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Donna sciolta nell’acido, la figlia: «Con orgoglio contro mio padre»

Fonte: http://www.milano.corriere.it

La figlia 19enne di Lea Garofalo parte civile nel processo in Corte d’Assise: «Una scelta di libertà»

MILANO – «Orgogliosa testimone di giustizia». Così si sente Denise, 19 anni, la figlia di Lea Garofalo. Sua madre, collaboratrice di giustizia,scomparve tra il 24 e il 25 novembre 2009 a Milano. Nel 2006, per stare vicino alla figlia, aveva abbandonato il piano di protezione, lasciando la località segreta dove viveva. Quel pomeriggio di novembre Lea aveva appena partecipato a una riunione di famiglia per decidere dove la figlia avrebbe proseguito gli studi dopo le superiori. Era un pretesto: l’ex compagno e padre di Denise, Carlo Cosco, affiliato alla ‘ndrangheta, aveva incaricato i suoi complici di rapirla, torturarla, ucciderla e scioglierla in 50 chili di acido, per punirla per la sua collaborazione con la giustizia. Denise, inserita nel programma di protezione, non ha potuto essere presente in aula ma le sue parole sono state riportate dalla sua legale, Vincenza Rando. Davanti alla Prima Corte d’Assise di Milano ha chiesto di costituirsi parte civile nel processo che si è aperto a carico dei 6 imputati coinvolti, secondo l’accusa, nella vicenda. Tra questi c’è suo padre. La Corte ha ammesso come parti civili, oltre a Denise, anche la madre della Garofalo, Santina, e la sorella, Marisa, e il Comune di Milano. Non sono state ammesse, invece, la Provincia di Crotone e la Regione Calabria, perché i fatti al centro del processo sono avvenuti tra Milano e Monza.

SOTTO PROTEZIONE – La ragazza segue costantemente, a distanza, gli aggiornamenti del caso. «Dall’esito del processo riparte la sua nuova speranza» ha affermato la legale, ribadendo che la 19enne è orgogliosa della «scelta di libertà», anche «contro il padre. Con forza vuole giustizia», ha spiegato. L’avvocato inoltre ha chiarito che la ragazza «ha sempre percepito» che quelle persone che le stavano accanto, tra cui il padre Carlo Cosco, avevano ucciso la madre con un metodo da «lupara bianca». Denise è convinta del quadro accusatorio formulato dalla procura milanese, secondo cui anche il suo ex fidanzato avrebbe concorso nell’occultamento del cadavere della madre. «Aveva percepito – ha sottolineato il legale – che per un po’ era stata con persone che potevano essere coinvolte nella scomparsa della madre».

LA SCOMPARSA – Lea Garofalo, originaria di Petilia Policastro (Crotone), era diventata collaboratrice di giustizia dal 2002, quando aveva deciso di testimoniare sulle faide interne tra la sua famiglia e un’altra rivale ed era stata messa sotto protezione (rinunciò nel 2006). Già a maggio 2008 l’ex compagno Carlo Cosco cercò di farla rapire a Campobasso, ma l’agguato fallì. A novembre 2009, con il pretesto di mantenere i rapporti con la figlia Denise, legatissima alla madre, Cosco attirò la sua ex a Milano, in viale Montello 6, con la scusa di parlare dell’università della figlia. Nel pomeriggio alcune telecamere inquadrarono la ragazza e la madre nella zona del palazzo e lungo i viali che costeggiano il cimitero Monumentale. Ma al treno che avrebbe dovuto riaccompagnarla al Sud Lea non arrivò mai. Almeno quattro giorni prima del rapimento, Cosco aveva predisposto un piano contattando i complici: erano pronti il furgone (noleggiato da un cinese di via Paolo Sarpi) con a bordo 50 litri di acido, la pistola per ammazzarla «con un colpo», il magazzino dove interrogarla e l’appezzamento dove è stata sciolta nell’acido, per simulare la scomparsa volontaria. Sabatino e Venturino rapirono la donna in strada e la consegnarono a Vito e Giuseppe Cosco, che la torturarono per ore per farla parlare e poi la uccisero con un colpo di pistola. Il corpo venne portato in un terreno nel Comune di San Fruttuoso (Monza) e sciolto con l’acido.

