenti dei presunti componenti del gruppo di fuoco verso Milano”. Viaggi che si sono ripetuti fino al giorno prima dell’omicidio Fortugno. In Lombardia sarebbero arrivati, infatti, Domenico Audino e Domenico Novella, entrambi coinvolti nell’esecuzione di Locri. Ci si chiede “cosa siano andati a fare nel capoluogo lombardo, proprio alla vigilia di un delitto eccellente?” L’ipotesi su cui si sta lavorando, prosegue l’Ansa, “è che siano andati a ricevere l’autorizzazione all’esecuzione del delitto”. Lo scenario risulta avvalorato da una strana intercettazione (anche questa mai pubblicata) fatta la sera prima del delitto. “Se non hai ancora capito domani leggiti i giornali”, dice un anonimo telefonista “milanese” al suo interlocutore che in quel momento si trova a Reggio Calabria.
Poco prima dell’omicidio di Locri i boss di Reggio Calabria stanno dando forma a una struttura segreta che ha tutte le caratteristiche di una loggia massonica. Si tratta della loggia degli invisibili. Questo, però, lo si saprà solo nel 2008, quando i carabinieri chiuderanno l’inchiesta Bellu Lavuru. Il particolare emerge da diverse intercettazioni ambientali di Sebastiano Altomonte, sindacalista scolastico a Bova Marina e soprattutto grande procacciatore di voti. Dice: “Perché c’è la visibile e l’invisibile. E lui è in quella visibile che non conta, noi altri siamo nell’invisibile. Capisci? E questo conta”. Dopodiché spiega: “C’è una che si sa e una che non la sa nessuno, perché se no oggi il mondo finiva; se no tutti cantavano”. E, dunque, rimarcando il concetto. “C’è la visibile e l’invisibile che è nata da un paio di anni e che non la sa nessuno, solo chi è invisibile”. Sono parole pesantissime che spiegano in maniera oggettiva quello che fino ad ora avevano rivelato solamente i pentiti definendo questo secondo livello “la Santa”. Per questo i magistrati annotano: “Questa genuina acquisizione apre uno scenario del tutto nuovo nel panorama criminale delle cosche mafiose di Reggio Calabria”.

L’elezione di Lady Moratti

Uomini della massoneria legati alla ‘ndrangheta nella primavera del 2006 entrano in gioco anche a Milano. Un periodo che non sembra scelto a caso visto che a fine maggio di quello stesso anno si tengono le elezioni per il sindaco. Candidato di punta del Pdl (allora Casa della Libertà) è Letizia Moratti. Suo avversario, sul fronte del centrosinistra, è l’ex prefetto Bruno Ferrante. Lady Moratti vincerà a mani basse. Per il governo della città cambia poco. Il colore azzurro resta dominante. Le settimane che precedono le elezioni del 28 e 29 maggio, sono settimane di grande attività. E’ in questo periodo che entra in azione l’uomo dei clan. Uno strano mister x con un passato da estremista di destra, legato alla massoneria e al boss di Reggio Calabria Paolino De Stefano. Di lui parla il pentito Filippo Barreca a proposito della latitanza del terrorista nero Franco Freda, coinvolto nell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana: “Un giorno giunse al distributore di benzina in compagnia di altra persona che mi presentò come Franco Freda. Lui veniva a nome di Paolo De Stefano e mi disse di tenere presso di me il latitante per un ventina di giorni, sino al momento in cui non fosse stato possibile trasferirlo all’estero. Durante il periodo in cui Freda fu nella mia abitazione venne a trovarlo l’avvocato Giorgio De Stefano e l’avvocato Paolo Romeo”.
Già latitante, questo mister x, approda a Milano proprio nella primavera del 2006. Al Nord ci è venuto per prendere contatti. Sul suo taccuino sono già segnati i nomi di politici e imprenditori. Lui agisce su mandato dei clan che stanno in Calabria. Molto probabilmente quella sorta di loggia mafiosa messa in piedi a ridosso dell’omicidio Fortugno. L’obiettivo è quello di razionalizzare al meglio tutti gli affari che a Milano, a partire da quel 2006 possono ingrossare le casse della ‘ndrangheta. Mister x, poi, risulta in società con un imprenditore calabrese, da tempo residente al nord, a sua volta legato alle famiglie di Reggio. In realtà la società conta poco, quello che conta sono “le amicizie” politiche che questo signore può vantare. Amicizie che arrivano fin dentro l’allora Casa della libertà e a uomini che da lì a poco verranno rieletti in consiglio comunale.

