• Archivi

  • Foto Ammazzatecitutti Lombardia

Lombardia, ‘ndrangheta più affidabile dello Stato. “L’amicizia dei boss mi dà tranquillità”

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Un anno dopo il maxi-blitz Infinito che ha svelato l’esistenza del mandamento lombardo, il controllo mafioso continua. A Erba e non a Platì. Dove i cittadini si sentono protetti più dai boss locali che dalle forze dell’ordine

Tredici luglio 2010: trecento presunti affiliati alla ‘ndrangheta finiscono in carcere. Più della metà vivono e fanno affari in riva al Naviglio. Quel giorno le prime agenzie di stampa battono la notizia all’alba. Nel pomeriggio il quadro è già chiaro: in Lombardia opera un vero e proprio mandamento della mafia calabrese. Con un capo e molti luogotenenti. I giorni che seguono chiariscono lo scenario. “Siamo almeno 500 cristiani e almeno venti locali”. Un vero esercito che da anni ha lanciato un’opa mafiosa al potere economico e politico della regione più ricca d’Italia.

Un anno dopo la maxi-operazione, quelle 160 persone sono finite alla sbarra. Centodiciannove hanno chiesto il rito abbreviato. E per loro, l’8 luglio scorso, il magistrato della Dda Alessandra Dolci ha chiesto quasi mille anni di carcere. Unico escluso, l’ex assessore provinciale Antonio Oliverio per il quale l’accusa ha proposta al gup l’assoluzione.

Il resto della storia sta in 500 faldoni depositati alla procura di Milano. Migliaia di pagine che dicono moltissimo. Eppure non tutto ancora è stato raccontato. Particolari e spigolature stanno tra le pieghe delle decine d’informative della polizia giudiziaria. Una di queste inquieta e non poco. A rivelarla lo stesso magistrato durante la sua requisitoria. In sostanza ciò che si capisce, leggendo la trascrizione dell’intervento in aula, è l’esistenza di una giurisdizione mafiosa che anche nella ricca Padania in molti casi si sostituisce allo Stato. Un brutto cortocircuito ben conosciuto in Calabria o in Sicilia. E che, però, diventa notizia se si verifica nella regione che più di altre, negli anni, ha fatto di tutto per negare la presenza del fenomeno. Ci aveva pensato negli anni Ottanta l’allora sindaco socialista Paolo Pillitteri: “La Piovra? – disse – E’ solo una bella fiction”. Ha replicato poco più di un anno fa il prefetto Gian Valerio Lombardi: “A Milano – ha esordito davanti alla Commissione parlamentare – la mafia non esiste”.

“Un alone di cattiva fama che circonda i nostri imputati”. Ecco da dove nasce la giurisdizione delle cosche. Prima conseguenza: “L’atteggiamento omertoso dei cittadini”. Di più: l’amicizia o la conoscenza con certe persone dà tranquillità, rassicura perché promette una protezione che spesso lo Stato non è in grado di fornire.

Anche in Lombardia la ‘ndrangheta scambia favori con favori. Ottenendo accessi privilegiati, ad esempio, nel mondo bancario troppo spesso blindato al normale cittadino. Esemplare, in questo senso, la vicenda che riguarda V.R. funzionario della Hydro Alpe Adria Bank di Erba che ha stretto rapporti con alcuni boss locali. Chi? Pasquale Varca e Francesco Crivaro. Il contatto privilegiato è Crivaro. “Avevo raccolto informazioni negative sul suo conto – racconta V. R. – sia sul piano finanziario che sul piano morale”. Fino al suo arresto, Crivaro ha gestito, grazie ad alcuni prestanomi, la discoteca Coconut a Eupilio. Sarà lui a mettere in contatto il funzionario di banca con il boss. Motivo: Pasquale Varca ha bisogno di 10mila euro. Nulla di più semplice: il funzionario tira fuori il denaro dai suoi conti personali. “L’ho fatto – dice al pm – per fare un favore a Crivaro”. Che, ricordiamolo, “è persona di dubbia moralità”. Di più: “Crivaro – racconta V.R. – in alcune circostanze ha esternato frasi sul conto di Varca, lasciando intendere che fosse legato alla criminalità organizzata”. In realtà Crivaro è esplicito: “Questo è il capo mafia di Erba”. Chiosa il pm. “Quindi linee di credito per Crivaro nonostante non offrisse alcuna garanzia e prestiti a Varca”. Tutto gratis? Affatto. Perché il funzionario chiede a Crivaro di riscuotere del denaro da una certa Laura. “Mi sono rivolto a lui – racconta – conoscendo le sue prerogative e confidando nelle sue capacità dialettiche di convincimento”. E cosa risponde Crivaro? Che del caso se ne occuperà il capo mafia. A questo punto s’impone la domanda: perché tanta disponibilità del funzionario di banca (incensurato e non coinvolto nell’inchiesta) verso Crivaro? “Nei suoi confronti – risponde V.R. – nutro un senso di soggezione. L’essergli amico mi dà tranquillità”. Non solo. Nel momento in cui il funzionario cambia casa, Crivaro lo rassicura: “A questa casa non accadrà mai nulla”. Eppure, conclude il pm, “siamo a Erba e non a Platì”.

E giusto perché siamo nella ricca Brianza, un boss conclamato come Pasquale Varca, secondo l’accusa, può permettersi di chiedere a un imprenditore di cacciare gli autotrasportari locali per fare spazio a quelli calabresi. L’episodio riguarda i lavori sulla SS38 della Valtellina. Opera pubblica, la cui commessa principale va alla Valena Costruzioni srl di Mauro Ferrario. Inizialmente i lavori di trasporto vengono appaltati alla Perego strade che, poco dopo, finirà in mano alla ‘ndrangheta. “Eppure – dice Ferrario a La Provincia di Sondrio – Quando abbiamo acquisito il lavoro, un anno e mezzo fa, la Perego Strade era un’azienda rispettabile, con 200 dipendenti e 120 camion da impiegare nel movimento terra”. Con il passare del tempo la situazione economica della Perego si complica. Ferrario deve cambiare. E per farlo chiama i camion di Pasquale Varca. A domanda dei pm, inizialmente, risponde: “Varca? Non credo di averlo mai conosciuto”. La procura, allora, squaderna alcune intercettazioni dove l’imprenditore dice a Varca che una volta stabilito il prezzo del trasporto deve allontanare gli altri trasportatori”. Quindi dice: “Dopo il recesso della Perego era mio interesse reperire il maggior numero di camion possibile strappando un prezzo concorrenziale. Quindi ho chiamato Varca”. Ferrario non risulta minimamente indagato.

Capita in Lombardia, un anno dopo il maxi-blitz. Capita questo ed altro. Ad esempio che il signor Carlo, dentista di Milano, subisca furti nel suo studio, ma al posto che andare dai carabinieri chiami al telefono il boss Vincenzo Mandalari. Il quale, in maniera serafica, risponde: “Guarda hai due alternative: paghi 10mila euro, ti restituiamo quello che ti hanno rubato. Se no paghi per la protezione e sta sicuro che non ti succederà più niente”.

Intervista a Massimo Brugnone, coordinatore per la Lombardia di “Ammazzateci tutti”

Articolo pubblicato su “La Barriera”
di Luca Rinaldi

 

Massimo Brugnone è un 24enne di origini calabresi, nato a Busto Arsizio, studente di giurisprudenza col sogno di entrare in magistratura. Ma qualche anno fa si accorge che << volevo diventare magistrato per combattere quel cancro che mi aveva estirpato dalla mia terra d’origine e poi scopro di avere quella stessa malattia di fianco casa>>. La malattia è la mafia, o meglio, sono le mafie, e la sua casa è ora in Lombardia. Decide così di entrare nell’associazione “Ammazzateci tutti” costituendone il Coordinamento lombardo. Da qui comincia la strada verso la sensibilizzazione al fenomeno mafioso di vecchie e nuovissime generazioni.
Quando hai deciso di iniziare la tua esperienza con “Ammazzateci tutti” e perché
Contattai Aldo Pecora (presidente nazionale di “Ammazzateci tutti” n.d.r.) nel 2006 dopo un convegno dove era ospite con Marco Travaglio, Gian Carlo Caselli e Furio Colombo. Inizia così questo percorso insieme che porterà ad una fantastica assemblea il 3 aprile del 2007, la mia partecipazione al primo meeting dei giovani antimafia organizzato da Ammazzateci Tutti il 9 agosto, anniversario della morte del giudice Antonino Scopelliti, fino all’apertura del Coordinamento lombardo del movimento l’8 ottobre del 2007.
I fattori che hanno scatenato quest’impegno credo che siano tanti e tutti hanno sicuramente inciso. Primo fra tutti l’essere figlio di una numerosissima famiglia di meridionali e trovarmi ad essere l’unico nato al nord. Da piccolo mi sentivo quasi strappato dalle mie origini e ho sempre ricercato il motivo per cui noi non fossimo nella bellissima terra siciliana di mio padre o in quella pugliese di mia madre, circondati da un mare fantastico, e invece qui sommersi dalla nebbia. I miei genitori non mi hanno mai nascosto dei problemi di trovare lavoro al sud e dalle cause scatenanti questi problemi.
Fino ad arrivare nel 2007 quando apriamo il coordinamento del movimento e leggere su alcune carte della relazione semestrale della DIA “A Busto Arsizio si paga il pizzo”. Puoi immaginare il mio sgomento. Io che volevo diventare magistrato per combattere quel cancro che mi aveva estirpato dalla mia terra d’origine, e così inizia il vero lavoro in Lombardia.
Sicuramente sei tra quella schiera di persone che non sono rimaste sorprese quando Roberto Saviano ha raccontato, in parte, la mafia al nord, da quanto e come vi occupate con l’associazione di questo tema sul territorio?
Decisamente Saviano per “gli addetti ai lavori” non ha suscitato nessuno sgomento o portato nessuna novità. Ce ne occupiamo da quel fatidico 8 ottobre del 2007 e le fasi di lavoro sono state e sono tutt’ora diverse. Non credo io di riuscire ancora a capire realmente quale sia la potenza delle mafie in Lombardia, credo di averne capito forse un decimo. Il problema è che più cerchi e più trovi e non finisci mai. Scopri che in Lombardia ci sono tutte e 4 le mafie italiane, più le straniere, che fanno affari fra di loro, che controllano il territorio, hanno collusioni politiche, riciclano il denaro, diventano loro stessi imprenditori.
Abbiamo incominciato a pubblicare tutto quello che trovavamo sul sito www.lombardia.ammazzatecitutti.org e poi abbiamo incominciato a quadruplicare i nostri impegni nelle scuole, dove ai ragazzi si parla di educazione alla legalità, ma si racconta anche quello che avviene nel nostro territorio.
Non bastava naturalmente rimanere chiusi nell’ambito scolastico, così abbiamo anche incominciato ad organizzare incontri pubblici per la cittadinanza. Siamo diventati quel “collegamento” che ha incominciato ad unire magistratura, forze dell’ordine, la sana politica con i semplici cittadini.
La legalità non è di parte, e questo deve essere un principio sacrosanto e ben chiaro a chi come voi porta avanti questa battaglia. Come vedi alla luce di questo e alla luce delle risultanze giudiziarie i rapporti tra esponenti delle cosche e rappresentanti della politica in Lombardia?
Non è solo risaputo, ma ormai accertato che la mafia non è né di destra né di sinistra, è filogovernativa. Alla mafia interessa avere a che fare con chi amministra il territorio. Non ce la si può prendere solo con una parte politica o l’altra, come al contrario non si può chiedere di essere supportati solo da una parte politica o l’altra. Noi dobbiamo superare la logica dei partiti e incominciare a ragionare in termini istituzionali. In questo l’antimafia deve essere uguale alla mafia, si deve rapportare alle istituzioni. Al sindaco, al prefetto, al presidente della provincia o della regione, di qualsiasi colore essi siano. Dobbiamo riuscire a far vedere ai mafiosi che non possono inserirsi in quei gangli del potere politico perché sono presidiati da cittadini onesti che altro non  devono fare nel loro ruolo istituzionale di rappresentare la parte sana della società.
In Lombardia, nello specifico, possiamo davvero “vantare” collusioni sia in partiti di destra sia di sinistra, fino ad arrivare in realtà a ipotesi come Vincenzo Mandalari che stava lavorando per costruirsi una lista civica propria. Dobbiamo fare molta attenzione e tenere i riflettori molto più puntati su queste infiltrazioni, anche perché poi, se ignoranti rispetto al fenomeno, saremmo noi stessi a legittimarli col nostro voto.
Gesualdo Bufalino diceva che “la mafia si sconfigge con un esercito di insegnanti”, eppure il mondo della scuola pare essere lontano dal fenomeno, nonostante una iniziativa di “ammazzateci tutti” sembra averla riavvicinata, anche se la strada è ancora lunga.
Quest’anno con Ammazzateci Tutti abbiamo iniziato diversi progetti di legalità in diverse scuole d’Italia. Io credo fortemente al fatto che sia prima di tutto da sconfiggere culturalmente la mafia, perché il problema vero è che non la si conosce e quindi troppo spesso il cittadino comune arriva a favorirla senza nemmeno accorgersene. Nei vari progetti in corso mi è venuta in mente l’idea di portare dei ragazzi ad assistere con i loro occhi a un processo di mafia. Nel tribunale di Busto Arsizio si sta svolgendo il processo “Bad boys” in cui è imputato il locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo e così ho voluto provare iniziando con una classe 5a del mio vecchio Liceo questa esperienza. Sono andato prima dai ragazzi per spiegargli come funziona un processo penale e poi li ho portati in aula, l’aula tra l’altro “Falcone e Borsellino”, dove si sarebbe svolta l’udienza.
L’intento era semplicemente quella di una “lezione di giustizia”. E i ragazzi a nessuno possono credere di più se non al diretto interessato interrogato da un pubblico ministero e in nessun altro modo si può stimolare meglio quella voglia di curiosità, di verità e di giustizia per scavare sempre più a fondo fino ad impegnarsi attivamente per contrastare il problema.
Comunque non sono sorpreso che i giovani non conoscano la presenza della mafia in Lombardia, io stesso fino a 18 anni ero convinto che la mafia fosse solo al sud. Il problema più grosso è che ne sono convinti anche la maggior parte degli adulti. I giovani non possono sapere a priori queste cose se nessuno gliele dice, se la tv non ne parla se non le studiano sui libri di scuola. Noi abbiamo messo in atto una piccola rivoluzione culturale e la portiamo avanti sempre di più fra le giovani generazioni.
Nella tua attività sei venuto a contatto anche con la moglie di Vincenzo Rispoli, già accusato accusato dalla Dda di Milano di associazione a delinquere di stampo mafioso e ritenuto capo della locale di ‘ndrangheta Legnano-Lonate Pozzolo.  Cosa vi siete detti?
Devo dire che, fra le tante accuse e parole scambiate, sono rimasto “piacevolmente colpito” da una sua frase quando mi diceva che a causa della nostra attività sul territorio loro vengono indicati come i familiari dei mafiosi. Beh se davvero è così, vuol dire che quello che stiamo facendo ha un effetto positivo sui cittadini onesti che stanno incominciando a ergere delle barriere. Ovviamente l’innocenza è dovuta, come detto prima, fino a sentenza incontrovertibile, però la questione morale e il rigetto della società civile deve essere un altro. Con questo non voglio dire che i parenti dei mafiosi debbano essere emarginati dalla società, anzi, io spero vivamente che i figli di questi (presunti) mafiosi possano svegliarsi in questo clima dove tutti gli stanno facendo capire cosa avviene e tutti si aprano alla possibilità di riscatto per chi se lo merita, per chi subisce il fenomeno e per chi deve essere circondato da affetto e protezione per trovare la forza della denuncia.
Quali sono le future iniziative di “Ammazzateci tutti”? Per esempio in questi giorni siete in Lombardia a presentare il libro di Aldo Pecora “Primo sangue” sull’omicidio del giudice Scopelliti…
Sono stati tre giorni intensissimi di presentazioni del libro di Aldo, stamattina sveglia presto e fra poco prendo il treno per andare a Rho a fare un incontro con una scuola media per uno di quei progetti in corso di cui ti parlavo. Questa sera a Lecco per la presentazione del libro “100% sbirro” di un poliziotto della catturandi di Palermo e così via. In cantiere la possibilità di portare i ragazzi di Milano a seguire il processo “Infinito” alla “cupola lombarda” della ‘ndrangheta e poi un evento più grosso con i ragazzi a Busto Arsizio, ma ancora in fase di organizzazione.
Luca Rinaldi



