La faccia di Milano

I soliti turisti popolano piazza del Duomo la mattina. Una fila di studenti che si dirige verso l’università ed altra gente sparsa che cammina frettolosamente per raggiungere chi il posto di lavoro, chi la banca, chi la metro. E’ benestante Milano: corso Vittorio Emanuele è uno sfarzo unico con i suoi tavolini davanti ai quali sei passato mille volte e non ti sei mai fermato per la paura di chiedere anche solo un caffè in questi posti di lusso. E’ viva Milano: c’è sempre gente, ovunque. All’aperitivo le colonne di San Lorenzo sono piene di ragazzi che si incontrano per cacciare via i pensieri di una giornata intera fatta di preoccupazioni e troppe responsabilità. La sera i navigli uniscono e raccolgono la bella gente che vuole solo divertirsi e ridere in compagnia. E’ proprio bella Milano: questa Milano!

Ma Milano è troppo per fermarsi solo a questo, e allora ecco che è capace anche di superare sé stessa e senza mostrarsi vivere un’altra esistenza. La gente è sempre tanta, però fa le code in pieno giorno a Quarto Oggiaro per comprarsi la dose quotidiana di cocaina. La ‘Ndrangheta ha il monopolio assoluto e nel vecchio e malfamato quartiere del capoluogo ha soltanto le radici di un albero che si fa sempre più potente e maestoso e con i propri rami impone la propria ombra su tutta la provincia, ed oltre.
La neve non è solo un problema meteorologico, è un problema sociale. Con oltre 20mila cocainomani Milano rifornisce le casse della mafia fruttando milioni. Milioni che poi reinveste aggiudicandosi i migliori appalti e controllando completamente il mercato dell’edilizia. Barbaro-Papalia la cosca che controlla interi paesi come Corsico, Assago e Buccinasco. Ti sposti più a nord e la famiglia Condello si spartisce il territorio insieme ai Novella nel gestire le zone che vedranno ospite l’Expo2015. Non bastasse, i Coco-Trovato hanno consolidato la loro egemonia in nella nuova provincia di Monza e Brianza.

Stupefacenti, prostituzione e racket portano soldi, a volte anche troppi. Ed ecco che la mafia è costretta a ripulire il denaro sporco. Le intimidazioni e le estorsioni ai danni di imprenditori sembrano quasi storia antica. Oggi, a Milano, sono gli imprenditori a sfruttare la mafia per fare ancora più soldi. Rimane solo da trovare qualche perito di Tribunale compiacente, un amministratore comunale che chiude un occhio, qualche addetto al rilascio pratiche edilizie ed ecco che il piano è servito: riciclaggio, arricchimento e controllo del territorio assicurati.

Almeno una cosa è certa: a Milano non ci si ammazza, si va d’accordo. Il business prima di tutto è la parola d’ordine fra i boss. E allora si organizzano grandi cene dove Cosa Nostra, Camorra ed ‘Ndrangheta stringono sempre più alleanze per non pestarsi i piedi a vicenda. Poi magari capita che nello stesso periodo ci siano le elezioni, ed allora a cena perché non invitare qualche politico? Magari capita che ad organizzarla sia Salvatore Morabito, e che questa sia in onore di Alessandro Colucci, e che lo stesso Colucci divenga Consigliere Regionale; oppure che Giovanni Cinque, esponente degli Arena, si trovi in qualche modo a contatto Vincenzo Giudice, che casualmente è sia Consigliere Comunale che Presidente di una società partecipata dal capoluogo lombardo.
Ma a Milano, appunto, almeno non si ammazza. Non si ammazza finchè non riesci a ricollegare proprio quel corpo a quell’esatto avvenimento, risalendo a quella data causa per cui Giovanni Di Muro, ucciso in pieno centro in zona San Siro, muore ed era casualmente legato al boss Pepè Onorato.

Tutto questo, purtroppo, non è frutto di una doppia faccia. Milano di faccia ne ha una sola: quella buona che nasconde quella cattiva.