I boss sono tutti fuori

La ‘ndrangheta lavora sotto traccia. Nel 2006 nessuno ne parla. I grandi boss degli anni Novanta sono in carcere sommersi dagli ergastoli. E chi ha finito di scontare la pena esce senza fare rumore. In carcere ci sono ad esempio i tre fratelli Papalia, Domenico, Antonio e Rocco. Sulle spalle omicidi, sequestri di persona, traffico di eroina. Stanno in gabbia ma continuano a comandare. Soprattutto Rocco e Antonio. Un particolare che però verrà alla luce solo dopo l’estate del 2008, quando molte decisioni saranno già state prese. Tra il 2007 e il 2008, dunque, la ‘ndrangheta in Lombardia può contare su almeno 17 boss di primo livello.
Sono tutti liberi e tutti attivi. Ci sono Salvatore e Domenico Barbaro, padre e figlio, che assieme al giovanissimo Domenico Papalia (figlio di Antonio Papalia), gestiscono il movimento terra a sud di Milano. La zona fa segnare anche la presenza della cosca Muià-Facchineri. A Nord della città, invece, lavorano i fratelli Mandalari, Nunzio e Vincenzo. Specializzati in edilizia, hanno il loro quartier generale nella zona di Bollate. In città vive, invece, Antonio Piromalli, erede dell’omonima cosca di Gioia Tauro. I Piromalli a Milano hanno interessi nell’Ortomercato e contatti diretti con il senatore Pdl Marcello Dell’Utri. A Monza, invece, si danno molto da fare i Moscato, costruttori con legami di parentale con il boss di Melito Porto Salvo, Natale Iamonte. Uno in particolare riceve le attenzioni degli investigatori. Si tratta di Natale Moscato, taycoon dell’edilizia, coinvolto, ma poi prosciolto, in un indagine di ‘ndrangheta di metà anni Novanta. La sua zona d’azione resta quella di Desio. Qui, negli anni Ottanta, Moscato ha fatto l’assessore socialista. Oggi, invece, è un grande elettore del Pdl. E infine nel Varesotto comandano due boss: Carmelo Novella e Vincenzo Rispoli. Entrambi sono uomini potenti, legati a doppio filo alla cosca Barbaro-Papalia di Buccinasco. A questo elenco va aggiunto il nome di Pasquale Barbaro detto u zangrei. Lui fino al novembre 2007 risulta il referente della ‘ndrangheta per la Lombardia. Morirà nel novembre 2007. Seppellito nel piccolo cimitero di Platì, ai funerali parteciperanno molti boss del nord, tra cui lo stesso Vincenzo Rispoli.

Il summit del 2008 e l’appoggio al Pdl


Dopo la morte di Pasquale Barbaro
, il comando viene preso dal giovanissimo Domenico Papalia. Questa almeno è la tesi degli investigatori. In realtà le operazioni passano tutte attraverso Salvatore Barbaro, legato ai Papalia per aver sposato la figlia di Rocco Papalia. E’ lui a guidare i capitali della ‘ndrangheta nella holding Kreiamo con sede in via Montenapoleone. Lui, ovviamente, gioca dietro le quinte, lasciando la palla a due uomini di fiducia: Andrea Madaffari e Alfredo Iorio. Si tratta dell’inchiesta Parco sud che solo poche settimana fa ha svelato, in parte, la trama di un comitato affaristico-mafioso spalleggiato da diversi uomini politici. Nomi noti fino a livello regionale. Agli inizi del gennaio 2008, Salvatore Barbaro ha preso il comando. E’ indagato, ma libero. E come lui, tutti gli altri. Intanto, Milano freme per le battute finali di Expo 20015. A fine marzo, il comitato di Parigi, deciderà dove si svolgerà l’esposizione universale. Giochi fatti nel pomeriggio del 31 marzo. Milano batte Smirne. Si brinda. Brindano anche i capi della ‘ndrangheta. La scommessa del 2006 ha pagato. Lady Moratti ha vinto. Non è finita. Dopo la caduta del governo Prodi, l’Italia torna al voto. Saranno elezioni politiche decisive e sulle quali peserà molto il gioco delle preferenze. Un sistema perfetto per la ‘ndrangheta che in Lombardia è in grado di gestire un enorme bacino di voti. Ecco quindi il messaggio fatto rimbalzare dal centro all’hinterland fino in provincia. Bisogna incontrarsi per decidere. Non è la prima volta. Una riunione del genere si era già verificata pochi anni prima al ristorante Scacciapensieri di Nettuno, zona di pertinenza della cosca Novella. Al tavolo quella domenica c’erano Vincenzo Rispoli, Domenico Barbaro, Carmelo Novella, Giosafatto Molluso, Saverio Minasi, Vincenzo Mandalari, Salvatore Panetta, Vincenzo Lavorata. In quella primavera del 2008 le scelte saranno decisive e poco importa se dal luglio successivo inizieranno a fioccare omicidi e arresti. Chi resta fuori proseguirà. L’incontro avviene. Ci sono tutti: dai Barbaro ai padrini della provincia. Sul tavolo gli appalti di Expo e la scelta di appoggiare senza colpo ferire gli uomini del Popolo della libertà. (cg/dm)

L’accusa chiede condanne pesanti: 15 anni per Salvatore Barbaro e 8 per l’imprenditore lombardo Maurizio Luraghi

Fonte: http://www.milanomafia.com

Il pm Alessandra Dolci ha concluso la sua requisitoria chiedendo 15 anni per Salvatore Barbaro, 10 per il padre Domenico e 7 per il fratello Rosario. Richiesta pesante anche per Maurizio Luraghi, l’imprenditore lombardo accusato di aver fatto da schermo agli affari illeciti della ‘ndrangheta di Buccinasco. Per lui, l’accusa ha chiesto 8 anni e una multa di 1.000 euro. Sette anni anche per Mario Miceli, marito della sorella di Salvatore Barbaro. Assolta, invece, Giuliana Persegoni, moglie di Luraghi. L’accusa ha definito Barbaro “il capo dell’organizzazione e colui che chiedeva il pizzo agli imprenditori e distribuiva i camion dei padroncini calabresi nei vari cantieri del Milanese. La requisitoria è iniziata con un clamoroso attacco agli imprenditori lombardi che ormai “sono giunti a patti con le cosche” perché “è meglio averli amici”. Dopodiché sono stati citati diversi imprenditori, alcuni anche molti noti, che per anni e pur sapendo chi fossero i Barbaro, hanno fatto lavorare le imprese dei calabresi. Concedendo appalti enormi a società (come quelle di Salvatore e Rosario Barbaro) che non erano oggettivamente in grado di portare avanti i lavori. Quindi, l’accusa si è soffermata sullo stoccaggio illecito di rifiuti tossici, rivelando come sotto al complesso residenziale di Buccinasco Più in via Guido Rossa, la ‘ndrangheta abbia scaricato di tutto: da idrocarburi pesanti e eternit. Attualmente il complesso residenziale è abitato e quasi tutti gli appartamenti sono stati venduti.

Processo Cerberus. Smemorati, reticenti, mai colpevoli. Sono gli imprenditori lombardi che vengono a patti con la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.milanomafia.com

L’accusa è stata lanciata oggi dal pm Alessandra Dolci durante la sua requisitoria. L’accusa contro la cosca barbaro-Papalia di Buccinasco ha puntato il dito contro gli imprenditori lombardi che scendono a patti con la ‘ndrangheta