(L’intervista riportata è stata pubblicata sul mensile della città di Vigevano “La Barriera”, in edicola a Vigevano e in qualche comune sparso per la desolata provincia di Pavia. per scaricare la pagina in PDF clicca qui)

‘ndrangheta, preso il boss Mandalari andava all’appuntamento con la moglie

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Ritenuto dai carabinieri il capo della ‘locale’ di Bollate, a luglio era sfuggito al blitz scappando in extremis dalla sua villa bunker. Gli investigatori lo hanno sorpreso a San Giuliano Milanese

di MASSIMO PISA

Seguire le donne, fiutare i passi dei familiari. La vecchia regola investigativa, applicata alla lettera dai carabinieri del gruppo di Monza guidati dal colonnello Giuseppe Spina, ha permesso di mettere le manette al più importante latitante di ‘ndrangheta sfuggito alla maxioperazione “Infinito” del 13 luglio scorso. Vincenzo Mandalari, 50 anni, catanzarese di Guardavalle e capo della “locale” di Bollate, è finito in manette alle 18 di venerdì scorso. Gli investigatori lo hanno pizzicato a San Giuliano Milanese: andava a un appuntamento con la moglie, uno dei tanti dopo quella fuga precipitosa dalla sua villa-bunker di via San Bernardo, a Bollate, un fortino protetto da muri e telecamere in cui venne catturato il fratello Nunziato.

Lui, il figlio di Pino, uno dei fondatori della “Lombardia” (il coordinamento regionale delle famiglie calabresi) all’inizio degli anni Ottanta, era riuscito a rendersi irreperibile, ma non era sparito. Anzi, si era fatto vivo a metà settembre, tramite il suo avvocato Manuel Gabrielli, per contestare la confisca dei beni ordinata dalla Procura di Milano — al massimo, sosteneva il boss, ne avrebbero potuti sequestrare per 240mila euro, frutto delle contestazioni per estorsione — e, contemporaneamente, fugare le voci che lo davano per morto ammazzato, vittima di lupara bianca. Era vivo, invece, don Enzo. Ai carabinieri non ha opposto resistenza. In tasca aveva una carta d’identità vera, non contraffatta, con un’identità genuina e la propria foto. Era per strada, gli investigatori stanno setacciando le basi della sua latitanza ed eventuali indagati per favoreggiamento. Mandalari ha dormito le ultime due notti nel carcere di Opera.

Contava, il capobastone di Bollate, e molto. Era stato abilissimo a superare indenne la tempesta che aveva travolto a suon di revolverate Carmelo “Nunzio” Novella, concittadino e diretto superiore di Mandalari, l’uomo che stava forzando la mano alle famiglie di Platì, San Luca e Siderno con i suoi progetti indipendentisti. «Le disposizioni le voglio prendere da compare Nunzio — aveva raccontato Mandalari, intercettato al massimo della parabola di Novella, che pure era in carcere — lui è stato un padre per me. Se è fermo Nunzio Novella è ferma tutta la società del mondo. Non si ferma mai un boss di questo calibro. Boss di noi tutti». Capace di sfidare Cosimo Barranca, il capo della locale di Milano, e vincere momentaneamente. Finché, inviso ai vecchi padrini di giù e ai boss rampanti di su, un giorno di metà luglio, un mese dopo la scarcerazione, Novella venne freddato a revolverate in un bar di San Vittore Olona.

