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Ianomi parte civile al processo contro la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.varesenews.it

La Infrastrutture Acque Nord Milano era finita nell’ordinanza Infinito per la presenza di un affiliato alla ‘ndrangheta lombarda tra i suoi dipendenti. Il presidente: “abbiamo espresso questa volontà per tutelare l’immagine della società”

Ianomi Spa è stata ammessa come parte civile nel processo “Infinito” contro le cosche della ‘ndrangheta in Lombardia. A deciderlo i giudici dell’ottava sezione penale di Milano nell’udienza del 15 luglio. «Esprimo soddisfazione per l’accoglimento della nostra richiesta -dichiara il presidente Roberto Colombo-. È esattamente da un anno, da quando l’inchiesta sulle infiltrazioni della malavita ha portato a decine di arresti, fra i quali quello di un dipendente di Ianomi, che abbiamo espresso questa volontà per tutelare l’immagine della società e conseguire il risarcimento dei danni derivanti dalla lesione del suo ” buon nome”. È un obbligo morale, questo, che Ianomi ha sentito nei confronti dei propri soci e delle comunità per le quali opera realizzando interventi a tutela dell’ambiente».

Infrastrutture Acque Nord Milano
 (I.A.NO.MI S.p.A.) è una società a capitale pubblico, costituita dalle Province di Milano, Monza e Brianza e da 40 comuni inclusi nei bacini idrici del fiume Olona e del torrente Seveso. Concentra le proprie attività nella progettazione, l’appalto e la realizzazione degli impianti di trattamento delle acque; è inoltre titolare del patrimonio costituito dalle opere di collettamento intercomunale e dagli impianti di depurazione. Cinque gli impianti di depurazione di proprietà: Pero, Bresso, Canegrate, Varedo e Parabiago.

Comuni soci: Arese, Baranzate, Barlassina, Bollate, Bovisio Masciago, Bresso, Cabiate, Canegrate, Castellanza, Ceriano Laghetto, Cerro Maggiore, Cesano Maderno, Cesate, Cinisello Balsamo, Cogliate, Cormano, Cusano Milanino, Garbagnate Milanese, Lainate, Lazzate, Legnano, Lentate sul Seveso, Limbiate, Meda, Misinto, Nerviano, Novate Milanese, Paderno Dugnano, Parabiago, Pero, Pogliano Milanese, Pregnana Milanese, Rho, San Giorgio su Legnano, San Vittore Olona, Senago, Seveso, Solaro, Vanzago, Varedo.

Bad Boys: le mani della ‘Ndrangheta al Nord

Fonte: StampoAntimafioso

Di Ester Castano

Due del pomeriggio del 15 luglio 2008, San Vittore Olona in provincia di Milano. Carmelo Novella detto ‘compare Nuzzo’ sta bevendo un caffè fra i tavolini rossi del Circolo degli ex combattenti e reduci, a pochi passi dalla scuola elementare. Entrano due killer a volto coperto e gli sparano tre colpi di pistola in pieno viso, uno al braccio, senza lasciargli scampo. L’uomo, 58enne con un passato di armi, droga e galera, rimane ucciso sul colpo. 27 settembre dello stesso anno, San Giorgio su Legnano: squilla il telefono della caserma dei Carabinieri. Una voce maschile informa che nei pressi del cimitero si trova un corpo apparentemente privo di vita: un foro di pistola gli ha attraversato il volto, dalla bocca è arrivato alla nuca. Si tratta del 34enne Cataldo Aloisio, arrestato nel 2000 perché ritenuto vicino alla ‘ndrina di Cirò Marina. Servivano due omicidi, decisi in Calabria dai boss della ‘ndrangheta ed eseguiti in Padania, per aprire gli occhi ai cittadini delle due più industrializzate città del Nord: la prima, Milano, capoluogo lombardo; la seconda, Varese, ‘verde’ città del carroccio. Mani invisibili all’opinione pubblica, ma ben conosciute da commercianti e imprenditori della zona: usura, intimidazione, truffa, rapina a mano armata, delitti di estorsione, violenze private, lesioni rivolte ad esercizi commerciali pubblici, bar e locali notturni. Mani che dall’anno 2000 si sono appropriate del territorio monopolizzando interi settori produttivi. Motivo per cui, grazie alle indagini effettuate principalmente mediante intercettazioni telefoniche e ambientali, si è arrivati ai 54 soggetti indagati e 43 capi di imputazione del processo Bad Boys i cui protagonisti spesso si intrecciano con quelli di Infinito. Alcuni nomi sono addirittura gli stessi. Fra i più in evidenza spiccano Vincenzo Rispoli, De Castro Emanuele, Mancuso Luigi, Esposito Antonio, i fratelli Filippelli, Rienzi Pasquale, Laface Giorgio, Ciancio Nicola: calabresi, palermitani e lombardi. “Enzo – Vincenzo Rispoli, ndr – è una potenza qui in Lombardia. Fa così con le dita e si muovono duemila persone. Si girano e corrono”. Lo dice, parlando al telefono non sapendo di essere ascoltato dai magistrati, Fabio Zocchi, anche lui fra i ‘cattivi ragazzi’ indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso denominata ‘Locale di Legnano – Lonate Pozzolo.

