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‘Ndrangheta, una storia milanese

Fonte: http://www.milano.corriere.it

DOPO I RECENTI ARRESTI, RICOSTRUITI QUARANT’ANI DI INFILTRAZIONI E MALAFFARE

Nel regno di Cosa nostra, dadi, affari e donnine
Poi arrivarono i «silenziosi» calabresi. E la politica

MILANO – L’inchiesta che ha squinternato la ‘ndrangheta in regione e condotto sul proscenio gl’insospettabili reggicode racconta come sia cambiato in vent’anni il sistema di potere nel Paese: dal mondo dell’impresa al mondo della politica. All’epoca del dominio mafioso, dal ’70 al ’90, nessuno si curava degli amministratori, al massimo Turatello ed Epaminonda li facevano entrare gratis nei club sottoposti all’organizzazione, le prede ambite erano i padroni delle ferriere. Oggi gli ambasciatori delle ‘ndrine cercano assessori, sindaci, consiglieri comunali. La mafia aveva occhi solo per il «privato», sicura che il «pubblico» sarebbe venuto al traino; la ‘ndrangheta s’interessa soltanto del «pubblico» quale unico dispensatore di prebende e appalti: le aziende coinvolte sono padane nella forma, calabresi nella sostanza. Nel ’74 fece scalpore che nell’agenda di Luciano Leggio – all’epoca capo di Riina, di Provenzano, di Bagarella – fosse rinvenuto il numero telefonico riservato di Ugo De Luca, direttore generale del Banco di Milano. Le intercettazioni e i verbali recenti parlano di direttori sanitari, dirigenti di ospedali, coordinatori di consorzi e società municipali.

La scoperta della cuccagna comincia con Peppe Genco Russo, «capofamiglia» di Mussomeli, inviato, nel ’64, in soggiorno obbligato in Lombardia. Lo ritengono l’erede di Calogero Vizzini, la cui fama si lega a un incontro con Montanelli pubblicato dal Corriere all’inizio degli Anni Cinquanta. I due sono, però, troppo provinciali, vivevano nel vallone nisseno, per essere alla testa di Cosa Nostra. Destinato a Lovere, non ancora toccata dal benessere e dalla popolarità del turismo sul lago d’Iseo, Genco Russo viene trattato da giornali e televisione come quel numero uno che mai è stato. E grande stupore manifestano gli abitanti della zona nello scoprire non solo l’esistenza della mafia, ma che il vecchietto tanto malandato in salute quanto gentile e manieroso ha tre metri di fedina penale con abbondanza di omicidi, estorsioni, violenze d’ogni tipo.

Un’opinione pubblica ancora sconvolta dal massacro di sette militari a Ciaculli con una Giulietta piena di esplosivo pretende una reazione, che lo Stato è incapace di produrre nei tribunali. Allora fioccano i soggiorni obbligati, resi inutili dall’irrompere della teleselezione telefonica. Così nell’hinterland milanese arrivano i Ciulla, i Guzzardi, i Carollo, Gerlando Alberti. A Milano, dove ancora ricordano il cinematografico agguato per uccidere Angelo La Barbera in viale Regina Giovanna, si stabilisce addirittura Leggio in fuga dal divieto di Badalamenti di effettuare sequestri di persona in Sicilia. I rapimenti di Torelli, di Rossi di Montelera, di Barone scatenano il terrore tra i re di denari: ciascuno cerca un palermitano di riferimento, cui affidare l’incolumità della propria famiglia. È il periodo in cui Dell’Utri piazza Vittorio Mangano nella villa di Berlusconi ad Arcore.
Attorno a Leggio si muovono e prosperano Nino Grado, Ignazio e Giovanbattista Pullarà, Simone Filippone, Salvatore Di Maio, Pippo e Alfredo Bono, Robertino Enea, Ugo Martello, Gino Martello, Gioacchino Matranga, Gaetano Fidanzati. Tra ippodromi, bische, night sbocciano conoscenze e amicizie impossibili. Tutti insieme appassionatamente fino alla sera in cui gli sgherri di Turatello rifilano un ceffone ad Alfredo Bono: l’onta sarà lavata anni dopo con lo sventramento in galera di Francis «faccia d’angelo».

