• Archivi

  • Foto Ammazzatecitutti Lombardia

Unfer (Lega): “La consulta antimafia? Intralcia la lotta alla criminalità”

Fonte: www.varesenews.it

La consulta antimafia? «Potrebbe essere un intralcio a chi la mafia la combatte. Se fossi un poliziotto mi girerebbero le scatole anche se ne capirei lo spirito». E’ il pensiero di Adriano Unfer, presidente leghista della commissione sicurezza del consiglio comunale bustocco di fronte allaproposta (sostenuta dalle firme di centinaia di cittadini) di realizzare a Busto Arsizio una sorta di organo deputato alla promozione e realizzazione di iniziative per la promozione della legalità. «A Busto il fenomeno del pizzo non è strutturale – continua Unfer – è fatto da qualche balordo ma niente di più». Come se il processo che ha visto condannare a oltre 80 anni di carcere la ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo, celebrato a Busto, non avesse niente a che fare con la città (ricordiamo pure la gambizzazione di una donna agente immobiliare nel centro di Busto) e come se le condanne alla mafia bustocca (70 anni di reclusione) non fossero mai state inflitte.

Eppure le ordinanze parlano chiaro: incendi, intimidazioni, botte e omicidi (proprio lunedì comincerà quello per l’uccisione di Salvatore D’Aleo, vittima della mafia bustocca). Il fenomeno, inoltre, era piuttosto diffuso come si può leggere dalle ordinanze delle operazioni Tetragona e Fire Off. Proprio ieri il procuratore capo della Repubblica di Varese Maurizio Grigo, all’università dell’Insubria in un incontro sulla presenza della mafia nelle nostre zone, ha lanciato l’allarme sui boss incarcerati con il processo Isola Felice che potrebbero uscire a breve. Per non parlare, infine, di Pippo Drago l’usuraio in franchising tra mafia, ‘ndrangheta e camorra che incontrava le sue vittime a Busto Arsizio e le spremeva fino a ridurle a nullatenenti.

Fortunatamente la commissione sicurezza non si è espressa definitivamente, ieri sera venerdì, ma ha deciso di ascoltare esponenti delle forze dell’ordine e della giustizia per approfondire ulteriormente l’argomento come richieste da Pd e Movimento 5 Stelle. Stupefatto dalle parole di Unfer il coordinatore lombardo di Ammazzateci Tutti Massimo Brugnone, protagonista insieme agli studenti di Busto, di Legalitalia in Primavera, la giornata antimafia organizzata per il secondo anno consecutivo lo scorso 23 aprile e alla quale parteciparono molti esponenti delle forze dell’ordine e della magistratura in qualità di relatori: «Questo significa che iniziative come quella organizzata dagli studenti bustocchi, secondo il presidente Unfer, sono solo un problema. Non capisco quale logica ci sia dietro le sue parole».

12/05/2012
or.ma. orlando.mastrillo@varesenews.it

Tornano al paese per le vacanze, gli bruciano le auto

Fonte: www.varesenews.it

Protagonisti un imprenditore edile gelese, suo padre e il cognato. In una notte hanno bruciato le loro auto e una moto

Tornano a Gela per passare le vacanze nel paese natale ma in una notte ignoti danno fuoco a due auto e una moto della loro famiglia. E’ successo nel corso della notte tra mercoledì e giovedì, all’imprenditore ventinovenne Emanuele Zarba, residente a Busto, che si è visto bruciare la sua Lancia Y. Le fiamme hanno anche colpito la fiat Punto di Angelo Liuzza, cognato di Zarba e residente a Magnago, infine le fiamme hanno distrutto anche la moto di Rocco Zarba, padre di Emanuele. Le vittime degli attentati, sentite dagli agenti della polizia e dai carabinieri, non hanno saputo fornire dettagli importanti: non avrebbero, infatti, subito alcuna minaccia.
Gli incendi come forma di intimidazione, comunque, non sono una novità a Gela (come, in misura minore, a Busto Arsizio) e il fatto che siano stati bruciati tre mezzi di una stessa famiglia fa pensare ad una strategia delle organizzazioni criminali mafiose. Proprio a Busto, infatti, solo pochi mesi fa è stata portata a termine l’operazione Tetragona che ha portato dietro le sbarre decine di persone tra le province di Varese e Gela. Da non sottovalutare, infine, il ruolo del pentito siculo-bustocco Rosario Vizzini che ha anche fatto ritrovare il corpo di Salvatore D’Aleo della cui morte si è anche autoaccusato insieme ad altre due persone.
18/08/2011