Massimo Brugnone

‘Ndrangheta: preso latitante, arresti in Lombardia e Romagna

Fonte: http://ansa.it

Con Cosimo Filomeno in manette anche altre persone

(ANSA) – MONZA – 9 NOV – Si e’ svolta fra la Brianza e la Romagna un’operazione dei Cc che ha portato all’arresto di un latitante della ‘Ndrangheta, Cosimo Filomeno. L’uomo stava predisponendo basi operative in Lombardia. Sono state arrestate anche altre persone, per favoreggiamento e, in un caso, per detenzione e spaccio di droga. Filomeno e’ stato arrestato sabato a Cesenatico; era stato condannato a Catanzaro per associazione a delinquere di stampo mafioso.

Intimidazioni: spenta la telecamera davanti alla casa di Carbonera. Il sindaco Cereda: “Non è un luogo strategico per la sicurezza”

Fonte: http://www.milanomafia.com

La telecamera fu messa nel 2006 per aumentare la sicurezza dell’allora sindaco Maurizio Carbonera vittima di tre intimidazioni mafiose. Per l’attuale primo cittadino di Buccinasco invece, non serve più. Da agosto è spenta

LA QUESTIONE

In via Papa Giovanni XXIII a Buccinasco la telecanera viene messa nel 2006 dopo l’ultimo attentato all’allora sindaco Maurizio Carbonera, sindaco del centrosinistra eletto nel 2002. Carica ricoperta fino al 2007

L’attuale sindaco Loris Cereda sostiene che la telecamera non può essere integrata nel nuovo sistema di videosorveglianza. Inoltre, ritiene che quella strada non sia strategica per la sicurezza e che anzi violi la privacy

7 novembre 2009 – In via Papa Giovanni XXIII a Buccinasco c’è una telecamera. Sta lì appesa a un palo piantato nel marciapiede. Dovrebbe filmare la casa di fronte e grazie alla sua tecnlogia inquadrare anche la scuola laggiù in fondo. Dovrebbe farlo e invece da agosto non funziona. Quella telecamera è spenta e così di questa strada nulla arriva alla sala controllo del Comune. Non i ragazzini che escono dalle classi e nemmeno il palazzo di fronte. Non un palazzo qualunque visto che qui ci abita Maurizio Carbonera, ex sindaco di questo paese e vittima, durante il suo mandato, di ben tre atti di intimidazione mafiosa. Eccoli in ordine cronologico: 26 marzo 2003 prima auto bruciata sotto casa, accanto i carabinieri trovano due bottiglie incendiarie, 25 marzo 2005 un proiettile in busta all’ingresso del Comune, 11 novembre 2005 seconda macchina bruciata. Per questa inizialmente si parlò di autocombustione, nonostante l’auto fosse ferma da quattro giorni e la notte dell’incendio piovesse. A sgomberare ogni dubbio ci hanno poi pensato i Ris di Parma: anche quello fu un rogo doloso.

Tutti e tre gli episodi hanno il sapore tipicamente mafioso. Non ebbe dubbi l’allora maggioranza, che il 21 dicembre 2005 promosse una turbolenta notte bianca contro la mafia, non sembra averne oggi la magistratura. E comunque sia nel 2006, l’allora assessore Rino Pruiti decise di far mettere quella telecamera che in fondo non alzava il livello della sicurezza personale di Carbonera, ma che, al di là di tutto, rappresentava un segnale di legalità contro la ‘ndrangheta che qui comanda da trent’anni. Oggi questo segnale non c’è più. 

Per saperne il motivo, allora, bisogna sentire l’attuale sindaco Loris Cereda, eletto nel 2007 con una grande maggioranza. Vittoria inaspettata e messa a segno al primo turno elettorale. La telecamera dunque. “E’ una telecamera vecchia – dice Cereda – che non rientra nel nuovo circuito che abbiamo installato da un anno”. Quella in via Papa Giovanni è roba vetusta. “Non può funzionare – ripete Cereda – e comunque non dovete chiedere a me ma ai carabinieri”. Fatto, questo, piuttosto insolito, visto che i filmati di quelle telecamare arrivano in Comune. La telecamera, però, può essere vecchia, ma questo non toglierebbe, in teoria, strategicità al luogo dove è stata posizionata. “Ma – sottolinea Cereda – non ritengo quel luogo strategico per la sicurezza dei cittadini. Se così fosse dovrei mettere una telecamera anche sotto casa di altri ex sindaci come Lanati o Formenti”. 