In quella Milano piena di tavoli di chemin de fer e di dadi, di donne disponibili e di champagne i mafiosi ci sguazzano a tal punto da rifiutare la creazione di una «famiglia» per non dover prendere ordini da Palermo. Le basi sono dapprima le enoteche dei Pullarà al Giambellino e in viale Umbria, poi l’ufficetto di via Larga a un passo dall’appartamento in cui aveva abitato Joe Adonis, al rientro in Italia. Milano diviene la capitale economica di Cosa Nostra: a Palermo si corrompe, si trama, si traffica, si ammazza, ma senza le complicità eccellenti degli insospettabili industriali, banchieri e finanzieri allocati sotto la Madonnina le «famiglie» non potrebbero moltiplicare per mille e riciclare i proventi delle proprie malefatte.

Le inchieste dell’83 e del ’90 svelano nomi, interessi, complicità. L’arresto dell’oscuro ragioniere Pino Lottusi, secondo Borsellino regista del più importante business planetario del decennio, segna l’inizio della fine. Cosa Nostra è costretta a battere in ritirata. Le subentra la ‘ndrangheta. A spingerla verso la Lombardia sono state le confidenze in carcere di Leggio a Mammoliti. La gestione dell’Ortomercato di Milano testimonia il passaggio di consegne, il rovesciamento dei ruoli tra chi aveva recitato da protagonista e chi da comprimario. Cambiano le regole e gli atteggiamenti. I boss giunti da Palermo si comportavano come bambini capricciosi al parco giochi: erano eccitati da Milano, non degnavano di uno sguardo il resto a eccezione di Como, importante per la vicina frontiera con la Svizzera, e del casinò di Campione. Che differenza con i silenziosi successori, lontani da ogni sfoggio ed esibizionismo, però capaci di stendere una micidiale tela d’interessi sull’intera regione. Sono i collaudati metodi che hanno consentito d’installarsi nei cinque Continenti e di trasformarsi in una inarrestabile macchina di soldi e di corruzione.

 

Alfio Caruso
27 ottobre 2010

Dall’Isola dei famosi al clan Rizzuto. Michi Gioia, la signora della Milano bene, accusata di essere un colletto bianco per i clan canadesi di Cosa nostra

Fonte: http://www.milanomafia.com

Il nome di Micaela Gioia compare nell’avviso di chiusura indagini recapitato a 18 persone. E’accusata di associazione a delinquere per aver venduto il titolo della società Infinex. Titolo alterato ad hoc dai fartelli Papalia su ordine del boss Vito Rizzuto per un giro d’affari di 15 milioni di euro

L’inchiesta

I 18 avvisi di chiusura indagini notificati il 9 febbraio scorso rappresentano lo stralcio di un’indagine più vasta che riguarda gli interssi italiani ed europei del clan Rizzuto di Montreal, Canada
In particolare, le 18 persone, tra cui anche Michi Gioia, operavano per conto dei fratelli calabresi Papalia per vendere il titolo della società Infinex, riconducibile ai Rizzuto. Titoli che però erano dopati utilizzando notizie riservate o addirittura fasulle
Per i 18 indagati, infatti, le accuse, oltre a quella di associazione a delinquere, sono di aggiotaggio e insider trading
In questa inchiesta Milano aveva un ruolo decisivo assieme alla Svizzera. In totale, la Guardia di finanza di Milano, ha quantificato un giro d’affari di 15 milioni di euro
Nel 2007, l’indagine Orso Bruno, condotto dalla Dia di Roma, aveva alzato il velo sugli interessi italiani del clan Rizzuto, capaci di arrivare perfino ad aprire una società a due passi da palazzo Chigi

Milano, 10 febbraio 2010 – Simona Ventura la presentò come la signora della Milano bene. Quella, insomma, dei salotti buoni. E il suo, di salotto, resta il più ambito da notabili, banchieri, politici. Era il 2008. Settembre. Partiva l’edizione dell’Isola dei famosi con location da sogno: le bianche spiagge dell’Honduras. Ma per Micaela Gioia, torinese, classe ’42, figlia di un ex direttore generale della Fiat, quella fu una rapida comparsata. Eliminata tra i primi, alla fine vinse l’ex parlamentare Vladimir Luxuria. Micaela, per gli amici Michi, tornò a curare il suo salotto e a scrivere libri leggeri. Vita da signora, la sua. Da signora della Milano bene, appunto. Il tutto fino a due giorni fa, quando Michi si è vista recapitare l’avviso di chiusura indagini firmato dal pm Bruna Albertini. Nove pagine che l’accusano, incredibile ma vero, di aver agito da colletto bianco per conto del clan Rizzuto, rappresentante di Cosa nostra in Canada.

Per l’ex isolana l’accusa più grave è quella di associazione a delinquere finalizzata, si legge nel decreto di chiusura indagini, “all’abusivismo finanziario, illecita divulgazione di notizie riservate e manipolazione del mercato, truffa in danno di banche svizzere”. Un bel filotto di reati che per la signora Gioia non comprende quello di associazione mafiosa, perché, fanno notare gli investigatori, “non sapeva di agire per conto del clan Rizzuto”. Il nome di Michi Gioia rientra in un elenco di altre 17 persone, che si sono adoperate per alterare il titolo della società Infinex Ventures Inc, i cui soci risultano essere i fratelli calabresi Roberto e Anthony Papalia (nessuna parentela con l’omonima famiglia di ‘ndrangheta oggi presente a Buccinasco), in contatto diretto con il boss Vito Rizzuto. “I due – si legge nell’avviso di chiusure indagini – , interposti del socio Vito Rizzuto, capo mandamento per il Canada di Cosa nostra quale affiliato della famiglia Bonanno, decidevano le strategie di acquisto e vendita del titolo anche operando con un agente di fiducia situato in Svizzera”.

Il nome dei fratelli Papalia, originiari di Staiti in provincia di Reggio Calabria, era già spuntato nell’inchiesta Orso Bruno condotta dalla Dia di Roma. L’indagine, chiusa nel 2007, li ha portati a processo assieme al boss Rizzuto. Allora, il clan canadese, era arrivato ad aprire un ufficio della Made in Italy srl (società di pellami) a pochi metri da palazzo Chigi. L’impresa serviva al clan per infilitrarsi negli appalti pubblici. All’epoca si parlò anche di quelli riguardanti il ponte di Messina. Tra i capi d’accusa del processo romano c’è anche il riciclaggio, giocato facendo sponda con conti correnti svizzeri, gestiti, attraverso prestanomi, da Beniamino Zappia, referente milanese del clan in rapporti con il boss di Cosa nostra Ugo Martello.

Di Svizzera e riciclaggio si parla anche nell’inchiesta coordinata dalla procura milanese e dove è coinvolta Michi Gioia. Ad oggi, la Guardia di finanza ha quantificato in 15 milioni di euro il giro d’affari prodotto dalla manipolazione del titolo Infex. Titolo che era quotato sull’Over the counter di New York e al mercato regolamentato di Brema e Berlino. In sostanza, Antonhy Papalia, residente in Canada, dava mandato al fratello Roberto di vendere le azioni Infinex, facendo filtrare e utilizzando notizie riservate (insider trading) o notizie fasulle (aggiotaggio). Per fare questo, i Papalia si appoggiavano a diversi promotori finanziari che, consapevolmente, consigliavano i propri clienti nell’acquistare quelle azioni. Tra di loro anche la signora della Milano bene. Scrive, infatti, il pm: “Micaela Gioia, pur non avendo alcuna abilitazione a svolgere l’attività di promotore finanziario, riceveva da Roberto Papalia notizie privilegiate sull’andamento della società Infinex Ventures e di conseguenza determinava una serie di clienti ad acquistarne le azioni”. Per lei, come per altri c’è poi l’aggravante “di un delitto transnazionale perché commesso da un gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato”. (dm)

Quindici anni al professore. Condannato per estorisione Ugo Martello

Fonte: http://www.milanomafia.com

Sentenza del gup Giuseppe Gennari. Nel processo per l’inchiesta Metallica condannati anche il pentito Luigi Cicalese (20 anni) per l’omicidio dell’avvocatessa Spinella e a trent’anni Emanuele Piazzese e Giuseppe Liria

La condanna

Ugo Vittorio Benito Martello è nato a Ustica (Pa) il 24 febbraio del 1940, dal padre Giuseppe Martello e dalla madre Marianna Ciulla. Detto il professore, è ritenuto il referente di Cosa nostra a Milano
Il gup Giuseppe Gennari lo ha condannato con rito abbreviato a 15 anni di carcere per l’estorsione all’imprenditore bergamasco Ongis
Con lui sono stati condannati anche il pentito Luigi Cicalese, detto Befana, a vent’anni per l’omicidio dell’avvocatessa maria Spinella e Giuseppe Liria ed Emanuele Piazzese a trent’anni per il delitto della prima moglie di Cicalese avvenuto nel 1992

