Faida di Petilia. Sabatino, il pusher da Quarto Oggiaro per uccidere la pentita Lea Garofalo

Fonte: www.milanomafia.com

Massimo Sabatino, 37 anni, il presunto killer finito in manette per aver cercato di uccidere la ex collaboratrice di giustizia Lea Garofalo, viveva in via Pascarella. E a dicembre era finito in manette con il clan Tatone

Operazione Smart

Quindici ordinanze di custodia cautelare in carcere a Quarto Oggiaro per associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga. Ecco l’elenco degli arrestati

Nicola Tatone nato a Casaluce (Ce) il 16 febbraio 1968;
Raffaele Tatone nato a Milano il 22 settembre 1987;
Palmieri Alessandro nato a Milano il 5 giugno 1974;
Thomas Pistillo nato a Milano il 4 ottobre 1986;
Oliver Belotti nato a Milano il 16 dicembre 1987;
Francesco Zaccaro nato a Milano il 6 febbraio 1976;
Roberto Forgione nato a Milano l’8 novembre 1971;
Jonathan Leonard Camassa nato a Milano il 19 settembre 1989;
Andrea Bressi nato a Milano il 29 novembre 1987;
Rosario Basso nato a Palermo il 14 giugno 1973;
Massimo Sabatino nato a Pagani (Sa) il 6 novembre 1973;
Ciro Turiello nato a Milano il 24 ottobre 1983;
Girolamo Mustazzu nato a Napoli il 23 settembre 1976;
Azzedine El Idrissi nato a Beni Amir Ovest (Marocco) il 28 luglio 1982

Milano, 8 febbraio 2010 – La sua residenza ufficiale era a Brescia, in contrada Pozzo dell’Olmo. Ma la sua vita da tempo era tra i palazzi dello spaccio di Quarto Oggiaro. Viveva in via Graf, ma quando gli sbirri del commissariato sono andati ad arrestarlo, lo scorso 18 dicembre, lo hanno trovato in via Pascarella, 20. La piazza di spaccio più redditizia di tutta Milano. Era un pusher, un uomo fidato di Nicola Tatone. Ma gli agenti non sapevano che quel ragazzo, Massimo Sabatino 37 anni (nella foto) con l’immancabile felpa con il cappuccio alzato sul capo e il volto stralunato, era invece un uomo al soldo di una guerra di mafia. Il suo nome, passato anonimo nell’elenco degli arrestati dell’operazione Smart, oggi è invece il protagonista delle cronache insieme a quello di Carlo Cosco, l’altro uomo finito in manette con l’accusa di aver cercato di uccidere la ex moglie, la collaboratrice di giustizia Lea Garofalo. Lei ancora non si trova, da quando è sparita proprio da Milano. Lui, cugino del giovane Vito Cosco reo confesso della strage di Rozzano (4 morti), è finito in carcere su mandato della Procura di Campobasso. Sabatino, invece, ha ricevuto la notifica a San Vittore dove appunto era detenuto da dicembre.

Secondo le accuse sarebbe stato il 37 enne nato a Pagani (Sa), a fingersi lo scorso maggio un tecnico addetto alle riparazioni delle lavatrici per entrare in casa di Lea Garofalo e tentare di rapirla e ucciderla. Accuse messe nero su bianco nell’ordinanza di custodia cautelare, che ora – dopo il clamore sollevato dal caso della scomparsa della donna – rischiano di trasformarsi nell’accusa di omicidio. La donna, che in passato aveva collaborato con la giustizia e poi rinunciato al programma di protezione, ufficialmente risulta ancora semplicemente scomparsa. Ma negli inquirenti l’ipotesi di un delitto di lupara bianca è sempre più concreta. E a colpire, almeno secondo quanto ipotizzato dagli investigatori dei carabinieri, sarebbe stato ancora Cosco magari con la complicità di Sabatino. Lui, con una fila di precedenti per droga e altri piccoli reati, a Quarto Oggiaro era descritto come un “semplice balordo”. Un termine spiccio per definire chi, pur facendo parte di un’organizzazione criminale, prediligeva un approccio “diversificato” nel mondo criminale: “Dove c’era un modo per fare soldi lui provava ad inserirsi”. Nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione Smart, firmata dal gip Fabrizio D’Arcangelo, vengono descritte le fredde serate del novembre 2007 trascorse in via Pascarella vendendo coca. Un business da capogiro per il clan Tatone che dopo l’arresto dei petilini Carvelli nel 2008 ha acquisito nuove piazze di spaccio.

E forse per soldi, il 37 enne, avrebbe accettato l’incarico per “rapire e uccidere” Lea Garofalo. Con quell’incarico su commissione da Milano a Campobasso per eliminare il testimone scomodo. Quanto alla donna, le cui rivelazioni avrebbero dovuto far luce anche sull’omicidio di Antonio Comberiati, ucciso nello stabile regno dei Cosco-Carvelli di viale Montello, 6 a Milano, ancora nessuna traccia. Due le ipotesi: quella di un allontanamento volontario, compatibile con la dinamica della scomparsa, e l’omicidio. Il mistero per ora resta fitto. (cg)

Video di denuncia dell’associazione S.O.S. Racket e Usura sul racket delle case popolari a Milano – Parte 2

Video di denuncia dell’associazione S.O.S. Racket e Usura sul racket delle case popolari a Milano – Parte 1

Solidarietà a Frediano Manzi e S.O.S. Racket e Usura

MILANO - Esprimo a nome mio e di tutto il coordinamento lombardo del movimento Ammazzateci Tutti solidarietà per Frediano Manzi e l’associazione S.O.S. Racket e Usura che è stata oggi costretta a deliberare lo scioglimento dell’associazione. Oggi l’ndrangheta e tutte le mafie presenti al nord sono riuscite a vincere un’altra piccola battaglia a causa dell’isolamento in cui si sono trovate le singole persone fisiche che facevano riferimento all’associazione anti-racket e che con forza sono riuscite a diventare un punto di riferimento per piccole aziende taglieggiate e pressate dalle cosche mafiose.