Nell’Ordinanza di Custodia Cautelare in Carcere (artt. 285 e 292 c.p.p) si legge che “gli affiliati han fatto uso della forza di intimidazione del vincolo associativo e della conseguente condizione di assoggettamento e di omertà, realizzate attraverso la ‘fama’ di violenza e di potenzialità sopraffatrice del vertice della cosca alleata e/o collegata dei ‘FARAO-MARINCOLA’, dominante il ‘Locale di Cirò’, nonché attraverso il sistematico ricorso all’uso di violenza e minaccia culminate in gravissimi delitti contro la persona, realizzati con modalità esecutive spettacolari anche nei confronti di appartenenti alla stessa organizzazione, tale da indurre le vittime a non denunciare i fatti alle autorità e a non collaborare con le forze dell’ordine, imponendo tra gli associati regole inderogabili come il pagamento di quote sui ricavi di azioni delittuose e una sorta di sistema di mutuo soccorso diretto ad assicurare il sostentamento dei sodali anche in caso di morte e detenzione”.

La sentenza di Bad Boys, procedimento iniziato il 9 giugno 2010, è stata pronunciata lunedì 4 luglio 2011, poco più di un anno dopo, nelle aule del tribunale di Busto Arsizio (VA). Per quindici imputati la condanna di primo grado del processo con rito ordinario: 12 condanne, 3 assoluzioni. Condanne che vanno da un minimo di due a un massimo di undici, per un totale di 80 anni e la confisca di oltre 200 mila euro in disponibilità degli imputati.

‘Ndrangheta: omicidio Carmelo Novella, condanna a 11 anni

Fonte: http://www.antimafiaduemila.com

20 giugno 2011

Milano. Nel luglio del 2008 Carmelo Novella, il ‘capo dei capi’ delle cosche dalla ‘ndrangheta in Lombardia, venne ucciso in un bar nel milanese, perchè voleva rendere autonome le ‘locali’ lombarde dalla ‘casa madre’ calabrese. Oggi per quell’omicidio, che sta alla base della maxi-operazione ‘Infinito’ della Dda di Milano del luglio 2010, è stato condannato a 11 anni e 6 mesi di reclusione Antonino Belnome e altre due persone sono state rinviate a giudizio dal gip di Milano Claudio Castelli. Belnome, pentito che ha collaborato con gli inquirenti, era ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio avvenuto il 14 luglio del 2008 a San Vittore Olona, nel milanese. Gli altri due imputati, per cui il processo comincerà il prossimo 28 febbraio davanti alla corte d’Assise di Milano, sono Vincenzo Gallace, accusato di essere il mandante, e Giuseppe Amedeo Tedesco, che avrebbe fatto da basista. Tutti e tre erano stati arrestati nel luglio del 2010 nell’ambito del maxi-blitz Infinito della Dda di Milano, guidata da Ilda Boccassini, che aveva portato in carcere oltre 1790 presunti affiliati alla ‘ndrangheta in Lombardia. Il procedimento per l’omicidio Novella era stato stralciato da quello principale, ancora in corso e per cui 119 persone sono a processo con rito abbreviato e più di una trentina con rito ordinario. Carmelo Novella, 60 anni, venne ucciso quando era seduto al tavolino di un bar con due colpi di pistola al volto. In quel periodo, come hanno ricostruito le indagini della Dda, era il capo della Provincia ‘lombardà, la struttura di vertice della ‘ndrangheta in Lombardia. Secondo l’accusa, l’uomo venne ammazzato perchè aveva in mente un progetto per rendere autonome le cosche lombarde dalla mafia calabrese. Belnome e Tedesco erano accusati anche di associazione mafiosa, ricettazione e porto d’armi, mentre Gallace rispondeva del solo omicidio. Nel procedimento si sono costituiti parti civili, ottenendo un risarcimento, anche i comuni di Seregno e Giussano. Stando alle indagini, infatti, Belnome sarebbe stato il capo della ‘localè di Giussano e poi ha collaborato con gli inquirenti. Una collaborazione che lo scorso aprile ha portato a 19 arresti per quattro omicidi, compreso quello di Novella per cui sono tuttora indagate altre persone, avvenuti in Lombardia tra il 2008 e il 2010.

ANSA

Omicidio Novella, rinviati a giudizio in tre

Fonte: http://www.varesenews.it

Per l’uccisione del boss, freddato nel 2008 in un bar di San Vittore Olona, andranno a processo Vincenzo Gallace, Giuseppe Tedesco e Antonino Belnome

Chiusa la prima parte dell’inchiesta sull’omicidio di Carmelo Novella, ucciso il 14 luglio 2008 a San Vittore Olona perché, come capo della «Provincia» lombarda, l’organismo che riuniva tutte le locali di ‘ndrangheta in Lombardia, voleva la scissione dalle cosche calabresi. La procura ha già chiesto il rinvio a giudizio per tre delle persone ritenute coinvolte nella sua esecuzione. Si tratta di Vincenzo Gallace, ritenuto uno dei mandanti; Antonino Belnome, uno degli esecutori materiali; e Giuseppe Amedeo Tedesco, che avrebbe avuto un ruolo come basista. Erano stati tutti arrestati il 13 luglio scorso nell’ambito della maxi operazione che con 300 arresti ha smantellato la ‘ndrangheta in Lombardia e per loro l’udienza preliminare è fissata per il 20 giugno davanti al giudice per le indagini preliminari Claudio Castelli. Sono accusati di omicidio premeditato con l’aggravante mafiosa. Belnome, nel frattempo diventato collaboratore di giustizia, ha poi snocciolato altri nomi di 19 persone che sono state arrestate lo scorso aprile perché avrebbero avuto un ruolo – come mandanti, come esecutori, come fiancheggiatori, o come basisti – nell’omicidio Novella e in altri tre omicidi commessi nell’ambito delle guerre interne alla ‘ndrangheta per il predominio sul territorio e come ritorsione per i fatti di sangue.

Si tratta dell’omicidio di Rocco Cristello, avvenuto il 27 marzo 2008 a Verano Brianza; di quello di Antonio Tedesco, ucciso il 27 aprile 2009 a Bregano, il cui corpo è stato trovato mummificato sotto due metri di calce e terra in un maneggio (è stato riconosciuto da una catena d’oro e si attende la prova del dna); e di quello di Rocco Stagno, fratello del più potente Antonio Stagno, avvenuto il 29 marzo 2010 in un cascinale a Bernate Ticino, il cui cadavere invece non è ancora stato trovato. Secondo le dichiarazioni del pentito, l’omicidio di Novella sarebbe stato ordinato insieme a Gallace anche da Cosimo Leuzzi e da Andrea Ruga, nel frattempo morto, e vi avrebbero concorso anche Michael Panaija, Antonio Carnovale, Cristian Silvagna e Luigi Tarantino. Per loro l’inchiesta è ancora aperta.

‘ndrangheta, preso il boss Mandalari andava all’appuntamento con la moglie

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Ritenuto dai carabinieri il capo della ‘locale’ di Bollate, a luglio era sfuggito al blitz scappando in extremis dalla sua villa bunker. Gli investigatori lo hanno sorpreso a San Giuliano Milanese

di MASSIMO PISA

Seguire le donne, fiutare i passi dei familiari. La vecchia regola investigativa, applicata alla lettera dai carabinieri del gruppo di Monza guidati dal colonnello Giuseppe Spina, ha permesso di mettere le manette al più importante latitante di ‘ndrangheta sfuggito alla maxioperazione “Infinito” del 13 luglio scorso. Vincenzo Mandalari, 50 anni, catanzarese di Guardavalle e capo della “locale” di Bollate, è finito in manette alle 18 di venerdì scorso. Gli investigatori lo hanno pizzicato a San Giuliano Milanese: andava a un appuntamento con la moglie, uno dei tanti dopo quella fuga precipitosa dalla sua villa-bunker di via San Bernardo, a Bollate, un fortino protetto da muri e telecamere in cui venne catturato il fratello Nunziato.