Milano, 18 dicembre 2009 – Quindici anni bastano per cambiarti la vita. Bastano, a 69 anni, per farti capire che gli anni d’oro sono alle spalle. Gli anni dell’ufficio di via Larga, 13 dove passava il ghota e il tesoro di Cosa nostra a Milano. E 15 anni peraltro con rito abbreviato sono pure troppi per chi, solo per aver speso il proprio nome deve rispondere di estorsione. Ma il nome non è quello di un uomo qualsiasi, perché il professore Ugo Martello (nella foto) è entrato nella storia di 40 anni di mafia a Milano. Una storia vissuta da protagonista come referente delle cosche palermitane a Milano. E dalla quale il professore ha sempre saputo uscire con poche cicatrici. E’ stato il gup Giuseppe Gennari a decretare oggi la condanna in abbreviato a 15 anni per l’estorsione all’imprenditore Ongis. Una storia, quella della maxi estorsione al re dell’acciaio, che ha visto protagonisti tanti nomi noti della malavita milanese. A partire dal padrino Pepé Onorato, il grande vecchio dell’Ebony bar. Per Martello il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia Celestina Gravina aveva chiesto 16 anni. Il gup Gennari di fatto ha riconosciuto la sua tesi accusatoria.

Con Martello però sono arrivate altre condanne sempre nell’ambito dell’inchiesta Metallica portata a termine dalla Direzione investigativa antimafia nell’estate del 2008. Vent’anni sono andati al soldato della ndrangheta oggi pentito Luigi Cicalese, ritenuto l’esecutore materiale del delitto dell’avvocatessa di Segrate Maria Spinella, uccisa a fine 2006. Il ruolo del collaboratore di giustizia Cicalese è stato tuttavia decisivo per arrivare ad altre condanne, quelle di Giuseppe Liria ed Emanuele Piazzese, ritenuti i responsabili dell’assassinio di Moira Piazzola, la prima moglie di Cicalese, nel 1992. Proprio i due presunti killer, condannati a trent’anni, sono stati arrestati subito dopo la lettura della sentenza su mandato del pm Gravina. Per il delitto Spinella sono invece ancora in attesa di giudizio in corte d’Assise altre due persone, tra cui Antonio Ausilio, ex cliente dell’avvocato e ritenuto il mandante dell’omicidio. In rito abbreviato, insieme a Martello, Liria e Piazzola, sono state condannate altre 21 persone con pene fino a 15 anni e 4 mesi per associazione mafiosa, estorsione e riciclaggio. Altri 39 imputati sono invece in attesa del giudizio con rito ordinario. (cg)

IL RITRATTO\ Giovanni Di Muro, l’amico dei boss che collaborò con i magistrati

Fonte: http://www.milanomafia.com

La vittima dell’agguato di via dei Rospigliosi era stato coinvolto nell’inchiesta “Metallica” della Direzione investigativa antimafia

Giuseppe Onorato è nato a Reggio Calabria il 9 aprile 1937. A Milano, fin dagli anni Settanta, ha vissuto tutte le stagioni di mafia sotto la Madonnina. Noto come riciclatore delle cosche, nel 2006 stringe contatti anche con Enrico Di Grusa, palermitano, mafioso e genero di Vittorio Mangano

Luigi Bonanno è nato a Palermo il 21 aprile 1943. Coinvolto nell’operazione Nord-Sud, viene scarcerato nel 2003. Da allora inizia a tessere i contatti con il clan Lo Piccolo, che lo assolda anche per uccidere il latitante Gianni Nicchi. Fin dagli anni Ottanta, Bonnano traffica droga con il gotha mafioso al nord: dai calabresi Papalia al siciliano Antonio Zacco, detto Nino il bello, che per anni gestì la raffineria di Alcamo in Sicilia

Ugo Martello è nato a Ustica il 24 febbraio 1940. Più noto come Tanino per tutti gli anni Ottanta in via Larga 13 ha gestito una serie di società dove transitava il denaro di Cosa nostra. Amico di Dell’Utrri e dei grandi boss palermitani, oggi vive da uomo libero in via Nino Bixio 37