«Lui è finito — gli aveva predetto il boss Mimmo Focà — la provincia lo ha licenziato». E Mandalari, uomo potente e rispettato, si adeguò alla legge del più forte, cambiando cavallo e scalando il vertice della “Lombardia”. Tanto da essere lui, don Enzo, a officiare insieme a Pino Neri il celebre summit di ‘ndrangheta del 31 ottobre 2009, al circolo per anziani “Falcone e Borsellino” di Paderno Dugnano, sotto gli occhi delle microtelecamere dei carabinieri. Lui, don Enzo, a chiamare l’appello per l’elezione del nuovo reggente lombardo, «un uomo che rappresenta a tutti», la carica di Mastrogenerale che finirà sulle spalle di Pasquale Zappia. Lui, Mandalari, ad alzare per primo il calice per gli auguri dopo la nomina, seguiti da un brindisi più ristretto, a fine serata con Pino Neri, «alla salute di quella buonanima che non c’è più personalmente».

Sentimenti, minimalismo negli affari, politica. Perché Mandalari, oltre a governare il territorio negli appalti sul movimento terra e nelle discariche abusive, guardava già all’Expo, o meglio alle sue briciole. E ne parlava (ascoltato) con un ex assessore di Bollate, Francesco Simeti, poi sospeso da Sinistra e libertà: «Tu sogni che tutto l’Expo di Rho pensavi di farlo tu! Non stiamo pensando a questo! Noi stiamo pensando ad andare a mettere i chiusini!». E nei suoi sogni di grandezza («C’è stato un momento in cui ad Assago comandavo io», dirà ancora al telefono) aveva già messo in conto una lista civica. «Destra o sinistra, non è importante, a livello locale»

Giulio Cavalli: una scorta (in)utile

Partiamo da alcuni fatti: è il 23 dicembre 2010, mancano due giorni a Natale, ma la giunta lombarda non si riposa mai e così scioglie il riserbo sulle nomine dei direttori generali delle 15 Asl, delle 29 Aziende ospedaliere della Lombardia e dell’Areu, l’Azienda regionale emergenza e urgenza.
Passano poche ore affinché si concentri l’attenzione su uno di quei nomi, quello di Pietrogino Pezzano, nominato direttore dalla più grande Asl d’Italia, quella di Milano. Calabrese, Pezzano è noto, in realtà, per alcune fotografie inserite nei fascicoli dell’indagine “Infinito” che lo ritraggono in compagnia dei due capibastone della Brianza Saverio Moscato e Candeloro Polimeno e per un’accusa di corruzione dai carabinieri di Desio per i lavori affidati a Giuseppe Sgrò, arrestato insieme al fratello Eduardo per 416bis. Non basta, a detta di Pino Neri, boss della ‘ndrangheta della zona di Pavia, è lui uno di quelli “che fa favori a tutti”.

Una questione, come dicevo, che non passa inosservata e che, nonostante le vacanze di Natale, chiama a raccolta molti sindaci dell’hinterland milanese che, guidati dal sindaco di Vanzago Roberto Nava e dal presidente di “Sos racket e usura” Frediano Manzi, decidono di proporre una consultazione popolare per chiedere l’opinione dei cittadini sull’opportunità politica di condividere o meno la scelta della giunta Formigoni. Nel frattempo anche alcuni consiglieri regionali non stanno a guardare: Giulio Cavalli (IDV) presenta una mozione, firmata in calce dai gruppi PD, UDC, SEL e Pensionati, per chiedere la revoca della nomina del nuovo direttore generale.

18 gennaio 2011: giorno della verità. Il Consiglio regionale è chiamato a votare e decidere sulla scomoda nomina. La Lega, dopo le parole di imbarazzo del Presidente del consiglio regionale Davide Boni, sembra voler appoggiare la mozione Cavalli in quella che è una consultazione a scrutinio segreto. Qualcosa salta, i tre consiglieri UDC che nei giorni precedenti, guidati da Enrico Marcora, si erano prodigati in questa battaglia improvvisamente scompaiono. Si vota: 31 voti favorevoli; 32 contrari; 2 astenuti. Pezzano rimane al proprio posto.
Stessa data, squilla il telefono del consigliere regionale dell’IDV Giulio Cavalli, è il Prefetto di Lodi: la sua scorta è revocata, fra dieci giorni le verrà tolta qualsiasi forma di protezione.

Stava per accadere qualcosa in Lombardia. Per la prima volta qualcuno stava riuscendo a sovvertire una decisione presa dalla giunta regionale. Non una decisione qualsiasi, sia ben chiaro: in palio c’era il posto più prestigioso della sanità lombarda, la credibilità di una decisione politica di chi, da quindici anni, governa nella regione più ricca d’Italia. L’etica pubblica e il rigore morale stavano trionfando lasciando alla porta quelle che, anche solo a livello di possibilità, sembrano essere le infiltrazioni mafiose nel sistema sanitario lombardo. Si riesce ad evitarlo, ma non basta: bisogna dare un segnale più forte. Bisogna fare in modo che chi si sta facendo promotore di tanta voglia di legalità e trasparenza politica capisca che deve rallentare la sua sete di giustizia.

O forse no. Forse tutta questa vicenda non c’entra nulla con la revoca della scorta a Giulio Cavalli. Forse, semplicemente, quel documento della Commissione parlamentare antimafia, che accerta le minacce subite dall’attore, non basta all’Ufficio centrale scorte per tenere impegnati costantemente uomini delle forze dell’ordine che hanno l’obbligo di sorvegliarlo ovunque vada. Forse è uno spreco di soldi quello che lo Stato stava facendo ed è arrivato il momento che quest’attore da quattro soldi che, non si sa come, è riuscito a guadagnarsi i voti dei cittadini per rappresentarli in Consiglio regionale, sia isolato. Anzi, meglio, forse è il caso che qualcuno pensi a un piano anche per delegittimarlo, infangare il suo lavoro, fino a lanciare un segnale chiaro, univoco: vuoi tanto fare il martire? Fallo da solo. E tu, Vincenzo Mandalari, boss della ‘ndrangheta latitante, adesso hai piede libero per soddisfarlo.

Massimo Brugnone
Coordinatore regione Lombardia “Ammazzateci Tutti”


Rifiuti tossici e interi palazzi costruiti su discariche abusive, è Gomorra a Milano

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Secondo l’ultimo report di Legambiente sulle Ecomafie la Lombardia è diventato il crocevia per le cosche della ‘ndrangheta che fanno affari con i rifiuti tossici

Metodi e strumenti sono quelli di gomorra. Il silenzio, invece, è tutto lombardo. Situazione ideale per la mafia che sotto la Madonnina fa affari. Droga ed edilizia. E con l’edilizia arrivano i cantieri, i camion, gli escavatori. Ci sono montagne di terra da trasportare (dove?). Centinaia di buchi da riempire (con cosa?). E’ il nuovo business, quello vero, quello “indolore”, quello che non crea allarme sociale, ma avvelena i terreni e infiltra le falde con bombe chimiche. In tutto questo i mezzi della ‘ndrangheta navigano a gonfie vele. Le cosche riciclano denaro e tengono buoni rapporti con la politica. Succede così che i boss trasformino le fondamenta dei palazzi in discariche abusive.

Il fenomeno, dunque, è già un allarme. Inascoltato. Eppure i numeri fanno rumore. E non da oggi. Da almeno nove anni “quando è stato introdotto nel nostro ordinamento il delitto che punisce le attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”. Lo annota l’ultimo report di Legambiente sulle Ecomafie. Da allora “si sono svolte in Lombardia quasi l’11% sul totale delle inchieste italiane; mentre un altro 24% dei traffici ha interessato in qualche modo questa regione (perché luogo di transito, stoccaggio temporaneo, sede delle imprese o luogo di residenza dei trafficanti)”. Ecco di cosa stiamo parlando: “Scorie industriali, ma anche appalti per la gestione dei rifiuti solidi urbani”. Identificati anche i protagonisti: “Colletti bianchi” ovvero “coloro i quali favoriscono per ragioni economiche le attività illecite e soprattutto imprenditori senza scrupoli che agiscono direttamente a danno dell’ambiente o si rivolgono a improbabili intermediari per aumentare i profitti, lucrando sui costi di smaltimento”.

Il traffico illecito di rifiuti tossici, dunque, è sempre più in cima ai pensieri dei padrini che oggi comandano al nord. Il sistema è oliato e funziona alla perfezione. Ecco, allora, come lo descrive il gip di Milano Giuseppe Gennari nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere Ivano Perego, patron dell’omonima impresa a tutti gli effetti infiltrata dalla ‘ndrangheta. Si tratta di un’indagine corollario al maxiblitz del 13 luglio scorso. Ecco cosa scrive il giudice: “La soluzione che viene escogitata per rendere (più) fruttuoso il lavoro è quella di violare tutte le norme relative al recupero e allo smaltimento dei rifiuti”. Dopodiché “i materiali di demolizione, invece di essere selezionati e smaltiti secondo quanto previsto, vengono triturati alla rinfusa e abbandonati in luoghi abusivi”. Insomma “reati ambientali e controllo del movimento terra vanno sempre di pari passo”. Tanto per capirci alla sola Perego viene contestata “l’illecita gestione di ben 2.025.336 chili di rifiuti”.

Numeri impressionanti che si fanno cronaca quotidiana ascoltando le testimonianze dei vari camionisti che hanno lavorato per la Perego. Ecco il racconto di uno di loro: “Io ho sentito più volte dire agli autotrasportatori che dovevano indicare sui singoli rapportini codici diversi da quelli che in realtà avrebbero dovuto identificare i singoli rifiuti. Per cui poteva capitare che veniva indicato terra e invece si trattava di materiale di natura diversa. Ricordo in particolare la presenza di diverso materiale pericoloso, come bentonite, che veniva caricata sui camion e poi da me ricoperta con terra di scavo normale al fine di occultarne la qualità. Io personalmente mi occupavo di redigere anche i formulari, dove inserivo soltanto però il nome e cognome dell’autista e non mettevo nessun’altra indicazione in relazione al materiale trasportato e alla destinazione; queste indicazioni venivano inserite successivamente dall’autista stesso su indicazione di non so chi”.

Capita così che, ad esempio, questi rifiuti tossici finiscano dritti dritti nei lavori di ristrutturazioni dell’ospedale Sant’Anna di Como o ancora nell’asfalto delle autostrade. Capita che un intero quartiere residenziale venga costruito su una vera discarica abusiva come nel caso di Buccinasco. Qui, da ieri, buona parte dell’area di via Guido Rossa è sotto sequestro. Dentro, i tecnici dell’Arpa hanno trovato “derivati da demolizioni civili mescolati illecitamente a terra di scavo di ignota provenienza” con un “potenziale e attuale inquinamento delle matrici ambientali”. Tradotto: la falda acquifera che alimenta i rubinetti dei residenti. Un brutto pasticcio che, nota il pm di Milano Giovanna Pirrotta, “risale al 2005″. Esattamente il periodo in cui i camion della cosca Barbaro-Papalia iniziano a lavorare. In subappalto, ovviamente, e sotto l’ombrello “legale” dell’imprenditore lombardo Maurizio Luraghi, condannati a 4 anni per associazione mafiosa solo poche settimane fa.
Il corollario di episodi che traducono in fatti l’allarme è vastissimo. C’è l’hinterland, ma anche la città di Milano con il
caso Santa Giulia, area a nord della città, che nella testa del suo proprietario, Luigi Zunino, doveva rappresentare un progetto avvenieristico e che invece si è rivelata una “bomba biologica” stando all’ordinanza dei giudici milanesi che hanno disposto l’arresto del re delle bonifiche Giuseppe Grossi. Bene, anche qui resta fondata l’ombra della ‘ndrangheta. Tra gli indagati dell’inchiesta c’è infatti Vincenzo Bianchi legale rappresentante della Lucchini e Artoni, azienda leader nel campo dell’edilizia. Nel luglio 2009, la Prefettura emise un’interdittiva antimafia nei confronti dell’azienda che in quel periodo stava lavorando nei cantieri di Porta Nuova. All’epoca 17 su 22 imprese che lavoravano in subappalto avevano origini crotonesi e pesanti sospetti di legami con la ‘ndrangheta. Poche settimane dopo, però, la Lucchini Artoni riottenne la revoca dell’interdittiva perché dimostrò di aver tagliato ogni rapporto con quelle imprese sospette.

Ma la connection tra mafia e rifiuti alimenta anche buona parte delle cave del Milanese. C’è ad esempio quella di Bollate, regno del boss latitante Vincenzo Mandalari. Qui la ‘ndrangheta avrebbe trattato rifiuti tossici, come l’amianto, occultandoli dentro profonde buche. Non solo. Il luogo è ritenuto anche punto di incontro tra i boss. Qui è stato visto il narcotrafficante Pasquale Cicala assieme a Rocco Ascone, ras del movimento terra e luogotenenete di Mandalari.

E la politica? Quando non agisce, collabora con i padrini. Emblematica la vicenda di una cava della città brianzola di Desio. Qui a reggere le fila del traffico di rifiuti fino all’estate 2008 è Fortunato Stellitano, uomo vicino alla cosca Iamonte-Moscato di Melito Porto Salvo. E’ lui che dopo essersi ritrovata la cava sotto sequestro, racconta a un compare che per avere il dissequestro “vado a trovare Massimo, non preoccuparti, mi faccio fare lo svincolo da Massimo che è l’assessore all’ambiente ed è a posto, ok?”. All’epoca Massimo Ponzoni, delfino del governatore Roberto Formigoni, è assessore regionale all’Ambiente e come tale si occupa delle bonifiche.

