• Archivi

  • Foto Ammazzatecitutti Lombardia

Dalla Calabria a Milano, ecco gli invisibili: massoni, politici, boss. Nelle intercettazioni il secondo livello della ‘ndrangheta. “Se no oggi il mondo finiva”

Fonte: http://www.milanomafia.com

Per la prima volta il livello occulto della ‘ndrangheta viene rivelato dalle intercettazioni. Fino a ora di questa struttura hanno parlato solo i pentiti. I dialoghi, contenuti nell’inchiesta Bellu lavuru, risultano sotto osservazione per la bomba alla Procura di Reggio

L’indagine

L’inchiesta Bellu lavuru si conclude nella primavera del 2008. Trentuno i fermi, mentre le convalide del gip scenderanno a 29. Nel mirino dei carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria i lavori della statale Ionica (106).
Tutto nasce dal crollo di un ponte lungo la statale nei pressi di
Palizzi. Da lì si capì che l’appalto vinto da una ditta di Firenze era passato nelle mani di alcune imprese direttamente riconducibili al superboss di Africo, Giuseppe Morabito, detto u tiradrittu. Il suo coinvolgimento viene provato ascoltando i dialoghi nel carcere di Parma, dove andava a trovarlo il genero Giuseppe Pansera.
All’intero del decreto di fermo emerge la struttura degli invisibili. L’indagine nel novembre scorso si è conclusa con 27 condanne. Attualmente il procedimento pende in appello e se ne dovrà occupare il
procuratore Di Landro che il 3 gennaio scorso è stato minacciato attraverso la bomba alla Procura.

Milano, 20 febbraio 2010 – “Perché c’è la visibile e l’invisibile. E lui è in quella visibile che non conta, noi altri siamo nell’invisibile. Capisci? E questo conta”. Le parole corrono via rapide come le curve della Statale ionica. Sebastiano Altomonte, originario di Bova Marina, è un cinquantenne estroverso. Ufficialmente fa il sindacalista scolastico, in realtà è un grande procacciatore di voti per sé e per i propri compari. Tanto che alle ultime politiche si è candidato al Consiglio comunale di Bova con una lista civica (la stessa dell’attuale sindaco) ottenendo una poltrona tra i banchi della maggioranza.

Pochi giorni prima del Natale 2007 si trova in auto con la moglie. Nemmeno immagina che una microspia sta registrando tutto. Lui va avanti: “C’è una che si sa e una che non la sa nessuno, perché se no oggi il mondo finiva; se no tutti cantavano”. E, dunque, rimarcando il concetto. “C’è la visibile e l’invisibile che è nata da un paio di anni e che non la sa nessuno, solo chi è invisibile”. A questo punto i carabinieri che ascoltano l’intercettazione capiscono di trovarsi davanti alla straordinaria scoperta “di una struttura parallela e occulta” della ‘ndrangheta che scorre come un fiume carico dalla Calabria alla Lombardia. Esattamente quel secondo livello dove mafia e politica sono la stessa cosa e l’affiliazione alla cosca diventa appartenenza a una loggia massonica. Ad oggi di una struttura simile hanno parlato solo i pentiti definendo Santa “lo stadio occulto della ‘ndrangheta”. Ma questa entità non ha mai trovato conferme giudiziarie. Le parole di Sebastiano Altomonte sembrano poter dimostrare nei fatti questo accostamento tra potere mafioso e massoneria.

Scrivono i magistrati: “Questa genuina acquisizione apre uno scenario del tutto nuovo nel panorama criminale delle cosche mafiose di Reggio Calabria”. Forse esattamente quello scenario che il 3 gennaio scorso può aver dato l’ok per l’attentato al palazzo della Procura generale. Non è un caso, infatti, che fra le pieghe dell’inchiesta emerga prepotente l’idea di una decisione presa da una sorta di “collegio senatoriale” della ‘ndrangheta. Un collegio di “invisibili” scontenti del nuovo operato del Procuratore Salvatore Di Landro poco indulgente a sconti di pena in secondo grado. E proprio in Appello è pendente oggi il processo che contiene le parole di Sebastiano Altomonte il quale, assieme ad altre 39 persone, è accusato di animare un comitato affaristico-mafioso capeggiato dalla potente cosca Morabito di Africo e in grado di monopolizzare gli appalti lungo la statale 106. Si tratta dell’indagine Bellu lavuru. E lui, Altomonte, rappresenta “l’anello di congiunzione tra esponenti di spicco della criminalità organizzata e appartenenti al settore politico-amministrativo tra i quali l’ex consigliere regionale Domenico Crea”. Proprio quel Crea, primo dei non eletti alle Regionali 2005, promosso solo dopo l’omicidio di Franco Fortugno, quindi passato dalla Margherita alla nuova Dc e oggi a processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Ecco allora come i magistrati traducono le parole di Altomonte.

