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San Siro, il racket degli egiziani che affitta i tuguri ai clandestini

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Sequestrati cento appartamenti e identificati prestanome, finanziarie e notai. Ma è caccia alla mente occulta. I giovani pagano allo sfruttatore di turno, poi arriva puntuale lo sgombero

di MASSIMO PISA

«Sono arrivato solo tre giorni fa. Avevo un numero di telefono, un indirizzo, la Stazione Centrale, e un nome. E il mio borsone. Mi sono presentato all’appuntamento: duecento euro in mano io, due chiavi lui. Mi ha portato in macchina, fatto entrare, detto che il mio letto era a sinistra in basso. Si è preso i soldi ed è andato». Gamal il borsone non lo aveva nemmeno disfatto.

È sul pianerottolo con gli altri cinque coinquilini. Loro, “inottemperanti all’ordine di espulsione” come recita il verbale, vanno a San Vittore. «Dove almeno non pagano per il letto a castello», sottolinea amaro un investigatore. I carabinieri metteranno i sigilli la sera stessa ad altri tre appartamenti, tra i civici 8 e 10 di via Gianicolo. Ci torneranno due volte, altri due appartamenti sequestrati, altra infornata di irregolari e già espulsi, arrestati e subito scarcerati. Tutti egiziani. Sempre egiziani. Affittuari e proprietari. Sfruttati e sfruttatori.

Così funziona nelle minicasbah di zona San Siro, nell’altro “quadrilatero” della città, quello delle file di casette popolari attorno a piazza Selinunte, tra via Paravia e viale Aretusa. Così lavorano le agenzie parallele di questo mercato immobiliare etnico. Efficienti, organizzati, pacchetto completo prima ancora di imbarcarsi sui gommoni, prima di sbarcare tra i disperati di Lampedusa e di Isola Capo Rizzuto. Su, a Milano, ci sono già un letto e un lavoro, tutto pagato, tutto a posto, basta chiamare la persona giusta. Sempre egiziani a pagare egiziani. Così, bussando e sigillando — dodici volte in via Filippo Abbiati, otto volte tra via Giacinto Gigante 2 e 5, quattro volte in via Preneste — denunciando e sequestrando, i carabinieri della compagnia Porta Magenta hanno cominciato a censire un fenomeno urbano.

I casi li hanno accumulati in un fascicolo in procura, il numero 42544/08 in carico al pubblico ministero Letizia Mannella. L’operazione, va da sé, l’hanno chiamata “Sfinge”. Trovando altri microinsediamenti tra il Naviglio Pavese e lo Stadera — tre appartamenti in via Chiesa Rossa, cinque in via Momigliano, altrettanti in piazzale Carrara — chiudendo altre minicasbah alla Barona (via Biella, via Santa Rita da Cascia) e tra via Lorenteggio e via Giambellino. I numeri del raccolto sono robusti. Su 100 accessi sono 93 gli appartamenti sequestrati e in attesa di confisca (gli altri 7 attendono il decreto) e di successiva asta giudiziaria.

«Stimiamo al momento un introito potenziale di 2627 milioni di euro per le casse dello Stato — ragiona un investigatore — e tutto a costo zero visto che in questa indagine non abbiamo utilizzato un’intercettazione. Tutto nasce dagli esposti e dal contatto coi portinai». Fino a tredici inquilini in una stanza, condizioni igieniche estreme, tutto rigorosamente in nero. E una cinquantina di arresti per espulsione, 10 per spaccio di droga, 12 per danneggiamenti. Oltre 250 le denunce a carico di inquilini trovati senza documenti, la maggior parte proveniente dalla provincia di Al-Sharqiyya. E ancora denunce a 180 proprietari, il 95 per cento egiziani, il più delle volte cointestatari dello stesso appartamento. Ma quando i carabinieri sono andati a guardare come, dove e da chi i proprietari (la metà nullafacenti, il resto muratori, carpentieri, pochi i padroncini, pochissimi in grado di giustificare l’acquisto di un appartamento) avevano acceso i mutui per diventare proprietari di casa hanno avuto una sorpresa.

Hanno trovato un copione unico in carta carbone. Sospetta, meglio, fittizia (buste paga contraffatte o gonfiate), la documentazione presentata in filiale, sempre dalle stesse finanziarie, guarda caso con promotori egiziani in organico: di queste pratiche “disinvolte” ne circolerebbero, secondo una stima documentata, da 4 a 5mila. Inesistenti i controlli in banca e dal notaio. Le prime due rate pagate, il resto mai. La banca che chiede e ottiene la messa in mora, un processo che richiede un anno e mezzo in cui i proprietari insolventi continuano a incassare affitti in nero e poi spariscono. «Un giro — sottolineano gli investigatori — in cui guadagnano tutti, non solo il clandestino proprietario. La finanziaria, che alla fine diventa proprietaria dell’immobile. La banca, che ha copertura assicurativa. Il notaio con la percentuale sul passaggio di proprietà. Ci perdono solo i poveracci che ci vanno ad abitare in questi tuguri ma per loro un proprietario o l’altro, uno sfruttatore o l’altro, cambia poco».

L’inchiesta è entrata nella fase più delicata. Al lavoro ci sono consulenti finanziari per tracciare i movimenti di denaro sospetti e le certificazioni fasulle. Vigili urbani con le deleghe dell’autorità giudiziaria ai controlli negli appartamenti. E nel mirino dei carabinieri entrano intermediari, funzionari di banca compiacenti, notai. Con una domanda di fondo: chi ha messo in piedi il sistema? Chi paga? Chi finanzia? Chi corrompe, se corruzione sarà dimostrata? «Non c’è un’organizzazione unica che lega queste persone», è la risposta che si riesce a raccogliere. Se non di un racket, però, non basta il passaparola pur tipico di una comunità straniera a spiegare il fenomeno. Un disegno comune, una mente. La “Sfinge”. L’ultimo obiettivo.

Preso con dieci chili di droga in casa. Arrestato Carletto Testa, ras di via Flaming coinvolto nell’omicidio del figlio di un boss della ‘ndrangheta

Fonte: http://www.milanomafia.com

Il fermo è avvenuto due giorni fa. Per lui l’accusa è quella di spaccio di droga. Nome noto alle cronaca, Carlo Testa è uno degli uomini di punta della curva milanista, in rapporti d’affari con Giancarlo Lombardi, capo del gruppo Guerri ultras oggi imputato per la tentata estorsione al Milan

Il fatto

Carlo Testa è stato fermato in via Mac Mahon nella casa della sua donna. Nell’appartamento, gli agenti del commissariato di Quarto Oggiaro hanno trovato due chili di hashish. Altri dieci sono stati scoperti nel garage del fornitore marocchino.

Anni fa Carlo Testa era stato coinvolto nell’omicidio di Rocco Lo Faro, figlio naturale di Santo Pasquale Morabito, boss della ‘ndrangheta, arrestato negli anni Novanta durante l’operazione Fior di Loto.

Milano, 31 maggio 2010 – Due chili di droga li hanno trovati nell’appartamento di sua moglie in via Mac Mahon, altri dieci nel garage del proprio fornitore, un giovane marocchino. Un bel colpo per gli uomini del commissariato di Quarto Oggiaro che due giorni fa in quella casa ci sono arrivati grazie a una soffiata. Vicenda ancora più interessante se a finire a San Vittore è uno come Carlo Testa, nome stranoto alle cronache giudiziarie per essere stato coinvolto (e poi prosciolto) nell’inchiesta della Dda milanese sull’omicidio di Rocco Lo Faro, figlio naturale del boss della ‘ndrangheta Santo Pasquale Morabito. Delitto, si disse, maturato nel mondo oscuro delle discoteche tra giri di droga e strane società di buttafuori. La vicenda si consumò fuori dal locale Scream di via Porta Tenaglia il 23 febbraio 1996. Pieno centro di Milano, a cadere sotto i colpi di due killer, oltre a Lo Faro, Johnny Rosselli, giovane sbandato che abitava nelle case popolari di Ponte Lambro. In primo grado Carlo Testa fu condannato a trent’anni. Il pm Laura Barbaini lo accusava di essere il mandante della sparatoria assieme a Igino Panaya, calabrese di Scandale e narcotrafficante in busta paga alle cosche della ‘ndrangheta. In appello i due furono scagionati “per non aver commesso il fatto” e restituiti al loro regno: le case popolari di via Fleming in zona San Siro. Questo da sempre il territorio di Carletto Testa, personaggio di punta anche della curva milanista. E non solo: visto che negli affari della malavita curvaiola lui giocherebbe un ruolo di mediatore con il ras Giancarlo Sandokan Lombardi, oggi a processo per il caso della tentata estorsione al Milan.
In questa storia di droga si annidano molti segreti della Milano criminale. Sì perché oltre a Igino Panaya, attualmente libero, la vicenda di Carlo Testa riporta alla luce segreti inconfessabili. Come quella foto di lui assieme al presidente del Milan nel tunnel che dal campo di San Siro porta agli spogliatoi. E’ calcio nerissimo anche quello che si respira in un bar vicino a via Karl Marx e dove Carletto Testa vive una vita da protagonista. Almeno fino a quando, in una brutta notte di qualche anno fa, non compare Giancarlo Lomabardi, origini napoletane, ma radici ben piantate nel cemento armato di viale Ungheria. Con Testa a quell’ora nel locale ci sono poche persone, tra loro alcuni capi storici della curva rossonera. Quando arriva Lombardi non è solo, ma in compagnia di un tipo robusto con la passione per le armi e il poker. Si chiama Loris Grancini e la Squadra mobile di Milano lo ritiene personaggio vicino sia ai clan siciliani sia a quelli calabresi. Nel 2006, Grancini verrà coinvolto nel ferimento di un tifoso juventino avvenuto nella zona di via Venini. I due gruppi si affrontano a muso duro. Lombardi, spalleggiato da Grancini, pretende un posto in curva (lo avrà). Testa non ci sta: “Chi cazzo siete? Questa è zona mia”. Solo più tardi si accorgerà di un’ auto scura che si aggira nei dintorni e dalla quale due tizi scenderanno con un cartone pieno di armi.
Eppure Testa si riprenderà la sua rivincita qualche anno dopo, quando nello stesso bar, le famiglie mafiose di Milano, convocheranno Lombardi perché chiarisca la sparizione di 700.000 euro guadagnati con i biglietti della finale di Atene 2007 tra Milan e Liverpool. A quell’incontro saranno presenti anche uomini legati al superboss di Cosa Nostra Gaetano Fidanzati. Chi c’era racconta di un Lombardi pesantemente “redarguito” dallo stesso Testa. (dm)

Case popolari, ragazze madri cacciate ma nessuno sgombera i signori del racket

Fonte: http://www.repubblica.it

I sindacati e l’associazione antiracket  “Sos usura” chiedono interventi anche sui clan
Organizzato un presidio in via Ciriè: “Il quartiere deve vincere la paura della mafia”

di SANDRO DE RICCARDIS

Se cerchi i boss di Niguarda, se cerchi la famiglia Pesco, basta andare in via Val Cismon – uno dei primi palazzoni della via – e suonare il campanello. I Pesco, anche dopo l’operazione della squadra mobile che ha arrestato a novembre Giovanna Pesco, la “signora Gabetti”, sua figlia e il genero, sono sempre lì. Basta cercare il nome sul citofono e suonare.

I Pesco non solo decidono a chi assegnare a caro prezzo gli appartamenti negli stabili popolari, ma li occupano abusivamente loro stessi. Ne hanno quattro in un palazzo di via Val Cismon, e sei nella parallela via Padre Luigi Monti. E quando l’inchiesta della procura gli ha tolto la disponibilità di quelli dove abitavano, loro si sono spostati negli altri locali del loro personale patrimonio — circa venti alloggi — di case popolari a Niguarda. Alcune sono pronte a essere abitate, altre blindate dai lucchetti per custodiscono il vero business dei clan, la droga.

VIDEO Le immagini che hanno fatto scattare l’inchiesta

La storia dei Pesco in un pezzo del quartiere Niguarda, è uguale in ogni periferia della città. Mentre l’Aler va avanti al ritmo di uno sgombero al giorno, le case dei clan non vengono toccate, se non quando sono le forze dell’ordine a procedere a sequestri e arresti. Appena due giorni fa, in via Abbiati, a San Siro — uno dei pochi quartieri dove le occupazioni non sono gestite dalla criminalità organizzata — a essere sfrattata da un alloggio occupato abusivamente è stata una ragazza e la sua bambina di sei anni. La donna, che ha perso il marito in un incidente, era seguita dai servizi sociali. Il Comune le ha offerto un posto in una casa alloggio a Cremona anche se la donna ha a Milano un lavoro da 700 euro al mese e la figlia frequenta le scuole a San Siro.

Quello che non viene toccato dagli sgomberi comunali è il potere delle famiglie locali di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Ancora al Niguarda, dieci appartamenti in due stabili di largo Rapallo, sono nella diretta disponibilità dei Feola, famiglia napoletana che ne gestisce una trentina. In quattro palazzi di via Ciriè e in uno in via Racconigi le famiglie pugliesi dei Carella e dei Di Nuzzi occupano personalmente dieci appartamenti tra le due vie — hanno anche la luce allacciata abusivamente — ma ne controllano circa 70. Nel quartiere tutti lo sanno: basta andare in un bar di via Moncalieri per chiedere una casa. Servono duemila euro per entrare. Qui i clan sostituiscono l’Aler anche nella riscossione degli affitti: dagli extracomunitari che vivono in sette o otto per appartamento, pretendono ogni mese 300 euro ciascuno. Un business enorme.

«Dal 2005 gli stabili di via Ciriè hanno un unico amministratore che ha fatto solo denunce generiche di spaccio — accusa da tempo Frediano Manzi, fondatore di Sos Racket e Usura, che con le sue denunce ha dato il via a diverse inchieste contro i clan nei quartieri —  Della stessa società di amministratori di condomini è stata socia fino al 2006 la moglie, che è una funzionaria dell’Aler». Documentazioni che Manzi ha già portato in questura. Come l’ultima denuncia, ieri pomeriggio: un video di 50 minuti in cui una inquilina di Quarto Oggiaro racconta di un altro ispettore della Gefi — dopo quello arrestato pochi giorni fa — che chiede sesso per evitare sgomberi, d’accordo con alcune portinaie.

Per distrazione o connivenza di chi dovrebbe controllare, i clan gestiscono il racket indisturbati. Al Giambellino, in via Vespri Siciliani, 28 appartamenti su 30 di uno stabile sono controllati dai Grimaldi, famiglia di calabresi che assegnano le case Aler tra via Bellini, Vespri Siciliani e Bruzzesi. In via dei Cinquecento, al Corvetto — dove venerdì scorso, è stata sgomberata una donna coi suoi figli di uno e sei anni — il mercato delle occupazioni è affare degli Schettino (napoletani) e dei Dapone (pugliesi), che oltre ad avere occupato in vent’anni 15 appartamenti controllano persino le occupazioni delle cantine: le affittano agli spacciatori maghrebini per duemila euro. A Quarto Oggiaro, i Tatone (casertani) e i Carvelli (crotonesi) hanno la disponibilità diretta di tre appartamenti in via Capuana e uno in via Pascarella.

I clan hanno ville fuori città, appartamenti sparsi tra l’hinterland e il centro, ma scelgono di restare nel quartiere per controllare il territorio, gestire il traffico di droga, dare case ai soldati del proprio esercito. «Una politica di sgomberi che intervenga sui potenti prima che sulla povera gente serve a sradicare il controllo criminale dei clan nei quartieri — dice Carmela Rozza, consigliere comunale del Pd — A Niguarda invece lo spaccio è in aumento, così come le occupazioni abusive a Quarto Oggiaro. La strada dev’essere chiara: Aler e Comune devono scacciare i delinquenti e assegnare le cinquemila case vuote».

Questo chiederanno di nuovo i residenti e le associazioni al presidio di Sos Racket in via Ciriè 1. Una settimana fa, in via Padre Luigi Monti, la parte onesta dei caseggiati ha avuto il coraggio di compilare decine di questionari, sfidando gli uomini dei clan, fermi a controllare dal marciapiede opposto. Ora gli organizzatori sperano che anche oggi il quartiere vinca la paura e scenda in strada contro la mafia delle occupazioni abusive.

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