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Dall’Isola dei famosi al clan Rizzuto. Michi Gioia, la signora della Milano bene, accusata di essere un colletto bianco per i clan canadesi di Cosa nostra

Fonte: http://www.milanomafia.com

Il nome di Micaela Gioia compare nell’avviso di chiusura indagini recapitato a 18 persone. E’accusata di associazione a delinquere per aver venduto il titolo della società Infinex. Titolo alterato ad hoc dai fartelli Papalia su ordine del boss Vito Rizzuto per un giro d’affari di 15 milioni di euro

L’inchiesta

I 18 avvisi di chiusura indagini notificati il 9 febbraio scorso rappresentano lo stralcio di un’indagine più vasta che riguarda gli interssi italiani ed europei del clan Rizzuto di Montreal, Canada
In particolare, le 18 persone, tra cui anche Michi Gioia, operavano per conto dei fratelli calabresi Papalia per vendere il titolo della società Infinex, riconducibile ai Rizzuto. Titoli che però erano dopati utilizzando notizie riservate o addirittura fasulle
Per i 18 indagati, infatti, le accuse, oltre a quella di associazione a delinquere, sono di aggiotaggio e insider trading
In questa inchiesta Milano aveva un ruolo decisivo assieme alla Svizzera. In totale, la Guardia di finanza di Milano, ha quantificato un giro d’affari di 15 milioni di euro
Nel 2007, l’indagine Orso Bruno, condotto dalla Dia di Roma, aveva alzato il velo sugli interessi italiani del clan Rizzuto, capaci di arrivare perfino ad aprire una società a due passi da palazzo Chigi

Milano, 10 febbraio 2010 – Simona Ventura la presentò come la signora della Milano bene. Quella, insomma, dei salotti buoni. E il suo, di salotto, resta il più ambito da notabili, banchieri, politici. Era il 2008. Settembre. Partiva l’edizione dell’Isola dei famosi con location da sogno: le bianche spiagge dell’Honduras. Ma per Micaela Gioia, torinese, classe ’42, figlia di un ex direttore generale della Fiat, quella fu una rapida comparsata. Eliminata tra i primi, alla fine vinse l’ex parlamentare Vladimir Luxuria. Micaela, per gli amici Michi, tornò a curare il suo salotto e a scrivere libri leggeri. Vita da signora, la sua. Da signora della Milano bene, appunto. Il tutto fino a due giorni fa, quando Michi si è vista recapitare l’avviso di chiusura indagini firmato dal pm Bruna Albertini. Nove pagine che l’accusano, incredibile ma vero, di aver agito da colletto bianco per conto del clan Rizzuto, rappresentante di Cosa nostra in Canada.

Per l’ex isolana l’accusa più grave è quella di associazione a delinquere finalizzata, si legge nel decreto di chiusura indagini, “all’abusivismo finanziario, illecita divulgazione di notizie riservate e manipolazione del mercato, truffa in danno di banche svizzere”. Un bel filotto di reati che per la signora Gioia non comprende quello di associazione mafiosa, perché, fanno notare gli investigatori, “non sapeva di agire per conto del clan Rizzuto”. Il nome di Michi Gioia rientra in un elenco di altre 17 persone, che si sono adoperate per alterare il titolo della società Infinex Ventures Inc, i cui soci risultano essere i fratelli calabresi Roberto e Anthony Papalia (nessuna parentela con l’omonima famiglia di ‘ndrangheta oggi presente a Buccinasco), in contatto diretto con il boss Vito Rizzuto. “I due – si legge nell’avviso di chiusure indagini – , interposti del socio Vito Rizzuto, capo mandamento per il Canada di Cosa nostra quale affiliato della famiglia Bonanno, decidevano le strategie di acquisto e vendita del titolo anche operando con un agente di fiducia situato in Svizzera”.

Il nome dei fratelli Papalia, originiari di Staiti in provincia di Reggio Calabria, era già spuntato nell’inchiesta Orso Bruno condotta dalla Dia di Roma. L’indagine, chiusa nel 2007, li ha portati a processo assieme al boss Rizzuto. Allora, il clan canadese, era arrivato ad aprire un ufficio della Made in Italy srl (società di pellami) a pochi metri da palazzo Chigi. L’impresa serviva al clan per infilitrarsi negli appalti pubblici. All’epoca si parlò anche di quelli riguardanti il ponte di Messina. Tra i capi d’accusa del processo romano c’è anche il riciclaggio, giocato facendo sponda con conti correnti svizzeri, gestiti, attraverso prestanomi, da Beniamino Zappia, referente milanese del clan in rapporti con il boss di Cosa nostra Ugo Martello.

Di Svizzera e riciclaggio si parla anche nell’inchiesta coordinata dalla procura milanese e dove è coinvolta Michi Gioia. Ad oggi, la Guardia di finanza ha quantificato in 15 milioni di euro il giro d’affari prodotto dalla manipolazione del titolo Infex. Titolo che era quotato sull’Over the counter di New York e al mercato regolamentato di Brema e Berlino. In sostanza, Antonhy Papalia, residente in Canada, dava mandato al fratello Roberto di vendere le azioni Infinex, facendo filtrare e utilizzando notizie riservate (insider trading) o notizie fasulle (aggiotaggio). Per fare questo, i Papalia si appoggiavano a diversi promotori finanziari che, consapevolmente, consigliavano i propri clienti nell’acquistare quelle azioni. Tra di loro anche la signora della Milano bene. Scrive, infatti, il pm: “Micaela Gioia, pur non avendo alcuna abilitazione a svolgere l’attività di promotore finanziario, riceveva da Roberto Papalia notizie privilegiate sull’andamento della società Infinex Ventures e di conseguenza determinava una serie di clienti ad acquistarne le azioni”. Per lei, come per altri c’è poi l’aggravante “di un delitto transnazionale perché commesso da un gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato”. (dm)

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