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Omicidio D’Aleo, Italiano non risponde al giudice

Fonte: http://www.varesenews.it

Si è avvalso della facoltà di non rispondere l’uomo accusato d’aver ucciso e sepolto, insieme a Fabio Nicastro e Vizzini, il giovane scomparso nel 2008 e ritrovato qualche settimana fa a Vizzola Ticino

Emanuele Italianouno dei due presunti killer di Salvatore D’Aleonon ha proferito parola davanti al giudice per l’udenza preliminare Alessandro Chionna che lo ha interrogato questa mattina. Il “Pazzo”, come era conosciuto nell’ambiente mafioso bustocco, si è avvalso della facoltà di non rispondere rispetto alle accuse che gli vengono mosse dal pentito ed ex-boss del clan Rinzivillo Rosario Vizzini. Secondo Vizzini, che si è autoaccusato come mandante, ad eseguire l’omicidio con due colpi di pistola in faccia (insieme a Fabio Nicastro) sarebbe stato proprio Italiano che, fino a qualche giorno fa, era ancora a piede libero nel quartiere del Buon Gesù di Olgiate Olona, dove risiedeva. Secondo il suo difensore Francesca Cramis non vi sarebbero gli estremi per la custodia in carcere in quanto l’uomo non avrebbe intenzione di fuggire: “Farò istanza per ottenere i domiciliari – ha detto il legale al termine dell’interrogatorio – il mio assistito era stato informato da alcun articoli di stampa con largo anticipo delle rivelazioni di Vizzini ma non si è mosso da Olgiate. Questo dovrebbe garantire sulla possibilità di fuggire”.

«Sopranos» di Busto Arsizio, si pente il boss Rosario Vizzini

Fonte: http://www.milano.corriere.it

L’uomo ha fatto ritrovare i resti di un «picciotto» ucciso nel 2008. Potrebbe svelare altri segreti di Cosa Nostra

MILANO – Si è pentito il capo dei Sopranos di Busto Arsizio: Rosario Vizzini, il boss che non esitava ad affittare una limousine bianca e un ristorante top gourmet per il battesimo della figlia, è diventato un collaboratore di giustizia e come prima prova dell’autenticità delle sue confessioni ha fatto ritrovare i resti di un «picciotto» di cui si erano perse le tracce nel 2008 e che era stato assassinato dal clan. Per la lotta alla criminalità organizzata in Lombardia si tratta di un passo decisivo, perché Vizzini è considerato il reggente al Nord della cosca dei Rinzivillo di Gela: un «capo», insomma, depositario di molti segreti sulle trame dell’economia illegale in Lombardia. La fredda cronaca dice che nei giorni scorsi la Squadra Mobile di Varese ha individuato in un campo di Vizzola Ticino, a pochi passi dall’aeroporto di Malpensa, la tomba di Rosario D’Aleo, un piccolo malavitoso locale legato alla famiglia dei gelesi. L’esame del dna ha consentito di stabilire con certezza l’identità di quei poveri resti.

Il fatto più importante è però che quel ritrovamento è stato possibile grazie al racconto di Rosario Vizzini, che si trova in carcere dal 2009 colpito da due ordinanze per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Ma chi è Vizzini? Cinquantuno anni, ufficialmente titolare di alcune attività immobiliari, alle cronache è conosciuto per via di un’intercettazione ambientale effettuata due anni fa dalla Mobile: gli agenti filmarono in quell’occasione una limousine bianca mentre varca il cancello di un lussuoso ristorante sul lago d’Orta. Dall’auto ecco scendere Vizzini che tiene in braccio la figlioletta, appena reduce dalla cerimonia di battesimo. La ricchezza esibita, la pacchianeria della cerimonia aveva fatto guadagnare a Vizzini e ai suoi accoliti il nomignolo di «Sopranos di Busto Arsizio». Più prosaicamente Vizzini è ritenuto il fondatore di una filiale al Nord delle famiglie malavitose di Gela.

«E’ la prima volta che un appartenente a questo specifico clan decide di collaborare con la giustizia» così il capo della Mobile Sebastiamo Bartolotta sottolinea l’importanza dell’indagine. Secondo alcune indiscrezioni, Vizzini ha davanti a sé la prospettiva di rimanere in carcere per circa 20 anni e, anche per il legame stretto con la famiglia (quella di sangue, beninteso) avrebbe deciso di raccontare quello che sa per poter beneficiare di sconti di pena. Ovvio, dunque, che nei primi interrogatori non avrebbe parlato solo dell’omicidio D’Aleo. Il suo percorso collaborativo, viene sottolineato, è solo all’inizio e potrebbe svelare altri segreti sul radicamento di Cosa Nostra al Nord.