Dell’esistenza di questa struttura – si legge nel decreto di fermo – non ne sono a conoscenza neanche i vari affiliati, cosiddetti visibili, ossia quelli dei quali è notorio, tanto tra la popolazione quanto tra le forze dell’ordine, che appartengono a una organizzazione mafiosa”. E ancora: “Questo organismo è quello che realmente conta nello scenario criminale Provinciale”. Ma Altomonte non si ferma qui. E anzi inconsapevolmente rilancia fissando anche la data della fondazione di questa livello occulto. “Il colloquio intercettato – scrivono i magistrati – colloca la nascita di questo organismo in un periodo immediatamente successivo all’assassinio dell’onorevole Francesco Fortugno”. Le sorprese, però, non sono finite. Perché Altomonte oltre che invisibile è pure massone. E anche qui la distinzione è “tra fratelli visibili e invisibili”. Ecco, poi, il cerimoniale: “Si porta la cravatta nera, con il vestito nero e la camicia bianca”. E alla fine i protagonisti: “L’avvocato Ciccio è pure massone, suo fratello il dottore pure; Pepè Nirta, quello di Palizzi è mastro venerabile, lui e tutti i suoi fratelli”. Quindi nomina come massone anche l’attuale sindaco di Bova Marina. “Un dato – scrivono i magistrati – da non sottovalutare, alla luce dell’inquietante accostamento tra il potere mafioso e la massoneria”. E di logge segrete la Calabria sembra piena: “Una è a Siderno, ci sono un sacco di logge. La mia è a Bianco poi ci sono a Roccella altre due a Locri e tre a Reggio”.

Dalla Calabria a Milano, di massoneria parla anche Aldo Miccichè con il giovane Antonio Piromalli, boss della Piana di Gioia Tauro per anni residente al nord. E così lui, Miccichè, ex democristiano, sostiene che per modificare il 41 bis “dovremo forse fare un altro tipo di rapporto e lo devo fare in Lombardia tramite la massoneria”, contattando un politico che nei fatti si rivela essere Marcello Dell’Utri. Il senatore azzurro, infatti, incontrerà effettivamente un uomo di Piromalli e da lui si sentirà dire: “Ho avuto autorizzazione di dire che gli possiamo garantire Calabria e Sicilia”. L’inquietante intreccio è contenuto nell’inchiesta Cent’anni di storia, guarda caso un’altra indagine indicata dai magistrati come possibile movente per la bomba di via Cimino. (dm)

Lo stalliere e l’Ortomercato. L’impresa di facchinaggio delle Mangano tra i banchi del mercato di via Lombroso. Ecco il documento del Comune

Fonte: http://www.milanomafia.com

In una lettera firmata dall’Amministrazione comunale la presenza della Cgs New Group all’interno dell’Ortomercato con contratto d’appalto e pass d’ingresso. E spuntano nuovi legami con uomini legati ai clan

La lettera

Il documento firmato dall’assessore al Commercio Giovanni Terzi è la risposta alle ripetute interrogazioni alla Moratti presentate dai consiglieri comunali del Pd Pierfrancesco Majorino e David Gentili

Nella lettera si parla della presenza all’interno degli stand di via Lombroso della Cgs New Group, impresa delle sorelle Mangano, figlie dell’ex fattore di Arcore condannato per mafia

La Cgs lavora per una società già finita nei guai alla fine degli anni Novanta per un giro di tangenti per gli appalti delle mense scolastiche

Ma dai legami societari sbucano strani rapporti con il siciliano Pino Porto e uomini della cosca Morabito

Milano, 2 febbraio 2010 – All’Ortomercato sembra esserci spazio per tutti. E così dopo la ‘ndrangheta, ora si allunga l’ombra di Cosa nostra. Ad oggi solo un’ombra, anche se la presenza di una delle imprese della famiglia Mangano all’interno del mercato non è affatto un sospetto, ma una certezza. La Cgs New Group gestita, appunto, da Cinzia Mangano, la secondogenita dell’ex fattore di Silvio Berlusconi, oggi lavora all’interno del padiglione frigorifero. La società che ha un giro d’affari di quasi 2 milioni di euro ha sottoscritto l’appalto con la Agrimense srl, società di Nova Milanese che nel 1999 fu coinvolta nello scandalo delle tangenti per le mense scolastiche. In quell’indagine finì impigliato Alessandro Arosio, attuale socio dell’Agrimense. Arosio fu anche arrestato, ma poi nel processo la sua posizione finì prescritta assieme a quelle di altri dodici imprenditori del settore. L’Agrimense, oltre a lavorare in via Lombroso, ha recentemente vinto un appalto l’appalto per la fornitura di frutta e verdura per gli istituti scolastici comunali di Como.