Quel 2008, anno di grazia per la ‘ndrangheta milanese: elezioni politiche e la vittoria di Expo

Fonte: http://www.milanomafia.com

Nel 2008 i boss più importanti della ‘ndrangheta in Lombardia sono tutti liberi. Un anno decisivo per Milano con la vittoria di Expo 2015 e la scelta di appoggiare il Pdl alle elezioni politiche

Milano, 6 aprile 2010 – L’ultima pagina, la numero 50.000 è stata scritta qualche mese fa. Da lì in poi i magistrati della Dda di Milano hanno iniziato a lavorare. E adesso la loro richiesta è pronta per passare sulla scrivania del gip in attesa che vengano emesse le ordinanze di custodia cautelare. Saranno quasi 250 per quella che sembra essere la più importante operazione antimafia degli ultimi vent’anni in territorio lombardo. Ci saranno i boss, ma ci sarà soprattutto la politica e i suoi legami con la ‘ndrangheta. Un mix esplosivo che segnala il cambiamento di rotta dei clan calabresi in Lombardia. Non più solo famiglie legate a doppio filo con la Calabria, ma ‘ndrine autonome, ricchissime e potenti, in grado di mascherarsi dietro la faccia pulite di imprenditori del Nord e di giocare di sponda con le amministrazioni locali.
Decisioni svincolate dalla casa madre, dunque, ma prese con accordi comuni tra le famiglie che da anni vivono al Nord. Che qui controllano il territorio, trafficano droga, vincono appalti, costruiscono, a volte uccidono. E che quando devono fare scelte decisive per il futuro dell’organizzazione si riuniscono. Ecco allora la novità: oggi in Lombardia esiste una vera commissione della ‘ndrangheta. Una sorta di consiglio di amministrazione mafioso che oltre ai boss tiene dentro politici, imprenditori e personaggi legati alla massoneria. Elementi che danno sostanza all’idea che tra Reggio Calabria e Milano, in vista dei grandi affari lombardi, sia stato creato un vero e proprio secondo livello, i cui prodromi si intuiscono già nel 2005, ma che diventerà operativo soprattutto nella primavera del 2008. Un periodo caldissimo che vede da un lato Milano vincitrice ufficiale di Expo 2015 e dall’altro i suoi politici di punta impegnati nella campagna elettorale per le elezioni politiche di aprile. In mezzo ci sono i boss, veri pezzi da novanta della ‘ndrangheta che in quel periodo sono tutti liberi.

L’omicidio Fortugno e la nuova loggia degli Invisibili

Il là alla grande rivoluzione copernicana viene dato in Calabria, quando la ‘ndrangheta uccide a Locri il vicepresidente del Consiglio regionale Franco Fortugno. I killer gli sparano all’uscita di palazzo Nieddu dove Fortugno si era recato per le primarie dell’Ulivo. E’ il 15 ottobre 2005. Pochi mesi dopo, il 21 marzo 2006, vengono arrestate nove persone. Il 2 febbraio 2009 la sentenza di primo grado condanna all’ergastolo gli imputati ritenuti esecutori materiali: Alessandro e Giuseppe Marcianò, Salvatore Ritorto e Domenico Audino. Nessun cenno ai mandanti dell’omicidio.
Due fatti accaduti tra il 2005 e il 2006, però, spostano l’attenzione su Milano. Il 24 marzo 2006, l’Ansa batte una strana agenzia che non verrà mai ripresa dai giornali. Si legge che agli atti dell’inchiesta “risultano frequenti spostamenti dei presunti componenti del gruppo di fuoco verso Milano”. Viaggi che si sono ripetuti fino al giorno prima dell’omicidio Fortugno. In Lombardia sarebbero arrivati, infatti, Domenico Audino e Domenico Novella, entrambi coinvolti nell’esecuzione di Locri. Ci si chiede “cosa siano andati a fare nel capoluogo lombardo, proprio alla vigilia di un delitto eccellente?” L’ipotesi su cui si sta lavorando, prosegue l’Ansa, “è che siano andati a ricevere l’autorizzazione all’esecuzione del delitto”. Lo scenario risulta avvalorato da una strana intercettazione (anche questa mai pubblicata) fatta la sera prima del delitto. “Se non hai ancora capito domani leggiti i giornali”, dice un anonimo telefonista “milanese” al suo interlocutore che in quel momento si trova a Reggio Calabria.
Poco prima dell’omicidio di Locri i boss di Reggio Calabria stanno dando forma a una struttura segreta che ha tutte le caratteristiche di una loggia massonica. Si tratta della loggia degli invisibili. Questo, però, lo si saprà solo nel 2008, quando i carabinieri chiuderanno l’inchiesta Bellu Lavuru. Il particolare emerge da diverse intercettazioni ambientali di Sebastiano Altomonte, sindacalista scolastico a Bova Marina e soprattutto grande procacciatore di voti. Dice: “Perché c’è la visibile e l’invisibile. E lui è in quella visibile che non conta, noi altri siamo nell’invisibile. Capisci? E questo conta”. Dopodiché spiega: “C’è una che si sa e una che non la sa nessuno, perché se no oggi il mondo finiva; se no tutti cantavano”. E, dunque, rimarcando il concetto. “C’è la visibile e l’invisibile che è nata da un paio di anni e che non la sa nessuno, solo chi è invisibile”. Sono parole pesantissime che spiegano in maniera oggettiva quello che fino ad ora avevano rivelato solamente i pentiti definendo questo secondo livello “la Santa”. Per questo i magistrati annotano: “Questa genuina acquisizione apre uno scenario del tutto nuovo nel panorama criminale delle cosche mafiose di Reggio Calabria”.

L’elezione di Lady Moratti

Uomini della massoneria legati alla ‘ndrangheta nella primavera del 2006 entrano in gioco anche a Milano. Un periodo che non sembra scelto a caso visto che a fine maggio di quello stesso anno si tengono le elezioni per il sindaco. Candidato di punta del Pdl (allora Casa della Libertà) è Letizia Moratti. Suo avversario, sul fronte del centrosinistra, è l’ex prefetto Bruno Ferrante. Lady Moratti vincerà a mani basse. Per il governo della città cambia poco. Il colore azzurro resta dominante. Le settimane che precedono le elezioni del 28 e 29 maggio, sono settimane di grande attività. E’ in questo periodo che entra in azione l’uomo dei clan. Uno strano mister x con un passato da estremista di destra, legato alla massoneria e al boss di Reggio Calabria Paolino De Stefano. Di lui parla il pentito Filippo Barreca a proposito della latitanza del terrorista nero Franco Freda, coinvolto nell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana: “Un giorno giunse al distributore di benzina in compagnia di altra persona che mi presentò come Franco Freda. Lui veniva a nome di Paolo De Stefano e mi disse di tenere presso di me il latitante per un ventina di giorni, sino al momento in cui non fosse stato possibile trasferirlo all’estero. Durante il periodo in cui Freda fu nella mia abitazione venne a trovarlo l’avvocato Giorgio De Stefano e l’avvocato Paolo Romeo”.
Già latitante, questo mister x, approda a Milano proprio nella primavera del 2006. Al Nord ci è venuto per prendere contatti. Sul suo taccuino sono già segnati i nomi di politici e imprenditori. Lui agisce su mandato dei clan che stanno in Calabria. Molto probabilmente quella sorta di loggia mafiosa messa in piedi a ridosso dell’omicidio Fortugno. L’obiettivo è quello di razionalizzare al meglio tutti gli affari che a Milano, a partire da quel 2006 possono ingrossare le casse della ‘ndrangheta. Mister x, poi, risulta in società con un imprenditore calabrese, da tempo residente al nord, a sua volta legato alle famiglie di Reggio. In realtà la società conta poco, quello che conta sono “le amicizie” politiche che questo signore può vantare. Amicizie che arrivano fin dentro l’allora Casa della libertà e a uomini che da lì a poco verranno rieletti in consiglio comunale.