Claudio Del Frate
06 luglio 2011 16:45

Mafia, il boss parla e indica il cadavere del picciotto punito

Fonte: http://www.varesenews.it

Il capo cosca dei Rinvizillo Rosario Vizzini sta collaborando con la polizia e come primo importante passo ha fatto ritrovare il corpo di Salvatore D’Aleo a Vizzola Ticino

Il ritrovamento del corpo di Salvatore D’Aleo, un affiliato alla cosca dei Rinzivillo Madonia di Busto Arsizio, segna una svolta nella lotta alla mafia gelese a Busto Arsizio. E’ stato Rosario Vizzini, il capo della banda, a indicare agli inquirenti il punto esatto dove era stato seppellito l’uomo. Vizzini sta collaborando, è ufficiale, e ha offerto alla squadra mobile di Varese e alla Dda di Milano, come prova, un asso nella manica. La soluzione di un cold case, l’omicidio di un picciotto che secondo le regole degli uomini d’onore stava sgarrando. Vizzini ha portato il 10 giugno gli uomini della squadra mobile a Vizzola Ticino, in un bosco sulla riva del canale Villoresi, a due passi dalla centrale Enel. Ha battuto il piede per terra e ha guardato l’ispettore: «Scava qui», ha detto, sicuro del fatto suo. In 24 ore di ricerche coordinate da un antropologo forense, Dominique Salsarola, gli inquirenti hanno trovato frammenti ossei che corrispondono, al 99,8% al dna dei genitori della vittima.

(nella foto Sebastiano Bartolotta capo della squadra mobile, era presente anche Giovanni Broggini, dirigente del commissariato di Busto Arsizio)
Dunque il cadavere è quello di D’Aleo, ma perché è stato ammazzato cosi? Vizzini lo ha spiegato ai pm Piacente e Narbone che hanno spiccato il fermo per indiziato di delitto nei confronti dell’esecutore materiale, Emanuele Italiano, gelese di 60 anni, domiciliato al quartiere Buon Gesù di Olgiate olona. Il boss ha raccontato che D’Aleo non gli era mai piaciuto.

Era in realtà il factotum di un altro dei capicosca, Fabio Nicastro, e in suo nome aveva fatto diverse richieste estorsive nella zona a imprenditori edili come risulta dall’inchiesta “Fire off”.  Era stato ammonito, una prima volta, perché aveva chiesto soldi spendendo, senza autorizzazione, il nome di Piddu Madonia e dello stesso Vizzini, quando questi era in carcere. Il gruppo lo aveva emarginato, ma lui l’aveva presa male: si sentiva vittima di un’ingiustizia e si era lasciato scappare, in un momenti di rabbia, che per vendetta avrebbe bruciato la casa a Vizzini e Nicastro.

E’ a quel punto che la cosca comincia a pensare che si tratti di una scheggia impazzita e che vada eliminato. Vizzini si assume personalmente la responsabilità di aver ordinato l’omicidio, che doveva essere compiuto da lui stesso con Nicastro e Italiano, conosciuto nell’ambiente come killer freddo e dal grilletto facile e che aveva un conto aperto con la vittima (diceva che gli avrebbe sparato in faccia perché non gli aveva saldato un debito di droga).

Vizzini racconta: «Una sera vennero da me Nicastro e Italiano. Mi dissero che l’avevano già ammazzato e gli avevano tolto i vestiti, e mi chiesero un aiuto per seppellire il cadavere». I due aveva sfruttato forse un’occasione propizia. Pare abbiano caricato a Busto Arsizio D’Aleo, poi lo hanno portato a Oleggio, hanno svoltato nei campi verso il canale Villoresi e giunti nei pressi di una discarica sono scesi tutti dalla vettura; infine gli hanno sparto in testa, forse due volte.

Questo è il resoconto che viene fatto al boss. I tre si recano poi a Vizzola dove scavano la buca e nascondono il corpo. Il fermo della Dda di Milano accusa di omicidio Vizzini (che si assume la responsabilità di aver ordinato o autorizzato il delitto) e Italiano, ma il collaborante parla anche di Nicastro (che è già in carcere e dunque non può essere raggiunto da un fermo giustificato dal pericolo di fuga; potrebbe essere invece oggetto di una ordinanza di custodia spiccata dal gip di Busto Arsizio nei prossimi giorni).

In realtà, la squadra mobile di Varese diretta da Sebastiano Bartolotta stava indagando dal gennaio 2010 sulla vicenda, considerato anche le precedenti operazioni “Fire off” e “Tetragona” che hanno smantellato la presa mafiosa su Busto Arsizio.La filiale dei gelesi era dediti a incendi e angherie nei confronti di imprenditori edili, specie quelli siciliani. Durante quelle indagini, un piccolo artigiano vittima di attentato aveva detto di aver sentito parlare del caso D’Aleo e gli risultava fosse stato vittima di lupara bianca. Aveva anche detto di aver sentito Nicastro al telefono dire a qualcuno di lavare bene la macchina. Sapevano che D’Aleo si era incontrato la mattina della sparizione in un bar di Busto Arsizio in via Mazzini. Era scomparso a bordo di una lancia Lybra grigia, rintracciata qualche mese fa dalla polizia a Busto Arsizio, sequestrata, e dove è stato rinvenuto il bigliettino di un autolavaggio, risalente a un mese dopo il delitto. Il killer, Emanuele Italiano e Vizzini sono accusati di omicidio, occultamento di cadavere, porto abusivo di armi e di associazione mafiosa. Una donna marocchina arrestata ieri sera con lui era gravata da una precedente richiesta di arresto per droga.

6/07/2011
Roberto Rotondo

Busto Arsizio, finisce in manette il killer del gelese Salvatore D’Aleo

Fonte: http://www.siciliainformazioni.com

Gli uomini della squadra mobile di Varese, in collaborazione con gli agenti del commissariato di Busto Arsizio e con i colleghi di Caltanissetta, hanno arrestato il cinquantanovenne Emanuele Italiano: l’uomo è accusato di aver fatto parte del gruppo di fuoco che uccise, nell’ottobre del 2008, Salvatore D’Aleo.

Sia l’arrestato che la vittima, originari di Gela, si erano trasferiti, oramai da diversi anni, nella provincia di Varese.

Stando agli inquirenti, l’omicidio di Salvatore D’Aleo sarebbe da inserire all’interno di un conflitto esploso tra gli affiliati al gruppo di cosa nostra dei Rinzivillo, presente da decenni in Lombardia.
La vittima, infatti, scomparve proprio nell’ottobre di tre anni fa: anche la trasmissione “Chi l’ha visto”, sollecitata dai parenti, si è occupata per diverso tempo delle ricerche.
Solo il mese scorso, però, gli investigatori riuscirono a ritrovare alcuni resti umani all’interno dei boschi di Vizzola Ticino, in provincia di Varese: rafforzando l’ipotesi che fossero riconducibili a Salvatore D’Aleo.

Con l’arresto di Emanuele Italiano, pluripregiudicato e residente in via Boccaccio a Busto Arsizio, gli inquirenti sono sicuri di aver stretto il cerchio intorno al gruppo che decise di finire Salvatore D’Aleo. Anche la vittima, infatti, avrebbe fatto parte della cosca Rinzivillo, vicina alla famiglia Madonia, operante in Lombardia: la sua esecuzione, stando all’esito dell’indagine, sarebbe stata decisa dal leader del gruppo Rosario Vizzini, già in carcere dopo i blitz “Fire off” e “Tetragona”.

Salvatore D’Aleo sarebbe stato ucciso per contrasti legati alla gestione dei profitti generati dalle estorsioni e dal mercato della droga, Emanuele Italiano, invece, è stato bloccato proprio a Busto Arsizio mentre era in compagnia di una donna marocchina quarantaduenne Zouhaidi Khadija, priva del necessario permesso di soggiorno.

Il presunto killer è  stato trasferito all’interno del penitenziario della città. Come confermato dagli inquirenti, però, le indagini non si fermano: si cercherà di individuare gli altri componenti del gruppo che freddò Salvatore D’Aleo.

La svolta nelle indagini è giunta in concomitanza con l’avvio della collaborazione dell’ex leader di cosa nostra gelese al nord Rosario Vizzini.
Un uomo in grado di descrivere al meglio gli affari della mafia gelese in Lombardia.

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