Estorsione-tangente

Il nuovo termine coniato dal pm Alessandro Dolci per definire l’imprenditore colluso è quello di chi paga l’estorsione-tangente, termine a metà strada tra il pizzo e la mazzetta pagata volontariamente, senza che il boss la chieda.
Si tratta, secondo l’accusa, della situazione di
Maurizio Luraghi che oggi risulta vittima del clan ma che in passato ha tratto vantaggi da questo legame. In passato, infatti, Luraghi avrebbe pagato volentieri (“Ti do i soldi perché siamo amici”) la mazzetta alla ‘ndrangheta.
Oggi, l’imprenditore si trova con una richiesta di condanna a otto anni per
associazione mafiosa. Inoltre, la sua impresa, la Lavori stradali, risulta fallita. La società, aggiudicataria del mega appalto in via Guido Rossa a Buccinasco, ha sborsato, a titolo gratuito, oltre un milione di euro ai Barbaro. Dopodiché è fallita. Il fatto che dimostra la “cannibalizzazione delle imprese amiche da parte della ‘ndrangheta” sarà oggetto di un nuovo processo dove Luraghi è imputato per bancarotta fraudolenta.

Milano, 30 marzo 2010 – Se non sono collusi poco ci manca. Certo appaiono distratti, superficiali a dir poco, molto probabilmente consapevoli che lavorare con la ‘ndrangheta è molto meglio, più vantaggioso, paradossalmente, meno pericoloso. Questo il disarmante affresco degli imprenditori lombardi oggi, dipinto nella requisitoria del pm Alessandra Dolci, uno dei magistrati più esperti e competenti della Dda di Milano. Perché questa mattina alla Settima sezione del Tribunale di Milano c’erano le carte che inchiodano la cosca Barbaro-Papalia.

In sostanza l’inchiesta Cerberus conclusa nel luglio 2008 con l’arresto, tra gli altri, di Domenico Barbaro, dei figli Salvatore e Rosario, e dell’imprenditore lombardo Maurizio Luraghi. Oggi, dunque, e in attesa delle arringhe difensive, è stato messo un tassello decisivo al processo di mafia più importante degli ultimi 15 anni. Mafia al nord, naturalmente. ‘Ndrangheta a Milano nello specifico. “Ndrangheta imprenditoriale”, sostiene l’accusa. “Silente”, rilancia e precisa: “Con marginalizzazione di attività criminali”. Questo il contesto che confonde i piani e mischia pericolosamente il ruolo dell’imprenditoria lombarda. Omertosa senza dubbio. Colpevole sulla carta, ma non sempre nelle carte (processuali). Eppure, il pm, nei primi minuti della requisitoria, non abbassa il tiro, e quando può lo alza indicando almeno quattro categorie di imprenditori per così dire nebulosi.

La prima è quella di Maurizio Luraghi (per lui chiesta una condanna a 8 anni). Sintetizza il pm: “Sono quelli che dicono bene questi ci sono e allora veniamo a patti”. Patti che per l’accusa, Luraghi ha travalicato diventando “imprenditore colluso”. La seconda è quella rappresentata “da uno come Mario Pecchia”, immobiliarista di grido, titolare della Finman srl con uffici in via Durini. “Lui – dice Alessandra Dolci – è uno di quelli che è rimasto esterefatto di essere vittima di compaesani che considero amici”. La terza categoria sono quelli che dicono “avete scoperto l’acqua calda”. Qui rientra Ernesto Giacomel patron, ad Assago, di uno dei rivenditori Audi più grandi d’Europa. La sua teoria viene così riassunta dal pm: “Quelli è meglio averli amici”. Oggi come ieri. Spiega il magistrato: “Giacomel ha lavorato con Rocco Papalia e ha fatto lavorare sui suoi terreni le imprese dei Barbaro”. E poi ci sono quelli che davanti al giudice perdono la memoria. Sentito dal pm un imprenditore dice: “Meno male che siete venuti voi. Ora si respira aria nuova”. Parole che si volatilizzano in aula con gli imputati nel gabbione.

La trafila degli imprenditori prosegue e s’ingrossa con la vicenda di subappalti da 700.000 euro affidati a imprese individuali (quelle di Rosario e Salvatore Barbaro) che possono offrire, se va bene, due camion e un escavatore arrugginito. O altri, come Massimiliano Guerra che firmano il contratto di subappalto ai Barbaro ancora prima di aver vinto l’appalto. Dopodiché pagano 40.000 euro a Barbaro su un totale di 60.000 euro.Altri ancora, come Sergio Domenico Coraglia, titolare dell’immobiliare I Girasoli, che sponsorizzano le imprese degli stessi calabresi. (dm)

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