Mafia, il boss parla e indica il cadavere del picciotto punito

Fonte: http://www.varesenews.it

Il capo cosca dei Rinvizillo Rosario Vizzini sta collaborando con la polizia e come primo importante passo ha fatto ritrovare il corpo di Salvatore D’Aleo a Vizzola Ticino

Il ritrovamento del corpo di Salvatore D’Aleo, un affiliato alla cosca dei Rinzivillo Madonia di Busto Arsizio, segna una svolta nella lotta alla mafia gelese a Busto Arsizio. E’ stato Rosario Vizzini, il capo della banda, a indicare agli inquirenti il punto esatto dove era stato seppellito l’uomo. Vizzini sta collaborando, è ufficiale, e ha offerto alla squadra mobile di Varese e alla Dda di Milano, come prova, un asso nella manica. La soluzione di un cold case, l’omicidio di un picciotto che secondo le regole degli uomini d’onore stava sgarrando. Vizzini ha portato il 10 giugno gli uomini della squadra mobile a Vizzola Ticino, in un bosco sulla riva del canale Villoresi, a due passi dalla centrale Enel. Ha battuto il piede per terra e ha guardato l’ispettore: «Scava qui», ha detto, sicuro del fatto suo. In 24 ore di ricerche coordinate da un antropologo forense, Dominique Salsarola, gli inquirenti hanno trovato frammenti ossei che corrispondono, al 99,8% al dna dei genitori della vittima.

(nella foto Sebastiano Bartolotta capo della squadra mobile, era presente anche Giovanni Broggini, dirigente del commissariato di Busto Arsizio)
Dunque il cadavere è quello di D’Aleo, ma perché è stato ammazzato cosi? Vizzini lo ha spiegato ai pm Piacente e Narbone che hanno spiccato il fermo per indiziato di delitto nei confronti dell’esecutore materiale, Emanuele Italiano, gelese di 60 anni, domiciliato al quartiere Buon Gesù di Olgiate olona. Il boss ha raccontato che D’Aleo non gli era mai piaciuto.

Era in realtà il factotum di un altro dei capicosca, Fabio Nicastro, e in suo nome aveva fatto diverse richieste estorsive nella zona a imprenditori edili come risulta dall’inchiesta “Fire off”.  Era stato ammonito, una prima volta, perché aveva chiesto soldi spendendo, senza autorizzazione, il nome di Piddu Madonia e dello stesso Vizzini, quando questi era in carcere. Il gruppo lo aveva emarginato, ma lui l’aveva presa male: si sentiva vittima di un’ingiustizia e si era lasciato scappare, in un momenti di rabbia, che per vendetta avrebbe bruciato la casa a Vizzini e Nicastro.

E’ a quel punto che la cosca comincia a pensare che si tratti di una scheggia impazzita e che vada eliminato. Vizzini si assume personalmente la responsabilità di aver ordinato l’omicidio, che doveva essere compiuto da lui stesso con Nicastro e Italiano, conosciuto nell’ambiente come killer freddo e dal grilletto facile e che aveva un conto aperto con la vittima (diceva che gli avrebbe sparato in faccia perché non gli aveva saldato un debito di droga).

Vizzini racconta: «Una sera vennero da me Nicastro e Italiano. Mi dissero che l’avevano già ammazzato e gli avevano tolto i vestiti, e mi chiesero un aiuto per seppellire il cadavere». I due aveva sfruttato forse un’occasione propizia. Pare abbiano caricato a Busto Arsizio D’Aleo, poi lo hanno portato a Oleggio, hanno svoltato nei campi verso il canale Villoresi e giunti nei pressi di una discarica sono scesi tutti dalla vettura; infine gli hanno sparto in testa, forse due volte.

Questo è il resoconto che viene fatto al boss. I tre si recano poi a Vizzola dove scavano la buca e nascondono il corpo. Il fermo della Dda di Milano accusa di omicidio Vizzini (che si assume la responsabilità di aver ordinato o autorizzato il delitto) e Italiano, ma il collaborante parla anche di Nicastro (che è già in carcere e dunque non può essere raggiunto da un fermo giustificato dal pericolo di fuga; potrebbe essere invece oggetto di una ordinanza di custodia spiccata dal gip di Busto Arsizio nei prossimi giorni).

In realtà, la squadra mobile di Varese diretta da Sebastiano Bartolotta stava indagando dal gennaio 2010 sulla vicenda, considerato anche le precedenti operazioni “Fire off” e “Tetragona” che hanno smantellato la presa mafiosa su Busto Arsizio.La filiale dei gelesi era dediti a incendi e angherie nei confronti di imprenditori edili, specie quelli siciliani. Durante quelle indagini, un piccolo artigiano vittima di attentato aveva detto di aver sentito parlare del caso D’Aleo e gli risultava fosse stato vittima di lupara bianca. Aveva anche detto di aver sentito Nicastro al telefono dire a qualcuno di lavare bene la macchina. Sapevano che D’Aleo si era incontrato la mattina della sparizione in un bar di Busto Arsizio in via Mazzini. Era scomparso a bordo di una lancia Lybra grigia, rintracciata qualche mese fa dalla polizia a Busto Arsizio, sequestrata, e dove è stato rinvenuto il bigliettino di un autolavaggio, risalente a un mese dopo il delitto. Il killer, Emanuele Italiano e Vizzini sono accusati di omicidio, occultamento di cadavere, porto abusivo di armi e di associazione mafiosa. Una donna marocchina arrestata ieri sera con lui era gravata da una precedente richiesta di arresto per droga.

6/07/2011
Roberto Rotondo

Busto Arsizio, finisce in manette il killer del gelese Salvatore D’Aleo

Fonte: http://www.siciliainformazioni.com

Gli uomini della squadra mobile di Varese, in collaborazione con gli agenti del commissariato di Busto Arsizio e con i colleghi di Caltanissetta, hanno arrestato il cinquantanovenne Emanuele Italiano: l’uomo è accusato di aver fatto parte del gruppo di fuoco che uccise, nell’ottobre del 2008, Salvatore D’Aleo.

Sia l’arrestato che la vittima, originari di Gela, si erano trasferiti, oramai da diversi anni, nella provincia di Varese.

Stando agli inquirenti, l’omicidio di Salvatore D’Aleo sarebbe da inserire all’interno di un conflitto esploso tra gli affiliati al gruppo di cosa nostra dei Rinzivillo, presente da decenni in Lombardia.
La vittima, infatti, scomparve proprio nell’ottobre di tre anni fa: anche la trasmissione “Chi l’ha visto”, sollecitata dai parenti, si è occupata per diverso tempo delle ricerche.
Solo il mese scorso, però, gli investigatori riuscirono a ritrovare alcuni resti umani all’interno dei boschi di Vizzola Ticino, in provincia di Varese: rafforzando l’ipotesi che fossero riconducibili a Salvatore D’Aleo.

Con l’arresto di Emanuele Italiano, pluripregiudicato e residente in via Boccaccio a Busto Arsizio, gli inquirenti sono sicuri di aver stretto il cerchio intorno al gruppo che decise di finire Salvatore D’Aleo. Anche la vittima, infatti, avrebbe fatto parte della cosca Rinzivillo, vicina alla famiglia Madonia, operante in Lombardia: la sua esecuzione, stando all’esito dell’indagine, sarebbe stata decisa dal leader del gruppo Rosario Vizzini, già in carcere dopo i blitz “Fire off” e “Tetragona”.

Salvatore D’Aleo sarebbe stato ucciso per contrasti legati alla gestione dei profitti generati dalle estorsioni e dal mercato della droga, Emanuele Italiano, invece, è stato bloccato proprio a Busto Arsizio mentre era in compagnia di una donna marocchina quarantaduenne Zouhaidi Khadija, priva del necessario permesso di soggiorno.

Il presunto killer è  stato trasferito all’interno del penitenziario della città. Come confermato dagli inquirenti, però, le indagini non si fermano: si cercherà di individuare gli altri componenti del gruppo che freddò Salvatore D’Aleo.

La svolta nelle indagini è giunta in concomitanza con l’avvio della collaborazione dell’ex leader di cosa nostra gelese al nord Rosario Vizzini.
Un uomo in grado di descrivere al meglio gli affari della mafia gelese in Lombardia.

Favori ai clan mafiosi, arrestati un uomo e l’amante

Fonte: http://www.varesenews.it

Il 37enne si trovava in un vero e proprio stato di soggezione ai criminali arrestati nelle operazioni “Fire Off” e “Tetragona”. Fondamentale la testimonianze della moglie

Macchine, pranzi e cene gratis, oltre a soldi contanti. Si trovava in un vero e proprio stato di “soggezione” ai criminali Rosario Vizzini e Fabio Nicastro, S.G. pregiudicato di anni 37. L’uomo è stato arrestato lunedì scorso insieme a M.M., pregiudicata di 34 anni, dalla Squadra Mobile di Varese, in collaborazione con il Commissariato P.S. di Busto Arsizio. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa dal GIP del Tribunale di Milano. I due arrestasti sono accusati di aver favorito con i loro comportamenti il gruppo criminale mafioso recentemente disarticolato da due operazioni della Polizia di Stato, denominateFire Off” e “Tetragona.

Le indagini avevano permesso di accertare una serie di estorsioni ai danni di imprenditori del circondario di Busto Arsizio. In particolare, avevano fatto luce sullo stato di soggezione in cui versava S.G. rispetto ai due criminali: era costretto a garantire l’uso di proprie autovetture e l’accesso gratuito al ristorante per pranzi e cene, ma anche a fornire interi blocchetti di buoni pasto e somme in denaro contante. Ma ad un cento punto, la moglie dell’uomo, giunta al limite della sopportazione, è stata interrogata dalla Squadra Mobile e ha deciso di raccontare tutto.
Il marito, tuttavia, con la complicità di M.M., con la quale aveva una relazione sentimentale, ha iniziato un’opera di delegittimazione ed intimidazione della moglie. L’obiettivo dell’uomo era evitare che la moglie confermasse le sue dichiarazioni e, anzi, ritrattasse quanto riferito alla Squadra Mobile, fingendo fraintendimenti. La moglie, inoltre, è stata indotta a procurarsi una certificazione medica attestante un suo falso stato di labilità psicologica in modo da rendersi del tutto inattendibile agli occhi degli inquirenti e depotenziare la portata accusatoria delle precedenti dichiarazioni.
S. G., inoltre, ha avvertito immediatamente Vizzini ed altri indagati delle indagini in corso ad opera della Squadra Mobile. Nel corso di un interrogatorio dinanzi alla DDA di Milano sulla vicenda che lo vedeva vittima di estorsioni, ha reso anche dichiarazioni palesemente false e in netto contrasto con gli incontrovertibili elementi raccolti. Successivamente ha utilizzato M.M. per inviare messaggi ed informazioni ai criminali, anche sull’esito dell’interrogatorio.

Nel corso della perquisizione eseguita in casa della donna, la Squadra Mobile ha rinvenuto e sequestrato un’arma di fabbricazione artigianale. Il padre della 34enne, M.G di anni 47, si è assunto la responsabilità dell’arma ed è stato arrestato per detenzione di arma clandestina ed portato nel presso il carcere di San Vittore a Milano. S.G. si trova invece nella Casa circondariale di Opera ed M.M. nell’istituto di Vigevano.

Tre anni e 10 mesi per Fabio Nicastro

Fonte: http://www.varesenews.it

Prima condanna (per un inseguimento a bordo di un’auto rubata) per uno dei due presunti boss della mafia bustocca. Insieme a lui sono stati condannati due complici

E’ stato condannato a 3 anni e 10 mesi di carcere Fabio Nicastro (foto a sin.) dal gup di Busto Arsizio Alessandro Chionna. Il giudice del tribunale bustocco ha condannato anche i due complici Antonio Zambon (3 anni e 9 mesi) e Lulzim Cuckay (1 anno e 7 mesi con pena sospesa). Tutti e tre finirono in manette nell’agosto del 2010 dagli uomini del commissariato di Busto Arsizio dopo un inseguimento da film poliziesco avvenuto tra le vie del quartiere di Beata Guliana e finito nei campi. I tre, infatti, viaggiavano su un’auto rubata e non si fermarono all’alt della Polizia. In macchina la polizia trovò un passamontagna, un cappellino con visiera, un paio di guanti, una pistola giocattolo, un coltello, un sasso avvolto in un foglio di carta e soprattutto una bottiglia molotov. L’occorrente, secondo l’accusa, poteva servire per una rapina o per un atto intimidatorio, in particolare per la presenza della bottiglia piena di carburante. Secondo l’avvocato di Nicastro, Francesca Cramis, quella bottiglia però, non poteva essere considerata una molotov.