Frediano Manzi ha da anni saputo portare avanti la dura battaglia all’usura in un territorio ostico come quello dell’hinterland di Milano e proprio per questo si è visto, questa mattina, vittima dell’ennesimo atto intimidatorio in cui è stato bruciato un furgone di sua proprietà. Oggi la società perde una sua costola sana, capace di denunciare i soprusi della criminalità organizzata e di fornire utili informazioni alle forze dell’ordine. Mio augurio è che le istituzioni riescano ad accorgersi di questa mancanza e ridare possibilità a Frediano Manzi e la sua associazione di potersi ricostituire e continuare a portare aiuto a quegli imprenditori che rischiano di ricadere nelle mani della criminalità.

Massimo Brugnone
Coordinamento Ammazzateci Tutti Lombardia

Cantieri, appalti e rifiuti: gli affari del clan Iamonte in Brianza. Così Desio è diventata la Melito del Nord

Fonte: www.milanomafia.com

Appalti e terreni edificabili, collusioni con gli ambienti della politica e un impero immobiliare. Il clan di Melito Porto Salvo controlla il triangolo tra Desio, Bovisio Masciago e Cesano Maderno. La terra del giudice Di Maggio

Il personaggio

Natale Iamonte è nato a Melito Porto Salvo il 7 maggio 1927. Ha precedenti per omicidio, associazione mafiosa e associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga

Iamonte è stato arrestato a Milano il 22 novembre del 1993 in un appartamento di via Ruccellai al confine tra il capoluogo lombardo e Sesto San Giovanni e sottoposto al carcere duro

Dopo l’arresto secondo i rapporti dell’Antimafia Natale lasciò il controllo della cosca ai figli Vincenzo e Giuseppe. Proprio Giuseppe è stato arrestato dai carabinieri dopo 12 anni di latitanza nel 2005 a Santo Stefano d’Aspromonte

Milano, 7 febbraio 2010 – Se Buccinasco è passata alla storia criminale come la Platì del Nord, questa terra di industrie e centri commerciali, con i terreni un tempo agricoli diventati oro per i palazzinari, è ormai la replica lombarda di un altro avamposto della ‘ndrangheta calabrese: Desio, frazione di Melito Porto Salvo. Qui, ripercorrendo i passaggi di un report sulla criminalità organizzata al Nord stilato dai carabinieri, ‘ndrangheta significa soprattutto una cosa: clan Iamonte-Moscato. Scrivono i carabinieri: “Per quanto attiene il territorio di Desio può dirsi che negli anni si sono succedute una serie di famiglie malavitose che hanno concentrato la loro azione criminale al fine di ottenere un pregnante controllo dell’intero territorio. In tale quadro un primo cenno va fatto alla famiglia Iamonte-Moscato, originaria di Melito Porto Salvo (Reggio Calabria) con area d’influenza in Desio, Bovisio Masciago e Cesano Maderno“. Il rapporto degli investigatori dell’Arma chiarisce anche gli interessi della cosca in Brianza: “Insistente sul territorio sin dai primi anni ‘70, ha visto aumentare i propri interessi nel campo politico, commerciale ed immobiliare, fino a giungere all’apice nel lasso temporale compreso tra il settembre 1988 ed il marzo 1991, allorquando il capocosca Natale Iamonte ebbe a scontare gli obblighi impostigli dalla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza proprio nel territorio desiano. Allo stato attuale, pur mantenendo l’affiliazione ad una ‘cosca perdente’, la famiglia Moscato continua a costituire un elemento di riferimento puntuale per gli interessi illeciti in Brianza”.

Il riferimento è al capocosca strico dei Iamonte, Natale Iamonte (nella foto), nato a Melito Porto Salvo il 7 maggio 1927, con numerosi precedenti per omicidio, associazione mafiosa e associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Proprio Iamonte è stato arrestato a Milano il 22 novembre del 1993 in un appartamento di via Ruccellai al confine tra il capoluogo lombardo e Sesto San Giovanni e sottoposto al carcere duro. Dopo l’arresto secondo i rapporti dell’Antimafia Natale lasciò il controllo della cosca ai figli Vincenzo e Giuseppe. Proprio Giuseppe è stato arrestato dai carabinieri dopo 12 anni di latitanza nel 2005 a Santo Stefano d’Aspromonte. Ma c’è di più, perchè Natale Iamonte sarebbe legato da vincoli di parentela (zio materno) a Natale Moscato classe 1944, imprenditore edile proprio di Desio. Moscato finì nei guai nel 1994 per un’inchiesta della Dia sul gruppo Iamonte. Ex assessore all’Urbanistica del Comune di Desio (1988), Moscato è stato per molti anni consigliere comunale del Psi. Un uomo chiave, secondo l’inchiesta, per i rapporti e le infiltrazioni della cosca nel tessuto economico di Desio. Natale venne arrestato, ma pochi giorni dopo il Tribunale revocò l’ordinanza di custodia cautelare e da quel momento le accuse nei confronti di Moscato e dei fratelli Annunziato (nel 1990 eletto nel consiglio comunale di Cesano Maderno nelle liste del Psi), Saverio e Quinto iniziarono a vacillare. Nonostante questo fu disposto il sequestro di beni per un valore presunto di 50 miliardi delle vecchie lire. Ma i guai con la giustizia per i fratelli Moscato si chiusero poi con una pioggia di assoluzioni nell’udienza preliminare “per non aver commesso il fatto”, ossia l’accusa di associazione mafiosa. Tanto che il 23 aprile del 1997 il Tribunale per le misure di prevenzione di Reggio Calabria chiuse ogni pendenza disponendo il dissequestro dei beni. Una brutta storia dalla quale la famiglia Moscato uscì a testa alta dalle aule del Tribunale. Il nome dei fratelli Moscato rientra però in un recente rapporto dell’Antimafia che vedrebbe la famiglia “impegnata sul fronte immobiliare nei comuni di Desio, Cesano Maderno e Seveso”. Nel rapporto si fa riferimento anche a presunti contatti con Vincenzo Rispoli, sotto inchiesta per associazione mafiosa, e i fratelli Vincenzo e Nunziato Mandalari.

Desio, 40 mila abitanti, è però indicato come area di influenza di un’altra fondamentale cosca calabrese, quella dei Mazzaferro. “L’organizzazione guidata da Giuseppe Mazzaferro ha goduto negli anni di autonomie operative rilevanti poiché gestiva gli interessi del clan a livello regionale”. E per questo viene citata l’operazione “I fiori della notte si san Vito” della Dda di Milano che ha evidenziato “una struttura capeggiata dallo stesso Mazzaferro e che vedeva al suo interno personaggi come Domenico Fortugno referente per Cesano Maderno, Leonardo e Francesco Odonini referenti per Varedo, Domenico Romeo e Giovanni Lamarmora, rispettivamente capo e responsabile di Limbiate, Paolo Crea e Demetrio Macheda, mandatari della gestione degli affari nei comuni di Desio e Muggiò. Gli interessi di Tale clan spaziavano dagli stupefacenti alle rapine, alla detenzione di armi ed esplosivi”. A Desio non manca neppure la presenza di Cosa Nostra con uomini legati al clan Agresta-Allia.

La cittadina brianzola finì al centro delle cronache anche nel settembre del 2000, quando i Ros arrestarno nell’operazione Scilla il consigliere comunale di Forza Italia a Cesano Madreno Domenico Zema, originario di Melito Porto Salvo e residente proprio a Desio. Anche per lui l’accusa di essere un uomo della cosca Iamonte in Lombardia. A Desio, nel settembre 2008 si torna a parlare di rapporti tra ‘ndrangheta e politica con l’arresto del boss del traffico di rifiuti Fortunato Stellittano classe 1965, caduto nella rete della polizia provinciale nell’ambito dell’operazione Star Wars. Secondo le accuse intorno alla famiglia Stellittano gravitavano una serie di aziende impegnate in scavi e movimento terra, che in realtà nascondevano un sistema organizzato per seppellire rifiuti speciali nei terreni brianzoli. A Desio, il 9 ottobre del 1996 si celebrarono i funerali del magistrato Francesco Di Maggio, pubblico ministero per anni in prima fila nelle inchieste antimafia. Fu lui nel settembre del 1984 a raccogliere le dichiarazioni del boss Angiolino Epaminonda. Le dichiarazioni del Tebano fecero luce su 44 omicidi e consentirono di estirpare il clan dei catanesi a Milano. (cg)

Buccinasco, la replica degli ex assessori: “I lavori di via Resistenza precedenti alla giunta Carbonera. Pronti ad essere sentiti dai magistrati”

Fonte: www.milanomafia.com

Giambattista Maiorano (Bilancio) e Rino Pruiti (Ambiente) rispondono alle dichiarazioni di Rosario Barbaro. “I nostri rapporti con le loro aziende sono cristallini”

La vicenda rifiuti tossici

Sul sito dell’Istituto superiore di sanità si legge: «Il cromo esavalente o cromo VI è un pericolo per la salute umana». Bene, nel 2003 il cromo viene trovato in un terreno comunale di Buccinasco. L’area è quella di via Resistenza, un pratone di oltre 7 mila metri quadrati. Da allora è bloccata, in attesa di bonifica. «Sul terreno di via Resistenza», scrivono i tecnici dall’Arpa (l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Lombardia), «sono stati individuati due focolai di contaminazione diffusa. Un mix di veleni che penetra nel terreno e finisce nella falda acquifera.

Chi li ha scaricati nel pratone di via Resistenza? L’allora sindaco di Buccinasco, Maurizio Carbonera manda un esposto contro ignoti alla Procura di Milano. I magistrati archiviano. Senza risposte anche un’interrogazione parlamentare .
Dopo cinque anni, nel 2008, viene ritrovata una lettera che proverebbe le responsabilità dell’inquinamento: la scrive al Comune Rosario Barbaro, il fratello maggiore di Salvatore Barbaro. La lettera è datata 8 maggio 2003. È una richiesta di soldi: «Durante i mesi estivi dello scorso anno, la mia ditta ha cominciato a trasportare a discarica vari materiali di risulta e poi ha immesso nell’area di via Resistenza 5 centimetri di terra di coltivo». Barbaro pretende il pagamento di «26.339.000 euro, pari a 170 viaggi di camion». I viaggi sono avvenuti, ammette la lettera, nell’estate 2002, quindi prima della scoperta dell’inquinamento da cromo. A confermare l’ipotesi anche l’attuale funzionaria comunale Gregoria Stano: «Barbaro ha lavorato in via Resistenza. Tutti lo sanno, ma nessuno parla o prende provvedimenti».
Rosario Barbaro non è nuovo a questo metodo. In passato ha avuto a che fare con la giustizia per fatti simili: nel 2003 i vigili avevano scoperto una discarica abusiva, inquinata da amianto, in via Trecastelli, zona Barona dentro il perimetro del Parco sud Milano, area strettamente vincolata. Sul verbale di polizia giudiziaria si legge: «L’episodio deve essere inquadrato in un piano organizzato di realizzazione di una discarica abusiva». Il tutto aggravato perché realizzato dentro i confini di un parco. Gli investigatori sospettano i Barbaro «di voler così cambiare la destinazione d’uso dell’area». Anche in questo caso, però, il pubblico ministero fa richiesta di archiviazione. In realtà, Rosario Barbaro viene riconosciuto colpevole di aver creato una discarica abusiva, reato che però può essere estinto pagando un’ammenda. Il 25 maggio, lo stesso tribunale attesta il pagamento di 13 mila euro da parte di Rosario Barbaro. Il caso è chiuso. (dm)

Milano, 5 febbraio 2010 – Rosario Barbaro durante la sua deposizione in aula, durata poco meno di un’ora, ha parlato dei legami delle imprese di famiglia con l’ex amministrazione comunale di Buccinasco, ha parlato degli appalti ottenuti direttamente dal Comune e ha giurato di non aver preso un soldo per tutti gli interventi. Alle sue parole, oggi rispondono alcuni dei diretti interessati, l’ex assessore al Bilancio Giambattista Maiorano e quello all’Ambiente Rino Pruiti.

Rosario Barbaro ha lavorato con i propri camion in via Resistenza (nella foto), un terreno oggi inquinato dal cromo esavalente. Quali sono stati i passaggi che hanno portato l’Amministrazione ad affidare l’incarico alla società di Rosario Barbaro?

“Al di là di quanto afferma Barbaro, c’è da precisare che tutte le attività di movimento terra registrate in via Resistenza sono antecedenti all’insediamento dell’Amministrazione Carbonera avvenuta nel giugno del 2002″.

E quindi a quando risale l’inizio dei lavori?

“Tutti i lavori sono databili al periodo della Giunta Lanati (2000-2001) e successivamente nel periodo del commissariamento, a riprova di questo esistono due interrogazioni consiliari del Consigliere Giampietro Camito di Rifondazione Comunista (corredate di foto), interrogazioni che sono state ignorate sia dal Presidente del consiglio comunale dell’epoca (Luigi Iocca: che ha dichiarato di non averle mai viste) che dal commissario di Governo che è succeduto al Sindaco dopo il commissariamento (che non era obbligato a valutarle). Molto verosimilmente le autorizzazioni, per altro soltanto verbali, sono state date dai dirigenti degli uffici comunali dell’epoca. Del resto, qualora ci fossero dubbi, esiste una lettera protocollata dalla Edil Company dei Barbaro dove descrivono la cronistoria di quanto accaduto facendo nomi e cognomi”.

I Barbaro non vennero pagati, quindi…

R: I Barbaro o meglio l’impresa Edil Company dei Barbaro (anche se la fattura è stata emessa da Barbaro Rosario), per le attività svolte, presentò una fattura dell’importo di 38.000 mila euro. Il documento è girato parecchio tra l’ufficio tecnico e la ragioneria generale.

E lei, Maiorano vide quella lettera?

“Nella mia qualità di assessore al bilancio (Giambattista Maiorano), quando mi fu sottoposta, dopo reiterate sollecitazioni alla struttura da parte dell’impresa, avendo verificato la mancata copertura della spesa e l’inesistenza di qualsiasi documento, determina o delibera, che potesse giustificare i lavori, diedi esplicito ordine di non pagare. Così come l’Assessore all’ambiente dell’epoca (Rino Pruiti) aveva rifiutato agli uffici comunali il visto per mandare avanti la determina/delibera con gli stessi motivi (luglio 2002)”.

C’è stato contenzioso con la famiglia Barbaro?

“No. Né risultano azioni legali in fase successiva. Immagino invece che tali azioni possano essere state sostituite da atti di provocazione, avvertimenti e di intimidazioni sia nei confronti del personale (vedi denuncia dell’arch. Fregoni per i danni causati alla sua autovettura) che del Sindaco Maurizio Carbonera”.

I Barbaro tuttavia hanno sempre respinto queste accuse, ossia di aver avviato atti intimidatori o minacce nei confronti dell’amministrazione.

“Ovvia, mi sembra la posizione espressa dai Barbaro. Un sospetto non è una prova. Saranno la magistratura e le forze dell’ordine a scoprire l’arcano. Una cosa è certa: auto bruciate, croci e proiettile non possono essere un regalo del cielo!”

Rosario Barbaro ha parlato di due incontri con l’allora sindaco Carbonera. Avete mai saputo di questi incontri?

“Non sono mai stato presente (Maiorano + Pruiti). Li ritengo possibili e del tutto plausibile la risposta in merito a via Resistenza dopo l’esito dei carotaggi. Ovvio che la motivazione non poteva essere soltanto questa, ma, come detto nella risposta su via Resistenza, la disposizione da me data in mancanza di qualsiasi elemento di prova dell’affidamento”.

Quando e come si seppe di quella vicenda, mi sembra di capire quando Lanati era ancora in carica?

“Non sapevamo della vicenda nel 2000, infatti, l’opposizione fece appunto un’interrogazione consiliare per “sapere” che cosa stava accadendo in via Resistenza”.

Le dichiarazioni in aula da parte di Rosario Barbaro sono state molto nette.

“Mi spiace che da parte del Pm Dolci possa non esserci stato alcun dubbio circa la dichiarazioni di Barbaro”.

Tuttavia è giusto ricordare che le dichiarazioni di un imputato non hanno alcun valore per il procedimento…

“Sono pronto (insieme all’ex Assessore Rino Pruiti) , ovviamente, a fornire la mia versione dei fatti al fine di ristabilire ciò che è una verità storica anche per non distorcere, come si è fatto da parte di Cereda & C., l’impegno di Maurizio Carbonera”. (cg/dm)

Ortomercato, il Tar salva i padrini del racket. E per la Sogemi la strada del commissariamento

Fonte: www.milanomafia.com

Mercati generali nel caos. Il Tribunale amministrativo rinvia a primavera la riforma degli appalti di facchinaggio. E tra i banchi la festa delle cooperative sospette

Le minacce

Nel luglio 2007 Josef Dioli si ritrova la porta di casa incendiata. Sono passati tre anni e ancora le indagini non hanno portato a nulla. Alla base di quell’attentato mafioso c’era il primo storico sciopero dei lavoratori dell’Ortomercato organizzato e voluto proprio da Dioli.
Nel luglio scorso, poi, all’interno degli stand un gruppo di persone, tra cui alcuni grossisti, lo hanno selvaggiamente picchiato nella totale indifferenza dei presenti.
L’ultimo episodio la scorsa notte, quando ignoti sono entrati nel palazzo accanto a quello della Sogemi e sulla porta del suo ufficio hanno disegnato una croce

Milano, 3 febbraio 2010 - Un anno di duro lavoro per stilare il documento che ha portato alla stesura del bando per chiudere l’accesso indiscriminato all’Ortomercato di via Lombroso e limitare a 3 il numero delle cooperative che potevano operare sui 450mila metri quadrati del più grande mercato ortofrutticolo italiano, non è servito a niente. Almeno per ora, visto che il Tar ha rinviato ad aprile la decisione sul piano conto il lavoro nero. Una decisione accolta tra gli stand dei mercati generali con festeggiamenti, volantini di vittoria e caroselli di auto di lusso. Il piano prevedeva un bando aperto solo a cooperative che rispettassero tutti i regolamenti antimafia e contro il lavoro nero. L’accordo tra il sindacato (con in prima fila Josef Dioli, 5 volte minacciato per le sue richieste di legalità) e l’attuale dirigenza di Sogemi, sembra ormai sfumato. L’accordo aveva, per la prima volta nella storia di Sogemi, portato a un risultato vero, tangibile, di cui i dipendenti erano molto soddisfatti: una gara basata sul bando scritto congiuntamente, e vinta appunto da 3 cooperative al di sopra di ogni sospetto. Un sodalizio per cui Josef Dioli si è beccato l’ultima (la quinta) sonora minaccia di morte (nella foto). Una croce in rosso, il colore del sangue, fuori dal suo ufficio. Una scritta eloquente, “Bastardo”, che da sola dovrebbe fargli passare la voglia di cercare in tutti i modi di portare la legalità dentro l’Ortomercato, di escludere le cooperative che lavorano senza rispettare le regolamentazioni.

Eppure, due sono le cattive notizie per quanto riguarda il futuro di Ortomercato, che non permettono di pensare positivamente a una definitiva risoluzione delle illegalità che paiono a questo punto connaturate alla struttura. La prima: l’attuale presidente, Predolin, che nei suoi anni di attività ha sempre dichiarato di impegnarsi per cercare di azzerare (o quanto meno limitare) il fenomeno del lavoro nero e del lavoro grigio (la cui chirurgica attuazione prevede in tutti i casi le classiche 40 ore in busta paga per 250 lavorate), ha già annunciato, nel risiko delle nuove nomine per le municipalizzate, che lascerà la Sogemi per andare a Milano Ristorazione: “A Milano Ristorazione c’è una fase di rilancio. Sono gratificato che abbiano pensato a me.” Prima di lasciare, poi, non si tira indietro dal rilanciare l’idea che – stando alle opinioni di molti dei lavoratori di Sogemi e di Ortomercato – sarebbe la vera motivazione del suo allontanamento da via Lombroso: “Bisogna istituire una Commissione di inchiesta sulle illegalità dell’Ortomercato. Noi abbiamo fatto un grande lavoro di controllo e verifica del territorio”. A marzo ci saranno le elezioni regionali, e bisognerà attendere per vedere a chi verrà affidata la direzione dell’azienda con il 99 percento del controllo a Palazzo Marino.

La seconda ragione, e ben più grave, è conseguenza del ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale che le cooperative (tra cui, per esempio la Liberty di Claudio Donnolo, gli uffici negli stessi uffici di Sogemi, rinata dalle ceneri della Ncm, sciolta per lavoro nero) che hanno perso la gara basata sul bando hanno portato. “Niente può far pensare che il Tar accetti il ricorso”, ci aveva detto un dipendente di Ortomercato qualche giorno fa. Il Tar, infatti, avrebbe dovuto pronunciarsi entro la fine di gennaio 2010, in modo da rendere operativo il bando già da questo mese. Eppure, l’organo di giurisdizione amministrativa si è pronunciato per una sospensione della richiesta di ricorso fino al 15 aprile 2010. Data che di poco segue l’entrata in vigore delle nuove nomine a seguito delle elezioni regionali di marzo in Lombardia. “È la fine dell’Ortomercato”, dice amareggiato un dipendente. “Questo è il segnale evidente che niente deve cambiare, qui dentro. Che non c’è la volontà di intervenire sull’illegalità divagante che regola il lavoro. Anche la ‘rimozione’, perché così io la leggo, di Predolin, è molto preoccupante.”

In Tribunale si attende la conclusione del processo alle menti finanziarie del boss Salvatore Morabito (già condannato a 13 anni con rito abbreviato per spaccio internazionale di cocaina) e alla rete di cooperative legate all’imprenditore calabrese Antonio Paolo. Lo stesso Predolin lo ammette: “Che ci siano infiltrazioni non posso metterci la mano sul fuoco. Ci sarà sicuramente una presenza malavitosa, ma stiamo facendo di tutto per tenerla sotto controllo”.
E anche Josef Dioli è certo che il responso del Tar sia “una definitiva mazzata alla questione”. Certo è che la notte della pronuncia del Tribunale Amministativo Regionale, all’interno della struttura di via Lombroso non era difficile vedere e sentire un’auto di grossa cilindrata che andava in giro a festeggiare quella che a ben veder appare come un’amnistia. (G.Cat)

Lo stalliere e l’Ortomercato. L’impresa di facchinaggio delle Mangano tra i banchi del mercato di via Lombroso. Ecco il documento del Comune

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In una lettera firmata dall’Amministrazione comunale la presenza della Cgs New Group all’interno dell’Ortomercato con contratto d’appalto e pass d’ingresso. E spuntano nuovi legami con uomini legati ai clan

La lettera

Il documento firmato dall’assessore al Commercio Giovanni Terzi è la risposta alle ripetute interrogazioni alla Moratti presentate dai consiglieri comunali del Pd Pierfrancesco Majorino e David Gentili

Nella lettera si parla della presenza all’interno degli stand di via Lombroso della Cgs New Group, impresa delle sorelle Mangano, figlie dell’ex fattore di Arcore condannato per mafia

La Cgs lavora per una società già finita nei guai alla fine degli anni Novanta per un giro di tangenti per gli appalti delle mense scolastiche

Ma dai legami societari sbucano strani rapporti con il siciliano Pino Porto e uomini della cosca Morabito

Milano, 2 febbraio 2010 – All’Ortomercato sembra esserci spazio per tutti. E così dopo la ‘ndrangheta, ora si allunga l’ombra di Cosa nostra. Ad oggi solo un’ombra, anche se la presenza di una delle imprese della famiglia Mangano all’interno del mercato non è affatto un sospetto, ma una certezza. La Cgs New Group gestita, appunto, da Cinzia Mangano, la secondogenita dell’ex fattore di Silvio Berlusconi, oggi lavora all’interno del padiglione frigorifero. La società che ha un giro d’affari di quasi 2 milioni di euro ha sottoscritto l’appalto con la Agrimense srl, società di Nova Milanese che nel 1999 fu coinvolta nello scandalo delle tangenti per le mense scolastiche. In quell’indagine finì impigliato Alessandro Arosio, attuale socio dell’Agrimense. Arosio fu anche arrestato, ma poi nel processo la sua posizione finì prescritta assieme a quelle di altri dodici imprenditori del settore. L’Agrimense, oltre a lavorare in via Lombroso, ha recentemente vinto un appalto l’appalto per la fornitura di frutta e verdura per gli istituti scolastici comunali di Como.

Gli eredi di Vittorio Mangano entrano dunque all’Ortomercato. E lo fanno con tutti i sospetti del caso, anche se la procedura per ottenere l’appalto appare cristallina. Almeno così si capisce leggendo le due pagine di risposta che il Comune di Milano ha fatto pervenire a due consiglieri del Pd, Pierfrancesco Majorino e David Gentili, autori di un’interrogazione alla Moratti sui “rapporti dell’Amministrazione comunale con le imprese Cgs New e Csi”. In sostanza, si legge nel documento inviato dal presidente di Sogemi (la società a maggioranza comunale che gestisce i mercati generali), “la Cgs New Group ha sottoscritto con la società Agrimense srl, operatore presente all’interno dell’Ortomercato e più precisamente nell’edificio frigorifero centralizzato, un contratto d’appalto per l’esecuzione di lavori di facchinaggio, movimentazione delle merci, carico e scarico delle stesse”. E ancora: “L’ufficio tesseramento della Direzione di mercato Sogemi spa, a fronte della presentazione della richiesta di documentazione, ha emesso tessere personali di ingresso intestate a dipendenti della Cgs New Group al fine di operare all’interno della struttura facente capo alla società Agrimense”. Pass d’ingresso del tutto identici a quelli rilasciati ai normali operatori dell’Ortomercato, ma anche tra il 2003 e il 2004 dal boss della ‘ndrangheta Salvatore Morabito che ha avuto libero accesso agli stand di via Lombroso per mesi. Al momento la Cgs “dispone di sette tessere intestate a suoi dipendenti e soci”. Vittorio Mangano, oltre a Cinzia, ha altre due figlie: Loredana, rappresentante legale della Cgs e Marina, la più giovane, titolare della Csi, altra società di facchinaggio che in passato, si legge nel documento del Comune a firma dell’assessore alle Attività produttive Giovanni Terzi, ha tentato di ottenere un appalto all’Ortomercato ma senza riuscirci. Entrambe le imprese hanno sede in via Romilli 21 (nella foto) al quartiere Corvetto.

Va detto, poi, che la Cgs, per questo appalto, ha presentato tutti i documenti in regola, compreso il certificato antimafia. C’è però qualcos’altro che rende inquietante la presenza delle sorelle Mangano all’Ortomercato e vale a dire i loro rapporti con uomini considerati da magistrati e pentiti molto vicini a Cosa nostra. Tra questi, il già citato da Milanomafia, Giuseppe Porto, detto Pino il cinese. Lui, secondo il pentito Fabio Manno, avrebbe coperto la latitanza di Giovanni Nicchi a Milano. Non solo, secondo fonti investigative, il cinese nello scenario criminale milanese si collocherebbe come il trait d’union con gli uomini della cosca Morabito. Secondo le stesse fonti investigative, poi, Pino Porto attualmente si muoverebbe con una macchina intestata proprio alla ditta di Cinzia Mangano e questo, nonostante non ricopra alcuna carica societaria evidente.

Seguendo Pino Porto
, poi, si arriva a Enrico Di Grusa, marito di Loredana Mangano. Lui, con alle spalle un periodo di latitanza e con precedenti guai con la giustizia per associazione mafiosa, oggi abita in un appartamento signorile in via Aselli. Non solo, ma assieme a Pino il cinese gestirebbe, in maniera occulta, la Smc, ennesima società di facchinaggio con sede in viale Martini 9. Un indirizzo ben conosciuto dagli uomini della Squadra Mobile di Milano. La strada infatti si trova dietro al distributore Esso di piazzale Corvetto, punto di ritrovo degli uomini di Salvatore Morabito, boss della ‘ndrangheta, coinvolto e condannato nell’inchiesta For a King. Nella relazioni di servizio che Milanomafia ha potuto leggere e depositate negli atti del processo, vengono fotografati personaggi oggi imputati. Tra questi l’imprenditore napoletano Mariano Veneruso, Pino Porto e il calabrese Giovanni Falzea legato alla famiglia Bruzzaniti di Africo. Sarà proprio Falzea ad entrare e uscire dal civico 9 di via Martini. E non a caso visto quello che scrivono gli investigatori: “Porto, inoltre, è risultato significativamente legato per comuni investimenti nella gestione di alcune cooperative di facchinaggio operanti sempre nell’Ortomercato a Salvatore Morabito, Pasquale Bruzzaniti e Giovanni Falzea”. Dopodiché nell’assetto societario della Smc compare Vincenzo Tumminello, nipote di Porto. Lui in passato ha avuto ruoli in due società, la Full times e la Co.smi.di, entrambe protagoniste dell’inchiesta del pm Maurizio Romanelli che nel 1999, indagando sulla latitanza di Enrico Di Grusa, arrivò a scoprire “in modo circostanziato il funzionamento fraudolente di una struttura commerciale contigua alla criminalità organizzata e presumibilmente creata al fine di finanziare quest’ultima mediante la costituzione di fondi neri generati dalla commissione di illeciti societari”. L’inchiesta poi si chiuse con un pugno di mosche. Oggi però, a stringere il cerchio delle relazioni pericolose tra ‘ndrangheta e Cosa nostra c’è anche un altro uomo, Carmelo Cardile, catanzarese in passato presente nel collegio sindacale della Co.smi.di e fino a poco tempo fa titolare della New Gest, società orbitante nella galassia delle imprese riconducibili ad Antonio Paolo, oggi accusato dal pm Laura Barbaini di essere il braccio finanziario della cosca Morabito. (dm/cg)

Processo Cerberus, parla Rosario Barbaro: “Per il Comune lavorammo anche gratis”

Fonte: www.milanomafia.com

Il figlio di Mico l’australiano in aula racconta dei lavori di movimento terra eseguiti per conto dell’Amministrazione di Buccinasco. “Per via Resistenza non abbiamo ricevuto un soldo”

Rosario Barbaro è nato a Platì il 19 luglio 1972. E’ il fratello maggiore di Salvatore Barbaro finito nei guai dopo l’inchiesta Cerberus delle Fiamme gialle. Entrambi sono figli di Domenico Barbaro, Mico l’australiano

Rosario Barbaro era titolare di un’azienda individuale di movimento terra con sede in via Cadorna, 126 a Buccinasco, poi chiusa.

Insieme al padre è stato poi titolare della Mo.Bar con sede in via Concordia a Corsico. L’azienda si occupava di lavori di movimento terra

Il 10 luglio del 2008 è stato arrestato dal Gico della guardia di Finanza per associazione mafiosa insieme al padre Domenico e al fratello Salvatore

Attualmente è detenuto e imputato nel processo in corso alla Settima sezione penale del tribunale di Milano

Milano, 28 gennaio 2009 - “Dal Comune di Buccinasco non abbiamo mai preso un soldo. L’amministrazione ci incaricò dei lavori in via Resistenza ma non volle pagarci perché aveva contestato in nostro intervento dicendo che la terra utilizzata era inquinata. Ma in altre occasioni uomini del Comune ci chiesero di aiutarli per piccoli lavori che abbiamo eseguito gratuitamente”. Nell’aula della Settima sezione penale del Tribunale di Milano parla Rosario Barbaro, imputato con l’accusa di associazione mafiosa insieme al fratello Salvatore e al padre Domenico. Il pm Alessandra Dolci procede con l’esame dell’imputato che racconta i suoi inizi con ruspe e bilici. Dalla prima società, la ditta individuale Rosario Barbaro nei primi anni novanta, alla carcerazione per droga qualche anno più tardi. Poi la messa in liquidazione della società per motivi finanziari e l’ingresso nella Mo.Bar insieme al padre Domenico. Un’azienda che per anni s’è occupata del movimento terra nella zona di Buccinasco e di tutto l’hinterland di Milano e le cui vicende sono ora al centro dell’inchiesta Cerberus sul gruppo Barbaro-Papalia. Rosario, detenuto dal luglio del 2008, ha parlato anche dei lavori svolti per conto del Comune di Buccinasco. Dall’intervento di via Resistenza, dove l’amministrazione autorizzò la copertura con terra di coltivo di un’area verde, fino a “piccoli lavori” eseguiti a titolo gratuito.

In via Resistenza diede incarico ai Barbaro di ricoprire l’area con 5 centimetri di terra di coltivo, terreno vergine. “Poi l’allora sindaco Maurizio Carbonera attraverso il geometra che si occupava della pratica mi chiese di aumentare la copertura fino a 25 centimetri – ha raccontato Rosario Barbaro in aula -. A lavori finiti ci fu un contenzioso con il Comune: dissero che il terreno utilizzato era inquinato. Così non pagarono mai l’intervento svolto”. Lavori per circa 38 mila euro, bloccati dopo la scoperta di cromo esavalente fatta dai tecnici dell’Arpa tanto che l’area finì sotto sequestro. Rosario Barbaro sostiene di avere incontrato due volte in tutta la sua vita l’ex sindaco Carbonera, sempre e soltanto per questioni di lavoro.

Poi il maggiore dei fratelli Barbaro parla di un intervento eseguito con le proprie ruspe in via Salieri, la zona dove nel 2005 vennero ritrovati due bazooka nascosti accanto alla Tangenziale. “Un giorno incontrai l’ex sindaco Guido Lanati (in carica prima di Carbonera e in seguito assessore della giunta, ndr) che mi chiese se potevo dargli una mano: c’erano due mucchi di terra abbandonata e mi disse se potevo spianarli – racconta Barbaro -. Per me non c’erano problemi, gli chiesi l’autorizzazione ad accedere al cantiere. Gli dissi: fammi quattro o cinque giorni di permesso, e alla prima occasione vado. E così fece, dal Comune mi arrivò l’autorizzazione del capo dell’ufficio tecnico Fregoni ed eseguii i lavori”. Racconta l’imputato che per quell’incarco la sua azienda non venne pagata dall’amministrazione: “Era un favore e lavorammo gratuitamente”.

Tra le parole di Rosario Barbaro spunta l’ennesimo riferimento a Pasquale Papalia e ai suoi lavori nel cantiere di Buccinasco più. “Lui – dice il figlio di Mico l’australiano – non poteva lavorare perché aveva pochi camion, mi pare fossero due”. E dunque perché mai Adriano Pecchia volle a tutte i costi dare 24.000 euro al figlio del boss Antonio Papalia? Soprattutto facendo figurare quel denaro come manodopera effettivamente eseguita dalla Lavori stradali di Maurizio Luraghi. Ma Rosario Barbaro fa di più, confermando una frase detta dal fratello Salvatore, sul monopolio della ‘ndrangheta nel campo del movimento terra. “Prima di tutto devono lavorare i nostri camion”, sarebbero queste le parole dette da Salvatore Barbaro a Luraghi che po le riferisce a Rosario.(cg/dm)

Il prezzo della ‘ndrangheta. Quei ventiquattromila euro che i Pecchia regalarono al figlio di Antonio Papalia come segno d’amicizia

L’episodio è stato raccontato dall’imprenditore Maurizio Luraghi durante l’ultima udienza del processo alla cosca Barbaro. Per pagare quel denaro a Pasquale Papalia emise una fattura falsa

L’imprenditore

Maurizio Luraghi è nato a Rho il 26 settembre 1954. Inizia a lavorare nel campo dell’edilizia sul finire dgeli anni Settanta. All’epoca opera già con Domenico Barbaro, detto l’australiano.

Negli anni Ottanta c’è l’incontro con Rocco Papalia, il boss di Buccinasco. E per Luraghi le cose cambiano. Non è più lui, infatti, a decidere chi far lavorare nei suoi cantieri, ma compare Rocco. Sarà Papalia a gestire il denaro dei subappalti.

A metà anni Novanta, con i Papalia in carcare, Luraghi si riavvicina a Domenico Barbaro e successivamente al figlio Salvatore appena uscito di galera.

A partire dal 2000, Salvatore Barbaro diventa sempre più potente tanto da pretendere di gestire i lavori del movimento terra come già fece il suocero Rocco Papalia

Con precedenti per bancarotta, Luraghi viene arrestato nel luglio 2008 assieme alla moglie Giuliana Persegoni. Marito e moglie oggi sono imputati per 416 bis

Recenetmente Luraghi ha mostrato la volontà di tagliare i rapporti con i clan. Per questo ha ricevuto minacce verbali e diversi attentati nei propri cantieri

Milano, 27 gennaio 2010 - “Adriano mi disse che quei 24.000 euro dovevano essere un regalo a Pasquale Papalia. Non mi disse altro, solo che voleva aiutarlo, visto che in passato la famiglia Papalia aveva acquistato da lui diverse abitazioni”. Maurizio Luraghi indossa il solito abito scuro. Sta seduto davanti al giudice, vicino alla bocca tiene il microfono. Ha la voce sicura. Il pm lo incalza, ma lui tira dritto, anche quando, come nel caso dei soldi ai Papalia, le cose tornano molto poco. Sì, perché quel denaro appare, a dire dell’accusa, la prova provata dell’ingerenza mafiosa negli appalti dell’edilizia.

Siamo al processo Cerberus. L’udienza è quella del 21 gennaio 2010. All’ordine del giorno c’è un solo nome: Maurizio Luraghi. Esame e controesame. Vanno via praticamente sette ore. Al termine, l’imprenditore lombardo, accusato di associazione mafiosa, si allontana sfinito accompagnato dalla moglie, Giuliana Persegoni, pure lei imputata, e la figlia Barbara. Quelle passate sono state ore lunghe, a volte dispersive, ma decisamente interessanti e non tanto perché, come scrive l’Ansa, si è dimostrato, una volta di più, diciamo noi, che qui in Lombardia la ‘ndrangheta ha monopolio del movimento terra, ma piuttosto perché, attraverso le parole di Luraghi, si rivive passo per passo il sistema ‘ndrangheta. Un sistema che non potrebbe esistere e proliferare senza l’aiuto (consapevole o meno) degli imprenditori.

Imprenditori come quel tale Adriano che oltre al nome ha anche un cognome, Pecchia. E i Pecchia a Buccinasco, ma non solo, sono una vera garanzia. Costruttori da sempre, a partire dal padre di Adriano, quel Mario Pecchia, 71 anni, origini calabresi, ma radici ben piantate tra l’hinterland e il centro di Milano, dove, in via Durini 14, ha sede la Finman, azienda di famiglia che acquista terreni da costruire. Nell’impresa si dividono il lavoro, oltre al vecchio Mario, anche i due figli, Giuseppe e Adriano. I tre non sono stati coinvolti nell’inchiesta Cerberus né in altre indagini di mafia. Eppure, dei Pecchia, ha parlato anche uno dei grandi pentiti della ‘ndrangheta milanese, quel Saverio Morabito, motore dell’indagine Nord-Sud. “A Buccinasco – racconta – i Papalia si appoggiavano a Pecchia, che è stato assessore o consigliere per circa vent’anni. I rapporti erano poco puliti: combinavano in modo di ottenere appalti coinvolgendo Pecchia o chi per lui”. Oggi i Pecchia fanno solo gli imprenditori. Che poi il presidente del collegio sindacale di Finman sia socio in affari con Pasquale Guaglione, fincheggiatore dei Nar, condannato per banda armata, oltre che uomo forte della destra milanese, sempre solo una casualità.

Ma torniamo a Luraghi. Lui, oggi, fa “il maestro di ballo”, ma fino al luglio 2008 lavorava nell’edilizia con la sua Lavori stradali. Nome che a partire dal 2005 compare sul cartello fuori dal cantiere di Buccinasco più, la più importante speculazione edilizia del sud Milano (nella foto in alto il cantiere di Bucinasco più tra il 2006 e il 2007 periodo in cui lavorò la ‘ndrangheta). Qui Luraghi si occupa di movimento terra e urbanizzazioni. L’appalto lo prende dai Pecchia che con la loro Finman hanno comprato il terreno dalla famiglia Cantoni. Per l’accusa, però, la presenza di Luraghi è solo di facciata, perché dietro di lui ci sono i boss della ‘ndrangheta. Salvatore Barbaro su tutti e a seguire Pasquale Papalia, quello dei 24.000 euro. Torniamo allora al punto di partenza. “Pecchia – dice Luraghi – mi disse che quel denaro lui lo voleva dare per l’amicizia che aveva con Pasquale, perché erano cresciuti assieme e avevano fatto le stesse scuole”. Amici di infanzia, dunque. Anche se Adriano Pecchia ha nove anni in più di Papalia. “Ma io mica gli ho chiesto perché voleva dargli quei soldi”. No, Luraghi semplicemente si mette all’opera per procurare a Finman una fattura (falsa) da 24.000 euro per giustificare il pagamento al figlio di Antonio Papalia, che per quel compenso non ha mai prestato mano d’opera. Mai.

A questo punto varrebbe la pena chiedersi il perché Adriano Pecchia abbia pagato quella cifra alla ‘ndrangheta. Luraghi, ovviamente, non lo sa. Conferma, invece, un inquietante dialogo tra lui e Giuseppe Pecchia, fratello di Adriano, riguardante una presunta tangente dovuta al clan. Ecco l’intercettazione. “Allora siamo d’accordo – dice Giuseppe Pecchia – il lavoro noi non te lo paghiamo 10 euro al metro cubo, ma 15, perché Luraghi, inutile fare finta di nulla, entrambi sappiamo per chi sono i cinque euro in più”. Questi i conti di una tangente che, a dire di Luraghi, non è mai stata pagata. In realtà, secondo il pm, la mazzetta pagata dai Pecchia sfiorerebbe il milione di euro. Ipotesi che sarebbe confermata da un dialogo tra Maurizio Luraghi e Domenico Barbaro, dove il primo, sorprendendosi per i soldi sborsati dai Pecchia, si sente rispondere dal boss che “ai Pecchia hanno promesso la paura”. E in effetti, nell’ottobre del 2002, ignoti sparano contro l’abitazione di Adriano Pecchia. (dm)