Il ragionamento non fa una piega. Solo un’obiezione: rispetto a Carbonera, né Lanati, né Formenti sono stati minacciati dalla mafia. Immediata la precisazione di Cereda. “Non abbiano le prove che quelle subite da Carbonera siano minacce mafiose. Se lui sa chi è stato lo dica. Possiamo supporlo, ma non certificarlo e poi mi pare che la seconda auto non sia stata bruciata”. Eppure c’è la perizia dei Ris, consegnata in aula al giudice dal pm Alessandra Dolci, durante l’ultima udienza del processo Cerberus contro Domenico, Rosario e Salvatore Barbaro. La stessa in cui l’attuale capo dell’ufficio tecnico di Buccinasco Gregoria Stano ha detto che quelle minacce “sono state create ad hoc e sfruttate da Carbonera e dalla sua maggioranza per fini politici”. Su questo Cereda non commenta, si limita a dire che “loro hanno sfruttato la mafia a fini politici, mentre lei cosa sa se io sono stato minacciato o meno, se così fosse non lo direi a un giornalista, ma solo alle forze dell’ordine, la mia linea è quella di lavorare nell’ombra”. 

Pur criticabile, la posizione di Cereda resta legittima. Le cose, però, non cambiano la realtà: quella telecamera non funziona. Dice Pruiti: “Farla funzionare non è un costo, è uno spreco tenerla spenta, tanto più che ci vuole poco a integrarla nel nuovo sistema”. Sistema che a detta di Cereda rende Buccinasco una delle città più videosorvegliate d’Italia e sul quale Pruiti resta scettico. “Ad oggi restano programmi sulla carta”. Eppure, la faccenda di quell’occhio elettronico spento preoccupa lo stesso Cereda. Dieci minuti dopo aver parlato con lui, sentiamo alcuni addetti alle telecamere del comune di Bucicnasco. “Anche lei per quella telecamera – ci dicono – , ci hanno telefonato pochi mnuti fa non possiamo rilasciare dichiarazioni”. L’affare telecamere inizia a farsi ingombrante? (dm)

Esplosi 4 colpi di pistola

Fonte: Settegiorni Magenta – Parabiago – Venerdì 6 Novembre 2009

PARABIAGO Rinvenuti i fori nella saracinesca di un ristorante di via Per Casorezzo a Villapia
Increduli il proprietario e i residenti. Sul fatto inquietante indagano i carabinieri

PARABIAGO (lue) Mentre stava aprendo la sua attività si è trovato davanti a quattro fori di proiettile sulla saracinesca. Triste protagonista della storia è stato il titolare del locale cheospita la pizzeria, bar e trattoria di via Casorezzo a Villapia. Erano circa le 7.30 di martedì 3 novembre: come tutte lemattine il proprietario si è avvicinato alla saracinesca e ha cominciato ad aprirla: ha visto quei fori nel metallo ma ha pensato a colpi di cacciavite ad opera di qualcuno che magari voleva entrare per rubare le macchinette. Ma una volta alzata la saracinesca ha notato un foro nella vetrata. E a terra vi erano dei proiettili. Qualcuno, quindi, aveva centrato l’ingresso del suo locale con colpi d’arma da fuoco che poi avevano trapassato la saracinesca.
Sul posto sono subito arrivati i carabinieri di Parabiago e di Legnano, insieme alla scientifica per i rilievi. Al momento è impossibile trovare la causa di quando accaduto: tutti descrivono il proprietario del locale come una persona tranquilla, squisita. E lui stesso ha confermato di non avere nessuna spiegazione per un atto del genere. Un avvertimento? Una ripicca? Una bravata? Al momento i carabinieri di Legnano non trascurano nessuna ipotesi. L’unica cosa certa è l’incredulità della frazione: quel locale è conosciuto per i suoi piatti, le sue pizze e per essere il luogo di ritrovo di alcuni ragazzima soprattutto di anziani. E’ infatti il circolo della frazione, che conta circa 90 soci e meta quotidiana di pensionati. Chi e perchè abbia sparato contro la saracinesca resta ancora un mistero che saranno le indagini a chiarire. Quanto avvenuto è una fatto che ne segue altri. Recenti. La notte del 30 settembre 5 colpi di pistola sono stati esplosi contro il chiosco di fiori del cimitero di Parabiago (il titolare è il presidente dell’associazione Sos Racket e Usura Frediano Manzi), l’1 dicembre 2008 sei colpi d’arma da fuoco finirono nella vetrina di un negozio di camini in via Ticino a Nerviano. Episodi inquietanti, che sembrano da criminalità organizzata.

Alessandro Luè

PARABIAGO
Rinvenuti i fori nella saracinesca di un ristorante di via Per
Casorezzo a Villapia

Increduli
il proprietario e i residenti. Sul fatto inquietante indagano i
carabinieri

PARABIAGO
(lue) Mentre stava

aprendo
la sua attività si è

trovato
davanti a quattro fori di

proiettile
sulla saracinesca. Triste

protagonista
della storia è stato

il
titolare del locale cheospita la

pizzeria,
bar e trattoria di via Casorezzo

a
Villapia. Erano circa le

7.30
di martedì 3 novembre: come

tutte
lemattine il proprietario si è

avvicinato
alla saracinesca e ha

cominciato
ad aprirla: ha visto

quei
fori nel metallo ma ha pensato

a
colpi di cacciavite ad opera

di
qualcuno che magari voleva

entrare
per rubare le macchinette.

Ma
una volta alzata la saracinesca

ha
notato un foro nella

vetrata.
E a terra vi erano dei

proiettili.
Qualcuno, quindi, aveva

centrato
l’ingresso del suo locale

con
colpi d’arma da fuoco che

poi
avevano trapassato la saracinesca.

Sul
posto sono subito arrivati

i
carabinieri di Parabiago e

di
Legnano, insieme alla scientifica

per
i rilievi. Al momento è

impossibile
trovare la causa di

quando
accaduto: tutti descrivono

il
proprietario del locale come

una
persona tranquilla, squisita.

E
lui stesso ha confermato di non

avere
nessuna spiegazione per un

atto
del genere.Un avvertimento?

Una
ripicca? Una bravata? Al momento

i
carabinieri di Legnano

non
trascurano nessuna ipotesi.

L’unica
cosa certa è l’incredulità

della
frazione: quel locale è conosciuto

per
i suoi piatti, le sue

pizze
e per essere il luogo di ritrovo

di
alcuni ragazzima soprattutto

di
anziani. E’ infatti il circolo

della
frazione, che conta circa

90
soci e meta quotidiana di

pensionati.
Chi e perchè abbia

sparato
contro la saracinesca resta

ancora
un mistero che saranno

le
indagini a chiarire. Quanto

avvenuto
è una fatto che ne segue

altri.
Recenti. La notte del 30 settembre

5
colpi di pistola sono stati

esplosi
contro il chiosco di fiori

del
cimitero di Parabiago (il titolare

è
il presidente dell’associazione

Sos
Racket e Usura Frediano

Manzi),
l’1 dicembre 2008

sei
colpi d’arma da fuoco finirono

nella
vetrina di un negozio di camini

in
via Ticino a Nerviano.

Episodi
inquietanti, che sembrano

da
criminalità organizzata.

Alessandro
Luè

INFORMAZIONE E CRONACA GIUDIZIARIA

Locandina

IL RITRATTO\ Giovanni Di Muro, l’amico dei boss che collaborò con i magistrati

Fonte: http://www.milanomafia.com

La vittima dell’agguato di via dei Rospigliosi era stato coinvolto nell’inchiesta “Metallica” della Direzione investigativa antimafia

Giuseppe Onorato è nato a Reggio Calabria il 9 aprile 1937. A Milano, fin dagli anni Settanta, ha vissuto tutte le stagioni di mafia sotto la Madonnina. Noto come riciclatore delle cosche, nel 2006 stringe contatti anche con Enrico Di Grusa, palermitano, mafioso e genero di Vittorio Mangano

Luigi Bonanno è nato a Palermo il 21 aprile 1943. Coinvolto nell’operazione Nord-Sud, viene scarcerato nel 2003. Da allora inizia a tessere i contatti con il clan Lo Piccolo, che lo assolda anche per uccidere il latitante Gianni Nicchi. Fin dagli anni Ottanta, Bonnano traffica droga con il gotha mafioso al nord: dai calabresi Papalia al siciliano Antonio Zacco, detto Nino il bello, che per anni gestì la raffineria di Alcamo in Sicilia

Ugo Martello è nato a Ustica il 24 febbraio 1940. Più noto come Tanino per tutti gli anni Ottanta in via Larga 13 ha gestito una serie di società dove transitava il denaro di Cosa nostra. Amico di Dell’Utrri e dei grandi boss palermitani, oggi vive da uomo libero in via Nino Bixio 37

5 novembre 2009 - Per Giovanni Di Muro quell’ometto piccolo piccolo con lo sguardo da diavolo era lo zio. In realtà il suo nome è Giuseppe Onorato, rispettato boss della ‘ndrangheta milanese. Ma Di Muro era abituato a chiamarlo così quando i due si incontravano al bar Ebony in via Porpora. Ai tavolini di questo vecchio locale negli ultimi anni si è accomodata la peggio gioventù della malavita milanese: da Ugo Martello e Guglielmo Fidanzati, ascoltati ambasciatori di Cosa nostra sotto la madonnina, a killer spietati come Luigi Cicalese. Perché Giovanni Di Muro, ucciso stamani in via dei Rospigliosi, i contatti li aveva buoni o almeno così andava dicendo soprattutto a quegli imprenditori messi sotto scacco dal clan di Onorato. A loro Di Muro si presentava come mediatore. Insomma uno che aveva gli agganci giusti e sapeva trattare con i pezzi grossi. “Quelli – diceva – se li fai arrabbiare si mangiano i bambini”. E loro, gli industriali onesti, strabuzzavano gli occhi. “Di Muro – spiega Romano Patti, titolare di un’impresa di metalli – a un certo punto mi disse i nomi dei miei creditori. Si tratta di un tale Onorato, a detta di Di Muro, vecchio mafioso in disarmo che aveva poi passato i crediti della mia ditta a Luigi Bonanno, che, mi chiarì, è un malavitoso che comanda adesso a Milano”. Per capirci: Bonanno, detto il palermitano, arrestato nel gennaio del 2008, da oltre trent’anni è il referente del traffico di droga per i clan sicliani e calabresi. Un tipo a posto, così lo definiva il boss Salvatore Lo Piccolo che con lui voleva organizzare un traffico di cocaina dall’Olanda.

Tutti questi nomi stanno nelle carte dell’inchiesta Metallica che nel 2008 portò in carcere una trentina di persone, tutte a vario titolo accusate di associazione mafiosa, estorsione, riciclaggio, traffico di droga. Tra gli indagati, compare lo stesso Di Muro che però non finì in galera. Nelle oltre settecento pagine di richiesta firmate dal pm Celestina Gravina, Di Muro viene sentito spesso e in tutte le occasioni, attraverso le sue dichiarazioni, aiuta gli investigatori a disegnare la rete mafiosa che per oltre dieci anni ha comandato su buona parte di Milano. A questo punto, la sua collaborazione potrebbe spiegare la sua morte. Su questo, però, gli inquirenti non si sbilanciano.

Quello che, invece, appare cristallino sono quelle amicizie pericolose che Di Muro sfruttava anche per scopi personali. Nel caso della clamorosa estorsione da oltre tre milioni di euro agli imprenditori Romano Patti e Carlo Ongis, quest’ultimo a capo della holding Metal Group spa, il salernitano Di Muro si presenta alle vittime come mediatore. “Di Muro mi disse – spiega Ongis – che aveva sborsato 30.000 euro per pagare dei napoletani che facessero da guardaspalle a Patti e a me nei confronti delle possibili azioni di forza dei creditori calabresi”. Creditori che hanno nome cognome: Michele Mastropasqua e Michel Di Chio, detto Penna bianca. Loro sono i registi di un’estorsione che dicono di portare avanti per conto di Pepè Onorato. In realtà, il boss è all’oscuro di tutto. Ci penserà proprio Di Muro a informare lo zio. Ecco la sua deposizione davanti al pm. Parole, dette una prima volta nel giugno 2007 e ripetute in aula a dicembre 2008. Circostanza che forse ne ha segnato il destino per sempre. “In un incontro all’Ebony feci presente allo Zio che Patti aveva già pagato tre milioni di euro. Lui disse che non sapeva nulla e si arrabbiò moltissimo quando gli dissi che di mezzo c’erano Mastropasqua e Penna bianca”. L’arrabbiatura di don Pepè si traduce in un primo regolamento di conti in un capannone di via Copenaghen a Verdellino. Qui vengono convocati “i due zanza”, Mastropasqua e Di Chio. Dovranno dare spiegazioni al boss e al suo direttivo. Oltre ad Onorato, infatti, si presentano i luogotenenti Antonio Ausilio e Jimmy Pangallo. Da sottolineare che il capannone di Verdellino è di proprietà dello stesso Di Muro, il cui mestiere ufficiale è sempre stato quello dell’imprenditore edile. Campo che viene vagliato dagli investigatori per trovare un movente all’omicidio. A lui sono riferibile ben 10 società. Imprese che apre e chiude in pochi anni. Non si tratta di semplici attività individuali. Nella Restauri edili srl, ad esempio, compare come amministratore unico. L’impresa ha una produzione annua da oltre 4 milioni di euro. Cifre non indifferenti per un signore la cui ultima residenza, fittizia, era in via Abbiati 7 nel quadrilatero popolare attorno a piazza Selinunte. Ma c’è di più: Di Muro, fino al 2008, è stato socio nella Giogold jewels. Una srl da 20 milioni di eruo di capitale, il cui attuale liquidatore è una brasiliana di 45 anni. (dm)

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San Siro, ucciso in strada Giovanni di Muro. Imprenditore legato al boss Pepé Onorato

L’uomo freddato dopo una lite in via dei Rospigliosi. I killer fuggiti a piedi lungo via Capecelatro. Numerosi i testimoni, la scena ripresa dalle telecamere. L’ultimo colpo sparato in faccia

Chi è?

Giovanni Di Muro è nato a Montecorvino Rovella in provincia di Salerno il 10 giugno del 1968. Aveva precedenti per reati contro il patrimonio

E’ titolare della società Restauri edili srl con sede a Verdellino in provincia di Bergamo in via Copenaghen 6/c. Con lui in società anche Sirene Ramos Puga, brasiliana di 45 anni residente a Seregno e già presente in altre società cessate sempre intestate a Di Muro.

La vittima risulta avere diversi domicili: a Seregno in via Gozzano, a Milano in via Pacini e in via Bottesini

Due anni fa era stato coinvolto nell’operazione Metallica della Direzione investigativa antimafia sugli affari del clan di Pepé Onorato

5 novembre 2009 - Un colpo in piena faccia, tra il naso e il labbro superiore. Altri tre (o forse più) proiettili sparati al fianco e all’addome. E’ stato ucciso così in mezzo alla strada proprio di fronte allo stadio di San Siro e all’ippodromo del trotto, Giovanni Di Muro, 41 anni, imprenditore edile originario di Salerno. L’omicidio è avvenuto alle 11,38 di stamani (ora della chiamata al 118) in via dei Rospigliosi all’angolo con via Capecelatro. La vittima stava discutendo con alcune persone (due o tre) sul marciapiede di via Capecelatro che costeggia le scuderie dell’ippodromo. Pochi secondi poi gli spari, almeno quattro i bossoli trovati dalla scientifica. Di Muro alla vista della pistola ha cercato di allontanarsi attraversando via dei Rospigliosi, ma dopo cinque o sei metri è stato raggiunto e freddato dagli assassini con un colpo al volto, sparato quasi certamente quando l’uomo era già a terra supino. Probabilmente la vittima stava cercando di raggiungere la sua auto, un fuoristrada Mercedes Ml nero intestato a una società di leasing, parcheggiato sul marciapiede di piazzale Axum di fronte al bar dello stadio. I killer, a volto scoperto, sono poi fuggiti a piedi lungo via Capecelatro.

Diversi testimoni hanno assistito alla scena e sono già stati interrogati dalla squadra Mobile. Sul piazzale al momento del delitto erano presenti (ma dal lato opposto della carreggiata, peraltro separata dai binari del tram) anche alcuni venditori ambulanti di gadget sportivi: “Eravamo sul furgone, abbiamo sentito gli spari, sembravano petardi. Abbiamo pensato fossero dei bambini”.