Fabio Nicastro era stato arrestato anche nell’ambito delle operazioni antimafia Fire Off e Tetragona che hanno scoperchiato un vasto giro di estorsioni, traffico di sostanze stupefacente, minacce e attentati nei confronti di commercianti e imprenditori perlo più gelesi e operanti a Busto Arsizio e dintorni. Secondo la Procura di Caltanissetta, infatti, Nicastro sarebbe stato a capo dell’organizzazione insieme a Rosario Vizzini.

“Staiu facenne ‘u delinquente”

Fonte: http://www.varesenews.it

Il boss della mafia gelese a Busto Arsizio Rosario Vizzini non si faceva scrupoli e organizzava estorsioni, traffici di droga dal sud-America, incendi, traffici di armi. Lo dice lui stesso in un’intercettazione ambientale

La figura dell’esponente di cosa nostra a Busto ArsizioRosario Vizzini (il terzo dall’alto nella foto), emerge nei suoi due aspetti dalle 900 pagine dell’ordinanza emessa dalla procura di Caltanissetta nei suoi confronti e nei confronti di altre 62 persone destinatarie di un mandato di arresto nell’operazione Tetragona. Da una parte Vizzini gode di grande rispetto da parte dei suoi uomini che lo seguono in tutte le sue iniziative e, come nel caso del nipote Angelo, si prendono anche le colpe (ad esempio nell’episodio della pistola trovata nel cantiere di una villetta di Magnago) e dall’altra entrano in contrasto con lui per questioni economiche.

Prova ne è il fatto che lo stesso Fabio Nicastro, suo braccio destro, ad un certo punto gli rivela di aver avuto l’ordine di ammazzarlo da parte dei Rinzivillo di Gela «perchè tratteneva per sé somme di danaro che erano riservate alla famiglia». Per chiarire questo problema entrambi partono alla volta di Roma per un summit con il boss al quale fanno riferimento, Crocifisso Rinzivillo (al centro nella foto). Vizzini si scontra anche con uno dei suoi scagnozzi, quel Piero Caielli che insieme a Claudio Conti organizzano diversi carichi di droga da 5-10 kg sulla rotta Santo Domingo-Londra-Gela. Caielli, infatti, viene accusato più volte di aver fatto sparire decine di migliaia di euro che il Vizzini gli consegnava da inviare a Conti nell’isola caraibica. Particolare anche il rapporto tra Rosario e il nipote Angelo apostrofato come “muccaminchia” o come “pirla” nelle conversazioni telefoniche. Lo zio si lamenta col nipote perchè, a suo dire, il suo comportamento lo mette in cattiva luce con gli amici.

Dal corposo faldone dell’inchiesta emerge come i meccanismi per fare soldi da parte di Vizzini e i suoi erano collaudati: la prima fase sono le estorsioni ai danni degli imprenditori gelesi unitamente alle false fatturazioni che il clan organizzava con imprenditori compiacenti. Da questa attività venivano reperiti capitali da investire nell’acquisto di sostanze stupefacenti con tre tipi di canale in base alle quantità necessarie: uno locale per i piccoli quantitativi, uno a Napoli (la piazza di spaccio più grande d’Europa) e uno nel Centro-America per i grossi quantitativi (tramite il bergamasco Claudio Conti). La droga veniva poi smistata tra Busto e Gela e gli introiti venivano poi “ripuliti” tramite le imprese edili. Lo stesso Vizzini, poi, in un’intercettazione ambientale non lascia spazio a dubbi sul reale settore d’interesse che non è di certo l’edilizia: «na ditta un ci sugnu chiù mancu iu Lì… arrì u delinquente staiu facennu…staiu arrubbannu… staiu vinnennu droga… tutti cosi… pistole...e sa a vuoi l’haiu a droga… tutti cosi c’haiu… finiu ca ditta iu… nenti c’è ca a ditta… lassaiu tutti cosi a Manuele (il nipote, ndr)… e a tutti i carusi… Sarvatore… arrè chiù peggiu di prima semu misi arrè… chiù peggiu ancora sta vota… fino ca va… va… è normale… na facemu ficcarla nculu… pigghia e n’attaccano… nenti un staiu facennu un cazzu chiù..». In questa conversazione con un non meglio precisato Lì è chiaro l’interesse vero del Vizzini, fare “u delinquente”

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: