Fonte: www.milanomafia.com
Massimo Sabatino, 37 anni, il presunto killer finito in manette per aver cercato di uccidere la ex collaboratrice di giustizia Lea Garofalo, viveva in via Pascarella. E a dicembre era finito in manette con il clan Tatone
Operazione Smart
Quindici ordinanze di custodia cautelare in carcere a Quarto Oggiaro per associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga. Ecco l’elenco degli arrestati
Nicola Tatone nato a Casaluce (Ce) il 16 febbraio 1968;
Raffaele Tatone nato a Milano il 22 settembre 1987;
Palmieri Alessandro nato a Milano il 5 giugno 1974;
Thomas Pistillo nato a Milano il 4 ottobre 1986;
Oliver Belotti nato a Milano il 16 dicembre 1987;
Francesco Zaccaro nato a Milano il 6 febbraio 1976;
Roberto Forgione nato a Milano l’8 novembre 1971;
Jonathan Leonard Camassa nato a Milano il 19 settembre 1989;
Andrea Bressi nato a Milano il 29 novembre 1987;
Rosario Basso nato a Palermo il 14 giugno 1973;
Massimo Sabatino nato a Pagani (Sa) il 6 novembre 1973;
Ciro Turiello nato a Milano il 24 ottobre 1983;
Girolamo Mustazzu nato a Napoli il 23 settembre 1976;
Azzedine El Idrissi nato a Beni Amir Ovest (Marocco) il 28 luglio 1982
Milano, 8 febbraio 2010 – La sua residenza ufficiale era a Brescia, in contrada Pozzo dell’Olmo. Ma la sua vita da tempo era tra i palazzi dello spaccio di Quarto Oggiaro. Viveva in via Graf, ma quando gli sbirri del commissariato sono andati ad arrestarlo, lo scorso 18 dicembre, lo hanno trovato in via Pascarella, 20. La piazza di spaccio più redditizia di tutta Milano. Era un pusher, un uomo fidato di Nicola Tatone. Ma gli agenti non sapevano che quel ragazzo, Massimo Sabatino 37 anni (nella foto) con l’immancabile felpa con il cappuccio alzato sul capo e il volto stralunato, era invece un uomo al soldo di una guerra di mafia. Il suo nome, passato anonimo nell’elenco degli arrestati dell’operazione Smart, oggi è invece il protagonista delle cronache insieme a quello di Carlo Cosco, l’altro uomo finito in manette con l’accusa di aver cercato di uccidere la ex moglie, la collaboratrice di giustizia Lea Garofalo. Lei ancora non si trova, da quando è sparita proprio da Milano. Lui, cugino del giovane Vito Cosco reo confesso della strage di Rozzano (4 morti), è finito in carcere su mandato della Procura di Campobasso. Sabatino, invece, ha ricevuto la notifica a San Vittore dove appunto era detenuto da dicembre.
Secondo le accuse sarebbe stato il 37 enne nato a Pagani (Sa), a fingersi lo scorso maggio un tecnico addetto alle riparazioni delle lavatrici per entrare in casa di Lea Garofalo e tentare di rapirla e ucciderla. Accuse messe nero su bianco nell’ordinanza di custodia cautelare, che ora – dopo il clamore sollevato dal caso della scomparsa della donna – rischiano di trasformarsi nell’accusa di omicidio. La donna, che in passato aveva collaborato con la giustizia e poi rinunciato al programma di protezione, ufficialmente risulta ancora semplicemente scomparsa. Ma negli inquirenti l’ipotesi di un delitto di lupara bianca è sempre più concreta. E a colpire, almeno secondo quanto ipotizzato dagli investigatori dei carabinieri, sarebbe stato ancora Cosco magari con la complicità di Sabatino. Lui, con una fila di precedenti per droga e altri piccoli reati, a Quarto Oggiaro era descritto come un “semplice balordo”. Un termine spiccio per definire chi, pur facendo parte di un’organizzazione criminale, prediligeva un approccio “diversificato” nel mondo criminale: “Dove c’era un modo per fare soldi lui provava ad inserirsi”. Nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione Smart, firmata dal gip Fabrizio D’Arcangelo, vengono descritte le fredde serate del novembre 2007 trascorse in via Pascarella vendendo coca. Un business da capogiro per il clan Tatone che dopo l’arresto dei petilini Carvelli nel 2008 ha acquisito nuove piazze di spaccio.
E forse per soldi, il 37 enne, avrebbe accettato l’incarico per “rapire e uccidere” Lea Garofalo. Con quell’incarico su commissione da Milano a Campobasso per eliminare il testimone scomodo. Quanto alla donna, le cui rivelazioni avrebbero dovuto far luce anche sull’omicidio di Antonio Comberiati, ucciso nello stabile regno dei Cosco-Carvelli di viale Montello, 6 a Milano, ancora nessuna traccia. Due le ipotesi: quella di un allontanamento volontario, compatibile con la dinamica della scomparsa, e l’omicidio. Il mistero per ora resta fitto. (cg)
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Milano, 7 febbraio 2010 – Se Buccinasco è passata alla storia criminale come la Platì del Nord, questa terra di industrie e centri commerciali, con i terreni un tempo agricoli diventati oro per i palazzinari, è ormai la replica lombarda di un altro avamposto della ‘ndrangheta calabrese: Desio, frazione di Melito Porto Salvo. Qui, ripercorrendo i passaggi di un report sulla criminalità organizzata al Nord stilato dai carabinieri, ‘ndrangheta significa soprattutto una cosa: clan Iamonte-Moscato. Scrivono i carabinieri: “Per quanto attiene il territorio di Desio può dirsi che negli anni si sono succedute una serie di famiglie malavitose che hanno concentrato la loro azione criminale al fine di ottenere un pregnante controllo dell’intero territorio. In tale quadro un primo cenno va fatto alla famiglia Iamonte-Moscato, originaria di Melito Porto Salvo (Reggio Calabria) con area d’influenza in Desio, Bovisio Masciago e Cesano Maderno“. Il rapporto degli investigatori dell’Arma chiarisce anche gli interessi della cosca in Brianza: “Insistente sul territorio sin dai primi anni ‘70, ha visto aumentare i propri interessi nel campo politico, commerciale ed immobiliare, fino a giungere all’apice nel lasso temporale compreso tra il settembre 1988 ed il marzo 1991, allorquando il capocosca Natale Iamonte ebbe a scontare gli obblighi impostigli dalla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza proprio nel territorio desiano. Allo stato attuale, pur mantenendo l’affiliazione ad una ‘cosca perdente’, la famiglia Moscato continua a costituire un elemento di riferimento puntuale per gli interessi illeciti in Brianza”.
Milano, 5 febbraio 2010 – Rosario Barbaro durante la sua deposizione in aula, durata poco meno di un’ora, ha parlato dei legami delle imprese di famiglia con l’ex amministrazione comunale di Buccinasco, ha parlato degli appalti ottenuti direttamente dal Comune e ha giurato di non aver preso un soldo per tutti gli interventi. Alle sue parole, oggi rispondono alcuni dei diretti interessati, l’ex assessore al Bilancio Giambattista Maiorano e quello all’Ambiente Rino Pruiti.
Milano, 3 febbraio 2010 - Un anno di duro lavoro per stilare il documento che ha portato alla stesura del bando per chiudere l’accesso indiscriminato all’Ortomercato di via Lombroso e limitare a 3 il numero delle cooperative che potevano operare sui 450mila metri quadrati del più grande mercato ortofrutticolo italiano, non è servito a niente. Almeno per ora, visto che il Tar ha rinviato ad aprile la decisione sul piano conto il lavoro nero. Una decisione accolta tra gli stand dei mercati generali con festeggiamenti, volantini di vittoria e caroselli di auto di lusso. Il piano prevedeva un bando aperto solo a cooperative che rispettassero tutti i regolamenti antimafia e contro il lavoro nero. L’accordo tra il sindacato (con in prima fila Josef Dioli, 5 volte minacciato per le sue richieste di legalità) e l’attuale dirigenza di Sogemi, sembra ormai sfumato. L’accordo aveva, per la prima volta nella storia di Sogemi, portato a un risultato vero, tangibile, di cui i dipendenti erano molto soddisfatti: una gara basata sul bando scritto congiuntamente, e vinta appunto da 3 cooperative al di sopra di ogni sospetto. Un sodalizio per cui Josef Dioli si è beccato l’ultima (la quinta) sonora minaccia di morte (nella foto). Una croce in rosso, il colore del sangue, fuori dal suo ufficio. Una scritta eloquente, “Bastardo”, che da sola dovrebbe fargli passare la voglia di cercare in tutti i modi di portare la legalità dentro l’Ortomercato, di escludere le cooperative che lavorano senza rispettare le regolamentazioni.
Milano, 2 febbraio 2010 – All’Ortomercato sembra esserci spazio per tutti. E così dopo la ‘ndrangheta, ora si allunga l’ombra di Cosa nostra. Ad oggi solo un’ombra, anche se la presenza di una delle imprese della famiglia Mangano all’interno del mercato non è affatto un sospetto, ma una certezza. La Cgs New Group gestita, appunto, da Cinzia Mangano, la secondogenita dell’ex fattore di Silvio Berlusconi, oggi lavora all’interno del padiglione frigorifero. La società che ha un giro d’affari di quasi 2 milioni di euro ha sottoscritto l’appalto con la Agrimense srl, società di Nova Milanese che nel 1999 fu coinvolta nello scandalo delle tangenti per le mense scolastiche. In quell’indagine finì impigliato Alessandro Arosio, attuale socio dell’Agrimense. Arosio fu anche arrestato, ma poi nel processo la sua posizione finì prescritta assieme a quelle di altri dodici imprenditori del settore. L’Agrimense, oltre a lavorare in via Lombroso, ha recentemente vinto un appalto l’appalto per la fornitura di frutta e verdura per gli istituti scolastici comunali di Como.
Milano, 28 gennaio 2009 - “Dal Comune di Buccinasco non abbiamo mai preso un soldo. L’amministrazione ci incaricò dei lavori in via Resistenza ma non volle pagarci perché aveva contestato in nostro intervento dicendo che la terra utilizzata era inquinata. Ma in altre occasioni uomini del Comune ci chiesero di aiutarli per piccoli lavori che abbiamo eseguito gratuitamente”. Nell’aula della Settima sezione penale del Tribunale di Milano parla Rosario Barbaro, imputato con l’accusa di associazione mafiosa insieme al fratello Salvatore e al padre Domenico. Il pm Alessandra Dolci procede con l’esame dell’imputato che racconta i suoi inizi con ruspe e bilici. Dalla prima società, la ditta individuale Rosario Barbaro nei primi anni novanta, alla carcerazione per droga qualche anno più tardi. Poi la messa in liquidazione della società per motivi finanziari e l’ingresso nella Mo.Bar insieme al padre Domenico. Un’azienda che per anni s’è occupata del movimento terra nella zona di Buccinasco e di tutto l’hinterland di Milano e le cui vicende sono ora al centro dell’inchiesta Cerberus sul gruppo Barbaro-Papalia. Rosario, detenuto dal luglio del 2008, ha parlato anche dei lavori svolti per conto del Comune di Buccinasco. Dall’intervento di via Resistenza, dove l’amministrazione autorizzò la copertura con terra di coltivo di un’area verde, fino a “piccoli lavori” eseguiti a titolo gratuito.
Milano, 27 gennaio 2010 - “Adriano mi disse che quei 24.000 euro dovevano essere un regalo a Pasquale Papalia. Non mi disse altro, solo che voleva aiutarlo, visto che in passato la famiglia Papalia aveva acquistato da lui diverse abitazioni”. Maurizio Luraghi indossa il solito abito scuro. Sta seduto davanti al giudice, vicino alla bocca tiene il microfono. Ha la voce sicura. Il pm lo incalza, ma lui tira dritto, anche quando, come nel caso dei soldi ai Papalia, le cose tornano molto poco. Sì, perché quel denaro appare, a dire dell’accusa, la prova provata dell’ingerenza mafiosa negli appalti dell’edilizia.