Lui, il figlio di Pino, uno dei fondatori della “Lombardia” (il coordinamento regionale delle famiglie calabresi) all’inizio degli anni Ottanta, era riuscito a rendersi irreperibile, ma non era sparito. Anzi, si era fatto vivo a metà settembre, tramite il suo avvocato Manuel Gabrielli, per contestare la confisca dei beni ordinata dalla Procura di Milano — al massimo, sosteneva il boss, ne avrebbero potuti sequestrare per 240mila euro, frutto delle contestazioni per estorsione — e, contemporaneamente, fugare le voci che lo davano per morto ammazzato, vittima di lupara bianca. Era vivo, invece, don Enzo. Ai carabinieri non ha opposto resistenza. In tasca aveva una carta d’identità vera, non contraffatta, con un’identità genuina e la propria foto. Era per strada, gli investigatori stanno setacciando le basi della sua latitanza ed eventuali indagati per favoreggiamento. Mandalari ha dormito le ultime due notti nel carcere di Opera.

Contava, il capobastone di Bollate, e molto. Era stato abilissimo a superare indenne la tempesta che aveva travolto a suon di revolverate Carmelo “Nunzio” Novella, concittadino e diretto superiore di Mandalari, l’uomo che stava forzando la mano alle famiglie di Platì, San Luca e Siderno con i suoi progetti indipendentisti. «Le disposizioni le voglio prendere da compare Nunzio — aveva raccontato Mandalari, intercettato al massimo della parabola di Novella, che pure era in carcere — lui è stato un padre per me. Se è fermo Nunzio Novella è ferma tutta la società del mondo. Non si ferma mai un boss di questo calibro. Boss di noi tutti». Capace di sfidare Cosimo Barranca, il capo della locale di Milano, e vincere momentaneamente. Finché, inviso ai vecchi padrini di giù e ai boss rampanti di su, un giorno di metà luglio, un mese dopo la scarcerazione, Novella venne freddato a revolverate in un bar di San Vittore Olona.

«Lui è finito — gli aveva predetto il boss Mimmo Focà — la provincia lo ha licenziato». E Mandalari, uomo potente e rispettato, si adeguò alla legge del più forte, cambiando cavallo e scalando il vertice della “Lombardia”. Tanto da essere lui, don Enzo, a officiare insieme a Pino Neri il celebre summit di ‘ndrangheta del 31 ottobre 2009, al circolo per anziani “Falcone e Borsellino” di Paderno Dugnano, sotto gli occhi delle microtelecamere dei carabinieri. Lui, don Enzo, a chiamare l’appello per l’elezione del nuovo reggente lombardo, «un uomo che rappresenta a tutti», la carica di Mastrogenerale che finirà sulle spalle di Pasquale Zappia. Lui, Mandalari, ad alzare per primo il calice per gli auguri dopo la nomina, seguiti da un brindisi più ristretto, a fine serata con Pino Neri, «alla salute di quella buonanima che non c’è più personalmente».

Sentimenti, minimalismo negli affari, politica. Perché Mandalari, oltre a governare il territorio negli appalti sul movimento terra e nelle discariche abusive, guardava già all’Expo, o meglio alle sue briciole. E ne parlava (ascoltato) con un ex assessore di Bollate, Francesco Simeti, poi sospeso da Sinistra e libertà: «Tu sogni che tutto l’Expo di Rho pensavi di farlo tu! Non stiamo pensando a questo! Noi stiamo pensando ad andare a mettere i chiusini!». E nei suoi sogni di grandezza («C’è stato un momento in cui ad Assago comandavo io», dirà ancora al telefono) aveva già messo in conto una lista civica. «Destra o sinistra, non è importante, a livello locale»

RIFLESSIONI A SANGUE FREDDO

In questi ultimi giorni mi sono limitato a riportare notizie senza voler esprimere giudizi su ciò che sta accadendo nelle nostre città, su ciò che invero da molto tempo accade nelle nostre città, ma, purtroppo, solo ora i tanti segnali di allarme gridati a gran voce sembrano arrivare alle orecchie dei più.

