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Gratteri: “I calabresi vogliono l’Expo per fornire una prova del loro potere”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Intervista al procuratore aggiunto di Reggio Calabria. “Non puntano ai profitti, ma mirano a dimostrare il loro prestigio. Gli arresti degli ultimi anni non sono frutto di questo governo”

di DAVIDE CARLUCCI

“Le strategie delle ‘ndrine in Lombardia si decidono ancora in Calabria. E dopo le operazioni Crimine e Infinito che hanno messo in ginocchio i clan aspettiamoci una riorganizzazione. “Morto un papa, se ne fa un altro”: la ‘ndrangheta ragiona così”. Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria, è uno dei massimi conoscitori dell’organizzazione criminale che, secondo l’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia, ha ormai “colonizzato”, in varie forme, la regione più ricca d’Italia.

“La ‘ndrangheta colonizza la Lombardia”

E ora? Dove vogliono arrivare le cosche?
“Vogliono di sicuro continuare a essere presenti dove c’è da gestire denaro e potere. E la Lombardia resta, da questo punto di vista, un luogo strategico. Lo era già negli anni Settanta, lo è ancora di più oggi”.

Anche lei lancia l’allarme sull’Expo?
“Sì, ma in un senso preciso. La ‘ndrangheta scommette su quella operazione, insieme con altre, non tanto perché direttamente interessata ai profitti che se ne potranno ricavare. Quel che più le fa gola è il potere, il carisma che potrà ricavare se riesce a inserirsi nell’affare. Se un boss è in grado di far lavorare cento o mille picciotti, se è in grado di procurare guadagni a imprenditori contigui, ecco se riuscirà a fare tutto questo potrà affermare il prestigio sociale su cui si fonda la sua potenza”.

Per questo le locali lombarde puntavano a rendersi autonome dalla Calabria? La relazione parla di un’idea “rivoluzionaria” di separatismo criminale. È un disegno che le cosche continuano a coltivare?
“Quel progetto è fallito nel 2008 con l’omicidio di Carmelo Novella. Tentava di sganciarsi ma è stato prima messo da parte e poi ucciso. Qualcuno che sogna di staccarsi c’è ancora ma la ‘ndrangheta non è più tale se prova a tagliare il cordone ombelicale con la sua terra madre. E oggi ogni assenso e ogni benedizione a tutte le azioni criminali condotte in Lombardia continuano a passare da San Luca“.

La Lega attribuisce all’emigrazione e ai soggiorni obbligati il dilagare delle presenze mafiose in Lombardia.
“È un’analisi superata, poteva esser vero trent’anni fa. Ora ci sono nuove generazioni di professionisti, avvocati e ingegneri che possono anche essere autoctoni, senza nessun rapporto con le regioni d’origine tipiche delle mafie, e aprire la porta alla ‘ndrangheta nell’economia e nella pubblica amministrazione.
Dimentichiamoci le valigie di cartone, così non cogliamo il fenomeno”.

Lei dice che Milano attira la ‘ndrangheta non solo per i soldi, ma anche perché qui c’è il potere.
“Le mafie votano e fanno votare a destra e a sinistra. Puntano sul cavallo vincente e cercano di capitalizzare il voto”.

Il governo rivendica il merito di aver contrastato più che mai la penetrazione dei clan, anche al Nord. Ma nella relazione della Direzione nazionale antimafia si rimarca anche l’esiguità degli organici dei magistrati impegnati in prima linea contro i clan.
“Con gli arresti degli ultimi anni non c’entra nessun ministro, nessun governo, né quello di oggi né quello precedente. Gli investigatori che ci sono oggi c’erano prima. E il quadro che descrive la relazione è identico in Lombardia e in Calabria”.

Ovvero?
“Non sono arrivati più soldi per gli straordinari di chi ha lavorato giorno e notte sui blitz. Non sono arrivati più uomini. Non si riesce a coprire nemmeno quelli che vanno in pensione. E invece noi possiamo pareggiare la partita contro quel sistema criminale solo investendo in giustizia e cultura, come scrivo nel mio ultimo libro, “La giustizia è una cosa seria””.

Quindi lei ritiene che la giustizia vada riformata anche per combattere meglio i clan?
“Sì, ma la strada non è certo quella del processo breve o della separazione delle carriere, se vogliamo riferirci alla riforma che il governo sta approvando in queste ore. Per contrastare il metodo mafioso serve più l’informatizzazione dell’attività giudiziaria, la depenalizzazione dei reati bagatellari, la riorganizzazione delle reti dei tribunali in un progetto di geografia giudiziaria”.

La società civile e le istituzioni lombarde sembrano essersi accorte con un po’ di ritardo della penetrazione delle mafie. Qual è la prima cosa che deve notare chi vuole capire quando, dietro l’apparenza di normalità, si nascondono i boss?
“Deve far caso soprattutto agli arricchimenti improvvisi. Quasi sempre dietro chi fa soldi dal nulla sta semplicemente riciclando i proventi della cocaina”.

Il Crimine, i mastri, le ‘ndrine ecco la Cupola modello Cosa nostra

Fonte: http://www.repubblica.it

Svelati tutti i segreti. Dalla struttura verticale alla gestione degli affiliati. Non è più la setta oscura che aveva salvato il sistema criminale dopo le stragi del ’92. La scoperta in Calabria ricorda molto ciò che Buscetta fece scoprire a Falcone
di ATTILIO BOLZONI

Che cosa è il Crimine? È la Cupola calabrese. E di chi è il Crimine? “Non è di nessuno, è di tutti”, sentenzia Domenico Oppedisano, appena nominato capo dei capi nel santuario della Santissima Madonna di Polsi sull’Aspromonte. Tutti che sono dappertutto. A Reggio, a Duisburg, in Australia, a Milano. Sono quasi mille solo a Rosarno. Ma una, una sola è la ‘Ndrangheta. E il suo potere è nascosto nelle fiumare di Calabria.

Quella che ci avevano descritto come una mafia “orizzontale”, una mafia fatta solo di legami di sangue e di comparati, un insieme di cosche slegate fra loro, è in realtà un’associazione segreta e unica che ha un vertice come Cosa Nostra ed è distribuita rigidamente sul territorio, è strutturata su più livelli e ha le sue gerarchie. Il Capo Crimine è il capo di tutti. Al suo fianco ha il Mastro di Giornata che è il suo portavoce e smista tutti i suoi ordini, poi ci sono i colonnelli: il Mastro Generale, il Capo Società, il Contabile. Il governo della ‘Ndrangheta è il Crimine – che chiamano anche Provincia – e rappresenta i tre mandamenti dove la mafia calabrese è padrona: la città di Reggio, la costa tirrenica, il versante jonico. Il Crimine comanda ovunque, ovunque nel mondo ci sia un “locale” o una “‘ndrina”. Per entrare nell’organizzazione è necessaria un’età minima: 14 anni.
Quello che hanno scoperto in questi mesi giù in Calabria carabinieri e poliziotti e procuratori, ricorda molto ciò che Tommaso Buscetta ventisei anni fa fece scoprire al giudice Falcone su Cosa Nostra: organigrammi, cariche, gradi, collegi direttivi, confini territoriali, rituali, codici, punizioni. Oggi la ‘Ndrangheta – dopo almeno mezzo secolo di assoluta impunità e con i verdetti della Corte di Cassazione che sino all’anno 2000 l’avevano raffigurata solo come una “confederazione di cosche” – non è più un segreto profondo, non è più quella setta oscura e impenetrabile che aveva salvato il sistema criminale italiano dopo le stragi siciliane del 1992.

È nuda agli occhi del mondo, scoperta per la prima volta dagli stessi racconti dei protagonisti. Intercettati e filmati mentre eleggevano i loro “dirigenti” in Lombardia e a Polsi, il santuario dove ogni primo settembre, nella solenne festa della Santissima Madonna della Montagna, la ‘Ndrangheta si conta e sceglie il suo re.

Che è re di tutti e non soltanto dei boss calabresi. Anche di quelli che vorrebbero fare da soli come quel Carmelo Novella che nella primavera del 2008 aveva in mente un progetto “indipendentista”, voleva fare la sua ‘Ndrangheta a Milano, la ‘Ndrangheta della Lombardia staccata dal resto dell’organizzazione, autonoma in qualche modo dal Crimine e dai suoi comandamenti. Un illuso, un pazzo. Così commenta quell’idea strampalata e suicida di Novella, il capo calabrese della Società di Singen che è uno dei “locali” che hanno colonizzato la Germania: “Adesso se lo vuole fare lo fa, però ci devono essere pure quelli del Crimine presenti, gli ho detto io.. perché lui dipende di là, come dipendiamo tutti, senza ordini di quelli di li sotto non possono fare niente nessuno”. E un altro capo della compagnia, il 12 luglio del 2008, dice ai suoi a proposito del “secessionista” Carmelo Novella: “Lui è finito ormai…è finito, la Provincia lo ha licenziato”. Neanche un mese dopo Carmelo Novella è stato in effetti “licenziato” per sempre: è stato ucciso.