I boss sono tutti fuori

La ‘ndrangheta lavora sotto traccia. Nel 2006 nessuno ne parla. I grandi boss degli anni Novanta sono in carcere sommersi dagli ergastoli. E chi ha finito di scontare la pena esce senza fare rumore. In carcere ci sono ad esempio i tre fratelli Papalia, Domenico, Antonio e Rocco. Sulle spalle omicidi, sequestri di persona, traffico di eroina. Stanno in gabbia ma continuano a comandare. Soprattutto Rocco e Antonio. Un particolare che però verrà alla luce solo dopo l’estate del 2008, quando molte decisioni saranno già state prese. Tra il 2007 e il 2008, dunque, la ‘ndrangheta in Lombardia può contare su almeno 17 boss di primo livello.
Sono tutti liberi e tutti attivi. Ci sono Salvatore e Domenico Barbaro, padre e figlio, che assieme al giovanissimo Domenico Papalia (figlio di Antonio Papalia), gestiscono il movimento terra a sud di Milano. La zona fa segnare anche la presenza della cosca Muià-Facchineri. A Nord della città, invece, lavorano i fratelli Mandalari, Nunzio e Vincenzo. Specializzati in edilizia, hanno il loro quartier generale nella zona di Bollate. In città vive, invece, Antonio Piromalli, erede dell’omonima cosca di Gioia Tauro. I Piromalli a Milano hanno interessi nell’Ortomercato e contatti diretti con il senatore Pdl Marcello Dell’Utri. A Monza, invece, si danno molto da fare i Moscato, costruttori con legami di parentale con il boss di Melito Porto Salvo, Natale Iamonte. Uno in particolare riceve le attenzioni degli investigatori. Si tratta di Natale Moscato, taycoon dell’edilizia, coinvolto, ma poi prosciolto, in un indagine di ‘ndrangheta di metà anni Novanta. La sua zona d’azione resta quella di Desio. Qui, negli anni Ottanta, Moscato ha fatto l’assessore socialista. Oggi, invece, è un grande elettore del Pdl. E infine nel Varesotto comandano due boss: Carmelo Novella e Vincenzo Rispoli. Entrambi sono uomini potenti, legati a doppio filo alla cosca Barbaro-Papalia di Buccinasco. A questo elenco va aggiunto il nome di Pasquale Barbaro detto u zangrei. Lui fino al novembre 2007 risulta il referente della ‘ndrangheta per la Lombardia. Morirà nel novembre 2007. Seppellito nel piccolo cimitero di Platì, ai funerali parteciperanno molti boss del nord, tra cui lo stesso Vincenzo Rispoli.

Il summit del 2008 e l’appoggio al Pdl


Dopo la morte di Pasquale Barbaro
, il comando viene preso dal giovanissimo Domenico Papalia. Questa almeno è la tesi degli investigatori. In realtà le operazioni passano tutte attraverso Salvatore Barbaro, legato ai Papalia per aver sposato la figlia di Rocco Papalia. E’ lui a guidare i capitali della ‘ndrangheta nella holding Kreiamo con sede in via Montenapoleone. Lui, ovviamente, gioca dietro le quinte, lasciando la palla a due uomini di fiducia: Andrea Madaffari e Alfredo Iorio. Si tratta dell’inchiesta Parco sud che solo poche settimana fa ha svelato, in parte, la trama di un comitato affaristico-mafioso spalleggiato da diversi uomini politici. Nomi noti fino a livello regionale. Agli inizi del gennaio 2008, Salvatore Barbaro ha preso il comando. E’ indagato, ma libero. E come lui, tutti gli altri. Intanto, Milano freme per le battute finali di Expo 20015. A fine marzo, il comitato di Parigi, deciderà dove si svolgerà l’esposizione universale. Giochi fatti nel pomeriggio del 31 marzo. Milano batte Smirne. Si brinda. Brindano anche i capi della ‘ndrangheta. La scommessa del 2006 ha pagato. Lady Moratti ha vinto. Non è finita. Dopo la caduta del governo Prodi, l’Italia torna al voto. Saranno elezioni politiche decisive e sulle quali peserà molto il gioco delle preferenze. Un sistema perfetto per la ‘ndrangheta che in Lombardia è in grado di gestire un enorme bacino di voti. Ecco quindi il messaggio fatto rimbalzare dal centro all’hinterland fino in provincia. Bisogna incontrarsi per decidere. Non è la prima volta. Una riunione del genere si era già verificata pochi anni prima al ristorante Scacciapensieri di Nettuno, zona di pertinenza della cosca Novella. Al tavolo quella domenica c’erano Vincenzo Rispoli, Domenico Barbaro, Carmelo Novella, Giosafatto Molluso, Saverio Minasi, Vincenzo Mandalari, Salvatore Panetta, Vincenzo Lavorata. In quella primavera del 2008 le scelte saranno decisive e poco importa se dal luglio successivo inizieranno a fioccare omicidi e arresti. Chi resta fuori proseguirà. L’incontro avviene. Ci sono tutti: dai Barbaro ai padrini della provincia. Sul tavolo gli appalti di Expo e la scelta di appoggiare senza colpo ferire gli uomini del Popolo della libertà. (cg/dm)

Cantieri, appalti e rifiuti: gli affari del clan Iamonte in Brianza. Così Desio è diventata la Melito del Nord

Fonte: http://www.milanomafia.com

Appalti e terreni edificabili, collusioni con gli ambienti della politica e un impero immobiliare. Il clan di Melito Porto Salvo controlla il triangolo tra Desio, Bovisio Masciago e Cesano Maderno. La terra del giudice Di Maggio

Il personaggio

Natale Iamonte è nato a Melito Porto Salvo il 7 maggio 1927. Ha precedenti per omicidio, associazione mafiosa e associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga

Iamonte è stato arrestato a Milano il 22 novembre del 1993 in un appartamento di via Ruccellai al confine tra il capoluogo lombardo e Sesto San Giovanni e sottoposto al carcere duro