PISAPIA: COMMISSIONE ANTIMAFIA IN COMUNE – In una nota il sindaco Pisapia sottolinea la sua «soddisfazione» perché per la prima volta che il Comune di Milano è stato ammesso come parte civile in un processo per reati legati alla presenza delle mafie. «È evidente che anche un’istituzione come l’Amministrazione comunale, la più vicina ai cittadini, sia coinvolta nella difesa della città dalle infiltrazioni mafiose e dagli attacchi della criminalità in generale», scrive Pisapia. «La decisione del Presidente della prima sezione della Corte d’Assise non solo è ineccepibile sotto il profilo giuridico, ma conferma il danno provocato a Milano dalle infiltrazioni mafiose. Si tratta di un’emergenza, non solo criminale ma anche sociale ed economica. Da questo punto di vista la prossima istituzione della Commissione consiliare Antimafia è un ulteriore segnale concreto dell’impegno dell’Amministrazione per contrastare il crimine organizzato», conclude il sindaco.

Redazione online
06 luglio 2011 15:22

‘Ndrangheta: arrestato a Sondrio latitante Francesco Crivaro

Fonte: http://www.ansa.it

Estate scorsa era sfuggito a maxi operazione in Lombardia

(ANSA) – SONDRIO, 30 APR – Il latitante calabrese Francesco Crivaro, originario del Crotonese, e’ stato arrestato dalla Polizia in provincia di Sondrio. Sfuggito all’arresto la scorsa estate nell’ambito della maxioperazione ‘Crimine’ contro la ‘ndrangheta (con oltre 300 arresti in Lombardia e in altre regioni del Nord) e’ stato catturato in Valtellina dai poliziotti della Squadra mobile di Sondrio e della Mobile di Milano.

Francesco Crivaro, da anni residente a Erba (Como), e’ stato fermato in una localita’ fra Morbegno e Sondrio. (ANSA).

La ‘ndrangheta investe nella tav al Nord? Il giudice dice no e toglie l’associazione mafiosa

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Mario Portanova

Il Tribunale di Monza ha assolto il presunto clan Paparo dal reato di 416bis. Torna d’attualità la difficoltà al nord di dare condanne che riguardino la criminalità organizzata

Quando scattò l’operazione Isola, il 16 marzo 2009, per la Lombardia fu uno scossone. Secondo l’accusa, una cosca della ‘ndrangheta si era aggiudicata un subappalto nel cantiere di una grande opera pubblica, l’Alta velocità ferroviaria. Non in Calabria, ma alle porte di Milano, nella tratta fra Pioltello e Pozzuolo Martesana. La vicenda divenne subito un simbolo dell’assalto criminale all’economia del Nord. Due anni dopo, però, la sentenza di primo grado del Tribunale di Monza cancella per tutti gli imputati il reato di associazione mafiosa, contestato dal pm Mario Venditti della Direzione distrettuale antimafia. E riapre una questione di cui gli addetti ai lavori discutono da anni: come si prova un’accusa di mafia nel nord Italia?

Non è stato un colpo di spugna, dato che condanne rilevanti hanno colpito diversi imputati, per lo più appartenenti alla famiglia Paparo, originaria di Isola di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, trasferita tra Cologno Monzese e Brugherio negli anni Ottanta.

Marcello Paparo, il 46enne imprenditore indicato come il capo dell’organizzazione, si è preso sei anni di reclusione per possesso di armi, per aver ordinato il brutale pestaggio di un lavoratore di una sua cooperativa e per averne intimiditi altri. Sempre il possesso di armi è costato tre anni a suo fratello Romualdo, anche lui impegnato nella gestione delle aziende di famiglia, e in particolare della P&P che lavorava al movimento terra nel cantiere dell’Alta velocità. Pene fra i due anni e sei mesi e quattro anni e quattro mesi sono toccate ad altri tre imputati.

Saranno le motivazioni della sentenza a spiegare perché la corte, presieduta dal giudice Giuseppe Airò, abbia rigettato l’accusa di mafia, sia pure con la formula che ricalca l’insufficienza di prove. Dallo svolgimento del processo e da qualche indiscrezione è possibile però ricavare qualche indicazione. Sono emersi legami tra i Paparo e le cosche dominanti di Isola Capo Rizzuto, gli Arena e i Nicoscia. In alcune intercettazioni, Marcello Paparo e alcuni familiari si mostrano partecipi e preoccupati delle vicende di ‘ndrangheta nel loro paese d’origine. I giudici, però, non hanno individuato alcun elemento di “mafiosità” nel comportamento della famiglia su al Nord.

Per esempio è un’azienda lombarda, la Locatelli di Grumello Monte in provincia di Bergamo, a concedere i “subappalti”, in realtà noleggi di camion con autisti per il movimento terra, alla P&P dei Paparo, e dalle indagini non emergono violenze né intimidazioni. Anzi, i rapporti tra i padani e i calabresi appaiono improntati alla massima collaborazione, anche quando si tratta di truccare qualche carta per aggirare i controlli antimafia. Circostanza confermata dalla sentenza, ma sono fatti del 2004 e quindi prescritti.

Stessa situazione per l’altro grande business dei Paparo, le cooperative di facchinaggio del consorzio Ytaka. Il cliente più importante, la Sma, si è costituita parte civile al processo – prima azienda privata in Lombardia a compiere una scelta del genere – eppure i suoi manager hanno parlato di un rapporto economico nato in modo pulito e lecito.

Le ritorsioni dei Paparo sono cominciate solo dopo gli arresti del 2009, quando la catena della grande distribuzione ha rescisso immediatamente il contratto con le cooperative di Ytaka. Ne è seguita l’occupazione del piazzale del magazzino di Sma di Segrate da parte dei lavoratori, una protesta sindacale accompagnata però da minacce di ben altra natura. “Concorrenza sleale con violenza” è il reato per cui è stato condannato Salvatore Paparo, un altro fratello di Marcello.

Due accuse di tentato omicidio, sempre legate al settore delle cooperative di servizi, sono cadute durante il procedimento. Il tribunale ha invece riconosciuto la responsabilità di Marcello Paparo come mandante del pestaggio di Nicola Padulano, un carrellista impiegato alla Sma di Segrate che accampava rivendicazioni sulle condizioni di lavoro. Un dirigente dell’azienda aveva segnalato la necessità di intervenire sul rompiscatole che stava “creando problemi”. Paparo dapprima gli offre dei soldi per andarsene, senza successo. Il 15 settembre 2006 un paio di persone aspettano Padulano sotto casa, a Segrate, e lo pestano a sangue: «frattura cranica e fratture multiple al volto e alla gamba destra», è il referto del pronto soccorso. Come esecutore materiale dell’agguato è stato condannato Michele Ciulla, fidanzato di Luana Paparo, la figlia ventenne di Marcello, anche lei finita in carcere con l’accusa di associazione mafiosa e assolta dal tribunale di Monza.

In sintesi: i Paparo erano imprenditori in contatto con le cosche calabresi, giravano illegalmente armati e più volte hanno regolato le questioni d’affari con la violenza e la minaccia. Ma questo, secondo i giudici, non basta a definirli mafiosi. O meglio, anche se lo fossero, non avrebbero messo in campo la loro “mafiosità” nell’attività imprenditoriale esercitata al Nord. E dunque sono stati assolti dal 416 bis.

La sentenza di Monza pare l’esatto opposto di quella milanese che l’anno scorso ha condannato per associazione mafiosa, sempre in primo grado, diversi esponenti della famiglia Barbaro-Papalia, calabresi di Platì trapiantati da decenni a Buccinasco, e persino un lombardissimo imprenditore del movimento terra, Maurizio Luraghi.

Ai Barbaro-Papalia non è stato possibile attribuire specifici episodi di violenza e intimidazione, ma secondo la sentenza ottenevano lavori edili con la forza dell’intimidazione insita in un cognome di grande tradizione ‘ndranghetista. Ai Paparo sono state attribuite singole condotte criminali, ma non la capacità di incutere un vero terrore mafioso nei loro interlocutori.

Il confine è labile e il tema è delicato, visto che fra non molto, l’11 maggio, prenderà il via a Milano il “maxiprocesso” agli imputati della grande operazione Infinito del 13 luglio scorso. Quella che nel ramo milanese portò in carcere circa 150 persone accusate di costituire il nerbo della ‘ndrangheta lombarda del nuovo millennio.

‘ndrangheta, maxi sequestro di beni appartamenti e box per 15 milioni

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

L’operazione condotta dalla guardia di finanza tra Milano e Reggio per l’inchiesta Infinito
A breve i pm chiederanno il processo con rito immediato per 180 affiliati arrestati a luglio

E’ di circa 15 milioni di euro il valore dei beni immobili sequestrati dalla guardia di finanza di Milano in diverse province della Lombardia e a Reggio Calabria. Si tratta in particolare di appartamenti, box e cantine. Il sequestro preventivo è finalizzato alla confisca ed è stato disposto dal gip Andrea Ghinetti nell’ambito dell’ inchiesta Infinito coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dai pm Paolo Storari e Alessandra Dolci e condotta dai carabinieri di Monza e dal Ros di Milano.

Alcuni dei beni sequestrati dalle Fiamme Gialle ai boss della ‘ndrangheta o ai loro familiari nell’ambito dell’operazione Infinito stavano per essere venduti. Per questo nei giorni scorsi i pm della Dda di Milano hanno disposto un intervento preventivo urgente per tutti i beni individuati dalle indagini patrimoniali svolte : si tratta di 39 abitazioni, tra cui una villa, 37 box, 14 locali commerciali e magazzini e sei aree edificabili in provincia di Milano, Varese, Pavia, Bergamo, Como, Lecco, Catanzaro, Crotone, Vibo Valenzia e Reggio Calabria. Il sequestro preventivo è stato convalidato dal gip milanese Andrea Ghinetti.

I tre pm a breve dovrebbero chiedere di processare con rito immediato le circa 180 persone arrestate in Lombardia quasi tutte lo scorso luglio.

I boss calabresi al Ciglione: nuove accuse al processo Bad Boys

Fonte: http://www.varesenotizie.it

Gli atti dell’indagine il crimine entrano nel processo per ‘Ndrangheta in corso a Busto Arsizio

BUSTO ARSIZIO – La riunione al “Crossodromo” di Cardano e il colloquio, avvenuto a Malpensa, tra il maggiore dei Carabinieri di Crotone e Cataldo Aloisio, poi ucciso a Legnano il 27 settembre del 2008. Questi alcuni dei nuovi atti d’indagine che questa mattina sono entrati nel processo Bad Boys contro la locale di ‘Ndrangheta di Legnano – Lonate in corso a Busto Arsizio.

 

FAVOREGGIAMENTO DELLA LATITANZA

Un nuovo capo d’imputazione che tiene contro dei documenti che al tempo degli arresti di Bad Boys erano stati secretati perché parte dell’indagine “Il Crimine”. E’ questa la novità dell’udienza che si è tenuta questa mattina nel tribunale di Busto Arsizio. Il pm della Dda di Milano, Mario Venditti, ha depositato nuovi atti d’indagine che vanno ad integrare quelli già prodotti per l’inchiesta Bad Boys. Tra i nuovi capi d’imputazione figurano il favoreggiamento della latitanza dei due boss di Cirò Marina, e l’estorsione continuata, nonché il favoreggiamento mafioso, accusa contestata a tutte le persone chiamate a rispondere del tentato omicidio di Barbara Valdiana. I nuovi atti riguardano l’incendio di un’autovettura contestato a Ernestino Rocca, la compravendita tra la società Ebe e Crimisa di De Castro e Filippelli, ai danni di Augusto Agostino, oggi collaboratore e l’usura ai danni di Fabio Lonati.

I BOSS IN RIUNIONE A CARDANO

Tra i nuovi documenti non più secretati spiccano quelli che riguardano la riunione avvenuta al Crossodromo di Cardano e la registrazione del colloquio tra Cataldo Aloisio e il maggiore dei Carabinieri di Crotone. Come ha spiegato in aula lo stesso Venditti, “La riunione al Crossodromo riveste particolare importanza perché a quella riunione presero parte anche Silvio Farao e Cataldo Marincola, capi della cosca di Cirò Marina”. Il colloquio tra il maggiore dei Carabinieri e Aloisio avvenne invece a Malpensa nel maggio del 2008. In quell’occasione l’uomo avrebbe esternato all’ufficiale i suoi timori riguardo alla propria sicurezza e avrebbe indicato gli uomini che al Nordcoprivano la latitanza del boss Cataldo Marincola. I timori di Aloisio di rivelarono fondati, se si considera il fatto che pochi mesi dopo l’uomo venne ucciso e fatto trovare vicino al cimitero di San Vittore Olona, dove è sepolto Carmelo Novella. Nella nuova formulazione del capo d’imputazione, che assorbe e integra i documenti che sono stati oggetto dell’inchiesta Infinito, trova quindi spazio anche l’accusa di favoreggiamento della latitanza dei due capi di Cirò Marina.

GLI IMPUTATI CHIEDONO IL GIUDIZIO ABBREVIATO

Gli avvocati della difesa, già a conoscenza di questi atti, proprio perché oggetto dell’operazione “Il crimine”, hanno espresso la volontà di avvalersi del giudizio abbreviato. La richiesta è già stata presentata dai legali di Vincenzo Rispoli, Pasquale Rienzi, Antonio Esposito, Emanuele De Castro, Francesco Filippelli, Nicodemo Filippelli, Ernestino Rocca, Stefano Giordano, Antonella Leto Russo, Carlo Avallone, Nicola Ciancio. I legali degli altri imputati hanno invece chiesto i termini della difesa e si sono riservati la possibilità di accedere al giudizio abbreviato dalla prossima udienza. Nel caso in cui il collegio giudicante accettasse le richieste degli avvocati, si profilerebbe un processo totalmente basato sugli atti, anche se alcuni degli imputati hanno chiesto di poterrilasciare dichiarazioni spontanee. Con le nuove integrazioni l’impianto accusatorio sembra acquisire ancor più solidità. Da parte dei legali della difesa si esprime invece la volontà di valutare, all’interno del processo, quelle che sono le reali responsabilità, diverse da imputato a imputato. Un conto sono le indagini, un conto le responsabilità accertate, lascia intendere Michele D’Agostino, l’avvocato che difende Vincenzo Rispoli, secondo l’accusa il grande capo della locale di Legnano – Lonate. Si torna in aula il 21 dicembre. In quell’occasione il giudice Toni Novik, che presiede il collegio giudicante, scioglierà la riserva riguardo alle richieste di giudizio abbreviato.

tiziano.scolari@yahoo.it

 

I ragazzi non devono sapere

di Aldo Pecora

La maxi-operazione “Crimine”, la più grande della storia dell’antimafia reggina, conferma che la ‘ndrangheta non è più un problema solo calabrese, ma un problema nazionale. “Si scopre l’acqua calda”, si potrà replicare. Che i boss avessero oramai traslocato baracca e burattini oltre i confini meneghini lo sapevano oramai anche le pietre, da almeno vent’anni.

C’è voluto un atto di forza, potremmo definirlo anche “dimostrativo”, da parte di inquirenti e forze di polizia calabresi e lombarde assieme ed uno spiegamento di forze di migliaia di uomini, per rendere questa verità una “notizia”.

Oggi la presenza della mafia calabrese in Lombardia, specie nell’asse Milano-Varese è una certezza: da Buccinasco, divenuta quasi una frazione di Platì, a Busto Arsizio, Legnano, Malpensa. La ‘ndrangheta si muove dove si muove l’impresa. Ed evidentemente sguazza bene dove girano soldi e traffici di droga.

Ma la vera novità degli ultimi tempi è che adesso i mille rivoli delle diverse operazioni antimafia in terra lombarda, dalle estorsioni, all’usura, al riciclaggio, non investono il tribunale milanese, bensì anche quelli minori. Come Busto Arsizio, dove sono stati portati a processo per i reati appena citati alcuni presunti ‘ndranghetisti (mai come in questi processi il “presunti” sarà d’obbligo fino all’ultima sentenza) affiliati ai clan del crotonese.

Ma a Busto è successo anche quello che non ti aspetti: l’antimafia sociale arriva in città prima di quella investigativa. Almeno ufficialmente. Dal 2007 arrivano Massimo Brugnone (coordinatore regionale di Ammazzateci Tutti e dal 2009 membro dell’Esecutivo nazionale) ed un gruppo di coraggiosi ragazzi con il brutto vizio di non farsi i fatti loro. Organizzano incontri nelle scuole con Rosanna Scopelliti, Gian Carlo Caselli, Alberto Nobili, Marco Travaglio. Stampano t-shirt, volantini, improvvisano blog e giornalini. Mettono in rete nomi, operazioni, collegamenti tra i clan. Riempiono teatri, auditorium, cinema, librerie. Per dire che la mafia è ad un passo dalle loro case. Ed i bustocchi rispondono sempre positivamente. Non ricordo una sola poltrona vuota ad ogni iniziativa di Ammazzateci Tutti.

Poi un giorno Massimo ed i ragazzi decidono che non basta portare la gente in platea, ma che bisogna guardarla in faccia la mafia, pardon, la presunta mafia. Vogliono esserci, lì, in Tribunale. Vogliono far sentire la presenza della comunità, dei giovani soprattutto. Nasce così l’idea di far partecipare gli studenti delle scuole che vorranno aderire all’udienza del 12 ottobre scorso. Il preside del Liceo scientifico “Tosi”, dimostrando grande senso di responsabilità, decide di favorire l’iniziativa ed autorizza la partecipazione di un gruppo di studenti, accompagnati da un docente e da Massimo.

Quando arrivano in tribunale indossano tutti la stessa maglietta: “No crime, no violence”. Un grande rettangolo nero su fondo bianco. L’hanno disegnata e realizzata gli studenti del liceo artistico un paio d’anni fa. Ma sono ancora di moda purtroppo.

Chissà quanta paura avranno fatto quelle magliette e le facce pulite di quei ragazzi e di quelle ragazze poco più che diciottenni in quell’aula del palazzo di giustizia. Al punto da portare qualcuno a prendere carta e penna e scrivere una “lettera” formalmente indirizzata al Preside, ma fatta pervenire alle redazioni di tutte le testate locali.

«Sono stanca di tutta questa situazione – scrive la donna – sono la moglie di un “cattivo ragazzo” e voglio dare sfogo a quanto stiamo subendo in questa orribile esperienza. Ho letto sulla Prealpina del 10 ottobre “Liceali in aula per studiare la ndrangheta”. Mi rivolgo a lei caro Preside, nulla in contrario verso l’informazione ma ritengo che l’informazione debba essere a doppio senso di circolazione. Le volevo sottolineare che il processo è in fase dibattimentale, dove accusa e difesa si scontreranno davanti alla corte per dimostrare l’innocenza o la colpevolezza degli indagati. Noi siamo ancora imputati e quindi non colpevoli. I suoi studenti devono conoscere gli atteggiamenti di persone che a oggi rappresentano la giustizia italiana».

E poi continua con l’elencazione di fatti, intercettazioni, mancate comunicazioni. Più che una lettera di sdegno sembra l’arringa difensiva di un bravo penalista.

Continua la missiva: «Ritengo giusto che chi commette reato debba essere condannato, se mio marito è colpevole è giusto che paghi ma non per un aperitivo al bar, un saluto per strada, una stretta di mano. Devo ammettere che gli attimi di cedimento sono stati molti, la voglia di difenderci è tanta ma mi chiedo se ha senso combattere quando a priori siamo per molti già colpevoli. Mi spiace Preside per questo sfogo, ma pensare ai liceali in aula preparati solo a guardare in faccia i presunti ndranghetisti, non lo accetto, sono stanca di affermazioni offensive e prive di conoscenza. Nello stesso articolo Massimo Brugnone dice “Non vogliamo che le aule siano riempite solo da chi quegli imputati vorrebbe vederli liberi”. Ci limitiamo solo a sostenere la persona a cui teniamo in questa brutta disavventura. Lei cosa farebbe? Approfitto anche per controbattere le affermazioni del pm Venditti sulla Prealpina del 9 giugno: “Mafioso è chi non riconosce l’autorità dello Stato, quindi chi in aula si permette di alzare la voce” (va detto, infatti, che in una precedente udienza i parenti degli imputati avevano tenuto comportamenti poco consoni ad un’aula di tribunale, inveendo con urla contro la Corte, NdG).

Ribellarsi alle autorità, far valere i propri diritti non sono atteggiamenti mafiosi, al contrario chi abusa del proprio potere, lei come lo definisce? Questo processo è diventato mediatico: bisogna dare l’esempio a questi alunni, non importa se qualcuno sarà innocente, per la giustizia italiana deve esistere un colpevole».

Ora, è facile comprendere lo stato d’animo di una donna (certamente istruita e forse ben inserita nella società) che si trova un marito in galera, imputato in un processo di mafia. Ma l’emotività è una cosa, la giustizia un’altra. I cittadini hanno il diritto di assistere ad ogni udienza si tenga nel nostro Paese, sia questa per un omicidio o per una scazzottata al bar. E quegli studenti, con la loro presenza in aula, hanno dato una lezione di civiltà ad un’intera comunità.

Non va sottovalutata però la gravità del fatto: la moglie di un accusato di mafia non ha timore di indicare direttamente il nome ed il cognome del “colpevole”, un ragazzo di ventidue anni che non si fa i fatti suoi e che porta i ragazzi in tribunale, su tutti i giornali del luogo. Il nome di Massimo è entrato nei bar, nelle case, in procura, nelle sedi di partito, al salone del barbiere, in caserma, nelle carceri.

Massimo ha già ricevuto nelle scorse settimane alcune telefonate dai parenti di un altro presunto ‘ndranghetista originario di Platì. Massimo Brugnone ci ha messo la faccia, è esposto.

 

Aldo Pecora
Presidente Ammazzateci Tutti

‘Ndrangheta, uccisa e sciolta nell’acido “Punita perché aveva collaborato”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Lea Garofalo era sparita nel febbraio 2010. Ordinanza di custodia cautelare in carcere per sei persone, tra cui l’ex convivente e padre di sua figlia. La donna, 35 anni, aveva fatto dichiarazioni sulle cosche di Crotone e, da tempo, aveva rinunciato alla protezione

MILANO – Uccisa perché aveva deciso di rompere il muro di omertà. Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia scomparsa a Milano circa un anno fa 1, è stata assassinata e sciolta in 50 chilogrammi di acido in un terreno a San Fruttuoso, vicino a Monza. Un’esecuzione legata alla dichiarazioni fatte ai magistrati sull’omicidio di Antonio Combierati elemento di spicco della criminalità calabrese. E’ quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip milanese Giuseppe Gennari e notificata dai carabinieri del nucleo investigativo di Milano a sei persone, tra cui l’ex convivente della donna Carlo Cosco e Massimo Sabatino (entrambi già in carcere).

I colpevoli.
Cosco e Sabatino erano già stati arrestati a febbraio dopo aver tentato, lo scorso maggio a Campobasso, di uccidere la donna. Gli altri quattro destinatari del provvedimento del giudice Gennari sono i fratelli di Carlo Cosco, Giuseppe detto “Smith” (gli e’ stato contestato anche lo spaccio di stupefacenti) e Vito detto “Sergio”, e altre due persone, una delle quali accusata solo di distruzione di cadavere.

Il primo tentativo fallito. Lea Garofalo aveva già subito un primo tentativo di sequestro nel maggio 2009, ma era riuscita a mettere in fuga il sequestratore.  “Io dormivo nella mia stanza – ha raccontato la figlia Denise -.Mia madre mi ha raccontato dopo che questo tecnico le è subito sembrato anomalo perché sembrava non sapesse dove mettere le mani. Lei allora si è insospettita e dopo un po’ gli ha detto che se era venuto per ucciderla poteva farlo subito. Mia madre mi ha allora detto che l’uomo le si è scagliato contro tentando di strangolarla. Mia madre, che nel frattempo aveva preso un coltello dalla cucina ed inoltre è pratica di qualche mossa di arti marziali, ha reagito colpendolo. Ho aiutato mia madre picchiando l’uomo con forza fino a quando questo è riuscito a divincolarsi fuggendo. L’uomo però aveva abbandonato la cassetta degli attrezzi dentro la quale i carabinieri del posto hanno rinvenuto una pallina di gomma, dello spago, del nastro adesivo, delle forbici, un apparato per provocare delle scosse elettriche e dei cacciaviti”.

L’esecuzione. Secondo l’indagine, Carlo Cosco ha organizzato l’agguato mentre Lea Garofalo si trovava a Milano con la figlia. Almeno quattro giorni prima del rapimento, Cosco ha predisposto un piano, contattando i complici, assicurandosi sia il furgone dove è stata caricata a forza, sia la pistola per ammazzarla “con un colpo”, sia il posto dove interrogarla, e infine l’appezzamento dove si ritiene sia stata sciolta nell’acido.  La distruzione del cadavere, per inquirenti e investigatori, ha avuto lo scopo di “simulare la scomparsa volontaria” della collaboratrice e assicurare l’impunità degli autori materiali dell’esecuzione. ‘Quello che si verifica a Milano, in una tranquilla ed elegante zona centrale, e’ un caso di lupara bianca che ci riporta a situazioni e contesti sovente (ed erroneamente) creduti ben lontani dalla realtà cittadina” si legge in uno dei passaggi dell’ordinanza. Quel giorno, scrive il giudice, a Milano “sotto gli occhi di ignari passanti, si scorge una donna minuta, ripresa negli ultimi istanti della sua vita dalle telecamere di sicurezza poste ai margini della strada, salire fiduciosa sul veicolo dell’ex convivente, padre di sua figlia e pregiudicato Cosco Carlo. Questa è la ultima volta in cui si sente parlare di Lea Garofalo ancora in vita”.

Le reazioni. “Una barbara esecuzione che è la drammatica conferma che la criminalità è più forte che mai e sia ben lontana dall’essere sconfitta. La realtà è che in Italia ‘ndrangheta, mafia e camorra sono ancora in grado di controllare il territorio e di imporre con violenza la propria legge” dichiara il democratico Walter Veltroni.

(18 ottobre 2010)

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