5 novembre 2009 – Per Giovanni Di Muro quell’ometto piccolo piccolo con lo sguardo da diavolo era lo zio. In realtà il suo nome è Giuseppe Onorato, rispettato boss della ‘ndrangheta milanese. Ma Di Muro era abituato a chiamarlo così quando i due si incontravano al bar Ebony in via Porpora. Ai tavolini di questo vecchio locale negli ultimi anni si è accomodata la peggio gioventù della malavita milanese: da Ugo Martello e Guglielmo Fidanzati, ascoltati ambasciatori di Cosa nostra sotto la madonnina, a killer spietati come Luigi Cicalese. Perché Giovanni Di Muro, ucciso stamani in via dei Rospigliosi, i contatti li aveva buoni o almeno così andava dicendo soprattutto a quegli imprenditori messi sotto scacco dal clan di Onorato. A loro Di Muro si presentava come mediatore. Insomma uno che aveva gli agganci giusti e sapeva trattare con i pezzi grossi. “Quelli – diceva – se li fai arrabbiare si mangiano i bambini”. E loro, gli industriali onesti, strabuzzavano gli occhi. “Di Muro – spiega Romano Patti, titolare di un’impresa di metalli – a un certo punto mi disse i nomi dei miei creditori. Si tratta di un tale Onorato, a detta di Di Muro, vecchio mafioso in disarmo che aveva poi passato i crediti della mia ditta a Luigi Bonanno, che, mi chiarì, è un malavitoso che comanda adesso a Milano”. Per capirci: Bonanno, detto il palermitano, arrestato nel gennaio del 2008, da oltre trent’anni è il referente del traffico di droga per i clan sicliani e calabresi. Un tipo a posto, così lo definiva il boss Salvatore Lo Piccolo che con lui voleva organizzare un traffico di cocaina dall’Olanda.

Tutti questi nomi stanno nelle carte dell’inchiesta Metallica che nel 2008 portò in carcere una trentina di persone, tutte a vario titolo accusate di associazione mafiosa, estorsione, riciclaggio, traffico di droga. Tra gli indagati, compare lo stesso Di Muro che però non finì in galera. Nelle oltre settecento pagine di richiesta firmate dal pm Celestina Gravina, Di Muro viene sentito spesso e in tutte le occasioni, attraverso le sue dichiarazioni, aiuta gli investigatori a disegnare la rete mafiosa che per oltre dieci anni ha comandato su buona parte di Milano. A questo punto, la sua collaborazione potrebbe spiegare la sua morte. Su questo, però, gli inquirenti non si sbilanciano.

Quello che, invece, appare cristallino sono quelle amicizie pericolose che Di Muro sfruttava anche per scopi personali. Nel caso della clamorosa estorsione da oltre tre milioni di euro agli imprenditori Romano Patti e Carlo Ongis, quest’ultimo a capo della holding Metal Group spa, il salernitano Di Muro si presenta alle vittime come mediatore. “Di Muro mi disse – spiega Ongis – che aveva sborsato 30.000 euro per pagare dei napoletani che facessero da guardaspalle a Patti e a me nei confronti delle possibili azioni di forza dei creditori calabresi”. Creditori che hanno nome cognome: Michele Mastropasqua e Michel Di Chio, detto Penna bianca. Loro sono i registi di un’estorsione che dicono di portare avanti per conto di Pepè Onorato. In realtà, il boss è all’oscuro di tutto. Ci penserà proprio Di Muro a informare lo zio. Ecco la sua deposizione davanti al pm. Parole, dette una prima volta nel giugno 2007 e ripetute in aula a dicembre 2008. Circostanza che forse ne ha segnato il destino per sempre. “In un incontro all’Ebony feci presente allo Zio che Patti aveva già pagato tre milioni di euro. Lui disse che non sapeva nulla e si arrabbiò moltissimo quando gli dissi che di mezzo c’erano Mastropasqua e Penna bianca”. L’arrabbiatura di don Pepè si traduce in un primo regolamento di conti in un capannone di via Copenaghen a Verdellino. Qui vengono convocati “i due zanza”, Mastropasqua e Di Chio. Dovranno dare spiegazioni al boss e al suo direttivo. Oltre ad Onorato, infatti, si presentano i luogotenenti Antonio Ausilio e Jimmy Pangallo. Da sottolineare che il capannone di Verdellino è di proprietà dello stesso Di Muro, il cui mestiere ufficiale è sempre stato quello dell’imprenditore edile. Campo che viene vagliato dagli investigatori per trovare un movente all’omicidio. A lui sono riferibile ben 10 società. Imprese che apre e chiude in pochi anni. Non si tratta di semplici attività individuali. Nella Restauri edili srl, ad esempio, compare come amministratore unico. L’impresa ha una produzione annua da oltre 4 milioni di euro. Cifre non indifferenti per un signore la cui ultima residenza, fittizia, era in via Abbiati 7 nel quadrilatero popolare attorno a piazza Selinunte. Ma c’è di più: Di Muro, fino al 2008, è stato socio nella Giogold jewels. Una srl da 20 milioni di eruo di capitale, il cui attuale liquidatore è una brasiliana di 45 anni. (dm)

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San Siro, ucciso in strada Giovanni di Muro. Imprenditore legato al boss Pepé Onorato

L’uomo freddato dopo una lite in via dei Rospigliosi. I killer fuggiti a piedi lungo via Capecelatro. Numerosi i testimoni, la scena ripresa dalle telecamere. L’ultimo colpo sparato in faccia

Chi è?

Giovanni Di Muro è nato a Montecorvino Rovella in provincia di Salerno il 10 giugno del 1968. Aveva precedenti per reati contro il patrimonio

E’ titolare della società Restauri edili srl con sede a Verdellino in provincia di Bergamo in via Copenaghen 6/c. Con lui in società anche Sirene Ramos Puga, brasiliana di 45 anni residente a Seregno e già presente in altre società cessate sempre intestate a Di Muro.

La vittima risulta avere diversi domicili: a Seregno in via Gozzano, a Milano in via Pacini e in via Bottesini

Due anni fa era stato coinvolto nell’operazione Metallica della Direzione investigativa antimafia sugli affari del clan di Pepé Onorato

5 novembre 2009 Un colpo in piena faccia, tra il naso e il labbro superiore. Altri tre (o forse più) proiettili sparati al fianco e all’addome. E’ stato ucciso così in mezzo alla strada proprio di fronte allo stadio di San Siro e all’ippodromo del trotto, Giovanni Di Muro, 41 anni, imprenditore edile originario di Salerno. L’omicidio è avvenuto alle 11,38 di stamani (ora della chiamata al 118) in via dei Rospigliosi all’angolo con via Capecelatro. La vittima stava discutendo con alcune persone (due o tre) sul marciapiede di via Capecelatro che costeggia le scuderie dell’ippodromo. Pochi secondi poi gli spari, almeno quattro i bossoli trovati dalla scientifica. Di Muro alla vista della pistola ha cercato di allontanarsi attraversando via dei Rospigliosi, ma dopo cinque o sei metri è stato raggiunto e freddato dagli assassini con un colpo al volto, sparato quasi certamente quando l’uomo era già a terra supino. Probabilmente la vittima stava cercando di raggiungere la sua auto, un fuoristrada Mercedes Ml nero intestato a una società di leasing, parcheggiato sul marciapiede di piazzale Axum di fronte al bar dello stadio. I killer, a volto scoperto, sono poi fuggiti a piedi lungo via Capecelatro.

Diversi testimoni hanno assistito alla scena e sono già stati interrogati dalla squadra Mobile. Sul piazzale al momento del delitto erano presenti (ma dal lato opposto della carreggiata, peraltro separata dai binari del tram) anche alcuni venditori ambulanti di gadget sportivi: “Eravamo sul furgone, abbiamo sentito gli spari, sembravano petardi. Abbiamo pensato fossero dei bambini”.

Giovanni Di Muro, nato a Montecorvino Rovella in provincia di Salerno il 10 giugno del 1968, è titolare della società Restauri edili srl con sede a Verdellino in provincia di Bergamo in via Copenaghen 6/c. Con lui in società anche Sirene Ramos Puga, brasiliana di 45 anni residente a Seregno e già presente in altre società cessate sempre intestate a Di Muro. La vittima risulta avere diversi domicili: a Seregno in via Gozzano, a Milano in via Pacini e in via Bottesini. In passato, fino a un paio di anni fa, Di Muro aveva anche preso residenza in via Filippo Abbiati a San Siro, presso un pregiudicato di sessant’anni poi coinvolto in una rapina. Ma a quanto risulta Di Muro non ha mai abitato nell’appartamento al quarto piano (ora vuoto perché abbandonato dall’assegnatario), e neppure ha mai ricevuto corrispondenza. La vittima aveva precedenti penali per reati patrimoniali (assegni post datati e in bianco) ma a suo carico, al momento, non risulterebbero protesti. Due anni fa era stato coinvolto nell’operazione Metallica della Dia di Milano perché legato al gruppo guidato da Pepé Onorato, boss della ‘ndrangheta. (cg)

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