All’alba del 23 aprile sono scattate le manette ai polsi di 39 persone, delle quali 30 residenti fra le province ci Milano e Varese e dei quali 11 arrestati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Numeri, questi, che di solito fanno gioire procure come Palermo, Reggio Calabria o Napoli per l’intenso lavoro che, insieme alle forze dell’ordine, ha permesso di sgominare bande di criminali che fanno capo alla malavita organizzata: la mafia. Non basta.
Il
24 mattina vengono arrestate altre due persone, Maurizio Saverio La Rosa e Maurizio Trubia, accusati di associazione mafiosa e di aver imposto il pagamento del pizzo a imprese di Gela che effettuavano lavori pubblici anche a Milano per conto del clan degli Emanuello, quello stesso clan che insieme ai Rinzivillo venne accusato a Busto Arsizio nel dicembre del 2006 di essere il cervello criminale per il riciclaggio del denaro sporco proveniente dai traffici illeciti della famiglia.
Sempre a Busto Arsizio, in periferia, e sempre in questa lunga settimana, nella
notte fra il 20 e il 21, viene dato fuoco a due escavatrice appartenenti all’impresa edile Orceana” di Orzinuovi (Bs) e che da lì a pochi giorni avrebbe dovuto chiudere un piano integrato per la costruzione di alcune palazzine in zona San Michele, pieno centro città. Nessuna prova di appartenenza alla criminalità organizzata della mano che ha compiuto l’atto, certo è che il modus operandi e i successivi fatti di cronaca molto fanno pensare.

Se fossimo in un paese di quell’isola lontana che è la Sicilia nessuno si scandalizzerebbe; se fossimo fra le montagne dell’Aspromonte calabrese ci sarebbe solo da aspettarselo; se fossimo in qualsiasi posto in provincia di Napoli, forse, ci preoccuperemmo di non sentire tali notizie almeno una volta alla settimana. Eppure non siamo in nessuna delle “solite” regioni del sud, non ci troviamo nemmeno nella meno citata Puglia, ma ci troviamo in Lombardia, la regione che vanta il quarto posto per beni confiscati alla mafia.
Forse però questi dati non bastano, perchè forse la gente fra qualche giorno si scorderà di quel boss mafioso arrestato di fianco a casa propria, proprio come già sembra che ci siamo scordati di
Carmelo Novella ucciso l’estate scorsa a San Vittore Olona, e come già ci siamo scordati che un paio di mesi dopo venne ritrovato il corpo inerme di Cataldo Aloisio, genero di un altro boss dell’Ndrangheta.
Pare ci sia scordati di un certo
Salvatore Morabito, “facchino” della Sogemi, società municipalizzata di Milano, che entrava tranquillamente con una ferrari nell’ortomercato del capoluogo lombardo. Stesso Salvatore Morabito che partecipa ad una cena elettorale in onore di Alessandro Colucci, consigliere regionale, indicato come “amico in Regione” nelle intercettazioni telefoniche fra gli uomini del clan.
Dobbiamo esserci dimenticati anche di
Vincenzo Giudice, consigliere comunale di Milano, presidente della Zincar, società mista partecipata dal Comune, che è stato avvicinato da Giovanni Cinque, esponente di spicco della cosca calabrese degli Arena. Stesso Giovanni Cinque che si assume il merito dell’elezione di Massimiliano Carioni alla Provincia di Varese e che partecipa ad altre cene elettorali con Paolo Galli, presidente dell’Aler, l’azienda per l’edilizia popolare di Varese.

Sono molti i nomi e sono molti i fatti: tanti, troppi, e dovrei continuare, ma non è la cronaca di una regione ormai chiaramente invasa dalla criminalità organizzata che voglio fare. A breve ci saranno nuove elezioni comunali: io auspico non si debba arrivare ad una faida di San Luca trasportata al Nord per far capire che il pericolo di infiltrazioni mafiose non è più imminente, ma è tanto attuale quanto, ormai, storia passata. Le sue radici le mafia le ha già piantate e l’albero sta crescendo sempre di più in una connivenza fra Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, mafie straniere e criminalità locale. Dobbiamo metterci bene in testa che non possiamo più guardare con occhio distaccato questo problema e che non possiamo delegare alle sole forze dell’ordine il compito di risolverlo. Dobbiamo, noi cittadini, essere parte attiva in questa lotta e non farci persuadere da quel senso si omertà che, insieme alla mafia, va sempre più dilagando nelle nostre città. Dobbiamo essere consci che del fatto che il nostro silenzio e la nostra indifferenza non fa che aumentare lo strapotere di quella piovra che già ci ha avvolto e continua piano piano sempre più a stritolarci. Oggi dobbiamo prendere in mano le redini del nostro presente per salvaguardare il nostro futuro ed, insieme alla magistratura, la politica, le forze dell’ordine, essere quella società civile che non ha paura di ribellarsi e non si piega al soggettamento di quell’orribile parola che è la mafia.

Massimo Brugnone
Coordinamento Ammazzateci Tutti Lombardia

Dalla Calabria alla Lombardia, le radici dell’omicidio Novella.

fonte: http://www.omicronweb.it

Il 14 luglio 2008 a San Vittore Olona, un paesino a pochi chilometri da Legnano, viene ucciso Carmelo Novella. L’uomo, 58 anni, viene colpito intorno alle 18.30 in un agguato in stile mafioso. Si trova in compagnia di alcuni amici all’interno di un bar. Alzatosi da tavola, è affrontato da due uomini a volto scoperto, con giubbotti da motociclisti, che gli sparano alcuni colpi al volto e al torace. I killer scappano poi dal locale, allontanandosi su un’automobile. Per comprendere questo omicidio commesso in Lombardia è necessario trasferirsi sulla costa ionica della Calabria.

Guardavalle è un paesino di circa 6 mila abitanti posto al confine meridionale della provincia di Catanzaro. A Guardavalle sono nati Carmelo Novella, detto compare Nuzzo, e Vincenzo Gallace, il capobastone, capi un’organizzazione criminale che negli anni ha sviluppato il proprio potere nella zona del Basso Jonio soveratese, allungando i tentacoli nel Lazio e in Lombardia.

LE ATTIVITA’ – Nel settembre del 2004 il clan viene coinvolto nell’operazione “Mythos”, frutto di un’indagine durata tre anni, mirata a ricostruire nei dettagli le attività della criminalità organizzata nel Soveratese (in particolare Guardavalle, Badolato e Santa Caterina dello Jonio) e firmata dal sostituto procuratore della Repubblica Gerardo Dominijanni. L’operazione porta a 81 ordinanze di custodia cautelare, emesse dall’allora Gip Antonio Baudi. Agli arrestati vengono contestati 278 reati. Queste le accuse: associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, rapina, traffico internazionale d’armi e di sostanze stupefacenti, danneggiamento e violazione in materia di aggiudicazione ed esecuzione di appalti pubblici. Tutti reati commessi tra il 1998 e il 2004. Secondo gli inquirenti, gli esponenti del clan si sarebbero inseriti nelle amministrazione locali di Guardavalle (comune sciolto per mafia nel 2003) e di Santa Caterina dello Jonio. In questo modo riuscivano a gestire direttamente le concessioni degli appalti pubblici. Non solo. Il controllo era capillare e totalizzante: l’organizzazione si era inserita anche nei campionati dilettantistici di calcio, riuscendo a pilotare perfino le partite delle squadre locali. Una dimostrazione di forza esemplare. Ma la vera specializzazione degli uomini del clan era l’estorsione: il pizzo veniva chiesto agli imprenditori del basso ionio catanzarese e di alcuni centri della provincia di Reggio Calabria. Non mancavano poi le rapine, molte delle quali ai danni di anziani che spesso preferivano non denunciare l’accaduto. E il traffico di armi, acquistate quasi sempre in Svizzera. La droga – soprattutto cocaina e hashish – veniva invece importata direttamente dalla Siria e dalla Turchia.

Al vertice dell’organizzazione c’era proprio Carmelo Novella, insieme a Vincenzo Gallace. Emessa l’ordinanza di custodia cautelare, il boss si dà alla macchia ma la sua latitanza dura solo cinque mesi: viene stanato in un appartamento di Verzino, nel Crotonese, dai carabinieri di Cirò Marina. Novella viene quindi rinviato a giudizio, ma il processo viene trasferito a Roma per volere del tribunale di Catanzaro, perché la maggior parte dei reati contestati agli indagati sono stati commessi nel Lazio.

Il Gip di Roma il 20 marzo 2006 emette 18 ordinanze di custodia cautelare, una di queste per Carmelo Novella. Dal 2006, per tre anni, il boss è sorvegliato speciale, con l’obbligo di soggiorno nel Comune di residenza. Continua a leggere

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