Dopo l’arresto secondo i rapporti dell’Antimafia Natale lasciò il controllo della cosca ai figli Vincenzo e Giuseppe. Proprio Giuseppe è stato arrestato dai carabinieri dopo 12 anni di latitanza nel 2005 a Santo Stefano d’Aspromonte

Milano, 7 febbraio 2010 – Se Buccinasco è passata alla storia criminale come la Platì del Nord, questa terra di industrie e centri commerciali, con i terreni un tempo agricoli diventati oro per i palazzinari, è ormai la replica lombarda di un altro avamposto della ‘ndrangheta calabrese: Desio, frazione di Melito Porto Salvo. Qui, ripercorrendo i passaggi di un report sulla criminalità organizzata al Nord stilato dai carabinieri, ‘ndrangheta significa soprattutto una cosa: clan Iamonte-Moscato. Scrivono i carabinieri: “Per quanto attiene il territorio di Desio può dirsi che negli anni si sono succedute una serie di famiglie malavitose che hanno concentrato la loro azione criminale al fine di ottenere un pregnante controllo dell’intero territorio. In tale quadro un primo cenno va fatto alla famiglia Iamonte-Moscato, originaria di Melito Porto Salvo (Reggio Calabria) con area d’influenza in Desio, Bovisio Masciago e Cesano Maderno“. Il rapporto degli investigatori dell’Arma chiarisce anche gli interessi della cosca in Brianza: “Insistente sul territorio sin dai primi anni ’70, ha visto aumentare i propri interessi nel campo politico, commerciale ed immobiliare, fino a giungere all’apice nel lasso temporale compreso tra il settembre 1988 ed il marzo 1991, allorquando il capocosca Natale Iamonte ebbe a scontare gli obblighi impostigli dalla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza proprio nel territorio desiano. Allo stato attuale, pur mantenendo l’affiliazione ad una ‘cosca perdente’, la famiglia Moscato continua a costituire un elemento di riferimento puntuale per gli interessi illeciti in Brianza”.

Il riferimento è al capocosca strico dei Iamonte, Natale Iamonte (nella foto), nato a Melito Porto Salvo il 7 maggio 1927, con numerosi precedenti per omicidio, associazione mafiosa e associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Proprio Iamonte è stato arrestato a Milano il 22 novembre del 1993 in un appartamento di via Ruccellai al confine tra il capoluogo lombardo e Sesto San Giovanni e sottoposto al carcere duro. Dopo l’arresto secondo i rapporti dell’Antimafia Natale lasciò il controllo della cosca ai figli Vincenzo e Giuseppe. Proprio Giuseppe è stato arrestato dai carabinieri dopo 12 anni di latitanza nel 2005 a Santo Stefano d’Aspromonte. Ma c’è di più, perchè Natale Iamonte sarebbe legato da vincoli di parentela (zio materno) a Natale Moscato classe 1944, imprenditore edile proprio di Desio. Moscato finì nei guai nel 1994 per un’inchiesta della Dia sul gruppo Iamonte. Ex assessore all’Urbanistica del Comune di Desio (1988), Moscato è stato per molti anni consigliere comunale del Psi. Un uomo chiave, secondo l’inchiesta, per i rapporti e le infiltrazioni della cosca nel tessuto economico di Desio. Natale venne arrestato, ma pochi giorni dopo il Tribunale revocò l’ordinanza di custodia cautelare e da quel momento le accuse nei confronti di Moscato e dei fratelli Annunziato (nel 1990 eletto nel consiglio comunale di Cesano Maderno nelle liste del Psi), Saverio e Quinto iniziarono a vacillare. Nonostante questo fu disposto il sequestro di beni per un valore presunto di 50 miliardi delle vecchie lire. Ma i guai con la giustizia per i fratelli Moscato si chiusero poi con una pioggia di assoluzioni nell’udienza preliminare “per non aver commesso il fatto”, ossia l’accusa di associazione mafiosa. Tanto che il 23 aprile del 1997 il Tribunale per le misure di prevenzione di Reggio Calabria chiuse ogni pendenza disponendo il dissequestro dei beni. Una brutta storia dalla quale la famiglia Moscato uscì a testa alta dalle aule del Tribunale. Il nome dei fratelli Moscato rientra però in un recente rapporto dell’Antimafia che vedrebbe la famiglia “impegnata sul fronte immobiliare nei comuni di Desio, Cesano Maderno e Seveso”. Nel rapporto si fa riferimento anche a presunti contatti con Vincenzo Rispoli, sotto inchiesta per associazione mafiosa, e i fratelli Vincenzo e Nunziato Mandalari.

Desio, 40 mila abitanti, è però indicato come area di influenza di un’altra fondamentale cosca calabrese, quella dei Mazzaferro. “L’organizzazione guidata da Giuseppe Mazzaferro ha goduto negli anni di autonomie operative rilevanti poiché gestiva gli interessi del clan a livello regionale”. E per questo viene citata l’operazione “I fiori della notte si san Vito” della Dda di Milano che ha evidenziato “una struttura capeggiata dallo stesso Mazzaferro e che vedeva al suo interno personaggi come Domenico Fortugno referente per Cesano Maderno, Leonardo e Francesco Odonini referenti per Varedo, Domenico Romeo e Giovanni Lamarmora, rispettivamente capo e responsabile di Limbiate, Paolo Crea e Demetrio Macheda, mandatari della gestione degli affari nei comuni di Desio e Muggiò. Gli interessi di Tale clan spaziavano dagli stupefacenti alle rapine, alla detenzione di armi ed esplosivi”. A Desio non manca neppure la presenza di Cosa Nostra con uomini legati al clan Agresta-Allia.

La cittadina brianzola finì al centro delle cronache anche nel settembre del 2000, quando i Ros arrestarno nell’operazione Scilla il consigliere comunale di Forza Italia a Cesano Madreno Domenico Zema, originario di Melito Porto Salvo e residente proprio a Desio. Anche per lui l’accusa di essere un uomo della cosca Iamonte in Lombardia. A Desio, nel settembre 2008 si torna a parlare di rapporti tra ‘ndrangheta e politica con l’arresto del boss del traffico di rifiuti Fortunato Stellittano classe 1965, caduto nella rete della polizia provinciale nell’ambito dell’operazione Star Wars. Secondo le accuse intorno alla famiglia Stellittano gravitavano una serie di aziende impegnate in scavi e movimento terra, che in realtà nascondevano un sistema organizzato per seppellire rifiuti speciali nei terreni brianzoli. A Desio, il 9 ottobre del 1996 si celebrarono i funerali del magistrato Francesco Di Maggio, pubblico ministero per anni in prima fila nelle inchieste antimafia. Fu lui nel settembre del 1984 a raccogliere le dichiarazioni del boss Angiolino Epaminonda. Le dichiarazioni del Tebano fecero luce su 44 omicidi e consentirono di estirpare il clan dei catanesi a Milano. (cg)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: