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San Raffaele, nel mirino dei pm anche le consulenze fantasma

Fonte: www.milano.repubblica.it

Un milione di euro a un finanziere vicino a Cl per agevolare l’acquisto di un aereo
La Procura indaga anche su 500mila euro versati a Daccò per gestire il contenzioso

di WALTER GALBIATI

Le chiamano tutti consulenze o finanziariamente commissioni. Eppure i magistrati da qualche anno guardano con sempre maggior scetticismo a queste voci di bilancio, perché spesso si sono rivelate coperture per operazioni inesistenti o addirittura vere e proprie provviste per pagare tangenti. Fatto sta che anche una Fondazione come il San Raffaele, capace di generare un giro d’affari di oltre 600 milioni di euro, ne ha pagate molte. E alcune non potevano finire sotto l’occhio critico di qualche osservatore.

Il personaggio in questione, o meglio il consulente, si chiama Piero Daccò e ruota da tempo intorno a Comunione e liberazione, un movimento che in Lombardia catalizza una quantità incredibile di voti e posti di potere, grazie anche all’appoggio che da sempre fornisce al presidente della Regione, Roberto Formigoni. Sarebbe stato Daccò a gestire una delle operazioni più discusse della Fondazione di don Luigi Verzè, la ricerca e l’acquisto di un nuovo aeroplano per il gruppo ospedaliero. Un lavoro remunerato con una consulenza di oltre un milione di euro, pagata a una società neozelandese. Era il 2007, quando Don Verzè pensò bene di vendere un vecchio Hawker 1000 della Bae per comprare un più lussuoso Challanger CL 604, un aeroplano in grado di effettuare voli transoceanici. Ma siccome l’aeroplano tardava ad arrivare, Daccò fu ingaggiato per studiare delle soluzioni alternative e accelerare le pratiche.

Alla fine la Airviaggi, la società deputata all’operazione e partecipata al 60% dal San Raffaele, al 30% dall’attore comico Renato Pozzetto e per il 10% da Peppino Marascio, decise di rilevare il 100% del capitale della Assion Aircraft & Yatching Chartering Service Ltd, una scatola con sede ad Aukland (Nuova Zelanda) e con in pancia un’opzione di acquisto per un Challanger 604. I soldi, circa 13 milioni di euro li garantisce la Fondazione, ma arrivano attraverso una società finanziaria la Sg Equipment Finance Schweiz, una società del gruppo francese Societe Generale e in particolare dalla filiale di Zurigo con la quale la Airviaggi apre un leasing. L’aereo non viene molto usato, qualche volta viene affittato alla famiglia Berlusconi o agli Agnelli, altre volte trasporta “per piacere” qualche politico. Certo i voli effettuati non sembrano giustificare l’investimento, che produce un buco di bilancio di oltre 10 milioni di euro.

L’altra consulenza affidata a Daccò passa invece attraverso una società austriaca la Harmann Holding, una società sconosciuta cui è stato affidato un delicatissimo incarico dal San Raffaele: gestire i contenziosi legali esteri, in Paesi come la Polonia, il Mozambico o in regioni come la Palestina. Un lavoro remunerato per mezzo milione di euro. Consulenze o altro? Non si capisce, ma il dubbio è lecito visto che non si capisce nemmeno quale siano al riguardo le specifiche competenze garantite da Daccò.

L’Espresso: “Spunta l’ombra della camorra sui grandi appalti del San Raffaele”

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

La Diodoro Costruzioni, regina delle grandi opere nell’istituto di don Verzé, era finita nel mirino di Nunzio Guida e del suo clan, che drenava soldi e imponeva assunzioni. Negli anni Novanta il fratello del boss raccontò anche di rapporti con Dell’Utri e Berlusconi

Spunta l’ombra della camorra nell’indagine sul crac del San Raffaele, che ha portato al suicidio di Mario Cal, braccio destro di don Luigi Verzé. Lo rivela l’Espresso, nel numero in edicola domani, in un’inchiesta firmata da Paolo Biondani e Luca Piana. Il settimanale racconta la storia della Diodoro costruzioni, che dal 2002 in poi si aggiudica i migliori appalti dell’azienda ospedaliera. Affari da milioni di euro, come la ristrutturazione della sede secondaria di Villa Turro, a Milano, poi quella dell’edificio Dibit due nella sede principale in via Olgettina, con tanto di basilica e cupola dal diametro di 43 metri, uno in più di San Pietro. E poi parcheggi, l’albergo Rafael per i parenti dei malati, il futuro San Raffele di Olbia, una speculazione a Cologno Monzese.

Insomma, la Diodoro è l’”impresa di fiducia del San Raffaele”, come si autodefinisce. Ma per lunghi anni subisce le attenzioni di Nunzio Guida, luogotenente di Michele Zaza e capo dello storico clan di camorra trapiantato a Milano, e dei suoi eredi. La storia raccontata dall’Espresso comincia il 25 gennaio del 2000, quando a Milano viene gambizzato Emilio Santomauro, consigliere comunale di An poi passato all’Udc. Santomauro è titolare al 50 per cento della Diodoro. L’altra metà è nelle mani di Pierino Zammarchi, imprenditore di origine bresciana. La polizia non individua l’attentatore, ma scopre che il politico mialnese “ha appena chiuso una burrascosa relazione con Sonia Guida, figlia di Vincenzo e nipote di Nunzio”, entrambi condannati in via definitiva per mafia.

Nunzio Guida muore da latitante in Brasile negli anni Novanta, ma nel periodo dei grandi lavori per don Verzè l’azienda di costruzioni ha a libro paga la stessa Sonia ed Enzo, fratello del boss. Questi rapporti non sfuggono alla Procura di Milano, che mette sotto inchiesta Zammarchi e Santomauro per intestazione fittizia di beni. Li accusa, in altri termini, di essere prestanome dei camorristi.

I due sono assolti con formula piena, ma al processo Zammarchi racconta trent’anni di vessazioni subite dai Guida, ai quali si era incautamente rivolto per chiedere “protezione” dopo aver subito un attentato: richieste di denaro per molte decine di migliaia di euro, ristrutturazioni gratuite, familiari regolarmente assunti che però non si presentano mai in azienda a lavorare. Quanto a Santomauro, racconta ancora Zammarchi, “era solo un mio prestanome, gli intestai le quote perché le banche non mi facevano più credito”.

Nessuna copertura a investimenti fatti con denaro sporco, conclude il Tribunale di Milano: la Diodoro è cresciuta con gli appalti milionari del San Raffaele, mentre Zammarchi è “una vittima”, un imprenditore “che ha la pessima idea di farsi prestare i soldi da un mafioso”. Passati i guai giudiziari, ricostruisce ancora l’Espresso, “Pierino Zammanchi torna a frequentare Mario Cal”, visto che tra i due c’era “un rapporto assiduo, personale”.

La vicenda raccontata dal settimanale apre ulteriori scenari. Torna in mente il patto di ferro che è sempre esistito tra don Verzé e Silvio Berlusconi. Le carte delle indagini antimafia milanesi degli anni Settanta-Ottanta, infatti, raccontano che Nunzio Guida era in continuo contatto con il gotha di Cosa nostra trapiantato nel capolouogo lombardo: i fratelli BonoSalvatore Enea e altri personaggi della “mafia dei colletti” bianchi che gli investigatori smascherarono nel 1983 tallonando Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore.

Nel 1999 Gaetano Guida, fratello di Nunzio, mette a verbale alcune dichiarazioni che coinvolgono, tra l’altro, Marcello Dell’Utri, il braccio destro di Berlusconi condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa: “Già negli anni Settanta e fino a dopo il 1980″, afferma, “mio fratello Nunzio era in rapporto di amicizia e di affari con Dell’Utri Marcello. Questi sapeva benissimo che mio fratello Nunzio era mafioso ed era già in rapporti con Alfredo Bono, Pippo Calò, il catanese Santo Mazzeo e altri…”.

E ancora: “Ho partecipato a incontri tra mio fratello e Dell’Utri. Che all’epoca era già in affari con Silvio Berlusconi, persona quest’ultima pure conosciuta da mio fratello, il quale diceva che lo stesso, cioè Berlusconi, era un gran signore rispetto a Dell’Utri… come esponente mafioso, mio fratello Nunzio gestiva denari di provenienza illecita assieme a Dell’Utri”. E così via.

La Direzione investigativa antimafia non riuscì a trovare alcun riscontro alle dichiarazioni di Gaetano Guida, e tutto finì lì. Ma il giro dei soldi tra mafia e imprenditoria milanese in quegli anni è una storia che in buona parte deve ancora essere raccontata.

San Raffaele, indagato il direttore finanziario

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Mario Valsecchi gestiva appalti e consulenze per conto di Don Verzé. La procura vuole capire se dietro il buco da un miliardo c´è soltanto la malagestione o un giro di tangenti

di WALTER GALBIATI

Mentre Enrico Bondi nella sua nuova veste di “ristrutturatore” dell´Ospedale San Raffaele sfilava in pompa magna dal procuratore capo Edmondo Bruti Liberati, in altre aule della procura veniva sentito come indagato Mario Valsecchi, il responsabile dell´area amministrativa e finanziaria della Fondazione che controlla la struttura sanitaria e ormai sull´orlo del crac sotto il peso di debiti per un miliardo di euro. La procura lo ha indagato per falso in bilancio e false scritture contabili.

Fino ad ora non si era saputo di nessuna iscrizione e lo stesso Valsecchi era stato sentito più volte solo come persona informata sui fatti. Da ieri le cose non stanno più così, perché la vicenda sembra essersi complicata dopo che una gola profonda ha iniziato a parlare di strane operazioni societarie con fornitori conniventi. Valsecchi da tempo occupava una posizione di notevole prestigio all´interno del San Raffaele e da tempo si stava battendo perché le operazioni finanziarie dell´ospedale venissero ricondotte a una gestione più oculata.

Il deus ex machina di tutto è sempre stato don Luigi Verzè, padre padrone e fondatore dell´ospedale, mentre Mario Cal, morto suicida a metà luglio, ne era il braccio esecutivo. Valsecchi era una sorta di direttore finanziario. Le deleghe che il consiglio della Fondazione gli aveva assegnato erano comunque ampie: «Negoziare e procedere all´apertura e alla chiusura di conti correnti bancari con banche italiane ed estere o l´amministrazione delle poste e telecomunicazioni determinando importo e condizioni delle eventuali operazioni di fido e modalità di utilizzo dei conti correnti». A lui spettavano gli ordini di pagamento, affidare appalti e consulenze, siglare accordi superiori ai 500mila euro. Ora la procura vuole sapere da lui come si sia potuto arrivare a un buco da quasi un miliardo di euro. E soprattutto sapere se parte dei fondi dell´ospedale siano stati indirizzati a politici o semplicemente dissipati.

L´ultimo interrogatorio è stato condotto dal sostituto procuratore Laura Pedio che con il collega Luigi Orsi indaga sulla vicenda, proprio mentre i vertici della procura, il capo Bruti Liberati e l´aggiunto Francesco Greco, ricevevano una delegazione di avvocati (Francesco Gianni e il professor Alberto Alessandri) guidata da Enrico Bondi. La riunione ha avuto come fine quello di fare il punto sulla situazione dell´ospedale in seguito alla nomina del nuovo consiglio di amministrazione, che ha portato all´ingresso degli uomini del Vaticano, candidatosi a salvatore delle sorti del San Raffaele. Bondi ha il compito di gestire le dismissioni e la ristrutturazione a fianco dell´esperto di sanità, Renato Botti.

I nuovi amministratori hanno chiesto ulteriore tempo alla procura per poter portare a termine un esame approfondito sulla situazione finanziaria. I pm, infatti, erano già pronti a chiederne il fallimento, in quanto i vari tentativi di salvataggio si erano dimostrati inefficaci. Prima era stato proposto un piano delle banche, poi quello delle grandi famiglie milanesi sfociato in una offerta maggioritaria del solo gruppo Rotelli svanito anch´esso di fronte alla discesa in campo del Vaticano.

Eppure di fronte a tante offerte di salvataggio, nessuno finora ha mai messo sul tavolo i soldi necessari per assicurare il pagamento completo dei fornitori esposti per oltre 480 milioni di debiti. Motivo per il quale si stanno cercando ora delle soluzioni alternative, come il concordato fallimentare. Il termine è fissato per il 15 settembre, al termine della pausa feriale, data in cui scade l´ultimatum fissato dalla Procura e dal presidente della Sezione Fallimentare, Filippo Lamanna, per presentare un piano di salvataggio altrimenti verrà chiesto il fallimento.

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