Tutti devono obbedire. Sul corso Garibaldi di Reggio o quando trattano a Cartagena un carico di cocaina con i colombiani. Il comando strategico resta sempre là, fra le fiumare che attraversano San Luca e Platì, fra gli ulivi della piana di Gioia Tauro, nelle piazze di Archi che guardano di fronte l’Etna e la Sicilia. Il Capo Crimine ha potere di vita e di morte. Ed è idolatrato dal suo popolo. Alla base della ‘Ndrangheta ci sono le “‘ndrine”, è questo il primo nucleo dell’organizzazione, di solito formato da membri della stessa famiglia o allargata con matrimoni combinati. Ogni “‘ndrina” ha il suo territorio di influenza e risponde al “locale”, che è la più importante struttura organizzativa dell’associazione. Il “locale“, che non sempre coincide con una zona geografica (nello stesso paese possono esistere più “locali”), ha almeno 49 affiliati e un responsabile che è il “capo locale“, un contabile che gestisce le finanze – in gergo si dice la bacinella o la valigetta – e un crimine che è l’operativo, quello che sovrintende alle illecite attività. Tutti e tre, capo locale e contabile e crimine, formano una terna chiamata Copiata. Il “locale” però non è un’unica stanza, ma è a doppia compartimentazione: la Società Minore e la Società Maggiore.

Nella Minore ci sono i gradi più bassi, nella Maggiore – che a volte viene indicata anche come Società Santa – accedono solo 7 affiliati di rango. I “gradi” degli uomini della ‘Ndrangheta sono tanti. Nel loro linguaggio il grado è la “dote” o il “fiore“. Al livello più basso c’è il giovane d’onore, che non è però un vero e proprio affiliato ma il rampollo di qualche capo che entra nella ‘Ndrangheta per diritto di sangue. Poi c’è il picciotto d’onore, la manovalanza, la fanteria della ‘Ndrangheta. Poi c’è il camorrista, che ha funzioni più delicate. E poi lo sgarrista o il camorrista di sgarro, che è il grado più alto della Società Minore. Al primo gradino della Società Maggiore c’è il Santista e dopo di lui il Vangelo che ha giurato fedeltà alla ‘Ndrangheta con una mano sul Vangelo. E ancora il Quartino, il Trequartino e il Padrino chiamato anche Quintino. Se ci vogliono almeno 14 anni per far parte della ‘Ndrangheta, i privilegiati non mancano neanche in questo mondo: i figli dei capi vi entrano per diritto ereditario. E, fin da bambini, di loro si dice che sono “mezzo dentro e mezzo fuori”. L’affiliazione dura tutta la vita. Come per Cosa Nostra, dalla ‘Ndrangheta si esce solo da morti. Anche la mafia calabrese ha un suo Tribunale. E deve giudicare le “colpe” degli affiliati.
C’è quella più lieve che è la “trascuranza“, che si può risolvere con un processo che finisce bene. E poi ci sono le colpe più gravi, gli “sbagli“. Di diversa entità: la “tragedia“, quando un affiliato semina falsità dentro l’organizzazione per trarne profitti personali; la “macchia d’onore“, quando un affiliato o un suo parente ha un comportamento tale da essere giudicato indegno per restare nella ‘Ndrangheta; l'”infamità“, quando l’affiliato tradisce. La condanna per uno “sbaglio” è sempre la morte.

E le donne? Le donne d’onore non esistono nella ‘Ndrangheta ma ci sono le “sorelle d’omertà“, che di solito vengono usate per l’assistenza ai latitanti. E chi combatte la ‘Ndrangheta, come è chiamato dai boss calabresi? Chi non fa parte dell’organizzazione viene definito “contrasto“. Ma quelli a metà strada, quelli che un giorno potrebbero tradire – i funzionari infedeli, le talpe, i favoreggiatori – quelli sono tutti “contrasti onorati“. La ‘Ndrangheta ne ha tanti al suo soldo. Nel suo regno e nelle “colonie” di cinque continenti.