Gli eredi di Vittorio Mangano entrano dunque all’Ortomercato. E lo fanno con tutti i sospetti del caso, anche se la procedura per ottenere l’appalto appare cristallina. Almeno così si capisce leggendo le due pagine di risposta che il Comune di Milano ha fatto pervenire a due consiglieri del Pd, Pierfrancesco Majorino e David Gentili, autori di un’interrogazione alla Moratti sui “rapporti dell’Amministrazione comunale con le imprese Cgs New e Csi”. In sostanza, si legge nel documento inviato dal presidente di Sogemi (la società a maggioranza comunale che gestisce i mercati generali), “la Cgs New Group ha sottoscritto con la società Agrimense srl, operatore presente all’interno dell’Ortomercato e più precisamente nell’edificio frigorifero centralizzato, un contratto d’appalto per l’esecuzione di lavori di facchinaggio, movimentazione delle merci, carico e scarico delle stesse”. E ancora: “L’ufficio tesseramento della Direzione di mercato Sogemi spa, a fronte della presentazione della richiesta di documentazione, ha emesso tessere personali di ingresso intestate a dipendenti della Cgs New Group al fine di operare all’interno della struttura facente capo alla società Agrimense”. Pass d’ingresso del tutto identici a quelli rilasciati ai normali operatori dell’Ortomercato, ma anche tra il 2003 e il 2004 dal boss della ‘ndrangheta Salvatore Morabito che ha avuto libero accesso agli stand di via Lombroso per mesi. Al momento la Cgs “dispone di sette tessere intestate a suoi dipendenti e soci”. Vittorio Mangano, oltre a Cinzia, ha altre due figlie: Loredana, rappresentante legale della Cgs e Marina, la più giovane, titolare della Csi, altra società di facchinaggio che in passato, si legge nel documento del Comune a firma dell’assessore alle Attività produttive Giovanni Terzi, ha tentato di ottenere un appalto all’Ortomercato ma senza riuscirci. Entrambe le imprese hanno sede in via Romilli 21 (nella foto) al quartiere Corvetto.

Va detto, poi, che la Cgs, per questo appalto, ha presentato tutti i documenti in regola, compreso il certificato antimafia. C’è però qualcos’altro che rende inquietante la presenza delle sorelle Mangano all’Ortomercato e vale a dire i loro rapporti con uomini considerati da magistrati e pentiti molto vicini a Cosa nostra. Tra questi, il già citato da Milanomafia, Giuseppe Porto, detto Pino il cinese. Lui, secondo il pentito Fabio Manno, avrebbe coperto la latitanza di Giovanni Nicchi a Milano. Non solo, secondo fonti investigative, il cinese nello scenario criminale milanese si collocherebbe come il trait d’union con gli uomini della cosca Morabito. Secondo le stesse fonti investigative, poi, Pino Porto attualmente si muoverebbe con una macchina intestata proprio alla ditta di Cinzia Mangano e questo, nonostante non ricopra alcuna carica societaria evidente.

Seguendo Pino Porto
, poi, si arriva a Enrico Di Grusa, marito di Loredana Mangano. Lui, con alle spalle un periodo di latitanza e con precedenti guai con la giustizia per associazione mafiosa, oggi abita in un appartamento signorile in via Aselli. Non solo, ma assieme a Pino il cinese gestirebbe, in maniera occulta, la Smc, ennesima società di facchinaggio con sede in viale Martini 9. Un indirizzo ben conosciuto dagli uomini della Squadra Mobile di Milano. La strada infatti si trova dietro al distributore Esso di piazzale Corvetto, punto di ritrovo degli uomini di Salvatore Morabito, boss della ‘ndrangheta, coinvolto e condannato nell’inchiesta For a King. Nella relazioni di servizio che Milanomafia ha potuto leggere e depositate negli atti del processo, vengono fotografati personaggi oggi imputati. Tra questi l’imprenditore napoletano Mariano Veneruso, Pino Porto e il calabrese Giovanni Falzea legato alla famiglia Bruzzaniti di Africo. Sarà proprio Falzea ad entrare e uscire dal civico 9 di via Martini. E non a caso visto quello che scrivono gli investigatori: “Porto, inoltre, è risultato significativamente legato per comuni investimenti nella gestione di alcune cooperative di facchinaggio operanti sempre nell’Ortomercato a Salvatore Morabito, Pasquale Bruzzaniti e Giovanni Falzea”. Dopodiché nell’assetto societario della Smc compare Vincenzo Tumminello, nipote di Porto. Lui in passato ha avuto ruoli in due società, la Full times e la Co.smi.di, entrambe protagoniste dell’inchiesta del pm Maurizio Romanelli che nel 1999, indagando sulla latitanza di Enrico Di Grusa, arrivò a scoprire “in modo circostanziato il funzionamento fraudolente di una struttura commerciale contigua alla criminalità organizzata e presumibilmente creata al fine di finanziare quest’ultima mediante la costituzione di fondi neri generati dalla commissione di illeciti societari”. L’inchiesta poi si chiuse con un pugno di mosche. Oggi però, a stringere il cerchio delle relazioni pericolose tra ‘ndrangheta e Cosa nostra c’è anche un altro uomo, Carmelo Cardile, catanzarese in passato presente nel collegio sindacale della Co.smi.di e fino a poco tempo fa titolare della New Gest, società orbitante nella galassia delle imprese riconducibili ad Antonio Paolo, oggi accusato dal pm Laura Barbaini di essere il braccio finanziario della cosca Morabito. (dm/cg)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: