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“Così Penati restituì a Di Caterina due milioni e mezzo di tangenti”

Fonte: www.repubblica.it

La Serravalle nel mirino dei pm: nuova perizia sull’acquisto. Indagato anche un manager del gruppo Percassi. Finanziamento illecito, sotto inchiesta il segretario del comune di Sesto

di SANDRO DE RICCARDIS e WALTER GALBIATI

MILANO – Di “profili palesi e profili riservati” della vendita del 15% di azioni Serravalle, aveva parlato in procura Piero Di Caterina, imprenditore dei trasporti e grande accusatore di Filippo Penati. Sugli aspetti oscuri dell’operazione che nel 2005 consegnò alla Provincia la maggioranza della società, i pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia vogliono vederci chiaro e hanno nominato un commercialista per rileggere l’intero fascicolo dell’operazione Serravalle e capire se qualcosa di illecito si nasconde dietro la supervalutazione delle azioni.

Nel 2005 la Provincia, guidata da Penati, acquistò da Gavio il 15% del capitale della società autostradale, pagando 8,9 euro ciascuna azione che l’imprenditore aveva invece acquistato a 2,9 euro. Su quella vendita che garantì al socio privato una plusvalenza di 179 milioni, la procura di Milano ordinò una perizia che giudicò “congruo” il prezzo, mentre la Corte dei Conti parlò di operazione “priva di qualsiasi utilità”.

Ora la procura di Monza, che indaga sul giro di tangenti del “Sistema Sesto”, ha acquisito la relazione della Corte dei Conti e iscritto nel registro degli indagati il manager di Banca Intesa Maurizio Pagani per aver partecipato agli incontri per definire “il sovrapprezzo da pagare a favore di Penati e Vimercati”. Di Caterina aveva raccontato agli inquirenti di aver saputo direttamente dall’ex presidente della Provincia Penati, che “l’acquisto della partecipazione gli avrebbe consentito di restituire i soldi”, circa 2,5 milioni di euro, che negli anni l’imprenditore aveva prestato al politico. Di “guadagno dall’operazione, ricevuto da Penati a Montecarlo, Dubai e Sudafrica” aveva saputo, sempre Di Caterina, da Giordano Vimercati, il braccio destro dell’ex sindaco di Sesto.

Secondo l’accusa, per essere risarcito del denaro che aveva “prestato” al leader lombardo del Pd, viene redatta una finta compravendita tra Di Caterina e Bruno Binasco, manager del gruppo Gavio, con una clausola che garantiva all’imprenditore due milioni di euro se la vendita non fosse andata in porto. “Binasco ha aggiunto la postilla a mano – ha detto ai pm Di Caterina – ho avuto la sensazione che volesse chiudere il contratto nel senso di pagare la caparra e sganciarsi da altri impegni, altrimenti quella clausola non avrebbe alcun senso”. Per questa operazione, conclusa nello studio dell’architetto Renato Sarno, Binasco è indagato per finanziamento illecito ai partiti, perché i due milioni sarebbero stati pagati dal manager a Di Caterina per conto di Penati.

In un altro filone dell’inchiesta, invece, è indagato Michele Molina, ingegnere del gruppo Percassi, amministratore delegato di Api, società del gruppo che si occupa della progettazione di grandi centri commerciali, come l'”Idroscalo center”, in costruzione a Segrate. Il gruppo Percassi risulta tra i principali finanziatori di Fare Metropoli, la fondazione di Penati, attraverso la quale – è il sospetto della procura – sarebbero arrivati fondi per decine di migliaia di euro per finanziare le campagne elettorali del politico.

Prima di Ferragosto la Finanza ha acquisito la documentazione contabile e statutaria della fondazione nello studio del commercialista dell’associazione, Carlo Angelo Parma, e nella sede della fondazione stessa. Tra i finanziatori, anche Renato Sarno, indagato nell’inchiesta di Monza, indicato da Di Caterina come “collettore e gestori degli affari di Penati e Vimercati”, nonché come l’uomo che avrebbe portato all’estero i fondi neri ottenuti con l’acquisto di Serravalle.

La procura vuole capire se dietro i bonifici alla fondazione Fare Metropoli si nascondano vere e proprie tangenti, dato che molti dei finanziatori – banche, società, persone fisiche – hanno avuto appalti e contratti dalla Provincia e dalle sue società negli anni della gestione di centrosinistra.

Intanto, l’inchiesta va avanti anche sul fronte degli episodi di corruzione per pratiche edilizie in Comune. Nell’inchiesta risulta indagato per finanziamento illecito ai partiti anche il segretario del comune di Sesto, Marco Bertoli, indicato da Di Caterina come “uno dei tre uomini che contano in Comune, insieme al sindaco Giorgio Oldrini e l’assessore all’edilizia Pasqualino Di Leva“, quest’ultimo arrestato. E per chiarire le dinamiche dell’approvazione delle pratiche, oggi tornerà in procura Nicoletta Sostaro, la responsabile dello sportello Edilizia di Sesto.

Caso Penati, trovati 20mila euro nello studio dell’architetto Magni

Fonte: http://www.repubblica.it

Nuovi sviluppi sul professionista accusato di distribuire le tangenti a Sesto San Giovanni: ad accusarlo anche due giovani architetti. Secondo l’accusa, avrebbe creato fondi all’estero per pagare tangenti

di SANDRO DE RICCARDIS

MILANO – È stato definito “l’architetto degli oneri conglobati”, il professionista che avrebbe nascosto nei suoi preventivi, proprio sotto la voce “oneri conglobati”, le tangenti da pagare all’assessore all’Edilizia Antonino Di Leva. Nello studio di Marco Magni gli uomini della Guardia di finanza, oltre alla documentazione su pratiche urbanistiche, hanno sequestrato anche ventimila euro in banconote di grosso taglio.

Se quei contanti sono parte del denaro necessario per “oliare la macchina comunale” come ha denunciato il grande accusatore del “Sistema Sesto” Piero Di Caterina, ricordando un suo dialogo con Magni, o “soldi nella normale disponibilità di un professionista per pagamenti più che leciti” come assicura l’avvocato di Magni, Bruno Peronetti, lo stabiliranno le indagini.

È un fatto che i pm Walter Mapelli e Franca Macchia hanno proceduto al sequestro delle banconote del professionista, indagato per corruzione e considerato la longa manus dell’assessore Di Leva, la cui figlia lavora proprio nel suo studio.

Ad accusare Magni, anche due giovani architetti sestesi. Finché erano nel team di Magni, hanno lavorato senza problemi. “Poi però – hanno detto ai pm – ci siamo messi in proprio e le pratiche urbanistiche hanno iniziato a subire strani ritardi”. Sono stati loro e Di Caterina a portare la Gdf a due società estere, la svizzera Getraco e l’inglese Shorelake usate da Magni “per strane consulenze”.

Secondo l’accusa, avrebbe creato fondi all’estero per pagare tangenti, spedendo i progetti in Inghilterra e facendoli tornare in Italia come fossero consulenze acquistate dall’estero e poi fatturate dallo studio. Un sistema che gli avrebbe permesso di creare 420mila euro off-shore fino al 2008. Del sistema di tangenti ai politici, consolidato negli anni dell’amministrazione di Filippo Penati e portato avanti anche durante la sua presidenza in Provincia, l’architetto Magni sarebbe uno snodo centrale. “Magni in più occasioni mi ha detto che sugli interventi edilizi da lui progettati venivano pagati corrispettivi all’assessore Di Leva – ha ricordato Di Caterina – . Il denaro veniva mascherato con la formula “oneri conglobati”, lui mi ha detto che servivano per “far girare la macchina”.

La procura sta lavorando anche per decrittare i codici e le sigle consegnate da Di Caterina, che celano i beneficiari delle tangenti. Proprio alcuni di questi – come “Bruno” e “big Bruno” – portano l’attenzione della procura ad appalti nei trasporti pubblici in comuni come Segrate e Cinisello, e ai loro ex amministratori per tangenti pagate dalla fine degli anni ’90.

Intanto ieri il sindaco di Sesto Giorgio Oldrini ha difeso l’immagine della città, ricordando come “abbia vissuto una delle maggiori riqualificazioni della storia d’Italia. Sesto non è la periferia di Katmandu”.

“Amico o fuori dal cerchio magico vi racconto il sistema di potere a Sesto”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Parla Di Caterina, il principale accusatore di Penati: “Ora molti imprenditori solidarizzano con me, spero si decidano a parlare. Mi sono ribellato a un sistema. I magistrati hanno in mano tanta di quella roba che c’è soltanto da aspettare

di PAOLO BERIZZI

MILANO – “C’è solo Cotti, o ne sono venuti fuori altri…?”. Altri chi? “Imprenditori. Gente che, finalmente, si decide a parlare. Come ho fatto io. Perché questa storia, e lo vedrà, è solo all’inizio”. Piero Di Caterina ha il tono incalzante di chi ha rovesciato un macigno nello stagno (lui la chiama “palude”) e adesso attende che le acque travolgano definitivamente gli argini.

Ha letto le dichiarazioni di Diego Cotti sul “sistema Sesto”. “I magistrati hanno in mano tanta di quella roba che c’è solo da aspettare”, promette appuntandosi la medaglia di principale accusatore di Filippo Penati di cui è stato amico e al quale – secondo i pm di Monza – avrebbe pagato tangenti per 2,235 milioni in cambio di favori per la sua società di trasporti Caronte.

In che senso, scusi, c’è solo da aspettare?
“So di molti imprenditori che sono stati risucchiati dallo stesso sistema al quale dopo anni mi sono ribellato. Le mazzette della politica. O tiri fuori i soldi o non lavori. Questi imprenditori nei giorni scorsi mi hanno espresso la loro solidarietà. Spero che facciano un passo in più: andare dai magistrati a raccontare. Qualcuno, forse, l’ha già fatto”.

Può spiegare meglio?
“C’è gente che ha cambiato città, perché a Sesto, a Milano, insomma nella grande area metropolitana non riusciva più a lavorare. Professionisti, industriali.

Li hanno messi fuori gioco, fuori dal sistema”.

Come è costruito il sistema delle mazzette che lei ha pagato per anni? Che cosa accadeva nelle stanze di comando del Comune di Sesto?
“Ci sono due piani distinti. Due livelli di imprenditori. Quelli amici e quelli che stanno fuori dal cerchio. I primi sono quelli che possono pagare – 10mila, 100mila, 1 milione – . E’ a loro che vengono chiesti i soldi. Il politico se li fa dare da uno con cui è in confidenza, non da uno che non conosce o che conosce appena. E così: quelli che non possono pagare vengono sbattuti fuori. E’ il sistema che li seleziona. Non potendo mettere i soldi sul tavolo non hai accesso al binario e non lavori”.

La chiamano “mediazione”, come fosse una percentuale da versare su un contratto.
“”Mediazione”, “contributo alla politica”, “finanziamento”, “aiuto”… Per me si chiama tangente, e basta”.

Quali altri imprenditori conosce, oltre a Giuseppe Pasini e a Cotti, che come lei erano organici al sistema Sesto?
“Ne conosco, ma le cose che ho detto ai magistrati non posso dirle ai giornalisti”.

Erano anche compagni di viaggio suoi e di Penati nelle vacanze che avete fatto in giro per il mondo?
“Sì. Di imprenditori ce ne erano sempre. Quelli erano viaggi per metà di lavoro – diciamo istituzionali o comunque di affari – e per metà di piacere. Brasile, Usa, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia. Erano gli anni di Penati sindaco. Solo uomini, niente famiglie”.

Ci sono altri politici, oltre a Penati, ai quali lei avrebbe pagato tangenti?
“Ho lavorato con amministrazioni di Milano, Sesto, Segrate, Cinisello. Il sistema è diffuso e trasversale. Tante cose, ripeto, devono ancora venire fuori. Faccio un esempio: lei lo sapeva che Penati aveva questa fondazione Fare Metropoli? Io no. Scopro ora che c’era anche il mio nome tra gli iscritti. Mai stato”.

Si è anche detto che lei avrebbe messo a disposizione di Veltroni dei pullman per la campagna elettorale del 2008.
“Non è mai successo”.

Ha conosciuto altri big della politica oltre a Penati?
“Sì, ma alcuni li ho conosciuti anche per conto mio. Non tramite lui”.

Sono passate due settimane da quando è scoppiato lo scandalo tangenti nell’ex Stalingrado d’Italia. Penati dice che lei e Pasini siete imprenditori in difficoltà e con problemi giudiziari, e quindi non attendibili.
“Siamo in difficoltà perché il sistema delle tangenti ci ha ammazzato. Adesso inizio a sentire i brividi nella schiena, molti enti con cui lavoriamo cominciano a prendere le distanze, gente che non si fa più trovare, contratti che saltano, minacce. Perché, secondo lei?”.

La ‘ndrangheta investe nella tav al Nord? Il giudice dice no e toglie l’associazione mafiosa

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Mario Portanova

Il Tribunale di Monza ha assolto il presunto clan Paparo dal reato di 416bis. Torna d’attualità la difficoltà al nord di dare condanne che riguardino la criminalità organizzata

Quando scattò l’operazione Isola, il 16 marzo 2009, per la Lombardia fu uno scossone. Secondo l’accusa, una cosca della ‘ndrangheta si era aggiudicata un subappalto nel cantiere di una grande opera pubblica, l’Alta velocità ferroviaria. Non in Calabria, ma alle porte di Milano, nella tratta fra Pioltello e Pozzuolo Martesana. La vicenda divenne subito un simbolo dell’assalto criminale all’economia del Nord. Due anni dopo, però, la sentenza di primo grado del Tribunale di Monza cancella per tutti gli imputati il reato di associazione mafiosa, contestato dal pm Mario Venditti della Direzione distrettuale antimafia. E riapre una questione di cui gli addetti ai lavori discutono da anni: come si prova un’accusa di mafia nel nord Italia?

Non è stato un colpo di spugna, dato che condanne rilevanti hanno colpito diversi imputati, per lo più appartenenti alla famiglia Paparo, originaria di Isola di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, trasferita tra Cologno Monzese e Brugherio negli anni Ottanta.

Marcello Paparo, il 46enne imprenditore indicato come il capo dell’organizzazione, si è preso sei anni di reclusione per possesso di armi, per aver ordinato il brutale pestaggio di un lavoratore di una sua cooperativa e per averne intimiditi altri. Sempre il possesso di armi è costato tre anni a suo fratello Romualdo, anche lui impegnato nella gestione delle aziende di famiglia, e in particolare della P&P che lavorava al movimento terra nel cantiere dell’Alta velocità. Pene fra i due anni e sei mesi e quattro anni e quattro mesi sono toccate ad altri tre imputati.

Saranno le motivazioni della sentenza a spiegare perché la corte, presieduta dal giudice Giuseppe Airò, abbia rigettato l’accusa di mafia, sia pure con la formula che ricalca l’insufficienza di prove. Dallo svolgimento del processo e da qualche indiscrezione è possibile però ricavare qualche indicazione. Sono emersi legami tra i Paparo e le cosche dominanti di Isola Capo Rizzuto, gli Arena e i Nicoscia. In alcune intercettazioni, Marcello Paparo e alcuni familiari si mostrano partecipi e preoccupati delle vicende di ‘ndrangheta nel loro paese d’origine. I giudici, però, non hanno individuato alcun elemento di “mafiosità” nel comportamento della famiglia su al Nord.

Per esempio è un’azienda lombarda, la Locatelli di Grumello Monte in provincia di Bergamo, a concedere i “subappalti”, in realtà noleggi di camion con autisti per il movimento terra, alla P&P dei Paparo, e dalle indagini non emergono violenze né intimidazioni. Anzi, i rapporti tra i padani e i calabresi appaiono improntati alla massima collaborazione, anche quando si tratta di truccare qualche carta per aggirare i controlli antimafia. Circostanza confermata dalla sentenza, ma sono fatti del 2004 e quindi prescritti.

Stessa situazione per l’altro grande business dei Paparo, le cooperative di facchinaggio del consorzio Ytaka. Il cliente più importante, la Sma, si è costituita parte civile al processo – prima azienda privata in Lombardia a compiere una scelta del genere – eppure i suoi manager hanno parlato di un rapporto economico nato in modo pulito e lecito.

Le ritorsioni dei Paparo sono cominciate solo dopo gli arresti del 2009, quando la catena della grande distribuzione ha rescisso immediatamente il contratto con le cooperative di Ytaka. Ne è seguita l’occupazione del piazzale del magazzino di Sma di Segrate da parte dei lavoratori, una protesta sindacale accompagnata però da minacce di ben altra natura. “Concorrenza sleale con violenza” è il reato per cui è stato condannato Salvatore Paparo, un altro fratello di Marcello.

Due accuse di tentato omicidio, sempre legate al settore delle cooperative di servizi, sono cadute durante il procedimento. Il tribunale ha invece riconosciuto la responsabilità di Marcello Paparo come mandante del pestaggio di Nicola Padulano, un carrellista impiegato alla Sma di Segrate che accampava rivendicazioni sulle condizioni di lavoro. Un dirigente dell’azienda aveva segnalato la necessità di intervenire sul rompiscatole che stava “creando problemi”. Paparo dapprima gli offre dei soldi per andarsene, senza successo. Il 15 settembre 2006 un paio di persone aspettano Padulano sotto casa, a Segrate, e lo pestano a sangue: «frattura cranica e fratture multiple al volto e alla gamba destra», è il referto del pronto soccorso. Come esecutore materiale dell’agguato è stato condannato Michele Ciulla, fidanzato di Luana Paparo, la figlia ventenne di Marcello, anche lei finita in carcere con l’accusa di associazione mafiosa e assolta dal tribunale di Monza.

In sintesi: i Paparo erano imprenditori in contatto con le cosche calabresi, giravano illegalmente armati e più volte hanno regolato le questioni d’affari con la violenza e la minaccia. Ma questo, secondo i giudici, non basta a definirli mafiosi. O meglio, anche se lo fossero, non avrebbero messo in campo la loro “mafiosità” nell’attività imprenditoriale esercitata al Nord. E dunque sono stati assolti dal 416 bis.

La sentenza di Monza pare l’esatto opposto di quella milanese che l’anno scorso ha condannato per associazione mafiosa, sempre in primo grado, diversi esponenti della famiglia Barbaro-Papalia, calabresi di Platì trapiantati da decenni a Buccinasco, e persino un lombardissimo imprenditore del movimento terra, Maurizio Luraghi.

Ai Barbaro-Papalia non è stato possibile attribuire specifici episodi di violenza e intimidazione, ma secondo la sentenza ottenevano lavori edili con la forza dell’intimidazione insita in un cognome di grande tradizione ‘ndranghetista. Ai Paparo sono state attribuite singole condotte criminali, ma non la capacità di incutere un vero terrore mafioso nei loro interlocutori.

Il confine è labile e il tema è delicato, visto che fra non molto, l’11 maggio, prenderà il via a Milano il “maxiprocesso” agli imputati della grande operazione Infinito del 13 luglio scorso. Quella che nel ramo milanese portò in carcere circa 150 persone accusate di costituire il nerbo della ‘ndrangheta lombarda del nuovo millennio.

Il cadavere bruciato con la pallottola in testa. Natalino Rappocciolo, ammazzato (nel silenzio) il soldato di Pepè Onorato

Fonte: http://www.milanomafia.com

L’uomo è stato ucciso e bruciato a Pioltello lo scorso giugno. Un omicidio dimenticato, tutti pensavano fosse un immigrato. Invece Rappocciolo, affiliato alle cosche, è il quinto assassinio di mafia in meno di due anni a Milano

Chi è?

Natale Rappocciolo, è nato a Melito Porto Salvo nel 1959. Subito si trasferisce a Milano e in particolare nella zona di corso Buenos Aires. Si lega al clan di Giuseppe Pepè Onorato
Suo padre Antonio viene ucciso nel 1981 nel carcere di San Vittore dove è rinchiuso

Nel 2002 Natalino Rappocciolo viene coinvolto in una vicenda di traffico di droga dalla quale esce dopo aver fatto alcune ammissioni in aula. Ma non chiede lo status di collaboratore di giustizia. Per lui una lieve condanna che lascia molti dubbi nella banda

Nel pomeriggio di sabato 27 giugno 2009 il suo corpo carbonizzato viene trovato nelle campagne di Pioltello. La vittima però viene identificata solo dopo diversi giorni. Durante l’autopsia viene scoperto un foro di pallottola alla nuca: è stata un’esecuzione

Il quinto omicidio di mafia a Milano dal marzo del 2008 quando viene ucciso Rocco Cristello a Verano Brianza. Poi toccherà a Carmelo Novella, Cataldo Aloisio e Giovanni Di Muro

Ci sono storie di cadaveri lasciati a marcire nei campi. Storie di corpi bruciati nel fuoco. Ci sono storie di agguati e omicidi di rabbia. Di morti ammazzati. Ci sono storie di mafia. Storie che mettono i brividi. E poi c’è la storia di Natale Rappocciolo, il quinto morto ammazzato di mafia a Milano in meno di due anni. Una storia maledetta, che nessuno vi ha ancora raccontato.

E’ pomeriggio a Pioltello. Il pomeriggio di sabato 27 giugno 2009. Il quartiere artigianale a due passi dalla statale Rivoltana lo chiamano Seggiano, Seggiano di Pioltello, come quando in questi campi trasformati in terreni edificabili e fabbriche ci piantavano solo il grano, quando c’erano le cascine. Seggiano, frazione di Pioltello, dunque. La via Piemonte è una strada che cinge le fabbriche, che attraversa una grande rotonda, che porta a un campo di pallone, un campo con la pista d’atletica e l’erba ancora verde. Davanti al campo un parco con i giochi gonfiabili per i bambini, dall’altro un parcheggio e poi altri campi, incolti o coltivati controvoglia. A volte, spesse volte, qui ci finiscono le famiglie sudamericane, con i loro weekend chiassosi, con le loro birre, con la musica dalle autoradio. Magari gli stessi sudamericani del quartiere Satellite, l’enorme complesso popolare dove convivono solo stranieri.

Di sicuro, nel pomeriggio di sabato 27 giugno 2009, a Seggiano c’è un cadavere. Lo trovano lungo una stradina, tra gli alberi. Il cadavere è un ammasso raggrinzito e carbonizzato. Bruciato e ormai consumato anche dalla decomposizione che ha sbranato le ossa, e quel poco rimasto dei tessuti. Arrivano i carabinieri. Li chiama un contadino, il proprietario del terreno. E’ lui che ha scoperto il cadavere: c’è stata una grandinata venerdì, e lui il giorno dopo ha controllato i campi uno per uno, e tra due alberi ha visto il corpo bruciato. E lì vicino c’è anche una macchina, una Volkswagen Polo. E’ ferma, nessuno sa cosa possa centrare con quel corpo carbonizzato, si aspetta sera ma la macchina resta lì. Il cadavere è irriconoscibile, non ci sono documenti, niente di niente. E se è per questo non c’è neppure una coltellata, non una bastonata, non una ferita. Che si tratti di omicidio lo dice solo il fatto che i corpi, da soli, non bruciano. I carabinieri non parlano. Sui giornali, solo su quelli locali, si dice che il morto di via Piemonte potrebbe essere uno di quei sudamericani che qui si ubriacano dal sabato alla domenica, magari ucciso per una donna o per una parola di troppo. Passano i giorni a Pioltello. E l’uomo carbonizzato sparisce dalla memoria.

Natale Rappocciolo è nato a Melito Porto Salvo il 9 giugno del 1959. L’ultima residenza a Segrate, a due passi da Milano 2. La moglie ne ha denunciato la scomparsa ai carabinieri il 10 di giugno. Era uscito di casa, non è rientrato. Il 9 giugno del 2009, avrebbe festeggiato il suo cinquantesimo compleanno. L’ultimo. Sono i primi di luglio quando viene eseguita l’autopsia sul cadavere di via Piemonte, si prendono le impronte, il dna. Il corpo è quello di Rappocciolo. In testa, sul retro, tra il collo e l’attaccatura dei capelli, nel centro della nuca il medico legale scova il foro di un proiettile: Natale Rappocciolo è stato ammazzato. Intorno i segni quasi carbonizzati della polvere da sparo, segno di un colpo sparato da vicino: un’esecuzione. La storia si fa tremendamente complicata. Anche perché la storia di Natale Rappocciolo non è una storia qualunque. Suo padre Antonio nel primo pomeriggio del 19 giugno del 1981 viene accoltellato nel sesto raggio del carcere di San Vittore. Muore la sera stessa al Policlinico. Negli anni Novanta invece di Rappocciolo, di Natale, di suo fratello Domenico e di sua sorella Caterina, parla il pentito Saverio Morabito. Dice che loro, insieme, gestivano un giro di cocaina dice che Natalino è un uomo di Pepé Onorato, temuto boss della ‘ndrangheta a Milano.

Da queste accuse Rappocciolo viene prosciolto, ma solo anni più tardi. Quando invece viene provata un’altra storia, un traffico di droga curato in nome e per conto di Pepè, che lo porterà in carcere il 23 dicembre del 2002, quando i carabinieri di Verona in trasferta a Genova sequestrano 125 chili di cocaina arrivata via mare. In galera finiscono 5 persone, tra loro c’è Rappocciolo, che vive nella zona di corso Buenos Aires e nel frattempo è diventato un nome molto noto negli ambienti della criminalità calabrese. Lui doveva piazzare la droga nel Nord Italia. Rappocciolo finisce in carcere, con lui anche un uomo legato ai Trimboli. Poi Rappocciolo parla con il magistrato, fa alcune ammissioni e le sue parole (ma non solo) portano alle condanne del gruppo intero. Lui, che non chiede lo status di collaboratore di giustizia, nel 2006 ripete le stesse dichiarazioni in aula e da quell’inchiesta esce con pochi anni di carcere grazie al rito abbreviato. La decisione dei giudici non piace agli altri calabresi coinvolti nell’inchiesta e neppure al temuto don Pepè Onorato. Qualche mese di carcere, poi Natale Rappocciolo viene liberato. Fino al 9 giugno del 2009, quando sparisce di primo pomeriggio, per ricomparire da morto ammazzato. Quando tutti pensano che quel corpo bruciato e senza volto sia solo il resto della vita malandata di un immigrato qualunque. Invece Natale Rappocciolo è un soldato della ‘ndrangheta. Un uomo d’onore. Il quinto morto ammazzato di mafia in un anno e mezzo a Milano. (cg, dm)

Azienda parte civile contro la ‘ndrangheta
il pm: caso raro in Italia, a Milano è il primo

fonte: http://milano.repubblica.it

E’ raro, ha spiegato il pm, che i rappresentanti legali di una società, così come le vittime più in generale dei metodi mafiosi, si costituiscano parti civili in un procedimento per associazione mafiosa. L’azienda è la Sma di Segrate

Un’azienda milanese si è costituita parte civile nei confronti di un presunto boss della ‘ndrangheta, lamentando di aver subito un danno economico” in un procedimento per associazione mafiosa a carico di una trentina di persone accusate di far parte di una cosca legata ai Barbaro di Platì, che si era infiltrata nel sistema degli appalti, e anche in quelli dell’alta velocità ferroviaria, nella zona nord di Milano. Come ha fatto notare il pm della Dda milanese Mario Venditti, anche in sede di udienza preliminare, è la prima volta che accade a Milano. Ed è un fatto rarissimo a livello nazionale.

E’ raro, ha spiegato il pm, che i rappresentanti legali di una società, così come le vittime più in generale dei metodi mafiosi, si costituiscano parti civili in un procedimento per associazione mafiosa. In particolare, l’azienda di grande distribuzione Sma di Segrate (Milano), rappresentata dall’avvocato Daniele Ripamonti, si è costituita parte civile nei confronti del presunto boss della ‘ndrangheta Marcello Paparo davanti al gup Giuseppe Vanore.

Paparo, secondo l’accusa, gestiva di fatto nel 2006 le attività di facchinaggio di una cooperativa che lavorava per conto della Sma. L’azienda di Segrate, quando era venuta a conoscenza delle indagini a carico di Paparo, aveva deciso di rescindere il contratto che la legava alla cooperativa, contattando un’altra impresa che avrebbe dovuto cominciare i lavori. Paparo, però, per giorni, assieme ad alcuni dipendenti della cooperativa, aveva impedito all’azienda di lavorare bloccando l’ingresso ai magazzini.

Nei capi di imputazione poi a Paparo viene contestato anche di essere il mandante di un pestaggio ai danni di un dipendente della Sma che portava avanti ragioni sindacali assieme ad altri lavoratori. La costituzione di parte civile, come ha spiegato l’avvocato Ripamonti, riguarda proprio “il blocco forzato dell’attività e i danni economici conseguiti”.

(4 novembre 2009)

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