Dalla faida di San Luca ai bambini di una scuola media di Milano. La saga della famiglia Nirta. I bidelli della ‘ndrangheta

Fonte: http://www.milanomafia.com

Giuseppe Nirta, ‘u Versu, faceva il bidello a Voghera quando venne coinvolto nel sequestro di Giuliano Ravizza. Secondo la Dda è la mente della faida di San Luca. Suo figlio Giovanni Luca è il marito di Maria Strangio, uccisa nella faida. L’altro figlio, altri tre fratelli sono stati uccisi, però vive a Milano. Dove fa il bidello in una scuola media

La vicenda

Giuseppe Nirta, conosciuto come ‘u Versu, è nato a San Luca il 19 ottobre del 1940. Secondo la Dda è il capoclan della cosca Nirta alleata con gli Strangio nella faida di San Luca. Suo figlio Giovanni Luca è il marito di Maria Strangio la donna uccisa il giorno di Natale del 2006 durante la faida

Oltre a Giovanni Luca ci sono altri tre figli, tutti morti ammazzati in Aspromonte. Un quinto figlio, Antonio, vive invece a Milano dove lavora come bidello in una scuola media comunale.

La stessa professione che svolgeva suo padre Giuseppe nel 1981 quando da bidello di un istituto tecnico di Voghera fece da basista per il rapimento del re delle pellicce, Giuliano Ravizza

Milano, 4 giugno 2010 – Questa è una storia di uomini e di sequestri. La storia di una dinastia e di una faida, la faida di San Luca. Ma soprattutto è una storia di Milano, della mafia a Milano. Una storia che nessuno vi aveva ancora raccontato.
Antonio è nato a Locri 42 anni fa. E’ un uomo difficile, un uomo dell’Aspromonte. Ma dall’Aspromonte è fuggito in cerca di lavoro e per scappare dal piombo della faida di San Luca che tra agguati e conflitti a fuoco con i carabinieri s’è portata via i suoi tre fratelli: Domenico, Giovanni e Sebastiano. Antonio è un Nirta, come lo è suo padre Giuseppe, 70 anni, conosciuto sulle montagne di San Luca come ‘u Versu. Perché Giuseppe Nirta (nella foto all’epoca del processo alle spalle di Domenico Nirta) è un capobastone, ha alle spalle condanne per droga e sequestri di persona. ‘U Versu è un boss della famiglia alleata con gli Strangio nella faida contro i Pelle e i Vottari. Lui è il padre, oltre che di Antonio, di Giovanni Luca Nirta, il marito di Maria Strangio, la donna uccisa per vendetta nella faida di San Luca. La stessa faida che nel Ferragosto del 2007 lasciò a terra 6 cadaveri al ristorante da Bruno di Duisburg. Lo arrestano di nuovo nel maggio del 2008, a San Luca, con l’accusa di essere la grande mente della faida nel corso dell’operazione Fehida. Ma cosa c’entra questa storia con Milano? C’entra moltissimo. Perché Antonio oggi vive sulle colline di San Colombano al Lambro, dove si produce il vino doc di Milano. Ma soprattutto perché Antonio, un precedente per spaccio nel 2002 che lo costrinse all’obbligo di firma e di dimora, oggi fa il bidello in una scuola di Milano. Una scuola media comunale dalle parti di via Mecenate. Lui, l’uomo sfuggito alla faida, l’erede del capobastone Nirta oggi vive come un uomo qualunque tra i bambini della Milano bene, ride, scherza con loro e con i loro genitori. A scuola, nella sede distaccata dell’istituto, nessuno sa niente. E in pochi hanno collegato quel cognome con la storia sanguinaria di San Luca. Del resto il suo conto con la giustizia è stato pagato in silenzio. E oggi ha la possibilità di rifarsi una vita lontano dalla Calabria.