Giovanni Di Muro, nato a Montecorvino Rovella in provincia di Salerno il 10 giugno del 1968, è titolare della società Restauri edili srl con sede a Verdellino in provincia di Bergamo in via Copenaghen 6/c. Con lui in società anche Sirene Ramos Puga, brasiliana di 45 anni residente a Seregno e già presente in altre società cessate sempre intestate a Di Muro. La vittima risulta avere diversi domicili: a Seregno in via Gozzano, a Milano in via Pacini e in via Bottesini. In passato, fino a un paio di anni fa, Di Muro aveva anche preso residenza in via Filippo Abbiati a San Siro, presso un pregiudicato di sessant’anni poi coinvolto in una rapina. Ma a quanto risulta Di Muro non ha mai abitato nell’appartamento al quarto piano (ora vuoto perché abbandonato dall’assegnatario), e neppure ha mai ricevuto corrispondenza. La vittima aveva precedenti penali per reati patrimoniali (assegni post datati e in bianco) ma a suo carico, al momento, non risulterebbero protesti. Due anni fa era stato coinvolto nell’operazione Metallica della Dia di Milano perché legato al gruppo guidato da Pepé Onorato, boss della ‘ndrangheta. (cg)

Buccinasco, ancora arresti per associazione mafiosa. Ma il boss Domenico Papalia è ancora latitante

Fonte: http://www.milanomafia.com/

Colpo al clan Barbaro-Papalia. Eseguiti 14 arresti, ordinanze in carcere anche per Domenico, Rosario e Salvatore Barbaro. In fuga invece tre persone: tra loro il figlio di Antonio Papalia e Toto u’cainu, Antonio Perre

L’inchiesta

L’inchiesta Parco Sud ha preso le mosse dalla precedente indagine Cerberus che nel luglio del 2008 aveva portato in cella Mico l’australiano e i figli Rosario e Salvatore Barbaro

Scoperto un arsenale in un box di Assago e arrestato il latitante Paolo Sergi. Nel mirino gli interessi immobiliari del clan e Immobiliare Kreiamo di Cesano Boscone intestata a Madaffari Andrea e Alfredo Iorio, figlio dell’ex consigliere comunale di Forza Italia Achille Iorio

GLI ARRESTATI:

 

 

Domenico Barbaro, nato a Platì il 5-5 1937 detto Mico l’australiano

 

 

 

Rosario Barbaro, nato a Platì il 19-7-1972

 

 

 

Salvatore Barbaro, nato a Locri il 15.8.1974

 

 

 

Francesco Barbaro, nato a Platì il 31-10-1976

 

 

 

Andrea Madaffari, nato a Milano il 1-7-1973

 

 

 

Franco Michele Mazzone, nato a Milano il 24-3-1975

 

 

 

Nicola Carbone, nato a Milano il 10-4-1965

 

 

 

Giuseppe D’Aloja, nato a Minervino Murge (Ba) 7-5-1956

 

 

 

Achille Frontini, nato a Milano il 26-7-1943

 

 

 

Alfredo Iorio, nato a Cosenza il 18-7-1970

 

 

 

Giuseppe Liuni, nato a Canosa di Puglia il 23-10-1957

 

 

 

Paolo Salvaggio, nato a Pietraperzia (En) il 29-1-1957

 

 

 

Fortunato Startari, nato a Melito porto Salvo (Rc) il 5-6-1974

 

 

 

Claudio Triglione, nato a Milano il 1-3-1982

Milano, ucciso in strada colpi di pistola

Fonte: http://milano.repubblica.it

Un pregiudicato legato alla criminalità siciliana e calabrese, Giovanni di Muro, 41 anni, originario di Salerno, è stato ucciso per strada a Milano in piazza Axum, zona San Siro. Secondo le prime informazioni, l’uomo sarebbe stato raggiunto da alcuni colpi di pistola al torace mentre si trovava in piazza Axum all’angolo con via dei Rospigliosi. Delle indagini si sta occupando la polizia.

(5 novembre 2009)

Azienda parte civile contro la ‘ndrangheta
il pm: caso raro in Italia, a Milano è il primo

fonte: http://milano.repubblica.it

E’ raro, ha spiegato il pm, che i rappresentanti legali di una società, così come le vittime più in generale dei metodi mafiosi, si costituiscano parti civili in un procedimento per associazione mafiosa. L’azienda è la Sma di Segrate

Un’azienda milanese si è costituita parte civile nei confronti di un presunto boss della ‘ndrangheta, lamentando di aver subito un danno economico” in un procedimento per associazione mafiosa a carico di una trentina di persone accusate di far parte di una cosca legata ai Barbaro di Platì, che si era infiltrata nel sistema degli appalti, e anche in quelli dell’alta velocità ferroviaria, nella zona nord di Milano. Come ha fatto notare il pm della Dda milanese Mario Venditti, anche in sede di udienza preliminare, è la prima volta che accade a Milano. Ed è un fatto rarissimo a livello nazionale.

E’ raro, ha spiegato il pm, che i rappresentanti legali di una società, così come le vittime più in generale dei metodi mafiosi, si costituiscano parti civili in un procedimento per associazione mafiosa. In particolare, l’azienda di grande distribuzione Sma di Segrate (Milano), rappresentata dall’avvocato Daniele Ripamonti, si è costituita parte civile nei confronti del presunto boss della ‘ndrangheta Marcello Paparo davanti al gup Giuseppe Vanore.

Paparo, secondo l’accusa, gestiva di fatto nel 2006 le attività di facchinaggio di una cooperativa che lavorava per conto della Sma. L’azienda di Segrate, quando era venuta a conoscenza delle indagini a carico di Paparo, aveva deciso di rescindere il contratto che la legava alla cooperativa, contattando un’altra impresa che avrebbe dovuto cominciare i lavori. Paparo, però, per giorni, assieme ad alcuni dipendenti della cooperativa, aveva impedito all’azienda di lavorare bloccando l’ingresso ai magazzini.

Nei capi di imputazione poi a Paparo viene contestato anche di essere il mandante di un pestaggio ai danni di un dipendente della Sma che portava avanti ragioni sindacali assieme ad altri lavoratori. La costituzione di parte civile, come ha spiegato l’avvocato Ripamonti, riguarda proprio “il blocco forzato dell’attività e i danni economici conseguiti”.

(4 novembre 2009)

Arrestato pregiudicato vicino a Cosa Nostra

Fonte: http://varesenerws.it

Le manette in esecuzione di un ordine emesso dalla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Milano

Nella serata di ieri, a conclusione di una intensa attività investigativa, la Squadra Mobile di Varese, in collaborazione con il Commissariato di Busto Arsizio, ha arrestato il pregiudicato I. M., di 39 anni, colpito da un ordine di esecuzione emesso dalla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Milano. L’uomo deve espiare la pena residua di 6 anni e un mese di reclusione per reati contro il patrimonio e violazione alla legge sulle armi.

Secondo gli investigatori I.M., nei suoi trascorsi criminali, annovera innumerevoli precedenti penali, che vanno dalla detenzione di sostanze stupefacenti al furto ed alla rapina, dalla ricettazione alla violazione della legge sulle armi.

Nel 1999 veniva tratto in arresto dalla Squadra Mobile, nell’ambito dell’operazione “Pantagruel”, poiché gravemente indiziato di appartenere ad un gruppo criminale dedito a furti compiuti ai danni di TIR, che aveva tra l’altro la disponibilità di un fucile mitragliatore Kalashnikov ed 8 bombe a mano.

Nello stesso anno, veniva colpito da una ordinanza di custodia cautelare in carcere insieme ad altri pregiudicati, per il possesso di 4 fucili mitragliatori e del relativo munizionamento.

Negli anni 2000 è stato arrestato ancora a seguito di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Caltanissetta per associazione a delinquere di stampo mafioso, nell’ambito dell’operazione “Tagli pregiati”.

Attualmente, I.M. è titolare di due imprese edili con sede a Busto Arsizio ed è ritenuto soggetto contiguo alla cosca dei Rinzivillo, appartenente a Cosa Nostra siciliana.

L’uomo, che nei mesi scorsi si era già allontanato poiché al corrente dell’esistenza di un provvedimento restrittivo a suo carico, è stato catturato nei pressi della propria abitazione mentre rientrava con la moglie da una ignota località.

3/11/2009
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