Ma la sua non è una storia qualsiasi. E non solo per le origini. Ma per capirla bisogna fare un salto all’indietro. Un salto di trent’anni al 24 settembre del 1981, quando uomini incappucciati e con il mitra in spalla sequestrano il re delle pellicce, il patron del marchio Annabella di Pavia: Giuliano Ravizza. Tre mesi dopo, il giorno di Natale, i carcerieri liberano Ravizza. Per lui è stato pagato il riscatto record di 4 miliardi. Del commando, o meglio, del gruppo dei sequestratori faceva parte anche ‘u Versu. Giuseppe Nirta viene arrestato pochi giorni dopo, il 4 gennaio del 1982. Il Tribunale lo condanna a 27 anni di carcere. Ma cosa c’entra ‘u Versu con questo sequestro? Per la procura di Pavia prima, e la corte d’Appello di Milano poi, Giuseppe Nirta è stato il basista del gruppo, l’uomo che ha dato l’imboccata ai sequestratori. Ma c’è di più, perché nel lontano 1981 Giuseppe Nirta non stava a San Luca a controllare gli affari di famiglia, bensì a Voghera a uno sputo di chilometri proprio da Pavia. A Voghera, ‘u Versu faceva il bidello in un istituto tecnico. E per i giudici avrebbe sfruttato la sua “faccia ripulita” per avvicinare la famiglia Ravizza. Oggi Giuseppe Nirta, si chiamerebbe collaboratore scolastico. Come suo figlio Antonio che in qualche modo ha seguito le orme del padre. Dalla faida di San Luca, passando per la strage di Duisburg, fino a una tranquilla scuola media comunale di Milano. La dinastia dei Nirta – in silenzio – continua. (cg)

Tutti gli affari dei Barbaro tra Platì, Milano e la Germania. Ecco che fine hanno fatto i soldi del sequestro di Alessandra Sgarella

Fonte: http://www.milanomafia.com

L’ipotesi investigativa è contenuta in un recente rapporto della Bke tedesca. Nel report si tratteggiano tutti gli affari del clan Barbaro in Germania. Tra questi anche i cinque miliardi del riscatto Sgarella

Il sequestro

Alessandra Sgarella viene rapita l’11 dicembre 1997 nella zona di San Siro. Il 22 dicembre il gip Guido Salvini dispone il sequestro dei beni alla famiglia. Il 21 gennaio 1998 arriva la richiesta di riscatto: 50 miliardi di lire. Sette giorni dopo viene chiesto il silenzio stampa. Il 4 settembre, dopo 266 giorni di prigionia, Alessandra Sgarealla viene liberata in Calabria.
Il 7 febbraio 1999 vengono emessi otto ordini di custodia cautealre per altrettanti soggetti implicati nel sequestro. Si tratta di Saverio Gareaffa, Francesco Giorgi, Domenico Grillo, Domenico Perre, Antonio e Francesco Strangio.
A questo gruppo, gli investigatori arrivano grazie ad alcune intercettazioni seguite all’arresto del gruppo Lumbaca nel 1998.
Nei giorni seguenti alla liberazione della Sgarella più volte si sottolinea pubblicamente che si è trattato di una liberazione senza riscatto. E che tutto sia dovuto alla mediazione di un grande boss all’epoca in carcere che da questa liberazione avrebbe ottenuto sconti di pena

Milano, 4 gennaio 2010 – Platì, Milano, Germania. Questa la triangolazione per capire oggi, a distanza di 13 anni, dove sono andati a finire i soldi del sequestro di Alessandra Sgarella Vavassori, l’imprenditrice milanese rapita l’11 dicembre 1997 in zona San Siro e rilasciata in Calabria il 4 settembre 1998, dopo 266 giorni di prigionia (nella foto il primo luogo dove è stata tenuta l’imprenditrice, si tratta di una buca nelle campagne attorno a Buccinasco). Un sequestro senza riscatto, si disse all’epoca. In realtà, secondo un rapporto della Bke tedesca reso noto pochi giorni fa, il denaro, circa 5 miliardi di lire, sarebbe finito in Germania nelle tasche dei referenti della cosca Barbaro.

Ecco un primo appunto sottolineato più volte dagli investigatori tedeschi. “Pochi giorni prima del rilascio, il marito di Alessandra Sgarella si reca ad Hong Kong e qui movimenta sette miliardi, trasferendone cinque in Germania”. Secondo la Bke “fonti confidenziali confermerebbero che la famiglia Sgarella prima che la magistratura bloccasse i beni, avrebbe trasferito una cospicua somma di denaro in Germania”. Nel mirino degli investigatori ci sono poi nomi e luoghi precisi. Si tratta della paese di Lubecca, città dello Schleswig-Holstein, il land più a nord della Germania. Qui gli investigatori ricavano due indirizzi ben preciso: Klappenstrate 15b e 24, dove abitano Biagio Curro e Domenico Curro, entrambi originari di Scido in provincia di Reggio Calabria. Prosegue l’informativa tedesca: “Questi indirizzi sono stati trovati durante una perquisizione domiciliare. Ad oggi, i due non hanno precedenti di polizia, anche se il luogo di nascita si trova nella zona in cui opera la cosca Barbaro”.

E proprio i Barbaro hanno un rapporto privilegiato con la Germania. “Giuseppe Barbaro nato a Platì il 24 maggio 1956, figlio del capobastone Francesco Barbaro, spesso si è recato in Germania per sfuggire alle ricerche della polizia italiana”. Prosegue la nota: “Dopo alcune ricerche al Registro centrale degli stranieri è emerso che suo cognato è residente a Krefeld. Il cognato, che si chiama come lui, Giuseppe Barbaro, è nato a Paltì il 16 febbraio 1959”. Di più: fino al 1996 sempre a Krefeld ha abitato Antonio Brizzi, calabrese incensurato, legato da vincoli familiari al latitante.

Dopodiché, per puntellare ancora di più l’ipotesi del flusso di denaro dall’Italia alla Germania, passando per Hong Kong, la polizia tedesca ricostruisce in maniera minuziosa i rapporti familiari e d’affari tra i vari uomini del clan. E lo fa partendo da un dato: “La famiglia Papalia rappresenta il ramo milanese della cosca Barbaro”. E infatti: “Francesco Barbaro è spostato con Maria Papalia e di conseguenza è legato ai tre fratelli Papalia, Domenico, Rocco e Antonio”. Il breve albero genealogico tesse i legami anche con i clan di San Luca, i Pelle in particolare, coinvolti nella strage di Duisburg. Scrivono gli investigatori: “Nell’ambito della faida di San Luca, riaccesasi nel 2006, Barbaro ha tentato tramite suo genero di riappacificare i clan nemici. Scopo raggiunto solo dopo il massacro di Duisburg del 15 agosto 2007”. I tesori nascosti della ‘ndrangheta di Platì in Germania emergono poi in un altro passaggio dell’informativa in cui si parla del platiota Rocco Pochì, tra il 1976 e il 1999 residente in Germania. “Pochì, tra il 2002 e il 2003, si reca in Australia e da qui in Bolivia per organizzare traffici di droga. Per concludere gli affari però tornava in Germania”. E non a caso, visto che a Donaueschingen, piccolo centro della Renania, viene scoperto un laboratorio per raffinare la droga. Dopodiché la Procura di Cosatnza, nel settembre 2004, “ha emesso a carico di Pochì un mandato di accertamento della residenza”. Quindi nel 2005, il Goa di Catanzaro lo indaga per associazione mafiosa. Durante questa indagine, la finanza intercetta una telefonata che il cognato di Pochì fa in Germania. “L’utenza è intestata a Natale Perre nato il 25 dicembre 1958 a Platì”. Di più: “Secondo accertamenti risulta che Natale Perre era residente a Magdeburgo”. Il cognome, noto anche agli investigatori di Milano, segna un punto di svolta. I Perre, infatti, fin dagli anni Settanta, “vengono indagati dalla polizia tedesca per mafia, traffico di droga e armi, prostituzione, gioco d’azzardo e traffico di essere umani”. Di questa famiglia, fa parte anche Saverio Perre, nato a Platì il 4 giugno 1944 “viene considerato – si legge nel rapporto – capo del clan Perre in Germania”. Dove arriva negli anni Settanta. “Qui è stato residente a Hagen, Hannover, Gottingen e Magdeburgo”. Città, quest’ultima, dove ritorna nel 2007. Qui, per tutti gli anni Novanta, “ha gestito diversi locali notturni, sale da gioco e successivamente ristoranti”. Secondo la Dia, però, ad oggi non vi è certezza di un suo collegamento con la famiglia Perre di Platì, storica alleata dei Barbaro. (dm)

Domenico Papalia e Antonio Perre. Ecco i volti dei giovani superlatitanti della ‘ndrangheta milanese

Fonte: http://milanomafia.com

I due sono latitanti dal 3 novembre, quando sono sfuggiti al blitz della Dia. Ora le indagini sono passate alla sezione catturandi dei carabinieri. Da Milano a Locri è caccia ai due rampolli della ‘ndrangheta

L’indagine


Domenico Papalia e Antonio Perre sono coinvolti nell’indagine Parco sud. A carico dei due c’è un mandato di cattura per associazione mafiosa

Assieme al clan Barbaro avrebbero gestito, in regime di monopolio, gli affari del movimento terra nel Milanese

Dalla carte dell’inchiesta, coordinata dal pm Alessandra Dolci, Domenico Papalia emerge come capo indiscusso dell’organizzazione. Lui, pur giovanissimo, sarebbe il refernte della ‘ndrangheta per il nord Italia

Nell’ordinanza di custodia cautelare emerge, infine, l’intento del clan di fare un salto di qualità ed entrare nel circuito delle agenzie immobiliari. Una di queste, la Kreiamo con sede in via Montenapoleone, avrebbe funzionato come lavatrice del denaro della cosca

19 novembre 2009 – Li hanno cercati ovunque, setacciando palmo a palmo l’intero territorio di Buccinasco. Hanno provato nei paesini che si allungano verso Pavia. Ma nulla. Domenico Papalia e Antonio Perre si sono trasformati in fantasmi. Di loro non si hanno tracce dal 3 novembre scorso quando sono sfuggiti al blitz degli investigatori. Quella notte gli uomini della Dia hanno bussato alle loro case con in mano l’ordinanza d’arresto per associazione mafiosa. “Ma Papalia – confida un ispettore – era già tre giorni che non si vedeva a casa”. Diversa la situazione di Perre, detto Toto ‘u cainu. “Ci è sfuggito da davanti al naso – dice il pm Alessandro Dolci, titolare dell’indagine Parco sud – . Perre è riuscito a scendere in garage, qui ha preso l’auto ed è scappato, quasi travolgeva un investigatore”. E così a 16 giorni di distanza le ricerche stanno a zero. Intanto, l’indagine è passata dagli uomini della Dia alla sezione catturandi dei carabinieri. In mano, i militari hanno solo due immagini che Milanomafia.com è in grado di pubblicare in anteprima. Si tratta di foto tratte dai documenti di identità dei due latitanti.

Altro non si sa. Nulla è emerso dalle perquisizioni effettuate negli appartamenti di parenti e amici. Decine di persone, legate ai due giovani boss. “Non abbiamo trovato nulla che assomigli a un bunker”, ci dice un investigatore. Ora il dubbio è che i rampolli della ‘ndrangheta milanese siano scesi in Calabria. Domenico Papalia, ad esempio, oltre che a Platì, dove è nato il padre Antonio (oggi al 41 bis), potrebbe aver trovato rifugio in qualche masseria attorno a San Luca. La sua giovane moglie, infatti, è originaria di questo paese, i cui clan, storicamente, sono tra i più potenti della mafia calabrese. Stesso discorso vale per Antonio Perre. E’ chiaro che a entrambi, visti soprattutto i loro legami familiari, non mancherebbero appoggi e fiancheggiatori.

Eppure, fonti molto qualificate della squadra Mobile sostengono la tesi di una latitanza tutta milanese. Scenario più che ragionevole, visto che sia Papalia che Perre da sempre vivono qua al nord ed è qua che hanno interessi e amicizie. L’influenza del clan Papalia, infatti, non è limitata al solo territorio di Buccinasco e Corsico. Uomini legati alla cosca sono presenti a Zelo Surrigone, paesone satellite che si affaccia sulla statale 30 in direzione Vigevano. Qui abita Pasquale Violi, detto lucifero, originario di Platì con diversi precedenti penali. Ancora più in là, a Bubbiano, vivono elementi di spicco della famiglia Trimboli. Un nome che si allunga fino a Casorate Primo. Qui, prima di essere arrestato, aveva la sua residenza Giuseppe Pangallo, classe ’80 di Platì, sposato con Rosanna Papalia figlia del boss Rocco Papalia. Si tratta di un territorio molto vasto dove tutti questi paesi degradono in una campagna punteggiata di cascine abbandonate, luoghi ideali per trascorrere una latitanza, tanto più che si trovano in spazi aperti e facilmente controllabili. (cg, dm)

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